Italiani sì, Italia no


Prendendo nota della risposta del Commissario Barrot, a nome della Commissione, il giorno 11.7.2008, all’interrogazione dell’Europarlamentare Francese Jean-Luc Bennahmias, il quale denunciava per iscritto alla Commissione Europea le procedure particolarmente complicate di un comune italiano rispetto a quanto previsto dalla direttiva 2004/38 che regola la libera circolazione dei cittadini comunitari all’interno dell’Unione, appuriamo che:

Conformemente all’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 relativo al diritto dei cittadini dell’unione e dei membri delle loro famiglie di circolare e di soggiornare liberamente sul territorio degli Stati membri, i cittadini dell’unione che risiedono in Italia possono essere tenuti a iscriversi presso le autorità competenti. Un attestato di registrazione dovrebbe essere rilasciato immediatamente a costoro su presentazione del loro passaporto o della carta di identità e dei documenti menzionati all’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva comprovando il soddisfacimento delle condizioni del soggiorno. Non può essere richiesto un certificato di nascita come prova di identità (grassetto mio).

Per i casi individuali, la rete SOLVIT è la via più veloce per trattare una denuncia. Si tratta di una rete di risoluzione di problemi in linea: gli Stati membri cooperano per regolare, in modo pragmatico, i problemi che risultano dalla cattiva applicazione della legislazione relativa al mercato interno da parte delle autorità pubbliche.
I centri SOLVIT fanno parte dell’amministrazione nazionale e si impegnano a fornire delle soluzioni reali ai problemi reali in un termine ridotto di dieci settimane. SOLVIT è gratuito. Maggiori informazioni su questa rete sono disponibili al seguente indirizzo: http://ec.europa.eu/solvit.
Qualora la rete SOLVIT non contribuisca alla soluzione di un problema, una denuncia formale può essere sottoposta alla Commissione.

Dunque, se un rumeno, per esempio, volesse fare l’iscrizione anagrafica, non è tenuto a presentare il certificato di nascita. Può presentare la carta d’identità o il passaporto. E invece no!
Quasi tutti gli uffici anagrafici chiedono il certificato di nascita tradotto in italiano, ma è accettato se tradotto non da qualsiasi ufficio, bensì dal Consolato del proprio paese di provenienza! E sapete quanto costa una traduzione fatta dal Consolato romeno? Chiedetelo ai romeni vostri vicini… E’ vergognoso!

E che dire poi dell’impossibilità di poter esercitare il diritto di voto per noi, comunitari, in Italia! Niente, ma se non credessi che le cose possono cambiare anche in Italia, andrei a vivere a Helsinki.
Ecco cosa scrive sul suo blog Tommaso, un ragazzo italiano in Finlandia, felice di poter votare là…

Oramai sono qua in Finlandia da 6 mesi. L’altro giorno torno a casa e trovo nella buca delle lettere un avviso, o almeno a prima vista mi sembrava tale. Era stato spedito da Helsingin maistraatti, l’Ufficio del Registro della capitale. Era ovviamente tutto scritto in finlandese e l’unica cosa comprensibile era il fatto che fosse stato spedito al sottoscritto, non fosse altro perchè vi era il mio nome/indirizzo scritto sopra.

Il giorno dopo mi reco in dipartimento e chiedo lumi ad un mio collega finlandese. La risposta è stata la seguente: “Bello! Sembra che tu possa votare!”. Praticamente è il cedolino per esercitare il diritto di voto alle prossime elezioni municipali (almeno penso, sinceramente non mi sono ancora informato sul sistema elettorale locale).

A questo punto sorgono spontanee le seguenti domande:

perchè in Italia c’è tutto questo gran parlare del voto agli immigrati? Sì, no, ni?

immigrati in che senso? Extracomunitari (fuori dall’UE) o comunitari (dentro l’UE)?

ci sarebbe differenza nel dare il diritto di voto ad un asiatico piuttosto che ad un francese o tedesco “immigrati” in Italia?
[…]
Poi ci sarebbe un’altra faccenda da considerare (problema che mi sono onestamente posto):

che ne sa un immigrato (magari da poco tempo) della storia politica del paese ospitante? Con che diritto morale si accinge ad esprimere un voto=preferenza?

Lasciatemi rispondere brevemente ed ironicamente solo all’ultima domanda: perchè quanti sono, secondo voi, gli italiani che esprimono consapevolmente il proprio voto e che conoscono la storia politica oggettiva del nostro paese (oggettiva=senza filtrare le proprie conoscenze con partitiche lenti deformanti)?

Saluti!

Vivendo in Italia da più di quindici anni oramai, ho la presunzione di capire un poco della politica di questo paese…abbastanza per poter esercitare consapevolmente il diritto di voto; dopo essermi imegnata nel volontariato e nel sociale…aver battuto la testa e preso tante porte chiuse in faccia…direi che ora sono più consapevole delle mie preferenze…

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Un commento su “Italiani sì, Italia no

  1. Chi sa perché
    http://allitaliana.blogspot.com/2008/03/chi-sa-perch.html

    Tante volte mi sono chiesta cosa mi abbia spinto a lasciare il mio paese e a scegliere l’Italia come la mia seconda casa. Una volta non trovavo difficoltà a darmi una risposta: il desiderio di studiare all’estero ed ampliare le mie conoscenze, la possibilità di ricercare nuovi campi di studio, la speranza di trovare un lavoro che mi desse soddisfazioni. Parte di questi desideri hanno avuto un riscontro nella realtà: ho iniziato con molto entusiasmo un dottorato che ha finito per deludermi, ho lavorato per più di tre anni in un dipartimento di politiche comunitarie di Unioncamere nell’ambito della progettazione europea, ho fatto molte amicizie e pensavo di provare la mia strada verso Bruxelles. Ero extracomunitaria (sinceramente questo appellativo non mi ha mai dato fastidio, l’ho preso come un’inquadramento territoriale e non come un “epiteto”), avevo un regolare permesso di soggiorno per il cui rilascio non ho mai fatto più di una mattinata in questura, beneficiavo di prestazioni sanitarie come un cittadino italiano. Diciamo che dal punto di vista della così detta regolarizzazione amministrativa non ho mai avuto problemi come cittadina extracomunitaria.

    Dal 1 gennaio 2007 sono diventata orgogliosamente cittadina comunitaria con la speranza che da quella data il soggiorno in Italia sarebbe diventato ancora più facile. E’ qua che mi sbagliavo di molto. Purtroppo l’entrata del mio paese nell’Unione Europea ha complicato molto le cose. La normativa italiana che da aprile del 2007 regola il soggiorno dei cittadini comunitari in Italia e che dava voce alla direttiva europea in materia ha suscitato scintillanti dibattiti politici e giuridici. Non voglio adesso giudicare in nessun modo questa normativa, però oggigiorno, moglie comunitaria di un cittadino italiano ho più problemi “amministrativi” che qualche anno fa quando ero una extracomunitaria con un permesso di soggiorno rinnovabile annualmente.

    Elenco alcune esperienze negative: l’iscrizione anagrafica al comune di Rimini, il rilascio della Carta d’identità, gli uffici del Comune tra quali sembra che il dialogo non esista, l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale che mi ha dimostrato che lo stesso dialogo non esiste neanche tra l’ASL e il Comune, la difficoltà di trovare un lavoro perché laureata all’estero. Nel 2008, l’aver dovuto affrontare tutti questi problemi assurdi mi ha portato verso una conclusione: l’unica cosa che mi tiene oggi in Italia sono solamente gli affetti personali.
    Tutto ciò perché in Italia è troppo complicato o non si vogliono mettere le basi di un’amministrazione snella, perché i sistemi informatici non sono usati adeguatamente, perché le leggi sono poco chiare e il cui senso viene ulteriormente complicato con così detti “chiarimenti”, circolari e altre forme di “spiegazione” post legem, perché l’immigrazione rimane purtroppo oggetto solo di battaglie politiche ed elettorali, perché l’ipocrisia la fa da padrone.

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