“Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”


“Si agita qualcosa di diverso e particolare nelle nostre società frantumate e interconnesse. Si agita lo spettro dell’istinto disumano, il facile precipitare nelle zone tenebrose della non ragione. E questo ovunque e a qualunque latitudine.” Donatella Papi

Quando ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia “Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?” su Il Riformista, pubblicato il 5 febbr. 2009, mi sono sentita male. Ma non per le cose lette nell’articolo, bensì per il termine “Prof.”… di Storia Contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma La Sapienza. Sì, ho avuto un mancamento.
Mi permetto di ricopiare per intero il suo articolo, anche se non meriterebbe attenzione; lo faccio perché aggiungerò tutte le risposte degli intelettuali italiani e romeni, politici e così via, a quest’articolo. Non mi sento neanche sfiorata dalle sue parole, mi fa paura solo il fatto che essa sia una “docente universitaria”.

No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti. Anche se tutti noi, ormai, abbiamo conosciuto rumeni pacifici e lavoratori, persone per bene che sopportano con dignità e speranza la loro difficile situazione di emigrati. Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania. Non è che si tratti di un brutto Paese, né di un Paese privo di testimonianze artistiche pregevoli: la questione è un’altra, e riguarda l’atmosfera complessiva che vi si respira, un’atmosfera di disumanizzazione.

Certo, la povertà è ancora forte ed evidente, ma non somiglia alla povertà calda e viva del Terzo mondo, dove vita e colori testimoniano la volontà di esistere e di sperare nonostante tutto. Quello che stupisce è l’assenza di spirito vitale, di voglia di fare e di abbellire il mondo: pur essendo a maggio, non ho visto un fiore nella terra che circonda le casette allineate lungo la strada in molte regioni del Paese, non ho sentito una volta il profumo di pane appena sfornato. Un paese dove, quasi vent’anni dopo la fine del comunismo, il pane è ancora cotto in forni centralizzati – e poi distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguali per tutti e dovunque – pone dei drammatici interrogativi.

Perché non c’è stato un risveglio di energie, di vitalità, alla fine della terribile dittatura che l’ha angariato per decenni? Perché i rumeni preferiscono emigrare – e poi magari riempirsi di ostilità dei ricchi abitanti degli altri Paesi europei – invece di ricostituire il loro Paese? Forse perché non è solo povero, ma disperato. Il comunismo di Ceausescu ne ha ucciso l’anima: tutti sospettavano di tutti, ogni legame umano è stato dissolto, ogni iniziativa mortificata, ogni possibilità di ribellione estirpata. In Romania si vedono ancora le tracce di un male capace di distruggere tutto, e di durare nel tempo, di contagiare ogni realtà: perfino i rapporti fra le religioni presenti nel Paese ne sono stati a tal punto avvelenati, che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita.

Se uno ha ancora dubbi su cosa sia stato il comunismo, un viaggio nelle campagne rumene costituisce senza dubbio l’occasione per aprire gli occhi definitivamente. Ma tutto questo non vuol dire, come ha scritto Ceronetti sulla Stampa di lunedì, che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino».

Non è certo il caso di mettere in dubbio la dura repressione dell’aborto da parte del dittatore – del resto magistralmente raccontato nel bellissimo film del regista rumeno Cristian Mungiu, nel 2007 Palma d’oro a Cannes – ma non è certo questo il suo più grave delitto, né la causa di tutti i mali. Non è detto che i figli nati “non desiderati” siano per forza peggiori di desiderati, e tanto meno che siano condannati al randagismo. La cattiveria umana non ha alcuna remora a presentarsi anche nei figli di buona famiglia, figli sicuramente “desiderati” e viziati: basti pensare ai giovani italiani che hanno dato fuoco all’indiano, poche notti fa. Stupisce che un raffinato intellettuale come Ceronetti si sia rifatto al luogo comune rappresentato dall’utopia del figlio desiderato, che pensi sul serio che i “figli desiderati” sono davvero buoni e felici, e che quelli nati per caso sono delinquenti. Ceronetti nel suo pessimismo, non può ignorare come il male appartenga a tutti gli esseri umani, e che solo una vera educazione al bene e solo una società che sa punire e premiare possono indirizzare i giovani e aiutarli a sfuggirlo. Non può non sapere che i giovanissimi di Trento che hanno fatto ubriacare e poi violentato una loro compagna di scuola sono figli desiderati, ma male amati e male educati.

I recenti casi di cronaca nera fanno capire come il vuoto morale, l’irresponsabilità e la mancanza assoluta di speranza possono accecare tutti: sia gli immigrati rumeni educati in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito un parola umana, sia i nostri ragazzi, viziati e accontentati in tutti loro desideri e che, incapaci di sfuggire al vuoto e alla noia delle loro vite, lasciano via libera agli istinti più crudeli. Sono due tipi di vuoto diverso, certo, ma che portano alla fine agli stessi risultati. Prima di dare ogni colpa all’immigrazione, prima di pensare che ogni problema può essere risolto cacciando rumeni o marocchini, dobbiamo guardare a cosa sono diventati i ragazzi italiani.

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Urmare a jignirilor la adresa Romaniei, din cotidianul „Il Riformista”, Dan Voiculescu ii invita pe jurnalistii italieni sa cunoasca Romania

7 commenti su ““Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”

  1. Plecand de la comentariile extrem de dure aparute in cotidianul italian „Il Riformista”, la adresa Romaniei, vicepresedintele Senatului, Dan Voiculescu, a trimis o scrisoare directorului cotidianului, Antonio Polito:

    In atentia dlui. Antonio Polito,
    Fondatorul si directorul cotidianului „Il Riformista”

    Domnule Antonio Polito,

    Am luat cunostinta cu profunda parere de rau, despre comentariile jignitoare si nedrepte la adresa romanilor si a Romaniei, publicate in cotidianul pe care l-ati fondat, sub semnatura lui Lucetta Scaraffia, profesor de istoria religiilor la Universitatea Roma.

    Personal, nu stiu ce m-a intristat mai tare.
    Faptul ca un cetatean italian considera Romania „cel mai rau loc din Europa, o tara gri, anonima, unde persoanele traiesc fara umanitate de pe o zi pe alta, cersind, prostituandu-se si alcoolizandu-se”.
    Sau faptul ca actiunile condamnabile ale unor indivizi, care sunt cetateni romani, au ajuns sa fie o eticheta pentru o natiune.
    Faptul ca unii jurnalisti italieni contribuie prin replicile agresive la adancirea violentei si a neintelegerii, vorbind despre Romania ca despre un loc in care „nici macar painea nu este preparata cu grija si dragoste, ci este vascoasa si rea”.
    Sau faptul ca cel care incita la ura, spunand ca „religia romanilor este traita oribil si gol, fara suflet si fara bucurie” este chiar un profesor de religie, la una dintre cele mai prestigioase universitati din Italia.

    Toate acestea suprind insa greseli ale unor indivizi, si nu o culpa a popoarelor.

    Nu pot sa accept dezinformarea, instigarea la ura, culpabilizarea unei natiuni pentru erorile unora dintre membrii ei.

    Sunt convins ca randurile aparute in ziarul pe care il conduceti sunt urmarea unei simple erori de interpretare a realitatii. Sunt convins ca afirmatiile nedrepte la adresa Romaniei nu sunt interesate, ci sunt pur si simplu rezultatul unei imagini eronate despre romani si despre Romania.

    Tocmai pentru clarificarea acestor lucruri, va invit pe dumneavostra si jurnalistii cotidianului pe care il conduceti, intr-o vizita de informare in Romania.
    Pentru a va prezenta Romania asa cum este ea, cu toate lucrurile frumoase care ii caracterizeaza pe romani. In spiritul adevaului si al intelegerii corecte a realitatilor.

    Astept raspunsul dumneavoastra.

    Cu sinceritate,

    Dan Voiculescu
    Vicepresedinte al Senatului Romaniei

    10 / Feb / 09
    ———————–
    Declaraţia d-lui Senator Viorel Badea, Vicepreşedintele Comisiei de Politică Externă privind situaţia cetăţenilor români din Italia

    Stimaţi colegi,

    In ultima perioada asistam cu totii, italieni si romani deopotriva, la o tentativa de reformulare funesta a unui context social si comunitar care ne este complet strain. Cu mici diferente, se aduce in atentia opiniei publice un tablou tragic, similar celui din 2007 de la Tor di Quinto, cand linistea unei comunitati a fost iremediabil tulburata de un personaj de etnie tiganeasca, detinator al cetateniei romane. Efectul, multiplicat si puternic asezonat de catre presa italiana a fost, in acele zile, devastatator atat la nivelul comunitatii italiene, cat si a celei romanesti din Peninsula.

    Astazi, la peste un an de la acele triste evenimente, revin in atentia opiniei publice alte drame care ii au ca protagonisti pe cativa indivizi nedemni sa fie cetateni ai tarii mele. Si, astfel, se recreeaza sau, mai bine zis, se confectioneaza un context nociv si periculos care pune fata in fata doua tabere: romanii-agresori-in-Italia si italienii-agresati-la-ei-acasa. Reteta este perfecta, mai ales cand ingredientele folosite sunt, preponderent, mediatice, iar consumatorul este cetateanul italian preocupat, pe buna dreptate, de siguranta sa si a familiei sale.

    In urma vizitelor oficiale avute în Italia am constatat, în primul rând, că o mare parte din presa italiana dezvoltă în mod exagerat şi subiectiv un soi de informatii rasiale care, intens manipulate politic de catre extremistii disperati de procentaje electorale, pot expune în mod fatal comunitatea românilor din Peninsulă.

    In acest context, consideram ca raspunderea integrala pentru solutionarea situatiilor de criza sau pentru escaladarea violentelor apartine exclusiv mediului politic si modului in care informatia este utilizata.

    Vrem sa fie clar pentru toti protagonistii acestui film de groaza: infractionalitatea nu are etnie, trebuie abordata cu intoleranta si nu trebuie subsumata intereselor politice. Scopul nostru, ca politicieni, nu este acela de a ajunge la putere, in orice conditii, iar scopul final al actiunii mass-mediei italiene nu este acela de obtine rating cu pretul demnitatii sau vietii oamenilor.

    Prin urmare, facem un apel către autorităţile italiene responsabile ca, în conformitate cu legea italiană, să îi apere pe cei care pot deveni victime colaterale şi să îi pedepsească pe adevăraţii vinovaţi. Prezumţia de nevinovăţia trebuie să fie un lucru normal, indiferent de situaţie, iar prezumţia de vinovăţie, aplicată unei întregi comunităţi etnice – indiferent care ar fi ea – este un lucru incalificabil şi de netolerat în Europa secolului XXI.

    In acelasi timp, facem un apel catre autoritatile romane responsabile sa coboare tonul discutiilor, sa acorde sprijin logistic autoritatii italiene, sa intensifice dialogul diplomatic, sa sprijine financiar si logistic implicarea mult mai profunda a asociatiilor romanesti reprezentative si a bisericilor in gestionarea acestei situatii de criza.

    In acest context, salut atitudinea înţeleaptă şi lucidă a Sfântului Scaun, care, a exprimat cel mai just punct de vedere faţă de criza pe care o parcurgem, îndemnând la calm, prudenţă şi raţiune. Din această perspectivă, Biserica Catolică dă un exemplu pentru instituţiile politice şi mediatice din Italia pe care l-am dori urmat cât mai degrabă.

    Totodata, fac apel la organizaţiile reprezentative ale românilor din Peninsulă să se implice mai activ în dialogul cu autorităţile italiene pentru a identifica centrele de criza din interiorul comunităţilor în scopul prevenirii sau soluţionării situatiilor de conflict.

    Ca vicepreşedinte al Comisiei de Politică Externă a Senatului României, am demarat deja un dialog cu reprezentanţi ai Parlamentului Italian, pentru a ne mobiliza şi a găsi împreună soluţii care să conducă la o mai bună integrare a românilor în Peninsulă.

    Criza este deocamdată departe de a fi stinsă, iar ceea ce trebuie să ne îngrijoreze, ca europeni, de data aceasta, este şi posibilitatea extinderii ei la nivel european. Din păcate, trebuie să constatăm că, la nivelul instituţiilor europene, vocile lucide care să condamne ceea ce se întâmplă în Italia au fost foarte puţine. Eforturile parlamentarilor noştri de la Bruxelles nu au fost susţinute decât rareori de ceilalţi europarlamentari. Fie aceştia nu au fost informaţi corespunzător, fie politicienii sau diplomaţii români nu s-au adresat la acest nivel.

    Mai mult decât atât, tăcerea instituţiilor europene faţă de ce se întâmplă în Italia arată că riscul ca Europa să intre pe o pantă a radicalismului etnic şi a populismului anti-emigraţionist este enorm, ceea ce ar putea însemna sfârşitul proiectului european. Europa riscă să devină închisă şi intolerantă. Pe fondul crizei financiare din acest an, asemenea atitudini găsesc un sol fertil.

    Din acest motiv, acţiunea diplomaţiei româneşti, oficială sau publică, faţă de criza din Italia, trebuie să fie purtată mai cu seamă prin intermediul instituţiilor europene – dincolo de relaţiile bilaterale cu autorităţile italiene, relaţiile cu biserica sau asociaţiile de români active din peninsulă.

    Bucureştiul trebuie să acţioneze european, nu numai pentru a fi mai eficient în relaţia cu Roma, dar şi pentru a avertiza Europa asupra riscului la care se expune pe termen mediu şi lung prin perpetuarea unor reacţii precum cele pe care le-am văzut în Italia faţă de cetăţenii români.

    23.02.09

    Viorel Badea
    Senator, Vicepreşedintele Comisiei de Politică Externă

    Senatul României,
    Bucureşti

  2. Cari amici, dragi prieteni,
    Sarà mia cura risponderle in tempi brevi, nei modi e nei toni richiesti dalla situazione. Nel frattempo eventuali reazioni o commenti da parte vostra sono benvenuti

    Cu veche prietenie

    Giovanni

    Prof. Giovanni Casadio
    Cattedra di Storia delle Religioni.
    Dipartimento di Scienze dell’Antichità
    Università di Salerno
    I-84084 Fisciano (SA)
    Tel. 0039 089 962099 Fax. 089 962133

  3. Caro Giovanni

    ti rivolgo un invito amichevole e fraterno alla calma e alla considerazione razionale e ponderata di questo difficile, complesso e contorto momento di crisi nelle relazioni italo-romene…

    L’articolo della Prof.ssa Scaraffia può certamente essere considerato eccessivo, generalizzante, unidirezionale ma non esprime offesa contro il popolo romeno, la cultura romena, la spiritualità romena.
    Per contro, il commento di questo sconosciuto giornalista Sergio Bagnoli è vergognoso e disonesto; riassume le considerazioni della Scaraffia in modo totalmente falso e fuorviante, accostandole in modo arbitrario alle dichiarazioni “deliranti” e stupidamente razziste di un esponente leghista (per non parlare poi delle ridicole considerazioni politico-economiche finali!).

    La presentazione anonima (in romeno) che introduce la lettera del vicepresidente del Senato romeno e le argomentazioni dello stesso uomo politico seguono la linea del giornalista Bagnoli, riassumendo in modo ancor più arbitrario le considerazioni della Prof.ssa Scaraffia

    Ho dedicato più della metà della mia vita alla cultura romena, sempre pronto a mettere in rilievo gli aspetti positivi della drammatica storia del popolo romeno. Sono profondamente addolorato delle affermazioni superficiali e ancor più di quelle apertamente razziste e xenofobe che affiorano in una parte della stampa e del mondo politico italiano.

    Pur tuttavia, invito il caro amico Giovanni e gli amici italiani e romeni a prendere visione in modo sistematico dei quotidiani romeni di maggior diffusione (tutti consultabili via Internet): da essi risulta una costante e uniforme immagine negativa dell’Italia, del popolo italiano, della cultura italiana, del modo di vivere italiano. Le notizie e le informazioni sono frequentemente manipolate secondo quelle tecniche della “desinformacia” che credevo tramontate con la caduta del regime nazionalcomunista di Ceausescu.
    Dopo quasi vent’anni dalla riconquista delle libertà democratiche vedo ripresentarsi in Romania i vecchi fantasmi dell’etnonazionalismo e riproporsi, appena mascherato, il vecchio slogan “romeni” =” oameni de omenie”, con l’esclusione di tutti gli altri: zingari, ungheresi, ebrei, stranieri…
    Non sono mai riuscito a leggere un articolo obiettivo, documentato, ampio e articolato, sul lavoro di centinaia di migliaia di romeni in Italia che si sacrificano per mandare denaro alle famiglie “in Tara”, sulle condizioni di vita e sulle protezioni sindacali, mediche e assicurative di cui godono nel nostro Paese.

    Dove è finita la “sorella latina d’Oriente”?
    Dove si è nascosta la capacità di dialogo fuori dagli stereotipi del passato?
    E la società civile?

    In fede

    tuo e vostro

    Roberto Scagno

  4. România şi poporul român

    Nici un alt lucru nu poate defini mai bine spiritul unui popor decât obiceiurile şi tradiţiile sale străvechi.

    România este desăvârşită din acest punct de vedere. Cu o personalitate multiplă, această ţară continuă să surprindă. Carpaţii, Marea Neagră, Delta Dunării, mânăstirile din nordul Moldovei, tradiţiile milenare din Maramureş, Transilvania cu legenda lui Dracula, vestitele vinuri, bucătăria tradiţională, dar cel mai mult, ospitalitatea locală, toate acestea înseamnă România.

    Alt aspect al culturii româneşti care vă va impresiona prin originalitatea sa este arhitectura populară, conservată azi în special la ţară, dar şi în numeroase muzee dedicate etnografiei.

    Arhitectura caselor, ceramica şi sculptura în lemn, icoanele pictate pe sticlă şi măştile populare, instrumentele populare cimpoaiele, fluierele, viorile şi broderiile sunt toate minunăţii româneşti născute din talent şi predate din tată în fiu de-a lungul secolelor. Covoarele ţesute la război sunt foarte apreciate pentru calitatea lor, culori şi motive.

    Veţi fi surprinşi să descoperiţi că România este, de asemenea, un loc al multor legende, mituri şi tradiţii păstrate de o lungă perioadă de timp. Aici sunt sărbătorite cu mare bucurie în timpul festivalelor şi sărbătorilor diferitele momente ale anului, zilele religioase Paşte, Crăciun precum şi momente relevante pentru calendarul agricol recoltatul, secerişul.

    Referitor la muzică, aceasta a reprezentat întotdeauna unul dintre cele mai importante elemente ale vieţii româneşti. Doina, cântecul tradiţional epic precum şi strigăturile de sărbători reprezintă o particularitate a unui repertoriu bogat. Unul din lucrurile de care românii nu vor înceta să fie mândrii este talentul lor de a cânta la nai, un instrument invetat în vremea vechilor daci. Unii utilizează încă frunze sau oase de peşte ca instrumente.

    Veţi fi, de asemenea, fascinaţi de vechile dansuri populare româneşti, cum ar fi “Căluşarii”, un dans ritual de iniţiere, sau “Hora” care combină mişcările elegante şi strigăturile cu ritmul ameţitor al dansului.

    De aceea, în ciuda naturii lor tradiţionale, românii au ştiut întotdeauna să se bucure de viaţă şi să aprecieze bogăţia ţării lor.

  5. Al Direttore responsabile de Il Riformista,

    Roma, 1 marzo, festa di Martisor

    Caro Antonio Polito,

    su invito del FIRI (Forum degli intellettuali romeni d’Italia) e del suo presidente Horia Corneliu Cicortas ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza (un’università che è stata la mia per un quindicennio e alla quale sono ancora molto legato) su Il Riformista di giov. 5 febbr. 2009. Un articolo che, nel tono, nei contenuti, negli argomenti non esiterei a definire in-decente. Dal titolo: “Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”, e dalla seconda parte del testo par di capire che l’autrice abbia avuto l’intenzione di controbattere un articolo apparso sulla Stampa di lunedì, in cui si asserisce che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino». L’autore Guido Ceronetti è – lo sanno tutti – un poeta-profeta che si guadagna da vivere inviando al quotidiano torinese pezzi astutamente provocatori nello stile pessimistico- apocalittico dello scrittore (romeno, en passant) Emile Cioran (1911-1965). Nel 1956 scrisse a Raffaele Pettazzoni manifestandogli il suo interesse per la storia delle religioni (aveva studiato l’ebraico per tradurre passi della Scrittura): il grande storico delle religioni alla cui scuola io mi onoro di appartenere gli rispose sconsigliandolo, saggiamente, dall’intraprendere quella carriera. Dichiarazioni di una tale assurdità non meritano di essere prese sul serio, e tanto meno confutate con argomenti penosamente moralistici e pelosamente caritatevoli. Le esternazioni del “raffinato intellettuale” Ceronetti (“Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica” lo definisce Wikipedia) potranno al massimo interessare un critico letterario o uno psicoanalista.
    I fatti riportati e gli argomenti sviluppati nella prima colonna del pezzo sono a mia parere molto più inquietanti perché L. Scaraffia è una prolifica autrice di saggistica storico-accademica e al tempo stesso collaboratrice di numerosi (troppi!) autorevoli quotidiani: Il Riformista, Avvenire, Il Foglio, Corriere della Sera e L’ Osservatore Romano (nonché membro del Comitato Nazionale di Bioetica). Richiamiamo anzitutto i fatti, o almeno quello che la nostra indaffarata studiosa postcomunista e postfemminista (nonché cattolica “rinata”) presenta come tali. La Romania è un paese disumanizzato, gelido, umanamente povero, e non solo povero, disperato. Lo spirito vitale, la voglia di fare e di abbellire il mondo sono assenti, la gente è costretta a emigrare e si riempie di ostilità nei confronti degli abitanti dei ricchi paesi ospitanti. Sono affermazioni pesantemente diffamatorie, e sconcertanti in bocca a un’esponente della sinistra cattolica. In quanto storica l’autrice dovrebbe sapere che nel 1826 Gabriele Pepe sfidò a duello il poeta francese Alfonse Lamartine per aver definito l’Italia “poussière du passé, qu’un vent stérile agite! Terre, où les fils n’ont plus le sang de leurs aïeux!” (popolarmente « Italia, terra dei morti ») ? Nella Romania d’oggi si può immaginare che qualcuno sfidi a duello una professoressa papalina ? Certamente no, ma può succedere di peggio. Sulla base di una stupida deformazione giornalistica (che un direttore “responsabile” avrebbe forse potuto e dovuto prevedere) operata da un quotidiano online italiano (La Voce) il Vicepresidente del Senato di Romania Dan Voiculescu ha chiesto conto (10 febbr. 2009) al direttore di codesta testata delle oltraggiose affermazioni contenute nell’articolo in oggetto. La versione giunta alle orecchie romene dove si parla della Romania come di un paese “dove le persone vivono senza umanità alla giornata, mendicando, prostituendosi e ubriacandosi” e “pure la religione è vissuta come qualcosa di orribile e di vacuo, senz’anima, senza gioia” è grottescamente deformata, ma non tradisce nella sostanza il ragguardevole pensiero dell’autrice. Scaraffia non conosce né la geografia, né la storia, né la lingua, né la letteratura, né la cultura romena: una civiltà che nel Novecento ha prodotto il più grande storico delle religioni del secolo, Mircea Eliade (1907-1986), uno dei più grandi drammaturghi d’Europa, Eugen Ionescu (1909-1994), uno dei più grandi scultori del mondo, Constantin Brancusi (1876-1957), e pensatori e poeti del rango di Constantin Noica (1909-1987) ed Emile Cioran. Donde ella trae le adamantine certezze su cui è basata la sua caritatevole immagine del paese dei Carpazi? Ma, naturalmente, da una gita turistica al mese di maggio dell’anno scorso. Non c’erano rose o altri fiori attorno alle casette. Nelle strade non aleggiava il profumo del pane appena sfornato. E – udite, udite – “il pane è ancora cotto in forni centralizzati per essere distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguale per tutti e dovunque”. Dal corpo poi si passa allo spirito: i rapporti fra le religioni presenti nel paese sono stati a tal punto avvelenati (dal Male, rappresentato nella faccia contadina di Ceausescu) che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita. Orbene, tali affermazioni sono o completamente false, o faziose e maliziose. In Romania esiste naturalmente, come in altri paesi del mondo, un pane spugnoso ma non troppo (assomiglia al nostrano pan carré che a mia figlia ad es. piace moltissimo) che la nostra schizzinosa viaggiatrice ha assaggiato, ma esistono altre infinite varietà di pane (per giunta in varie case della Transilvania in cui lo scrivente ha avuto il piacere di alloggiare persiste la vecchia e sana abitudine di cucinare il pane nel forno casalingo). Inutile aggiungere che basta guardarsi intorno per vedere ogni tipo di fiori sbocciare nei giardini di casa (in un nuovo quartiere di Sighisoara, centro in parte ancora medioevale della Transilvania, tutte le strade hanno preso il nome di un fiore: esiste la Via delle Rose, insieme a quella delle Viole o dei Gigli). Oltracciò, mentre viaggiava con occhi e naso otturati la nostra specialista di agiografia ha avuto modo di lanciare giudizi in materia di storia religiosa. La disinvolta sicurezza esibita a questo riguardo ha a tal punto impressionato il senatore Voiculescu che questi l’ha nominata sul campo “profesor de istoria religiilor”. Un equivoco (peraltro veniale in un uomo politico) che invece chi scrive vive come un’onta per la disciplina da lui professata, disciplina, tra l’altro, che la Romania ha contribuito più di ogni altre paese al mondo a magnificare. E non è solo grazie ad Eliade e ad alcuni suoi discepoli. In tempi recenti (in particolare con un congresso internazionale nel 2006) un manipolo di giovani studiosi nati e cresciuti in questo “paese grigio e disperato di prostitute e ubriaconi” ha dispensato una somma incredibile di energie nel promuovere iniziative culturali di altissimo rilievo, mentre la classe di governo e gli organi di informazione del paese hanno dimostrato tangibilmente un sostegno e una partecipazione a tali iniziative che non troverebbero un corrispettivo in un paese come l’Italia in cui la conoscenza e l’insegnamento della storia delle religioni sta decadendo in maniera spaventosa (per non parlare della competenza nel campo delle lingue: molti studenti romeni padroneggiano l’inglese e il francese, talora anche l’italiano o il tedesco meglio – non dico degli studenti italiani che spesso non padroneggiano neanche la lingua madre – ma, dico, di molti docenti della mia università pagati cinque volte più dei docenti romeni. Per tornare alla nostra Scaraffia: le sue saccenti affermazioni sulle “religioni” del paese romeno presentate come languenti e rancorose dimostrano una tale povertà intellettuale (concetti tagliati con l’accetta connessi, si fa per dire, da giudizi francamente inaccettabili per qualsiasi studioso delle religioni) da far nascere preoccupazioni sulla sorte dei suoi studenti. In Romania, sia chiaro, esiste una sola religione: quella cristiana (insignificanti le presenze ebraiche e islamiche). Coesistono tre confessioni, l’ortodossa (che ha una schiacciante maggioranza: 86,7 %), la cattolica di rito latino (4, 7 %) e di rito greco (0,9 %) e la protestante (calvinista 3,7 %). La partecipazione al culto dei fedeli è intensissima, paragonabile a quella dell’Italia del sud nelle forme di devozione ma con apparente maggior raccoglimento interiore e un’adesione più militante. Esistono naturalmente tensioni fra le chiese per motivi prevalentemente etnici ed economici (lascito dell’eredità comunista), ma non è compito dello storico lanciare giudizi di carattere assiologico con toni pesantemente denigratori. Ma qui evidentemente parla la giornalista molto cattolica e poco cristiana che vede il fuscello nell’occhio del fratello e ignara la trave, la pesante trave dell’acrimonioso interminabile bisticcio tra le varie componenti del teatrino confessionale italiano (nel nostro paese, come del resto in Francia e Spagna, è confessionale anche l’atteggiamento fazioso di certo laicismo fanatico).
    Se questi sono gli pseudo-fatti presentati dalla storica Scaraffia, che dire dell’incredibile giudizio sparato in esordio dalla nostra intellettuale cattolica? “No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti … Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania”. Con tutto il rispetto per le buone intenzioni dell’antropologo-criminologo Cesare Lombroso (1835-1909), le sue teorie su ”L’uomo delinquente” – che hanno a suo tempo fomentato politiche di eugenetica e derive xenofobe – sono oggi considerate del tutto infondate. Tocca ora a un’ intellettuale cattolica, esponente intransigente (alcuni la definiscono fondamentalista, ma lo storico delle religioni che conosce il peso delle parole deve evitare accuratamente questo termine) del Comitato di Bioetica, rispolverarle a spese del popolo romeno. Al catalogo lombrosiano della “ruga del cretino” e della “fossetta del brigante” si aggiunge ora “l’occhio gelido e vuoto del Romeno”. Notare bene: non “dell’immigrato romeno”, dell’indigeno di Romania, “che – bontà sua ! – non è un brutto paese”, che manda in Europa occidentale – anche! – cittadini “pacifici e lavoratori”. Scaraffia può rispondere quello che vuole – o probabilmente non rispondere affatto con la tipica iattanza dell’intellettuale alla moda – ma non c’è scusa che tenga. In quelle righe di una disumanata freddezza si legge ben più che un disprezzo etnocentrico (che può fare adontare il lettore romeno), si legge un’esecrabile affermazione della concomitanza tra caratteri somatici/ambiente sociale e comportamento umano secondo una dinamica determinista causa-effetto, che fa rabbrividire ogni essere umano che abbia appreso la lezione della vita e della storia.
    Ma non la “luce di posizione” di Lucetta Scaraffia non è poi tanto sola. L’illuminazione è generale, e le statistiche sono vistosamente esibite (5, 3 % degli omicidi sono romeni: Corsera del 23 febbr.) per addivenire a una stringente conclusione: i Romeni (sic: rumeni è un francesismo desueto sgradito agli interessati; la maiuscola è una rettifica grammaticale) sono violenti. In particolare sono inclini allo stupro (6, 2 % degli stupratori sono romeni: Corsera del 23 febbr.), un tipo di violenza odiosa anche agli occhi dei criminali più incalliti. Che dire del napoletano dodicenne stuprato e seviziato da un impiegato napoletano il 24 febbraio? Che dire della fanciulla romena di 8 anni stuprata da un altro campano il 28 febbraio? Eppure nel desolato hinterland napoletano e nella conurbazione della cintura vesuviana (un paesaggio urbano che stupra l’occhio, e fino a un anno fa anche il naso, e non ha confronti in termine di squallore in nessuna realtà urbana della miserabile Romania) l’aria è satura fin dal mattino dell’odore del pane, del panuozzo, di fragranti cornetti e del migliore caffè del mondo. Che dire, infine delle crociere del sesso pedofilo in Tailandia in cui tra i tanti cittadini dell’Europa opulenta gli Italiani non sono secondi a nessuno? Sarebbe certo meglio che i giornalisti riferissero i fatti senza titoli discriminatori, e gli intellettuali tuttologi imparassero l’arte di soffrire tacendo piuttosto che improvvisarsi sociologi da strapazzo. Per chiudere, vorrei esibire una statistica anch’io. “Marocco, Romania e Albania sono i paesi che ogni anno pagano il maggior tributo in termini di infortuni totalizzando il 40 % delle denunce e il 47 % dei casi mortali. Merita attenzione il caso della Romania che con quasi 18 mila casi si pone al secondo posto della graduatoria delle denunce e al primo di quelle mortali con 41 casi nell’ultimo anno, vale a dire che quasi un decesso su quattro tra gli stranieri riguarda un lavoratore romeno; va aggiunto che tra i romeni uno su tre deceduti è muratore” (Corsera del 24 febbr., sulla base di dati INAIL). Un altro primato della Romania dunque: non sarà la nutrizione col pane spugnoso e l’educazione “in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito una parola umana” (un’altra espressione che fa rabbrividire e fa “venir voglia di tirar conclusioni pericolose” sui frutti dell’ educazione sessantottina della nostra femminista eretica convertita) che spinge gli operai romeni a cadere dalle impalcature?

    In fede, Giovanni Casadio

    Prof. Ordinario di Storia delle religioni, Università di Salerno

  6. Dragi prieteni de Romania, questa lettera è stata inviata al Direttore de Il riformista il 2 marzo a. c. in risposta all’articolo di Lucetta Scaraffia apparso il 5 febbraio a. c. Nessuna risposta. Ora appare su “Revista 22” grazie agli amici del “Dialog social”
    http://www.revista22.ro/un-articol-indecent-5771.html . Aggiungo solo questo: le opinioni dell’articolista (che è purtroppo anche una collega esperta di cose religiose) non rappresentano le opinioni della maggioranza degli Italiani, degli Italiani che pensano

    Cu veche prietenie

    Giovanni Casadio

    http://www.revista22.ro/un-articol-indecent-5771.html

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