“I ragazzi di via Bravetta” per parlare apertamente del degrado sociale


(€UROITALIA – ROMA, 31.01.2011). Gli studenti del Liceo Seneca di Roma hanno incontrato lo scrittore Fulvio Melillo,  avvocato penalista, autore del libro “I ragazzi di via Bravetta” per parlare di giovani, degrado sociale, bulli nell’Urbe eterna.

Siamo lieti di pubblicare l’articolo-intervista a Fulvio Melillo, che la nostra collaboratrice e studentessa al “Seneca”, Bianca L. Chirnoaga, alias Elide Chi., ha realizzato in occasione dell’incontro con l’autore de “I ragazzi di via Bravetta. Omicidio di Forte Apache.” il 21 gennaio scorso.

E’ una novità assoluta nell’ambito scolastico, quella di avere un incontro reale con gli scrittori dei libri proposti in classe per la lettura da parte degli studenti. Uno dei primi libri letti per la scuola quest’anno è “I ragazzi di via Bravetta”, un avvincente specchio della realtà che tratta di un episodio reale, di cronaca nera, accaduto a Roma.
Fulvio Melillo, avvocato penalista e scrittore, ha reso l’onore di offrire un  po’ del suo tempo per confrontarsi con i giovani della nostra scuola, capire ciò che pensano e rispondere adeguatamente alle nostre domande. L’evento  è stato organizzato dall’ Istituto romano d’istruzione superiore liceo “Lucio Anneo Seneca”, e si è svolto il 21 gennaio 2011.

“Incontro memorabile poiché interessante ed educativo”- dice Eleonora, alunna partecipante all’incontro L’argomento principale, il degrado sociale in cui viviamo, rappresentato dall’episodio immortalato  nel libro, a Roma, più precisamente nell’obbrobrio architettonico di “Forte Apache”.
Dopo il momento clou dell’incontro, lo scrittore Fulvio Melillo ha accettato di rilasciare un’intervista a uno dei partecipanti. Tra le domande poste vi è la curiosità di sapere la motivazione della stesura del libro, e quindi anche dell’episodio a Forte Apache trattato. “Forte Apache lo conoscevo da tempo perché avevo difeso molte persone per furti, ricettazioni ecc. valeva la pena di essere raccontato (senza voler scomodare Saviano, una piccola Gomorra ) e il fatto che in questo luogo sia accaduto un fatto così grave, un omicidio, è stato un ulteriore stimolo.”, replica lo scrittore.
Quali sono i motivi per i quali Lei ha scelto di diventare un avvocato penalista? “Non c’è un motivo per cui ho fatto la scelta di diventare avvocato – risponde F. Melillo – la verità è che ho scelto legge quasi per caso. Il diritto penale è stata una delle poche materie che mi è veramente piaciuta mentre studiavo!”
Durante l’intervista lo scrittore-avvocato ha spiegato agli studenti la sua scelta per quanto riguarda il linguaggio utilizzato nel libro. Un linguaggio particolare per i libri, perché molto colloquiale e dialettale, perché “in questo modo ho voluto riprodurre la realtà. Ho cercato di far parlare i delinquenti con la loro voce”, ha continuato Melillo.
Come ben sappiamo, nella vita non è facile separare completamente l’ambito lavorativo da quello strettamente personale. Nonostante sia stato chiamato da alcuni “avvocato di famiglia” F. Melillo non si definisce così, anche se molte volte difende in tribunale più membri della stessa famiglia. E dice che come rapporti si arriva ad una maggior confidenza, ma niente di più.
Melillo è una persona di successo nella propria professione, ma anche un padre modello. A proposito del tempo dedicato alla famiglia e delle ripercussioni che il lavoro potrebbe avere sulla vita privata, “il lavoro quando arrivo a casa lo lascio fuori dalla porta; ho tre figli che sono immensamente più importanti del lavoro. L’unica influenza che può avere il lavoro è sulla qualità della vita: mia moglie ed io lavoriamo entrambi e dobbiamo sempre correre”, risponde con orgoglio l’autore de “I ragazzi di via Bravetta”.
Domanda: Che cosa pensa dell’attuale società italiana, soprattutto di quella che stanno affrontando i giovani? Come si potrebbe renderla più positiva ?

Secondo F. Melillo “il discorso sarebbe lungo e pessimistico, ciò che è certo è che ciascuno di noi può far nel suo piccolo qualcosa affinché tutto migliori; mi riporto alla frase del “Che” scritta nelle prime pagine del libro “I ragazzi di via Bravetta”, ovvero che ciascuno di noi dovrebbe sentire come propria ogni giustizia commessa contro chiunque in ogni parte del mondo.”

Dopo aver risposto alle domande degli studenti, lo scrittore invita tutti a leggere, se interessati, il suo nuovo libro “Johnny Mulo genesi di un assassino” in cui parla di crimini commessi da malati di mente, “ma si ride anche molto”, conclude l’autore.

Con un sorriso concluderei il mio articolo auspicando la speranza che la mia generazione riprenda a sfogliare i libri, in quanto solo la buona lettura ci può consentire di formarci opinioni proprie in merito al degrado sociale e altri disastri che la società moderna ha prodotto. Spetta a noi giovani cambiare la realtà, in meglio.

(Elide Chi.)

 

Fulvio Melillo è nato nel 1970 a Roma, dove vive tuttora con sua moglie e i suoi tre figli. È Avvocato penalista dal 1998 (ma abilitato al patrocinio innanzi alle preture già dal ‘96). Questo è il suo primo libro.

 

I ragazzi di via Bravetta. Omicidio di Forte Apache

di Fulvio Angiolillo

collana: Strade

pp 66

isbn 978-88-567-1241-4

euro 10.50

“La ricostruzione dell’omicidio di un ragazzo albanese, avvenuto in un complesso di case denominato “residence Roma” di via Bravetta alla periferia della Capitale, apre la visuale su un contesto di delinquenza e degrado, in cui furti, spaccio di droga e lotte tra le varie famiglie e i diversi gruppi etnici coesistenti sono all’ordine del giorno. Un motivo futile il complimento alla ragazza sbagliata e, in un crescendo di violenza e aggressività, ci scappa il morto. L’autore, avvocato penalista, ci riporta in modo preciso e professionale i fatti, tratteggiando nel frattempo la squallida e difficile realtà di disagio e mancata integrazione di tante periferie italiane, simboleggiate da Forte Apache, il famigerato residence di via Bravetta.”(Fulvio Melillo)

Convegno/Regole e mercato: la sfida delle nuove professioni per far crescere l’economia della conoscenza



Uniprof CNA Assoprofessioni

Roma, 1° febbraio 2011 ore 10.00

Camera dei Deputati – Sala del Refettorio – Via del Seminario, 76 – Roma


Il Convegno affronta il tema del futuro delle nuove professioni ed è organizzato da Uniprof-CNA- Assoprofessioni; parteciperanno numerosi esponenti del mondo della politica e dell’economia.

Vista la sede in cui si terrà il Convegno è necessario inviare il prima possibile le Vs adesioni a Naturaliter che a sua volta segnalerà ai funzionari della Camera i nominativi dei partecipanti. Ricordiamo inoltre l’obbligarietà della giacca per poter accedere alla sala.

Un caro saluto a tutti

La Presidenza

Naturaliter – 00174 ROMA – Via Lucio S estio, 16/B

328.3612680 (+ 39) 06.769.10.973

Sito: http://www.naturaliter.org

La crescita del debito pubblico


(€UROITALIA – ROMA, 26.01.2011). Non è facile gestire un debito pubblico che a fine di quest’anno e, siamo nel 2011, sfiora i 1.900 miliardi di Euro; il dato peraltro supera anche quelli dello scorso aprile, dove il debito pubblico si era attestato a 1.812,790 miliardi di euro, ad un livello mai raggiunto prima in Italia [1]. Nella gestione del debito, il pericolo vero si corre allorquando il debito arrivi a scadenza e sia, purtroppo, necessario rifinanziarlo.

Per debito pubblico, ricordiamolo per chi non è addetto ai lavori,  si intende il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti, individui privati, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (quali, in Italia, BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale, ovvero, coprire l’eventuale deficit pubblico. Ma di cosa si tratta ? Nella sostanza di denari che lo Stato chiede per poter coprire  gli investimenti che  sono stati effettuati e che per loro natura porteranno realizzi solo in un tempo futuro[2], ovvero,  di quattrini che devono essere impiegati a copertura della spesa corrente per l’amministrazione nonché  per i trasferimenti a enti o persone per le finalità assegnate allo Stato e non coperta dalle entrate (ovvero il cosi detto deficit).

Come anticipato, molti sono i problemi che  conseguono  alla scelta di una politica di copertura di un alto debito pubblico e che impattano sul debito stesso, a  volte moltiplicandolo a dismisura attraverso il meccanismo degli interessi. Ma prima di addentrarsi nella materia è necessario fare un po’ di chiarezza. Il debito pubblico, abbiamo detto è uno stock, costituito dalla somma di tutti i disavanzi (Deficit) pubblici realizzati nei Bilanci Statali nei vari anni. Tuttavia, tale bisogno di denaro che può essere  stato generato  dalla necessita di coprire un investimento fatto o per coprire un eccesso di spesa corrente sulle entrate. Nel caso di un deficit che si sia realizzato per un investimento finanziario si parla più correttamente di fabbisogno finanziario. Nel caso di una spesa per investimento è naturale che i realizzi (i ricavi dell’investimento) si conseguano in un secondo tempo e che sorge la necessità di trovare capitale per finanziarli. Le scienze aziendalistiche ci suggeriscono di coprire tali spese attraverso fonti interne o esterne all’azienda. Nel primo caso attraverso il flusso generato dalla gestione, ovvero come conseguenza delle operazioni di realizzo, quindi attraverso il positivo conseguimento dei ricavi che ci permette di affrontare i costi (endofinanziamento). Nel secondo caso ricorreremo al prestito: l’impresa potrà cercare finanziamenti da terzi (banche, istituti di credito) o attraverso il vincolo della proprietà. Naturalmente, è utile affermare che, per il bene dell’azienda, in questa fase delicata di fabbisogno finanziario, la condizione ottimale è quella di cercare il meno possibile di attivare finanziamenti derivanti da terzi per non creare maggiori debiti. Nella sostanza, adattando in modo meccanico la macchina statale ad una azienda (consapevole certamente dei limiti e delle critiche che cosi facendo ci tireremo dietro), potremmo affermare che si possa ben ricorrere all’indebitamento magari a lungo termine, se si voglia finanziare un investimento. In effetti alla macchina statale la fonte primaria di ricavi è costituita dalle tasse a carico dei cittadini e, pertanto, se esse eccedono la spesa ben si farebbe a restituirle ai cittadini, innestando, per tale via, un sentiero di virtuosa di crescita indotta da consumo.

Cosa diversa è, invece, il caso in cui si debba finanziare un deficit. Il deficit o disavanzo pubblico è l’ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate, ovverosia quella situazione economica in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. Il disavanzo è dunque un risparmio pubblico negativo[3].

Da cosa è composta la spesa pubblica ?  bene basterebbe dare un’occhiata al bilancio dello stato per constatare che si compone essenzialmente di acquisti pubblici (stipendi, beni e servizi) ma anche gli interessi sul debito pubblico, di trasferimenti alle amministrazioni locali, ed  alle imprese e ai singoli (sottoforma di pensioni e altri tipi di sussidi, come quelli di disoccupazione). A fronte di tali uscite lo Stato incassa imposte di sua competenza, quali in primo luogo le imposte direte come quelle sul reddito dei singoli (IRPEF) e sul reddito delle società (IRES), e indirette, come l’IVA.  Il saldo negativo tra entrate ed uscite rappresenta appunto il deficit o disavanzo.

Venendo al nostro bel Paese, e verificando la serie storica dei dati relativi al debito pubblico, ciò che colpisce non è solo l’ammontare ma, in particolare, il ritmo di incremento, ovvero, la variazione del debito da un anno rispetto. Se solo dopo l’ingresso in Maastricht il debito si incrementa da un’anno all’altro di percentuali modeste ed in genere in linea con i parametri previsti nell’accordo, la tendenza dagli anni 70 e fino al 94-95 (quindi per circa 25 anni), con poche eccezioni che diremo, è stata intorno al 20%, che vuol dire un raddoppio del debito pubblico ogni cinque anni. In particolare, il picco sembra essere quello dei governi a guida democristiana di Rumour, Andreotti, Colombo  e Moro, che negli anni ‘70 hanno determinato una crescita del debito intorno al 25% ogni anno. La fase di crescita è continuata negli anni ‘80 con i governi Forlani, Craxi, Fanfani e Spadolini con un ritmo di incremento medio anche qui intorno al 20%. In riduzione, ma con incrementi di crescita sicuramente più contenuti rispetto al passato sembra essere quella dei Governi Amato e Ciampi dei primi anni ‘90 con incrementi intorno al 13% e  Dini con un’incremento di solo il 5%[4]. Sul lato della spesa gli anni citati mostrano un forte incremento della spesa sociale. Ricordiamo, tuttavia, che in Italia proprio agli inizi degli anni 70 si è dato luogo all’istituzione della previdenza sociale a carattere obbligatorio e addirittura sono nel 1978 fu istituito il Sistema Sanitario Nazionale.  Ancora negli anni settanta fu dato corso alla concreta istituzione del sistema Regionale, cosi come previsto dalla Carta Costituzionale.

Il fenomeno dell’incremento della Spesa pubblica non è, tuttavia, solo Italiano. In tutti i paesi la spesa pubblica è negli ultimi anni notevolmente aumentata in misura maggiore rispetto alle entrate pubbliche generando così dei deficit di bilancio con il conseguente accumulo di debito pubblico.

Questo fenomeno era già stato analizzato dallo studioso tedesco Adolph Wagner[5] che formulò la legge dell’aumento tendenziale della spesa pubblica che spiega abbastanza bene i motivi di fondo che determinano la crescita vigorosa della spesa pubblica. Con il passare del tempo, osserva l’economista, la spesa pubblica tende a crescere per cause c.d. apparenti, legati ad esempio all’inflazione ed all’aumento della popolazione, nonché  per cause c.d reali quali, ad esempio, l’affermazione dei regimi parlamentari che spinge le camere ad assumere sempre maggiori impegni di spesa o, anche, l’aumento del ruolo della burocrazia che cerca di ampliare il proprio potere facendo leva sulle competenze, fino a condizionare la volontà dei politici a cui spettano le decisioni finali.  Altre sono por le cause che spingono all’incremento della spesa: le politiche di urbanizzazione e l’affermazione della “famiglia nucleare” che rende necessario l’intervento pubblico per creare strutture assistenziali, che in presenza di una famiglia patriarcale (e quindi allargata) espletava direttamente  funzioni di assistenza e tutela senza costi per lo Stato.;  anche l’attuazione di politiche redistributive determinano un aumento della spesa pubblica per gli interventi a favore dei cittadini meno abbienti, cosi come l’aumento del reddito, che accresce i consumi privati con la conseguente necessità di nuovi investimenti pubblici. Infine l’intervento pubblico nell’economia aumentato ai fini di politica economica, per garantire la stabilità economica e la piena occupazione.

Ritornando al caso italiano, tuttavia, all’incremento della spesa non è seguito un parallelo e coordinato incremento delle entrate. Mentre la maggior parte dei paesi avanzati introdussero una tassa commisurata alla somma di tutte le entrate del contribuente all’inizio del ’900, si dovette aspettare il 1974 affinché anche nel nostro ordinamento venisse introdotta un’imposta generale sul reddito delle persone fisiche. Fin dall’inizio, tuttavia, apparve chiaramente chi fosse il nemico numero uno dello Stato italiano: se da un lato nel 1980 il 24% dei redditi imponibili da lavoro dipendente veniva evaso o eluso, questa cifra passava a circa il 60% per i redditi di impresa e da capitale[6].

Le ragioni dell’evasione fiscale sono,  penso, note a tutti. In seguito al mutamento della struttura delle imposte non fu infatti previsto nessun adeguamento dell’amministrazione tributaria. Ciò non poteva che condurre ad ingenti difficoltà di riscossione del tributo a cui si aggiungeva la riforma delle imposte indirette con l’introduzione dell’IVA. Conseguenza: le finanze italiane si ritrovarono quindi a dover sopportare una spesa di gran lunga superiore alle entrate. Chiarita, a nostro personalissimo modo di vedere, la responsabilità del debito pubblico anche dalle eventuali tentazioni di revisionismo che da ultimo la stampa tende ad asseverare[7], veniamo alla parte più complessa del nostro arzigogolato discorso sul debito italiano.

Quali pericoli si corre ad avere un alto debito pubblico per lo più incancrenito da anni ed anni d’inerzia come nel caso Italiano? Bene un alto debito pubblico ha due effetti immediati. Il primo l’ entità del debito paralizza lo Stato. Nel medio-lungo periodo , addirittura un elevato debito pubblico produce una riduzione del tasso di crescita economica e quindi una perdita potenziale di posti di lavoro, un aumento dei lavori a tempo determinato di tipo precario ed un impoverimento relativo dei redditi procapite[8]. Come si innesta questo infernale meccanismo? Si ipotizzi che, ad esempio, l’economia versi in una fase di recessione caratterizzata da una domanda globale bassa, da risorse economiche non pienamente utilizzate e quindi da disoccupazione. Se lo stato interviene con una manovra di spesa pubblica, fa sì che il reddito nazionale salga nella stessa misura dell’intervento e che una parte della forza lavoro disoccupata venga assorbita dai lavori di realizzazione dell’opera pubblica. I nuovi lavoratori a loro volta faranno crescere la domanda sul mercato di beni e servizi che prima non potevano permettersi, in quanto salirà la loro propensione al consumo: ciò spingerà quindi le imprese ad accrescere la produzione e quindi l’offerta, che farà salire ulteriormente il reddito nazionale. Si crea così un meccanismo che in poco tempo produce un aumento della domanda aggregata moltiplicato rispetto al valore iniziale della spesa[9]. Viceversa, se la spesa pubblica non può partire perché c’è un alto disavanzo da coprire, si attua un elemento ulteriore di perniciosità: la copertura del deficit sottrae risorse dal mercato spiazzando le risorse finanziarie. Risultato, meno investimenti a seguire meno consumi e riduzione del reddito.

L’entità del debito costituisce di per se un motivo di pericolo che aumenta in modo più che proporzionale all’aumentare del debito e ci mette a rischio sui mercati internazionali. Il problema si pone, in particolare, nella  fase di copertura del debito in scadenza, allorquando si pone la necessità di rinnovare in tutto o in parte il debito in scadenza. Rinnovare un debito espone il Paese ai giudizio di affidabilità, che oggi è affidato a soggetti appositi che professionalmente svolgono tale attività, le agenzie di rating. In caso di sfiducia dei mercati, il rischio è più un alto costo del finanziamento e, di conseguenza, un  aggravio nella spesa per interessi.

Sono sotto gli occhi di tutti noi le recenti  terribili vicende vissute dalla Grecia, dall’Irlanda e dal Portogallo.

Su questo aspetto occorre però considerare alcuni caratteristiche del nostro, pur alto debito pubblico che hanno aiutato in tutti questi anni l’Italia.

I motivi sono diversi e tenterò di sintetizzarli, pregandovi di scusarmi già da ora della estrema semplificazione e sintesi che farò.

In primo luogo, com’è noto, la solvibilità di uno stato verso il debito estero dipende non solo dalla capacità del governo di pagare gli interessi e di rimborsare i debiti in scadenza, mediante il suo bilancio pubblico, ma origina anche dal fatto se esso è in grado di ottenere abbastanza capitale fresco dall’estero, per ripianare il deficit della bilancia dei pagamenti correnti.  Per l’Italia questo non è un problema, mentre lo è per la Spagna e per il Portogallo, a causa del loro deficit di bilancia dei pagamenti[10].

Un deficit strutturale di bilancia corrente dei pagamenti indica che si tratta di una economia che è vissuta strutturalmente  al di sopra dei propri mezzi. Ciò è possibile per un po’ di tempo, ma non in permanenza. Di qui l’elevato rischio di una crisi debitoria di questi stati, innescata dai soggetti  detentori di loro debito pubblico. Essi, temendone l’insolvenza decidono di liberarsene, peggiorando la situazione. Per altro verso il debito pubblico italiano è in parte posseduto dalle famiglie italiane (si calcola che risulti nei loro portafogli circa la metà del debito italiano) ed un aumento del costo dell’indebitamento per lo Stato si traduce, almeno in parte, in una maggiore ricchezza posseduta dalle famiglie.  Da qui la considerazione espressa di recente dal nostro Ministro dell’Economia, che per avere una misura corretta dell’indebitamento di un Paese occorrerebbe in realtà sommare l’indebitamento dello Stato e quello delle famiglie.

C’è poi una caratteristica importate con riferimento al debito pubblico italiano. Com’è forse noto il debito pubblico italiano è  collocato e negoziato  su una apposita piattaforma denominata MTS, creata nel 1978. Tramite MTS si è sviluppato un mercato trasparente dei titoli del debito pubblico italiano, con rapporti fiduciari con la clientela dei grandi operatori che vengono fidelizzati mediante l’accesso privilegiato a questo mercato[11].

Un ulteriore,  e  a nostro avviso importante,  motivo di relativa tranquillità attiene alla caratteristiche c.d. intrinseche del debito pubblico italiano. Al momento attuale, le emissioni di debito pubblico annue di un governo consistono di due componenti: il nuovo debito ed il rinnovo del debito in scadenza. Per l’Italia, la durata media del  debito pubblico è di circa 7,5 anni. E’ più alta della media del debito tedesco e di molti altri stati. E ciò dà un notevole margine di sicurezza, perché ogni anno la quota di debito in scadenza è solo il 15,3% del Pil. La Tesoreria del nostro Stato inoltre sembra avere un ammontare liquido di riserve di 30 miliardi, per proteggersi da temporanee difficoltà nel collocamento dei titoli. Nel 2010 l’operatore pubblico italiano ha rinnovato un po’ più del 15% del suo debito ed emesso un altro 5% scarso: in totale un ammontare pari al 20% del Pil.

Comunque stiano effettivamente le cose,  la gestione di un alto debito pubblico accumulato rende il Paese prigioniero del debito stesso ed espone il Paese allo shopping di coloro che denaro fresco lo hanno!

(Enea Franza)


[1] I dati sono forniti da Bankitalia, che evidenziava anche che sono in calo anche le entrate nei primi quattro mesi del 2010; ad aprile sono pari a 104,7 miliardi di euro, risultando così in calo di ben 2 miliardi di valore assoluto e pari all’1,8%. Per il debito pubblico italiano, con quello registrato ad aprile abbiamo quindi  il quarto aumento consecutivo; a marzo il debito pubblico era fissato in valore assoluto a 1.797,7 miliardi di marzo, così ad aprile è cresciuto di 0,8%. Rispetto ad un anno fa invece, il debito è cresciuto quasi di 3 punti percentuali (2,9%).

[2] Si può quindi affermare che il fabbisogno finanziario rappresenta quell’intervallo temporale che vi è tra il momento in cui l’azienda ha sostenuto i costi e quello in cui ottiene i conseguenti realizzi

[3] Altro concetto è quello dell’avanzo primario, che considera la differenza tra entrate ed uscite al netto della spesa per interessi sul debito pubblico.

[4] Vedi Libro Giallo: La Peste Italiana. Le cose cambiano un po’ se si utilizzano i dati del debito sul PIL. In tal caso, l’incremento del debito è tuttavia ponderato con la variazione del Pil. Partendo dal 1983 (in quell’ anno vi furono due governi: il primo «elettorale» di Amintore Fanfani, il secondo di Bettino Craxi), il debito raggiunse il 69,93%. Nel 1984 (governo Craxi): 74,40%. Nel 1985 (governo Craxi): 80,50%. Nel 1986 (governo Craxi): 84,50%. Nel 1987 (governi Craxi, Fanfani e Goria): 88,60%. Nel 1988 (governi Goria e De Mita): 90,50%. Nel 1989 (governi De Mita e Andreotti): 93,10%. Nel 1990 (governo Andreotti): 94,70%. Nel 1991 (governo Andreotti): 98%. Nel 1992 (governi Andreotti e Amato): 105,20%. Nel 1993 (Amato e Ciampi): 115,60%. Nel 1994 (governi Ciampi e Berlusconi): 121,50%. Da allora il debito ha cominciato a scendere: 121,20% nel 1995 (governo Dini); 120,60% nel 1996 (governi Dini e Prodi); 118,10% nel 1997 (governo Prodi); 114,90% nel 1998 (governi Prodi e D’ Alema); 113,70% nel 1999 (governo D’ Alema); 109,20% nel 2000 (governi D’ Alema e Amato); 108,70% nel 2001 (governi Amato e Berlusconi); 105,55% nel 2002 (governo Berlusconi); 104,26% nel 2003 (governo Berlusconi); 103,90% nel 2004 (governo Berlusconi). Da allora ha ripreso a salire: 106,60% nel 2005 e 106,80% nel 2006. I dati definitivi del 2007 sono migliori: qualche decimale in più del 104%.

[5] Adolph Wagner (25 marzo, 18358 novembre, 1917)

[6]Circa le  Disfunzioni ed iniquità dell’Irpef e possibili alternative: un’analisi del funzionamento dell’imposta sul reddito in Italia nel periodo 1977-83, Vincenzo Visco, 1984

[7] “Libero” del 4 gennaio 2011, “Ecco chi ci ha rovinato” di Franco Bechis.

[8] Goodbye Keynes, Le Riforme per tornare a crescere, Franco Reviglio.

[9]Si tratta del fenomeno del moltiplicatore della spesa pubblica. Più alta è la propensione marginale al consumo, più alto sarà l’effetto del moltiplicatore.

[10] Il problema si è  posto anche per la Grecia che deve ridurre  la propria domanda globale di consumi e investimenti di almeno il 7-8 per cento, al fine di renderla eguale al proprio prodotto globale

[11] Il Wall Street Journal, in un recente articolo, ha descritto con ammirazione questo sistema operativo, e  fa risiedere sopratutto in esso, il fatto che il debito pubblico italiano, nonostante un rating un po’ inferiore a quello spagnolo, abbia, rispetto ai titoli pubblici tedeschi, un divario di tassi di interesse minore di quello che ha la Spagna.

Firenze, pattuglia antidegrado strappa le coperte a famiglie Rom in difficoltà socio-sanitaria


(€UROITALIA – Firenze, 23.01.2011).  La notte del 21 gennaio, nonostante le temperature rigide, una squadra che si presume addetta a “combattere il degrado” ha sottratto le coperte  ad alcune famiglie Rom che dormivano nei pressi della Santissima Annunziata. La segnalazione perviene da Julia Bolton Holloway, direttrice della Mediatheca ‘Fioretta Mazzei’. Ovviamente le vittime di tale disposizione sono cadute in uno stato di totale prostrazione di fronte a coloro che li spogliavano dell’unico riparo contro il gelo notturno, ma senza impietosirli. Alcuni dei Rom costretti a restare al freddo, tremanti e senza difese, soffrono di malattie respiratorie. “Mihai Copalea è in questo momento con me,” scrive Julia, “oggi è il suo compleanno e compie sedici anni. E’ lui ad occuparsi della scuola di alfabetizzazione”. In uno stato civile, in una città formata da istituzioni, autorità e cittadini di buon senso, se non umani, questa notizia solleverebbe indignazione e provvedimenti contro le persone che hanno derubato i Rom delle coperte. Ma cosa fare, a Firenze? Cosa fare in una città in cui non vi è più, da anni, ormai, assistenza per i bambini, le donne, i malati, se sono di una razza non gradita? Cosa fare in una città che ha deciso di scegliere i propri interlocutori per “risolvere l’emergenza Rom”, rifiutando – come invece si fa in tutte le città dell’Unione fuori dall’Italia – il supporto e la consulenza degli Human Rights Defender, della Croce Rossa e dei progetti europei per l’integrazione e contro il razzismo? Cosa fare, di fronte alla crudeltà che colpisce i nuovi ebrei, in una persecuzione del nostro tempo i cui limiti sono nella spietatezza e nella disumanità? (Gruppo EveryOne)

 

IMITARE


“La maggior parte della gente è altra gente. Le loro idee sono opinioni altrui, la loro vita un’imitazione, le loro passioni una citazione.”

Oscar Wilde, De Profundis, 1905/59 (postumo)

 

“Un’imitazione caricaturale, esagerata, di qualcuno che conosciamo non è altrettanto divertente quanto quella che quasi non si può distinguere dall’originale.”
Aldous Huxley, Il piccolo Messicano, 1924


(€UROITALIA – Castelnuovo di Garfagnana-LUCCA, 22.01.2011). In Italia un giovane su cinque non studia e non lavora. È l’allarme lanciato dall’Istat, nell’annuale rapporto «100 statistiche per capire il paese in cui viviamo». I dati si riferiscono al 2009 e parlano di poco di due milioni, il 21,2%, tra i 15-19 anni che non sono più inseriti in un percorso scolastico o formativo, ma neppure impegnati in un’attività lavorativa. Si tratta della quota più elevata a livello europeo.

 

Mi sembra di assistere ad uno spettacolo di Zelig… Invece abbiamo a che fare con una notizia che dimostra l’incapacità di una società di puntare al rilancio, l’incapacità di una classe dirigente nel “educare” i suoi figli. Una totale mancanza di affetto e rispetto verso coloro che sono il futuro. Un dato che fa venire il mal di testa, ma che passa poi in secondo piano poiché alla nazione, beh, importa ciò che il Premier combina nella sua Arcore. Tanto il futuro non è ancora arrivato, non ha senso  allarmarsi inutilmente.

 

Eppure io sono allarmato. Sono allarmato perché vedo come la stragrande maggioranza dei giovani che ora sono sui banchi di scuola sono “degli esperimenti mal riusciti”, incapaci nel crearsi una propria opinione, senza alcuno scopo se non quello di far passare il tempo come in un video gioco. Ecco siamo di fronte ad una generazione che vive in una dimensione virtuale. Sono noncuranti, insoddisfatti, annoiati… e perennemente distratti.

 

Chi di dovere risponde con una facilità disarmante: l’economia sta cambiando, il mondo sta cambiando e i giovani dovranno cambiare. Riprofilarsi, ecco è questa la parola più in voga usata un paio di giorni fa da un rappresentante del Governo. Cioè, udite udite: riprofilarsi! Allora io faccio ricorso agli anni ’90 e alle grandi rivoluzioni, alla nascita del capitalismo selvaggio, quando i 40enni erano di fronte ad una nuova sfida: l’apertura di nuovi orizzonti per coloro che sapevano rimettersi in gioco. Per coloro che sapevano riprofilarsi. E qui, la domanda sorge spontanea: come fa un giovane a riprofilarsi se manco li viene data la possibilità di entrare nel mercato del lavoro? E la definizione di giovane, non esclude la presenza di una preparazione insoddisfacente? No, affatto, se siamo di fronte ad dei veri e propri autogol di una politica gobba, limitata e terroristica.

Ci viene detto che l’Italia produce “mestieri” non richiesti… Domanda: ma il tutor, la gente che si occupa con l’orientamento dei giovani, i cervelloni che hanno “riformato e riformato” il sistema scolastico, i genitori a cosa servono? Se non orientare i propri giovani verso un’educazione professionale “intelligente”, di cui frutti potranno usufruirne una volta completata? Ci viene detto che i giovani non sanno più lavorare. Beh, io ho studiato che “un bambino tende a imitare l’adulto”. Non staremmo mica a parlare forse di una semplice, banale imitazione?

di Liviu Rarunchi

Convegno 29.01: Riforme istituzionali e garanzia dei diritti civili


Scarica il VOLANTINO

MOVIMENTO NAZIONALE
“ITALIA GARANTISTA”

Convegno

“Riforme istituzionali e garanzia dei diritti civili”

Sabato 29 Gennaio 2011 ore 16.00
presso AUDITORIUM ASCOM-CONFCOMMERCIO MODENA
VIALE PIAVE N. 125 / VIA BEGARELLI N. 31

Partecipano:

Dott.ssa TANIA ANDREOLI
(relatrice) – Consigliere comunale

Prof. GIUSEPPE DI BELLA
Terapia biologica dei tumori
“L’imminente dittatura terapeutica.
Le evidenze clinico-scientifi che del MDB
tra censura e disinformazione”

Dott. PIER PAOLO ZACCAI
Consigliere Provinciale Roma
Presidente nazionale Movimento “ITALIA GARANTISTA”

il Dott. MARCO ANGELELLI
Consulente parlamentare/Esperto immigrazione

Avv. DOMENICO STAMATO
Vice-Presidente Nazionale Movimento “ITALIA GARANTISTA”
presenterà il volume “BENVENUTO NUOVO CITTADINO ITALIANO”

Mamma arrivano i Cinesi !


(€UROITALIA – ROMA, 20.01.2011). E’ tempo di shopping per i capitali Cinesi e, approfittando della crisi in cui versano gli imprenditori occidentali, i nuovi manager dagli occhi a mandorla  e con le spalle ben coperte dal Governo Cinese non si fanno mancare nulla.  Attenzione però l’anno che si chiude è stato un anno di shopping da parte dei nuovi ricchi cinesi un po’ in tutto il globo. Come dire, dove c’è da comprare si è comprato … Qualche esempio ? In Australia  l’ Arrow Energy a opera dell’alleanza tra PetroChina e l’olandese Shell, per 3,1 miliardi di dollari. In Brasile la madrilena Repsol da parte del colosso petrolifero pubblico Sinopec (7 miliardi di dollari), e poi in Argentina l’acquisto di quote di Bridas (energia).   Ma vediamo come s’è mossa la Cina nel nostro vecchio continente.

Lo stock del debito pubblico europeo in mani cinesi oggi sarebbe (ma il condizionale è d’obbligo)  pari a circa 630 miliardi di euro, vale a dire circa 819 miliardi di dollari. Il dato sull’esposizione americana, invece, è ufficiale: nell’ottobre 2010 Pechino (riserve dirette più il patrimonio dei fondi sovrani controllati dal governo) possedeva titoli statunitensi per un valore di 910 miliardi di dollari.  Gli investimenti in Europa erano  iniziati  già da tempo, ma sembrano – come detto – essersi intensificati con il 2010.

L’accordo siglato il martedì 4 gennaio 2010 a Madrid da Li Keqiang e dal primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero dava il via ad interventi in grande stile sul vecchio continente. Secondo quanto rivelato dal quotidiano «El País» l’accordo prevedeva oltre alle intese commerciali (per un controvalore di 7,3 miliardi di euro) anche l’impegno di Pechino a sottoscrivere titoli di Stato spagnoli per circa 6 miliardi di euro.  L’attivismo cinese è poi proseguito durante il corso di tutto l’anno.

L’intervento di Pechino ha sicuramente dato una mano a tenere in piedi la Grecia e, subito dopo, anche l’Irlanda e sono circolate forti indiscrezioni circa un impegno anche sui mercati dei titoli di stato portoghesi. Ma sarebbe fuorviante pensare che a Pechino interessino solo i titoli europei c.d. junk bond. Accanto a tali investimenti le banche, infatti, cinesi hanno acquistato  oltre alle emissioni di Bond  europei, anche i titoli emessi dalla Francia e dalla Germania.

Inoltre, il 2010 è stato quello delle acquisizioni dirette di importanti realtà industriali nel vecchio continente[1]. Nel marzo del 2010 ha avuto grande ego la notizia dell’acquisto della Volvo parte di un’industria cinese, la Geely società produttrice di auto dal 1998, società automobilistica di punta con quartier generale nel Sud-Est della Cina, nella provincia di Zhejiang. L’accordo è stato firmato a Goteborg dal presidente del gruppo Geely, Li Shofu, e dal Ceo della Ford, Lewis Booth, per 1,8 miliardi di dollari (1,3 miliardi di euro). Ricordiamo che la Volvo, che ha circa 20mila dipendenti, venne acquistato dalla Ford nel 1999 per un valore di 6,45 milioni di dollari. Le note difficoltà finanziarie della casa automobilistica americana hanno imposto il disinvestimento già dalla fine del 2008.

L’operazione ha stupito, ma è utile ricordare che il mercato domestico in Cina ha avuto un boom negli ultimi due anni e che pertanto l’operazione può essere vista anche con riferimento alle necessità di crescita interna della casa automobilistica. Si osserva, infatti, che nel 2009 la Repubblica popolare, con 13,6 milioni di clienti di auto nuove, ha superato gli Stati Uniti come primo mercato mondiale. Peraltro i cinesi all’atto dell’acquisizione, ebbero a dichiarare (e a tutt’oggi sembra che abbiano mantenuto l’impegno) che la Volvo avrebbe continuato ad essere amministrata dal management svedese e che la produzione sarebbe stata mantenuta in Svezia (tranne che, naturalmente, per le Volvo destinate al mercato cinese, assemblate sembra in una fabbrica nei dintorni di Pechino, che dovrebbe arrivare a sfornare 300 mila macchine l’anno. Ma i maggiori commentatori economici all’indomani dell’acquisizione, non mancarono di osservare che, nei fatti, i cinesi con l’operazione Volvo, non solo si erano assicurati una testa di ponte in Europa, ma soprattutto l’accesso ad un patrimonio tecnologico –specie nel campo della sicurezza– che gli svedesi hanno costruito in decenni di attività.

A giugno peraltro, la Cosco, una società controllata dal governo di Pechino, ha speso 3,3 miliardi di euro per acquisire il controllo del molo per i prossimi 35 anni, ed ha investito 564 milioni per migliorarne le strutture, costruendo un terzo approdo e triplicando il volume di carico.  Il porto commerciale –situato vicino al terminal dei traghetti, la porta d’ingresso alle isole greche– al momento è in grado di caricare e scaricare 1,8 milioni di container all’anno. Il che significa che ogni giorno cinquemila moduli per il trasporto commerciale passano da queste parte.

Anche qui molti commentatori di questioni economiche hanno segnalato come la Cina abbia capito che, grazie al controllo del molo, poteva mettere un piede in Europa, assumendo il controllo di postazioni strategiche a prezzi vantaggiosi e conquistando in questo modo l’accesso ai preziosi mercati europei. L’affare Pireo potrebbe  essere  – secondo tali economisti –  soltanto il primo mattone del progetto cinese in Grecia. Pechino dovrebbe infatti sviluppare un piano comune con una società greca per la creazione di un complesso logistico da 200 milioni di euro in Attica, destinato alla distribuzione dei prodotti cinesi nei Balcani e nel resto del continente. I cinesi stanno anche trattando l’acquisto di una quota delle disastrate ferrovie greche, ancora gestite dallo stato. Il Pireo si trova in una posizione strategica grazie alla sua vicinanza con il Bosforo, e per questo rappresenta anche una via d’accesso alla regione del Mar Nero, all’Asia centrale e alla Russia. In definitiva monta l’idea che  i cinesi puntino alla creazione di una rete di porti, centri logistici e ferrovie per la distribuzione dei loro prodotti in Europa: una sorta di nuova “via della seta”, aperta con l’obiettivo di sveltire il commercio tra oriente e occidente e costruire un punto d’appoggio economico nel vecchio continente

Altro investimento rilevante è quello effettuato da un gruppo di costruttori cinesi  ad Athlone, nell’Irlanda centrale, per un importo da 48 milioni di euro, per costruire un complesso di appartamenti, scuole, stazioni ferroviarie e fabbriche. Nelle fabbriche si produrranno beni di fattura cinese. Sembrerebbe che  Pechino intenda inviare duemila lavoratori cinesi per la realizzazione del sito, e successivamente impiegare ottomila irlandesi in quella che è stata battezzata la “Pechino-sullo-Shannon“. Un simile progetto di un parco industriale formato da piccole e medie imprese orientali sembra debba essere avviato anche in Francia, a Chateauroux, cento chilometri a sud di Parigi.  Peraltro, anche nell’est d’Europa sembra allungarsi la longa mano cinese. La  Huawei Technologies Co. Ltd., principale produttore di dispositivi e apparati di telecomunicazione della Repubblica Popolare Cinese, sembra essere in lizza per cablare la Bulgaria. Ed altre impreso sono in lista per la sistemazione della rete stradale e ferroviaria.

Ma anche nel nostro Paese i  cinesi sono oramai leader in importanti settori come, ad esempio, nel solare ed continuano ad incrementare il loro peso specifico nella farmaceutica, nella cantieristica ed in altri settori con discreto contenuto tecnologico. In particolare, hanno destato particolare scalpore, le notizie di acquisti di importati imprese italiane. La Quianjiang società statale, produttrice principalmente di motociclette e scooter,  ha comprato nel 2005 le moto di Benelli. La Haier i frigoriferi di Meneghetti (in provincia di Padova), completando una operazione iniziato in Germania e allargandosi in Olanda  e Danimarca. Ad oggi il gruppo possiede complessi industriali in Italia, nel distretto di Varese, e fabbriche OEM in Romania ed Ucraina. Più del 96% del personale coinvolto nell’attività europea di Haier è composto da dipendenti locali.

Un’altra operazione di rilievo, compiuta dai cinesi in Italia è stata quella della  Zoomlion che ha rilevato, nel 2008, la Cifa  per 500 milioni di Euro. La Zoomlion, società quotata alla Borsa di Shenzen, è un colosso orientale delle macchine per l’ edilizia. La  Cifa[2] (360 milioni di fatturato nel 2008 e un ebitda di 67 milioni), è la regina delle betoniere made in Italy. Grazie a questa operazione nasce il numero uno mondiale nelle betoniere e nei macchinari per l’ edilizia con oltre 1,3 miliardi di euro di vendite complessive.

Insomma sarà difficile fermare l’avanzata cinese che profittando di una congiuntura per loro favorevole sta ponendo le basi per inserirsi in tutto il pianeta. La tecnica di penetrazione in Occidente però sembra essere molto diversa da quella usata nel continente Africano. Ma questo non deve farci stare più tranquilli. Ricordiamo che alle spalle della Cina che il Governo cinese che profittando di una economia fortemente controllata dallo Stato manda in esplorazione i sui giganti economici, e l’Occidente, che ha bruciato le sue ricchezze nella finanza ha poco da scegliere ! Meditiamo gente, meditiamo …

(Enea Franza)


[1]Ma ricordiamo che in Svizzera nel 2009c’è stata l’acquisizione della Addax Petroleum Corporation da parte del gruppo petrolifero Sinopec per 7,2 miliardi di dollari.

[2] A vendere è il fondo di private equity Magenta che fa capo ad Edoardo Lanzavecchia che aveva rilevato il 50,7% di Cifa nel luglio 2006 mentre il fondo di private equity Alpha e Intesa Sanpaolo avevano acquisito una quota pari al 10% ciascuno. Tra gli altri venditori, l’ attuale presidente e amministratore delegato di Cifa, Maurizio Ferrari, in possesso dell’ 1,8%, e tre società facenti capo alle famiglie Mutti, Cerini e Raimondi che detenevano complessivamente il 27,5% del capitale di Cif