USA/I poveri abortiscono se chi ha denaro lo nega alla vita


I dati del Guttmacher Institute

(19.01.2011, di Marco Respinti)

Negli Stati Uniti d’America, circa metà delle gravidanze sono indesiderate e circa 4 su 10 finiscono in aborti, sorte che tocca così al 22% di tutte le gravidanze (escluse le interruzioni per cause naturali). Fra le donne bianche sono indesiderate il 40% circa delle gravidanze, il 69% fra le donne nere e il 54% fra le donne di origine ispanica. Ogni anno, il 2% delle donne americane di età compresa fra i 15 e i 44 anni si sottopone a un aborto e metà di loro sono già al secondo. Le proiezioni concludono che almeno la metà delle donne del Paese avrà una gravidanza indesiderata entro i 45 anni e quindi che un terzo circa delle donne americane avrà avuto un aborto entro quell’età.

Sono questi i dati, spaventosi, resi noto dal Guttmacher Institute, l’organizzazione non-profit che ha sede a Washington e a New York notissima per l’attivismo, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, in favore della “salute riproduttiva e sessuale”, leggi cioè aborto, contraccezione, sterilizzazione. Del resto il Guttmacher nacque nel 1968 con il nome di Center for Family Planning Program Development e come divisione semiautonoma della Planned Parenthood Federation of America, il braccio americano e la casamadre dell’International Planned Parenthhod Federation, la più famosa e famigerata, ricca e potente lobby abortista del mondo.

La raccolta dati del Guttmacher è però considerata affidabile da tutti. Dal 1973, anno della sua legalizzazione, al 2008 l’aborto americano ha mietuto circa 50 milioni di vittime, praticamente un sesto dell’attuale popolazione statunitense. Nel 2008 gli aborti sono stati 1,21 milioni dagli 1,31 milioni che erano nel 2000 e questo perché fino a quel momento il trend dell’ultimo ventennio, quello per il quale il Guttmacher garantisce numeri certi, è stato ininterrottamente nel segno del calo. Fino a quel momento, però, perché nel 2008 l’andamento si è interrotto, facendo registrare un lieve rialzo.

Perché? Il Guttmacher osserva che «il 27% delle donne che abortiscono  hanno redditi compresi tra il 100 e il 199% della soglia di povertà nazionale» e che tre quarti delle donne che hanno abortito spiegano «che non possono permettersi un figlio». Il Foglio del 14 gennaio riporta il commento di Rachel Jones, ricercatrice del Guttmacher: «Una spiegazione è che le donne con poche possibilità economiche che si sono trovate con una gravidanza indesiderata nel mezzo della recessione, e che in altre circostanze avrebbero tirato la cinghia pur di far nascere il figlio, in quel momento hanno deciso per l’interruzione». Verissimo. E tragico.

La durezza della crisi economica internazionale ha avuto negli Stati Uniti, il Paese da cui è partita, effetti devastanti proprio sui più poveri. La mancanza di denaro ha acuito drammi già grandi e si è accanita sulle nascite. Verissimo. Tragico. Ma coì è perché le donne gravide e in difficoltà economica non hanno trovato al proprio fianco nessun aiuto concreto alla maternità.

L’economia statunitense ha ricevuto stimoli ripetuti che hanno iniettato milioni a profusione nei bilanci bancarottieri di banche e società che sono all’origine stessa, anzi la causa scatenante, della crisi economia. Ma mai uno “stimolo” è stato dato alla tutela della maternità. Anzi, è avvenuto l’esatto contrario.
Mentre la crisi avanzava imperiosa, distruggeva le economie, a partire da quella statunitense, e costringeva troppe madri a rifugiarsi nella non-soluzione dell’aborto, cifre enormi sono state spese per rendere l’aborto ancora più a portata di mano.

«Nel proprio rapporto annuale 2008-2009», osserva Jeanne Monahan, direttrice del Center for Human Dignity del Family Research Institute di Washington, «la struttura maggiore fra quelle che nel Paese offre interventi di aborto, la Planned Parenthood, afferma di avere incassato 363,2 milioni di dollari in sovvenzioni e contratti governativi relativi proprio a quel periodo […] e di aver sempre in quel periodo effettuato la cifra senza precedenti di 324.800 aborti».

Conti alla mano, si tratta esattamente del periodo che ha visto lo scoppio della crisi finanziaria statunitense e presto mondiale, l’elezione alla Casa Bianca (anche sull’onda a di questo) di Barack Obama, il varo progressivo degli “stimoli” a banche e a bancarottieri, e nessun aiuto economico alla maternità strangolata nelle nuove povertà.

Conti alla mano, «il numero delle strutture che negli Stati Uniti forniscono aborti», dice il Guttmacher, «è rimasto stabile fra il 2005 (1.787) e il 2008 (1.793)», cioè durante il secondo mandato presidenziale di George W. Bush jr. «Nel 2008 l’87% di tutte le contee statunitensi non aveva una struttura che garantisse aborti» e «il 35% delle donne americane viveva in quelle contee».

Conti alla mano, «il lieve incremento degli aborti» rilevato nel 2008 è stato reso possibile da quelle cifre spaventose (percepite fra 2008 e 2009) di cui ha goduto la Planned Parenthood e che non sono state impiegate per aiutare le madri povere americane ma per penalizzarle ancora di più.

Per il periodo 2008-2009, il budget della Planned Parenthood ha ricevuto dallo Stato federale retto dall’Amministrazione Obama «un aumento di 13,6 milioni di dollari rispetto all’anno precedente» quando lo Stato federale era retto dall’Amministrazione Bush jr.

La povertà incide sull’aborto soprattutto se chi ha denaro lo nega alla vita.

Come ricorda la Monahan, gli americani ricchi e poveri attendono allora che il nuovo Congresso federale, entrato in carica il 3 gennaio, riprenda in mano il “No Taxpayer Funding for Abortion Act” proposto il 29 luglio dai deputati Christopher Smith, Repubblicano del New Jersey, e Dan Lipinski, Democratico dell’Illinois. La legge cioè che impedirebbe l’uso dei soldi pubblici per l’aborto americano, rendendo finalmente permanente l’emendamento introdotto il 30 settembre 1976 dal deputato Repubblicano Henry J. Hyde (1924-2007) e fino a oggi da rinegoziare ogni anno.

(Tratto da La Bussola Quotidiana)

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