Mamma arrivano i Cinesi !


(€UROITALIA – ROMA, 20.01.2011). E’ tempo di shopping per i capitali Cinesi e, approfittando della crisi in cui versano gli imprenditori occidentali, i nuovi manager dagli occhi a mandorla  e con le spalle ben coperte dal Governo Cinese non si fanno mancare nulla.  Attenzione però l’anno che si chiude è stato un anno di shopping da parte dei nuovi ricchi cinesi un po’ in tutto il globo. Come dire, dove c’è da comprare si è comprato … Qualche esempio ? In Australia  l’ Arrow Energy a opera dell’alleanza tra PetroChina e l’olandese Shell, per 3,1 miliardi di dollari. In Brasile la madrilena Repsol da parte del colosso petrolifero pubblico Sinopec (7 miliardi di dollari), e poi in Argentina l’acquisto di quote di Bridas (energia).   Ma vediamo come s’è mossa la Cina nel nostro vecchio continente.

Lo stock del debito pubblico europeo in mani cinesi oggi sarebbe (ma il condizionale è d’obbligo)  pari a circa 630 miliardi di euro, vale a dire circa 819 miliardi di dollari. Il dato sull’esposizione americana, invece, è ufficiale: nell’ottobre 2010 Pechino (riserve dirette più il patrimonio dei fondi sovrani controllati dal governo) possedeva titoli statunitensi per un valore di 910 miliardi di dollari.  Gli investimenti in Europa erano  iniziati  già da tempo, ma sembrano – come detto – essersi intensificati con il 2010.

L’accordo siglato il martedì 4 gennaio 2010 a Madrid da Li Keqiang e dal primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero dava il via ad interventi in grande stile sul vecchio continente. Secondo quanto rivelato dal quotidiano «El País» l’accordo prevedeva oltre alle intese commerciali (per un controvalore di 7,3 miliardi di euro) anche l’impegno di Pechino a sottoscrivere titoli di Stato spagnoli per circa 6 miliardi di euro.  L’attivismo cinese è poi proseguito durante il corso di tutto l’anno.

L’intervento di Pechino ha sicuramente dato una mano a tenere in piedi la Grecia e, subito dopo, anche l’Irlanda e sono circolate forti indiscrezioni circa un impegno anche sui mercati dei titoli di stato portoghesi. Ma sarebbe fuorviante pensare che a Pechino interessino solo i titoli europei c.d. junk bond. Accanto a tali investimenti le banche, infatti, cinesi hanno acquistato  oltre alle emissioni di Bond  europei, anche i titoli emessi dalla Francia e dalla Germania.

Inoltre, il 2010 è stato quello delle acquisizioni dirette di importanti realtà industriali nel vecchio continente[1]. Nel marzo del 2010 ha avuto grande ego la notizia dell’acquisto della Volvo parte di un’industria cinese, la Geely società produttrice di auto dal 1998, società automobilistica di punta con quartier generale nel Sud-Est della Cina, nella provincia di Zhejiang. L’accordo è stato firmato a Goteborg dal presidente del gruppo Geely, Li Shofu, e dal Ceo della Ford, Lewis Booth, per 1,8 miliardi di dollari (1,3 miliardi di euro). Ricordiamo che la Volvo, che ha circa 20mila dipendenti, venne acquistato dalla Ford nel 1999 per un valore di 6,45 milioni di dollari. Le note difficoltà finanziarie della casa automobilistica americana hanno imposto il disinvestimento già dalla fine del 2008.

L’operazione ha stupito, ma è utile ricordare che il mercato domestico in Cina ha avuto un boom negli ultimi due anni e che pertanto l’operazione può essere vista anche con riferimento alle necessità di crescita interna della casa automobilistica. Si osserva, infatti, che nel 2009 la Repubblica popolare, con 13,6 milioni di clienti di auto nuove, ha superato gli Stati Uniti come primo mercato mondiale. Peraltro i cinesi all’atto dell’acquisizione, ebbero a dichiarare (e a tutt’oggi sembra che abbiano mantenuto l’impegno) che la Volvo avrebbe continuato ad essere amministrata dal management svedese e che la produzione sarebbe stata mantenuta in Svezia (tranne che, naturalmente, per le Volvo destinate al mercato cinese, assemblate sembra in una fabbrica nei dintorni di Pechino, che dovrebbe arrivare a sfornare 300 mila macchine l’anno. Ma i maggiori commentatori economici all’indomani dell’acquisizione, non mancarono di osservare che, nei fatti, i cinesi con l’operazione Volvo, non solo si erano assicurati una testa di ponte in Europa, ma soprattutto l’accesso ad un patrimonio tecnologico –specie nel campo della sicurezza– che gli svedesi hanno costruito in decenni di attività.

A giugno peraltro, la Cosco, una società controllata dal governo di Pechino, ha speso 3,3 miliardi di euro per acquisire il controllo del molo per i prossimi 35 anni, ed ha investito 564 milioni per migliorarne le strutture, costruendo un terzo approdo e triplicando il volume di carico.  Il porto commerciale –situato vicino al terminal dei traghetti, la porta d’ingresso alle isole greche– al momento è in grado di caricare e scaricare 1,8 milioni di container all’anno. Il che significa che ogni giorno cinquemila moduli per il trasporto commerciale passano da queste parte.

Anche qui molti commentatori di questioni economiche hanno segnalato come la Cina abbia capito che, grazie al controllo del molo, poteva mettere un piede in Europa, assumendo il controllo di postazioni strategiche a prezzi vantaggiosi e conquistando in questo modo l’accesso ai preziosi mercati europei. L’affare Pireo potrebbe  essere  – secondo tali economisti –  soltanto il primo mattone del progetto cinese in Grecia. Pechino dovrebbe infatti sviluppare un piano comune con una società greca per la creazione di un complesso logistico da 200 milioni di euro in Attica, destinato alla distribuzione dei prodotti cinesi nei Balcani e nel resto del continente. I cinesi stanno anche trattando l’acquisto di una quota delle disastrate ferrovie greche, ancora gestite dallo stato. Il Pireo si trova in una posizione strategica grazie alla sua vicinanza con il Bosforo, e per questo rappresenta anche una via d’accesso alla regione del Mar Nero, all’Asia centrale e alla Russia. In definitiva monta l’idea che  i cinesi puntino alla creazione di una rete di porti, centri logistici e ferrovie per la distribuzione dei loro prodotti in Europa: una sorta di nuova “via della seta”, aperta con l’obiettivo di sveltire il commercio tra oriente e occidente e costruire un punto d’appoggio economico nel vecchio continente

Altro investimento rilevante è quello effettuato da un gruppo di costruttori cinesi  ad Athlone, nell’Irlanda centrale, per un importo da 48 milioni di euro, per costruire un complesso di appartamenti, scuole, stazioni ferroviarie e fabbriche. Nelle fabbriche si produrranno beni di fattura cinese. Sembrerebbe che  Pechino intenda inviare duemila lavoratori cinesi per la realizzazione del sito, e successivamente impiegare ottomila irlandesi in quella che è stata battezzata la “Pechino-sullo-Shannon“. Un simile progetto di un parco industriale formato da piccole e medie imprese orientali sembra debba essere avviato anche in Francia, a Chateauroux, cento chilometri a sud di Parigi.  Peraltro, anche nell’est d’Europa sembra allungarsi la longa mano cinese. La  Huawei Technologies Co. Ltd., principale produttore di dispositivi e apparati di telecomunicazione della Repubblica Popolare Cinese, sembra essere in lizza per cablare la Bulgaria. Ed altre impreso sono in lista per la sistemazione della rete stradale e ferroviaria.

Ma anche nel nostro Paese i  cinesi sono oramai leader in importanti settori come, ad esempio, nel solare ed continuano ad incrementare il loro peso specifico nella farmaceutica, nella cantieristica ed in altri settori con discreto contenuto tecnologico. In particolare, hanno destato particolare scalpore, le notizie di acquisti di importati imprese italiane. La Quianjiang società statale, produttrice principalmente di motociclette e scooter,  ha comprato nel 2005 le moto di Benelli. La Haier i frigoriferi di Meneghetti (in provincia di Padova), completando una operazione iniziato in Germania e allargandosi in Olanda  e Danimarca. Ad oggi il gruppo possiede complessi industriali in Italia, nel distretto di Varese, e fabbriche OEM in Romania ed Ucraina. Più del 96% del personale coinvolto nell’attività europea di Haier è composto da dipendenti locali.

Un’altra operazione di rilievo, compiuta dai cinesi in Italia è stata quella della  Zoomlion che ha rilevato, nel 2008, la Cifa  per 500 milioni di Euro. La Zoomlion, società quotata alla Borsa di Shenzen, è un colosso orientale delle macchine per l’ edilizia. La  Cifa[2] (360 milioni di fatturato nel 2008 e un ebitda di 67 milioni), è la regina delle betoniere made in Italy. Grazie a questa operazione nasce il numero uno mondiale nelle betoniere e nei macchinari per l’ edilizia con oltre 1,3 miliardi di euro di vendite complessive.

Insomma sarà difficile fermare l’avanzata cinese che profittando di una congiuntura per loro favorevole sta ponendo le basi per inserirsi in tutto il pianeta. La tecnica di penetrazione in Occidente però sembra essere molto diversa da quella usata nel continente Africano. Ma questo non deve farci stare più tranquilli. Ricordiamo che alle spalle della Cina che il Governo cinese che profittando di una economia fortemente controllata dallo Stato manda in esplorazione i sui giganti economici, e l’Occidente, che ha bruciato le sue ricchezze nella finanza ha poco da scegliere ! Meditiamo gente, meditiamo …

(Enea Franza)


[1]Ma ricordiamo che in Svizzera nel 2009c’è stata l’acquisizione della Addax Petroleum Corporation da parte del gruppo petrolifero Sinopec per 7,2 miliardi di dollari.

[2] A vendere è il fondo di private equity Magenta che fa capo ad Edoardo Lanzavecchia che aveva rilevato il 50,7% di Cifa nel luglio 2006 mentre il fondo di private equity Alpha e Intesa Sanpaolo avevano acquisito una quota pari al 10% ciascuno. Tra gli altri venditori, l’ attuale presidente e amministratore delegato di Cifa, Maurizio Ferrari, in possesso dell’ 1,8%, e tre società facenti capo alle famiglie Mutti, Cerini e Raimondi che detenevano complessivamente il 27,5% del capitale di Cif

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