La crescita del debito pubblico


(€UROITALIA – ROMA, 26.01.2011). Non è facile gestire un debito pubblico che a fine di quest’anno e, siamo nel 2011, sfiora i 1.900 miliardi di Euro; il dato peraltro supera anche quelli dello scorso aprile, dove il debito pubblico si era attestato a 1.812,790 miliardi di euro, ad un livello mai raggiunto prima in Italia [1]. Nella gestione del debito, il pericolo vero si corre allorquando il debito arrivi a scadenza e sia, purtroppo, necessario rifinanziarlo.

Per debito pubblico, ricordiamolo per chi non è addetto ai lavori,  si intende il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti, individui privati, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (quali, in Italia, BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale, ovvero, coprire l’eventuale deficit pubblico. Ma di cosa si tratta ? Nella sostanza di denari che lo Stato chiede per poter coprire  gli investimenti che  sono stati effettuati e che per loro natura porteranno realizzi solo in un tempo futuro[2], ovvero,  di quattrini che devono essere impiegati a copertura della spesa corrente per l’amministrazione nonché  per i trasferimenti a enti o persone per le finalità assegnate allo Stato e non coperta dalle entrate (ovvero il cosi detto deficit).

Come anticipato, molti sono i problemi che  conseguono  alla scelta di una politica di copertura di un alto debito pubblico e che impattano sul debito stesso, a  volte moltiplicandolo a dismisura attraverso il meccanismo degli interessi. Ma prima di addentrarsi nella materia è necessario fare un po’ di chiarezza. Il debito pubblico, abbiamo detto è uno stock, costituito dalla somma di tutti i disavanzi (Deficit) pubblici realizzati nei Bilanci Statali nei vari anni. Tuttavia, tale bisogno di denaro che può essere  stato generato  dalla necessita di coprire un investimento fatto o per coprire un eccesso di spesa corrente sulle entrate. Nel caso di un deficit che si sia realizzato per un investimento finanziario si parla più correttamente di fabbisogno finanziario. Nel caso di una spesa per investimento è naturale che i realizzi (i ricavi dell’investimento) si conseguano in un secondo tempo e che sorge la necessità di trovare capitale per finanziarli. Le scienze aziendalistiche ci suggeriscono di coprire tali spese attraverso fonti interne o esterne all’azienda. Nel primo caso attraverso il flusso generato dalla gestione, ovvero come conseguenza delle operazioni di realizzo, quindi attraverso il positivo conseguimento dei ricavi che ci permette di affrontare i costi (endofinanziamento). Nel secondo caso ricorreremo al prestito: l’impresa potrà cercare finanziamenti da terzi (banche, istituti di credito) o attraverso il vincolo della proprietà. Naturalmente, è utile affermare che, per il bene dell’azienda, in questa fase delicata di fabbisogno finanziario, la condizione ottimale è quella di cercare il meno possibile di attivare finanziamenti derivanti da terzi per non creare maggiori debiti. Nella sostanza, adattando in modo meccanico la macchina statale ad una azienda (consapevole certamente dei limiti e delle critiche che cosi facendo ci tireremo dietro), potremmo affermare che si possa ben ricorrere all’indebitamento magari a lungo termine, se si voglia finanziare un investimento. In effetti alla macchina statale la fonte primaria di ricavi è costituita dalle tasse a carico dei cittadini e, pertanto, se esse eccedono la spesa ben si farebbe a restituirle ai cittadini, innestando, per tale via, un sentiero di virtuosa di crescita indotta da consumo.

Cosa diversa è, invece, il caso in cui si debba finanziare un deficit. Il deficit o disavanzo pubblico è l’ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate, ovverosia quella situazione economica in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. Il disavanzo è dunque un risparmio pubblico negativo[3].

Da cosa è composta la spesa pubblica ?  bene basterebbe dare un’occhiata al bilancio dello stato per constatare che si compone essenzialmente di acquisti pubblici (stipendi, beni e servizi) ma anche gli interessi sul debito pubblico, di trasferimenti alle amministrazioni locali, ed  alle imprese e ai singoli (sottoforma di pensioni e altri tipi di sussidi, come quelli di disoccupazione). A fronte di tali uscite lo Stato incassa imposte di sua competenza, quali in primo luogo le imposte direte come quelle sul reddito dei singoli (IRPEF) e sul reddito delle società (IRES), e indirette, come l’IVA.  Il saldo negativo tra entrate ed uscite rappresenta appunto il deficit o disavanzo.

Venendo al nostro bel Paese, e verificando la serie storica dei dati relativi al debito pubblico, ciò che colpisce non è solo l’ammontare ma, in particolare, il ritmo di incremento, ovvero, la variazione del debito da un anno rispetto. Se solo dopo l’ingresso in Maastricht il debito si incrementa da un’anno all’altro di percentuali modeste ed in genere in linea con i parametri previsti nell’accordo, la tendenza dagli anni 70 e fino al 94-95 (quindi per circa 25 anni), con poche eccezioni che diremo, è stata intorno al 20%, che vuol dire un raddoppio del debito pubblico ogni cinque anni. In particolare, il picco sembra essere quello dei governi a guida democristiana di Rumour, Andreotti, Colombo  e Moro, che negli anni ‘70 hanno determinato una crescita del debito intorno al 25% ogni anno. La fase di crescita è continuata negli anni ‘80 con i governi Forlani, Craxi, Fanfani e Spadolini con un ritmo di incremento medio anche qui intorno al 20%. In riduzione, ma con incrementi di crescita sicuramente più contenuti rispetto al passato sembra essere quella dei Governi Amato e Ciampi dei primi anni ‘90 con incrementi intorno al 13% e  Dini con un’incremento di solo il 5%[4]. Sul lato della spesa gli anni citati mostrano un forte incremento della spesa sociale. Ricordiamo, tuttavia, che in Italia proprio agli inizi degli anni 70 si è dato luogo all’istituzione della previdenza sociale a carattere obbligatorio e addirittura sono nel 1978 fu istituito il Sistema Sanitario Nazionale.  Ancora negli anni settanta fu dato corso alla concreta istituzione del sistema Regionale, cosi come previsto dalla Carta Costituzionale.

Il fenomeno dell’incremento della Spesa pubblica non è, tuttavia, solo Italiano. In tutti i paesi la spesa pubblica è negli ultimi anni notevolmente aumentata in misura maggiore rispetto alle entrate pubbliche generando così dei deficit di bilancio con il conseguente accumulo di debito pubblico.

Questo fenomeno era già stato analizzato dallo studioso tedesco Adolph Wagner[5] che formulò la legge dell’aumento tendenziale della spesa pubblica che spiega abbastanza bene i motivi di fondo che determinano la crescita vigorosa della spesa pubblica. Con il passare del tempo, osserva l’economista, la spesa pubblica tende a crescere per cause c.d. apparenti, legati ad esempio all’inflazione ed all’aumento della popolazione, nonché  per cause c.d reali quali, ad esempio, l’affermazione dei regimi parlamentari che spinge le camere ad assumere sempre maggiori impegni di spesa o, anche, l’aumento del ruolo della burocrazia che cerca di ampliare il proprio potere facendo leva sulle competenze, fino a condizionare la volontà dei politici a cui spettano le decisioni finali.  Altre sono por le cause che spingono all’incremento della spesa: le politiche di urbanizzazione e l’affermazione della “famiglia nucleare” che rende necessario l’intervento pubblico per creare strutture assistenziali, che in presenza di una famiglia patriarcale (e quindi allargata) espletava direttamente  funzioni di assistenza e tutela senza costi per lo Stato.;  anche l’attuazione di politiche redistributive determinano un aumento della spesa pubblica per gli interventi a favore dei cittadini meno abbienti, cosi come l’aumento del reddito, che accresce i consumi privati con la conseguente necessità di nuovi investimenti pubblici. Infine l’intervento pubblico nell’economia aumentato ai fini di politica economica, per garantire la stabilità economica e la piena occupazione.

Ritornando al caso italiano, tuttavia, all’incremento della spesa non è seguito un parallelo e coordinato incremento delle entrate. Mentre la maggior parte dei paesi avanzati introdussero una tassa commisurata alla somma di tutte le entrate del contribuente all’inizio del ’900, si dovette aspettare il 1974 affinché anche nel nostro ordinamento venisse introdotta un’imposta generale sul reddito delle persone fisiche. Fin dall’inizio, tuttavia, apparve chiaramente chi fosse il nemico numero uno dello Stato italiano: se da un lato nel 1980 il 24% dei redditi imponibili da lavoro dipendente veniva evaso o eluso, questa cifra passava a circa il 60% per i redditi di impresa e da capitale[6].

Le ragioni dell’evasione fiscale sono,  penso, note a tutti. In seguito al mutamento della struttura delle imposte non fu infatti previsto nessun adeguamento dell’amministrazione tributaria. Ciò non poteva che condurre ad ingenti difficoltà di riscossione del tributo a cui si aggiungeva la riforma delle imposte indirette con l’introduzione dell’IVA. Conseguenza: le finanze italiane si ritrovarono quindi a dover sopportare una spesa di gran lunga superiore alle entrate. Chiarita, a nostro personalissimo modo di vedere, la responsabilità del debito pubblico anche dalle eventuali tentazioni di revisionismo che da ultimo la stampa tende ad asseverare[7], veniamo alla parte più complessa del nostro arzigogolato discorso sul debito italiano.

Quali pericoli si corre ad avere un alto debito pubblico per lo più incancrenito da anni ed anni d’inerzia come nel caso Italiano? Bene un alto debito pubblico ha due effetti immediati. Il primo l’ entità del debito paralizza lo Stato. Nel medio-lungo periodo , addirittura un elevato debito pubblico produce una riduzione del tasso di crescita economica e quindi una perdita potenziale di posti di lavoro, un aumento dei lavori a tempo determinato di tipo precario ed un impoverimento relativo dei redditi procapite[8]. Come si innesta questo infernale meccanismo? Si ipotizzi che, ad esempio, l’economia versi in una fase di recessione caratterizzata da una domanda globale bassa, da risorse economiche non pienamente utilizzate e quindi da disoccupazione. Se lo stato interviene con una manovra di spesa pubblica, fa sì che il reddito nazionale salga nella stessa misura dell’intervento e che una parte della forza lavoro disoccupata venga assorbita dai lavori di realizzazione dell’opera pubblica. I nuovi lavoratori a loro volta faranno crescere la domanda sul mercato di beni e servizi che prima non potevano permettersi, in quanto salirà la loro propensione al consumo: ciò spingerà quindi le imprese ad accrescere la produzione e quindi l’offerta, che farà salire ulteriormente il reddito nazionale. Si crea così un meccanismo che in poco tempo produce un aumento della domanda aggregata moltiplicato rispetto al valore iniziale della spesa[9]. Viceversa, se la spesa pubblica non può partire perché c’è un alto disavanzo da coprire, si attua un elemento ulteriore di perniciosità: la copertura del deficit sottrae risorse dal mercato spiazzando le risorse finanziarie. Risultato, meno investimenti a seguire meno consumi e riduzione del reddito.

L’entità del debito costituisce di per se un motivo di pericolo che aumenta in modo più che proporzionale all’aumentare del debito e ci mette a rischio sui mercati internazionali. Il problema si pone, in particolare, nella  fase di copertura del debito in scadenza, allorquando si pone la necessità di rinnovare in tutto o in parte il debito in scadenza. Rinnovare un debito espone il Paese ai giudizio di affidabilità, che oggi è affidato a soggetti appositi che professionalmente svolgono tale attività, le agenzie di rating. In caso di sfiducia dei mercati, il rischio è più un alto costo del finanziamento e, di conseguenza, un  aggravio nella spesa per interessi.

Sono sotto gli occhi di tutti noi le recenti  terribili vicende vissute dalla Grecia, dall’Irlanda e dal Portogallo.

Su questo aspetto occorre però considerare alcuni caratteristiche del nostro, pur alto debito pubblico che hanno aiutato in tutti questi anni l’Italia.

I motivi sono diversi e tenterò di sintetizzarli, pregandovi di scusarmi già da ora della estrema semplificazione e sintesi che farò.

In primo luogo, com’è noto, la solvibilità di uno stato verso il debito estero dipende non solo dalla capacità del governo di pagare gli interessi e di rimborsare i debiti in scadenza, mediante il suo bilancio pubblico, ma origina anche dal fatto se esso è in grado di ottenere abbastanza capitale fresco dall’estero, per ripianare il deficit della bilancia dei pagamenti correnti.  Per l’Italia questo non è un problema, mentre lo è per la Spagna e per il Portogallo, a causa del loro deficit di bilancia dei pagamenti[10].

Un deficit strutturale di bilancia corrente dei pagamenti indica che si tratta di una economia che è vissuta strutturalmente  al di sopra dei propri mezzi. Ciò è possibile per un po’ di tempo, ma non in permanenza. Di qui l’elevato rischio di una crisi debitoria di questi stati, innescata dai soggetti  detentori di loro debito pubblico. Essi, temendone l’insolvenza decidono di liberarsene, peggiorando la situazione. Per altro verso il debito pubblico italiano è in parte posseduto dalle famiglie italiane (si calcola che risulti nei loro portafogli circa la metà del debito italiano) ed un aumento del costo dell’indebitamento per lo Stato si traduce, almeno in parte, in una maggiore ricchezza posseduta dalle famiglie.  Da qui la considerazione espressa di recente dal nostro Ministro dell’Economia, che per avere una misura corretta dell’indebitamento di un Paese occorrerebbe in realtà sommare l’indebitamento dello Stato e quello delle famiglie.

C’è poi una caratteristica importate con riferimento al debito pubblico italiano. Com’è forse noto il debito pubblico italiano è  collocato e negoziato  su una apposita piattaforma denominata MTS, creata nel 1978. Tramite MTS si è sviluppato un mercato trasparente dei titoli del debito pubblico italiano, con rapporti fiduciari con la clientela dei grandi operatori che vengono fidelizzati mediante l’accesso privilegiato a questo mercato[11].

Un ulteriore,  e  a nostro avviso importante,  motivo di relativa tranquillità attiene alla caratteristiche c.d. intrinseche del debito pubblico italiano. Al momento attuale, le emissioni di debito pubblico annue di un governo consistono di due componenti: il nuovo debito ed il rinnovo del debito in scadenza. Per l’Italia, la durata media del  debito pubblico è di circa 7,5 anni. E’ più alta della media del debito tedesco e di molti altri stati. E ciò dà un notevole margine di sicurezza, perché ogni anno la quota di debito in scadenza è solo il 15,3% del Pil. La Tesoreria del nostro Stato inoltre sembra avere un ammontare liquido di riserve di 30 miliardi, per proteggersi da temporanee difficoltà nel collocamento dei titoli. Nel 2010 l’operatore pubblico italiano ha rinnovato un po’ più del 15% del suo debito ed emesso un altro 5% scarso: in totale un ammontare pari al 20% del Pil.

Comunque stiano effettivamente le cose,  la gestione di un alto debito pubblico accumulato rende il Paese prigioniero del debito stesso ed espone il Paese allo shopping di coloro che denaro fresco lo hanno!

(Enea Franza)


[1] I dati sono forniti da Bankitalia, che evidenziava anche che sono in calo anche le entrate nei primi quattro mesi del 2010; ad aprile sono pari a 104,7 miliardi di euro, risultando così in calo di ben 2 miliardi di valore assoluto e pari all’1,8%. Per il debito pubblico italiano, con quello registrato ad aprile abbiamo quindi  il quarto aumento consecutivo; a marzo il debito pubblico era fissato in valore assoluto a 1.797,7 miliardi di marzo, così ad aprile è cresciuto di 0,8%. Rispetto ad un anno fa invece, il debito è cresciuto quasi di 3 punti percentuali (2,9%).

[2] Si può quindi affermare che il fabbisogno finanziario rappresenta quell’intervallo temporale che vi è tra il momento in cui l’azienda ha sostenuto i costi e quello in cui ottiene i conseguenti realizzi

[3] Altro concetto è quello dell’avanzo primario, che considera la differenza tra entrate ed uscite al netto della spesa per interessi sul debito pubblico.

[4] Vedi Libro Giallo: La Peste Italiana. Le cose cambiano un po’ se si utilizzano i dati del debito sul PIL. In tal caso, l’incremento del debito è tuttavia ponderato con la variazione del Pil. Partendo dal 1983 (in quell’ anno vi furono due governi: il primo «elettorale» di Amintore Fanfani, il secondo di Bettino Craxi), il debito raggiunse il 69,93%. Nel 1984 (governo Craxi): 74,40%. Nel 1985 (governo Craxi): 80,50%. Nel 1986 (governo Craxi): 84,50%. Nel 1987 (governi Craxi, Fanfani e Goria): 88,60%. Nel 1988 (governi Goria e De Mita): 90,50%. Nel 1989 (governi De Mita e Andreotti): 93,10%. Nel 1990 (governo Andreotti): 94,70%. Nel 1991 (governo Andreotti): 98%. Nel 1992 (governi Andreotti e Amato): 105,20%. Nel 1993 (Amato e Ciampi): 115,60%. Nel 1994 (governi Ciampi e Berlusconi): 121,50%. Da allora il debito ha cominciato a scendere: 121,20% nel 1995 (governo Dini); 120,60% nel 1996 (governi Dini e Prodi); 118,10% nel 1997 (governo Prodi); 114,90% nel 1998 (governi Prodi e D’ Alema); 113,70% nel 1999 (governo D’ Alema); 109,20% nel 2000 (governi D’ Alema e Amato); 108,70% nel 2001 (governi Amato e Berlusconi); 105,55% nel 2002 (governo Berlusconi); 104,26% nel 2003 (governo Berlusconi); 103,90% nel 2004 (governo Berlusconi). Da allora ha ripreso a salire: 106,60% nel 2005 e 106,80% nel 2006. I dati definitivi del 2007 sono migliori: qualche decimale in più del 104%.

[5] Adolph Wagner (25 marzo, 18358 novembre, 1917)

[6]Circa le  Disfunzioni ed iniquità dell’Irpef e possibili alternative: un’analisi del funzionamento dell’imposta sul reddito in Italia nel periodo 1977-83, Vincenzo Visco, 1984

[7] “Libero” del 4 gennaio 2011, “Ecco chi ci ha rovinato” di Franco Bechis.

[8] Goodbye Keynes, Le Riforme per tornare a crescere, Franco Reviglio.

[9]Si tratta del fenomeno del moltiplicatore della spesa pubblica. Più alta è la propensione marginale al consumo, più alto sarà l’effetto del moltiplicatore.

[10] Il problema si è  posto anche per la Grecia che deve ridurre  la propria domanda globale di consumi e investimenti di almeno il 7-8 per cento, al fine di renderla eguale al proprio prodotto globale

[11] Il Wall Street Journal, in un recente articolo, ha descritto con ammirazione questo sistema operativo, e  fa risiedere sopratutto in esso, il fatto che il debito pubblico italiano, nonostante un rating un po’ inferiore a quello spagnolo, abbia, rispetto ai titoli pubblici tedeschi, un divario di tassi di interesse minore di quello che ha la Spagna.

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