«Lisotta, a 11 anni», il best seller della scrittrice romena Doina Ruşti in italiano


Lizoanca la 11 ani, Ed. Trei, 2009

“Reputo che Lizoanca, a 11 anni sia uno dei romanzi più significativi dell’attuale panorama letterario rumeno. L’intelligenza narrativa, la fluidità dell’azione, l’incessante e sorprendente espressività del testo, la concisione, la pregnanza dei personaggi, la precisione dei gesti che caratterizzano ciascun episodio (breve e preso di petto, senza introduzioni, talvolta inframmezzato da riflessioni appena schizzate dell’autrice) e il modo in cui ogni capitolo forma un tutt’uno costituiscono i tratti distintivi del romanziere che dispone dei mezzi che potrebbero far sì che i suoi futuri romanzi, dopo Il fantasma del mulino e Lizoanca , diventino importanti eventi letterari”. (Gelu Ionescu, Apostrof, n.10, 2009);

“Il romanzo è un’intensa esperienza narrativa, scioccante e insolita, che solo una prosatrice dotata di vena epica e di forza interiore poteva offrire”. (Paul Cernat, Revista 22, n.3, 2009);

Lisotta, a 11 anni: “Lettura appassionante, che prende per mano il lettore fin dalle prime pagine e che lo introduce direttamente nel nocciolo del racconto: rapidi e densi capitoli, solerte messa a fuoco dei personaggi principali, entrata nel vivo del contendere, visione chiara e ben delineata della psicologia dei protagonisti: tutto ciò descritto con un linguaggio immaginifico, vivace, inesauribile nell’inventiva espressiva, ora toccante anche, ma allo stesso tempo pregnante, diretto, talvolta molto duro, di quella durezza vigorosa, necessaria e utile per farci immergere nel clima, nell’ambiente, nei vari episodi circumnavigati dal variopinto e pacchiano popolo minuto dell’hinterland misero e degradato, cafone e ingenuo della Romania eternamente postcomunista. Su questo variopinto panorama di umanità alla deriva e ai margini, si staglia la figura tragicomica di Lisotta, con il suo imperioso carattere, indomito, anarchico, sorpresa nei suoi momenti di strazio ma anche di delicata introspezione, di vago smarrimento: ci coglie lo sbigottimento immergendoci nei suoi occhi scuri mentre scrutano il mondo violento e ostile degli adulti, eroina di quel mondo sommerso, invisibile, nascosto che ogni tanto la cronaca svela con orrore all’opinione pubblica.” (Mauro Barindi, Mogoşoaia, iunie, workshop Întâlnire cu scriitori, coord Florin Bican, 2009 – link)

 

Nota del traduttore Mauro Barindi

La storia raccontata nel romanzo Lisotta, a 11 anni si basa su un fatto reale, che ha avuto un’ampia risonanza mediatica in Romania. A questo proposito, l’autrice afferma: «Ho letto in un quotidiano questo titolo che aveva dell’incredibile: Una prostituta di 11 ha infettato di sifilide un intero villaggio. In seguito ho visto che alla notizia era stata data pubblicità in quasi tutta la stampa scritta, riportata con lo stesso contenuto e cioè che una bambina, che viveva in una famiglia di livello medio, era ritenuta responsabile di tutti i casi di sifilide riscontrati nel suo villaggio. 26 uomini, dall’età compresa fra i 17 e gli 85 anni, denunciavano di esserne stati contagiati. Il tono dei giornali, le accuse unanimi e il titolo rimbalzato da un quotidiano all’altro mi hanno spinta a indagare sulla vicenda e a scrivere questo romanzo. (…). Nella realtà, come anche però nelle pagine del romanzo, Lizoanca è una ragazzina orgogliosa, intelligente, che deve affrontare un mondo terribile. Senza dubbio, una vera lottatrice».

Eliza è una bambina di undici anni che vive in un villaggio rumeno – Satul Nou (‘Villaggio Nuovo’) –, non lontano dalla capitale, Bucarest. I suoi genitori, una madre sottomessa, Florenţa, e un padre manesco, Cristel (la madre, Tori, lo concepì a soli 14 anni in seguito a violenza carnale), sono persone che credono nel potere educativo… delle botte. Lei però ha un’altra visione della vita. Già dall’età di nove anni, per sfuggire alle percosse del padre, trova rifugio, in riva al fiume che scorre non lontano, presso un gruppo di piccoli vagabondi, dove impara subito che in cambio di favori sessuali poteva ottenere dolciumi, sigarette e alcol. Elisa si incontra segretamente con un pensionato, Petrache – il quale, dopo aver “consumato”, le permette di guardare la tv –, con Greblă –, proprietario del negozietto del villaggio, suo unico vero amico tra i maschi –, con il poliziotto Vică ecc.
Burbera e indipendente, refrattaria alla scuola (prende a sputi una maestra, Mirela Popescu, detta La pidocchiosa), sempre in giro con i suoi amici di sventura (Goarna, Titoaşcă, Nuţa – quest’ultima sarà rinvenuta morta in circostanze misteriose), dalla voce simile a quella di un vecchio ranocchio, all’età di undici anni si impone per la propria personalità e con essa riceve un nomignolo… sonoro che connota simpaticamente i tratti del suo carattere: Lisotta.
Dopo che nel villaggio si è sparsa la notizia che si è diffusa un’epidemia di sifilide, gli uomini che hanno avuto rapporti sessuali con Lisotta vengono assaliti da un sottile timore e, giusto quando la televisione fa della malattia della bambina un caso, la gente comincia ad allarmarsi. Il padre non tarda certo a pestarla ancora una volta per bene, ma l’infermiera, detta Sanitara, vuole redigere una lista con tutti gli uomini implicati nella faccenda. E poiché Lisotta si rifiuta di rivelarle i nomi, la donna, alla fine, mette per iscritto tutti quelli che, per sgarbi precedenti o per antipatia, le stavano sul gozzo: una perfida vendetta.
A questo punto, Lisotta viene portata all’ospedale, dove scopre il paradiso. Nella sua vita fatta di maltrattamenti e abusi sessuali, il reparto di un ospedale, con tanti letti e igiene precaria, si trasforma in un’oasi. Per di più, lì tutti la conoscono perché l’hanno vista in tv. Tuttavia non ha la fortuna di restarci per molto tempo ancora. Vică, il poliziotto, ha paura di quello che potrebbe raccontare Lisotta, e il padre, Cristel, vedendo che la televisione è interessata alla figlia, la trascina violentemente fuori dall’ospedale, strappandola letteralmente dal letto, pensando che potrebbe avere il monopolio della sua immagine: d’ora in poi chi vorrà portarla in tv, dovrà pagare a lui i diritti.
La crisi morale della piccola comunità si acuisce però nel momento in cui vengono scoperti i nomi di più di una ventina di uomini, tra cui anche degli ottuagenari, infettati dalla sifilide. Sanitararende nota la sua lista immaginaria e parecchi uomini sono accusati ingiustamente e sospettati di aver contratto la sifilide. Allora, molti di questi vogliono che Lisotta dica la verità, però lei intanto, respinta sia dagli adulti che dai suoi amici vagabondi, era riuscita a nascondersi vicino ad alcune rovine romane. Qui scopre quanto sia bello vivere senza adulti e, a un certo punto, scorge un ramarro che qualcuno aveva immobilizzato per terra con un chiodo che gli era stato infitto nell’esile corpo. L’animaletto non era morto, però Lisotta sapeva per sua esperienza di vita che non aveva senso sfilargli il chiodo: tanto era come già che bello andato. Tuttavia, un sentimento di compassione la spingeva a liberarlo, e quell’immagine l’avrebbe in seguito tormentata di continuo.
Nel frattempo, il conflitto si stava accentuando nel villaggio. A questo punto, la televisione incanala la discussione sul fatto che Lisotta non è solo una baby prostituta, di cui aveva parlato fino allora, ma anche una vittima: idea questa però difficile da accettare all’interno della comunità che la considerava responsabile della malattia degli adulti. Ma la televisione non può essere contraddetta: essa è come un dio onnisciente.
Alla fine, il poliziotto trova un modo per risolvere la vicenda: una prostituta della zona, anche lei malata di sifilide, confessa di aver avuto rapporti sessuali con tutti gli uomini infettati. Dato che lei è maggiorenne, le cose sono perfettamente legali. Nessuno però sa più nulla di Lisotta. Di conseguenza, quando fa di nuovo la sua comparsa nel villaggio, non suscita più alcun interesse, neppure nei confronti di suo padre, che capisce che non comparirà più in tv. La polizia gli richiede una dichiarazione in cui sia confermato che nessuno è più colpevole della malattia di Lisotta: in questo modo le cose rientrano nella normalità.
Tuttavia, Cristel tenta ancora di storcere denaro a Greblă e al poliziotto, minacciandoli di divulgare i rapporti, di cui lui è al corrente, che questi hanno avuto con sua figlia. Il piano del ricatto però fallisce, per cui riverserà la propria rabbia su Lisotta, picchiandola a sangue. Allora le autorità informano la Protezione per l’infanzia: Lisotta, in coma, viene portata all’ospedale, dove, finalmente, sarà anche curata contro la sifilide, assistita dal dottor Marin, lo stesso che, da giovane praticante di medicina, si era preso cura della nonna Tori quando era incinta del padre.
In seguito è trasferita in un istituto per bambini maltrattati. Qui fortifica le sue conoscenze: fa un test psicologico, scopre i significati più complessi, rispetto a quelli che supponeva lei, della parola prostituta, e un giorno incontra una bambina cantante, Trestiana, da lei conosciuta personalmente, che le aveva regalato un paio di scarpette argentate, e che si trovava ora nella sua stessa condizione di minore maltrattato: il padre l’ha abusata sessualmente e ne è incinta.
Per la prima volta, Lisotta pensa al suo ruolo nel mondo, rendendosi conto che la sua situazione non è molto diversa da quella del ramarro che aveva visto nel campo di granoturco. È un fardello che si eredita, perché alle sue spalle si snoda una lunga fila di tanti padri Cristel che pestano i propri figli. Vuole disfarsi di questo peso, vuole sentirsi libera, ribellarsi a chi ti vuole trafitta a terra come quel ramarro. Prova ora nostalgia per quella parentesi di vita trascorsa all’aria aperta, pur in condizioni disumane e impensabili, quando forse per la prima volta si è sentita spensierata e allegra così come dovrebbe essere ogni bambino a quell’età.
Il romanzo si chiude con Lisotta nell’istituto per la protezione dell’infanzia e con la sua fugace visione di Greblă, l’amico del villaggio, colui che, nonostante tutto, si ricorda ancora di lei e che sapendo quanto le piacevano i croissant, gliene porta un sacchetto, lasciato però all’entrata dell’istituto insieme a un regalo, un grazioso paio di scarpe. Lisotta, accortasi che è lui, cerca di vestirsi in fretta per raggiungerlo, ma qualcosa di inaspettato la coglie proprio in quel momento: un rivoletto di sangue le scende giù dal pube, la prima mestruazione. Non è più una bambina. È finita una fase della sua vita: adesso è un’altra persona. Greblă è già andato via. Lei si infila le scarpe e immagina di volare sopra tutti e tutto, verso il cielo. Ma è immobile. Da sotto l’orlo dei pantaloni fuoriesce il rivoletto di sangue che lambisce ora la soffice punta delle scarpe: come un flash, le ritorna alla mente l’esile ombra del ramarro della sua perduta infanzia.

Il linguaggio dei personaggi è reso dalla scrittrice in modo particolarmente vivace e crudo, ricorrendo, nei dialoghi, a un vocabolario scurrile, atto a denotare linguisticamente il modo di esprimersi dei personaggi delle classi sociali più disagiate e medio-basse della cintura periferica di Bucarest e in particolar modo di quelli “negativi” e di quelli ai margini della società rumena. […]

Mauro Barindi

(Fonte: http://www.afroditaciochin.ro)

Vedi anche:
Sito ufficiale della scrittrice Doina Ruşti

Doina Ruşti (Wikipedia)

«Lisotta, a 11 anni», il best seller di Doina Ruşti in italiano (Afrodita Cionchin)

INTERVIU / Doina Rusti: In labirintul fiecaruia traiesc cele 10 mii de intâmplari posibile

Doina Ruşti è nata da una famiglia di maestri di campagna in un villaggio del sud della Romania: qui ha trascorso la sua infanzia, offuscata dall’assassinio del padre, un tragico evento che ancora è avvolto nel mistero, sullo sfondo della spesso difficile e dura quotidianità di una Romania sotto il giogo comunista. Dopo aver conseguito nel 2000 il dottorato presso la Facoltà di Lettere di Bucarest, si dedica all’insegnamento e alla ricerca (è attualmente docente di Storia della cultura e della civiltà alla Facoltà di arte cinematografica dell’Università “Media” di Bucarest), mansioni cui affianca tuttavia la sua vasta e fertile attività di prosatrice: Doina Ruşti è infatti attualmente una delle scrittrici rumene più osannate dalla critica per l’originalità e la forza espressiva della sua scrittura. Oltre alla sua costante, passata e presente, collaborazione per riviste e antologie di letteratura contemporanea con prosa breve e articoli, e alla sua dotta produzione saggistica (notevole, fra le altre numerose pubblicazioni, il suo Dizionario dei simboli nell’opera di Mircea Eliade), Doina Rusti può già vantare al suo attivo quattro romanzi di ampio successo di pubblico e di critica: nel 2004 ha debuttato con Omuleţul roşu (L’omino rosso), cui hanno fatto seguito Zogru, Fantoma din moară (Il fantasma del mulino) e Lizoanca la 11 ani (Lisotta, a 11 anni). Il fantasma del mulino è stato insignito del prestigioso Premio dell’Unione degli Scrittori di Romania. (Fonte: Bonanno Editore)

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