La dittatura della paura in Romania nel ricordo dei giovani migranti


Luigi Zoja

Luigi Zoja. Image by torre.elena via Flickr

Alla scoperta del senso della vita e dell’uomo nel mondo, da condividere con gli altri.

(€UROITALIA – MILANO, 6 aprile 2011 – Simona C. Farcas)

Quella del giovane romeno Ioan Ciprian Farcas, che da piccolo voleva entrare in seminario, è una ricerca “quasi maniacale” del senso dei nostri giorni, ricerca in fieri, che scopriremo attraverso una serie di articoli che egli ha inviato alla nostra redazione per la pubblicazione.

Ioan Ciprian fa parte di quei “romeni in Italia” di cui i giornali non parlano spesso…  Da giovane immigrato prima, e da cittadino comunitario poi (la Romania è entrata nell’UE il 1 gennaio 2007), egli acquisisce la consapevolezza che in Italia vi è “una normale straordinarietà di persone e loro azioni che difficilmente emergono nella rete. E nei media”. Dal momento che “c’è un vuoto di rappresentanza di questa normale straordinarietà”, Ioan Ciprian incomincia a scrivere “articoli che riprendono un mio fare cultura e un mio celebrare la cultura fatta da chi ne è affascinato e si prodiga a produrla e a promuoverla”. Nato a Bacău in Romania trentuno anni fa, attualmente vive a Milano. “Sono quindici anni che vivo in Italia e condividere il mio bagaglio di cose apprese e di cose fatte può aiutare altri, può intrattenere e acculturare (anche) altri.”, scrive Ioan Ciprian nel suo blog.

Oltre a scrivere, Ioan collabora con la Caritas Ambrosiana come volontario mediatore linguistico-culturale sin dal 2002; mentre dal 2006 fa il tutor di progetti d’integrazione e recupero scolastico per adolescenti stranieri. Dal 2007 lavora inoltre nel settore socio-pedagogico. Con il racconto La gioia di essere grande si è classificato al primo posto al concorso “Immicreando” del 2007, che ogni anno è organizzato dall’Ufficio per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano e dalla Fondazione Ismu. Il coraggio di cogliere un fiore è il suo primo romanzo.

“Ne Il coraggio di cogliere un fiore l’autore ripercorre il viaggio dal suo Paese natale all’Italia, per intraprendere gli studi in seminario. Dalle pagine emerge una visione della Penisola solo apparentemente gioiosa, che infatti cade sotto i colpi di ideali xenofobi che condannano un uomo solo per la razza a cui appartiene. Un insieme di considerazioni sullo sfruttamento, sull’emarginazione, sulla classe politica e sui disastrosi rapporti sociali fanno da corollario alla narrazione. Uscito dal seminario e scoperto l’amore per una donna, Ioan si ritrova tra la gente, a fare i conti con la fatica immane di procurarsi il pane che può provare un giovane venuto dalla Romania in un Paese che ha perso lo spirito giocoso che lo distingueva, dove regnano la paura, le fobie, il pessimismo, dove le stesse leggi condannano un popolo migrante a tornare a casa solo perché alcuni si sono macchiati di luridi reati, con chiaro riferimento alle leggi dell’aprile 2007. Come saprà vivere Ioan in una Italia come questa? Scapperà? O magari tenterà di raccogliere i fiori che troverà sul suo cammino, pur rischiando di pungersi con le loro spine…”

Ioan Ciprian Farcas è un romeno che crede nella cittadinanza attiva e nell’essere cittadini rispettosi della città che accoglie, partecipando attivamente alla sua vita, alla sua costruzione, “per cui prima di pensare a un mio impegno politico, voglio avere un impegno civico”, spiega Ioan che continua “un buon cittadino è parte della comunità in cui vive e penso che abbia il diritto di contribuire al miglioramento di questo spazio.” Come romeno a Milano, ti senti più romeno o più italiano? “Amo le mie origini e amo la città in cui vivo, Milano, senza che i due amori ne entrino in conflitto. Spesso penso a questi due sentimenti e mi piace paragonarli ai modi di amare di un figlio che da un lato continua ad amare e rispettare la propria famiglia, dal altro cerca di soddisfare il bisogno di amare e rispettare la propira moglie/fidanzata o genericamente la metà che completa”, conclude Ioan Ciprian Farcas.


Il mio ricordo sulla dittatura di Nicolae Ceausescu in Romania: approccio storico

di Ioan Ciprian Farcas

Da poco mi è capitato tra le mani un libricino dello psicanalista Luigi Zoja “la morte del prossimo”.  Diverse volte ho bollato il comportamento di un certo presidente del consiglio, considerandolo come dittatura, definendola light, subdola e così via. Ora però mi devo correggere e forse contraddire in parte. È lontano il mio ricordo della dittatura di Ceausescu, non per rimozione di una memoria storica, ma perché vivendo in un paesino la percezione della dittatura era molto meno sentita. C’erano i campi e i loro prodotti, c’erano gli animali della fattoria che bene o male mi hanno impedito di conoscere realmente la fame. La natura con i suoi frutti rappresentava per noi una via d’uscita, una scappatoia contro il desiderio onnipotente del presidente di controllare. La sua dittatura era rappresentata nella mia mente dalle persone. C’erano i signori e le signore che rappresentavano un potere. Erano portatori del messaggio del conductor. E stranamente, non tanto per la mia innocenza infantile, quanto per il loro aspetto umano non mi facevano paura. Erano espressione fisica di un potere. Ma c’era invece un’altra categoria di persone invisibili agli occhi che facevano paura molto di più, che erano i cosiddetti spioni. Persone affidabili e gentili che all’occorrenza andavano a riferire ai rappresentanti del popolo le azioni illegali o ingiuriose verso il potere divino. E l’identità di queste persone era sconosciuta ai più. Anche in questo caso l’ambiente rurale ammortizzava questa paura. Gli spioni avevano vita breve. Certamente nel vicinato era facile identificarli, come anche nelle famiglie. Bastava stare alla larga da loro e si percepiva un senso di libertà. Lo stesso senso di libertà che si viveva a casa mia. Dove ricordo che mio padre e noi con loro ci si divertiva a insultare il conductor tutte le volte che si voleva e si vedeva. Sapevo che mio padre e a seguire i componenti della famiglia non erano nemici, anzi erano complici della mia stessa quotidianità. Ho poi approfondito il periodo del fascismo e le similitudini sono alquanto evidenti. Le camicie nere avevano il ruolo di proiettare e diffondere il senso di potere e controllo. Ed erano rappresentazioni fisiche come i membri del partito del mio paese. Con la caduta di questi Signori in teoria è venuta meno una presenza fisica del potere e della paura che esso in quanto dittatoriale ne diffondeva. In Italia è iniziata l’era delle grandi battaglie e delle grandi rivoluzioni sociali. Il popolo vedeva nei suoi rappresentanti i demiurghi delle loro pulsioni e dei loro bisogni. Come ampiamente descritto dallo psichiatra Emilio Fava e Francesca Codignola nel loro libro “ la psicodinamica del post-comunista.” La politica, che un po’ nostalgicamente la definisco Politica con la P maiuscola, aveva la funzione di interpretare i bisogni del popolo e le traduceva in battaglie per i diritti. Lo hanno fatto con lo stesso obiettivo e con modi diversi sia la DC che il PC italiano. Ispirati alle proprie ideologie si erano ritagliati il compito di governare e contenere le pulsioni della gente battendosi per diritti. Morte le ideologie sono venuti a mancare anche questi demiurghi delle paure e della rabbia che inesorabilmente il popolo o meglio la folla nutre. Nello stesso libro Fava paventa l’avvento di Movimenti che raccolgono queste pulsioni di rabbia al fine di impadronirsi del potere. Questi movimenti però invece di proporsi come demiurghi sceglievano di aumentare e fomentare le paure e le rabbie assumendo tale pratica ad instrumentum regni. E non faccio nomi di fronte all’evidenza di certi movimenti che ora sono diventati partiti e che riescono bene ad incutere timori e ad ingrandirne la reale portata. Questi movimenti inoltre per ottenere il potere hanno bisogno di un nemico. prima di vedere però quali sono stati e quali sono i nemici scelti cerco di descrivere dove nasce la paura. Per molto tempo le città costruivano le mura intorno per difendersi dai nemici. Nemici quindi estranei al loro passato e al loro presente. Nemici quindi diversi. In una società rurale la diversità non è dovuta solo alla diversa origine, ma spesse volte è dovuta anche alla diversità culturale e di pensiero. Diversa può quindi risultare anche la cultura che prescinda o superi le forme folkloristiche tramandate di padre in figlio. Proprio per questo quando nacquero come movimento presero di mira il terrone, poi a seguire l’Italia come nazione e poi ancora l’immigrazione. Lascio quest’ultimo termine a successive riflessioni. Con la morte insomma delle ideologie nasce il nemico come entità astratta e generale. E manca questo nemico di fisicità concreta. Il nemico non è il terrone, che fatta una buona integrazione risulterà buono ed un’eccezione, ma i terroni come entità generale. Squadra vincente non si cambia, dicono in Italia, e non vedo perché pensiero o meccanismo di successo si debbano cambiare. Questo fenomeno si sviluppa in modo molto veloce al punto da farmi ritenere che oggi ne viviamo all’apice.

L’interesse: l’abitante dello spazio pubblico

Ora però, fatta la premessa, inizio a rappresentare la situazione e le forme di paura che ci impediscono di vivere un senso di libertà e ci fanno percepire come sudditi di una dittatura. Di pari passo all’avanzata della Signora Paura che certamente tiene uniti e che si alimentano di eroi e difensori, in Italia si sviluppano anche i media che sono uno strumento molto efficace. Perché oltre alla parola scritta che induce il lettore alla riflessione e quindi all’apprendimento attraverso un processo cognitivo, la televisione per di più tocca direttamente il nostro sistema sensoriale attraverso l’immagine. Chiunque vedendo un immagine ne coglie subito il senso di paura o di piacere che la stessa immagine ne emana. La televisione ha inoltre il vantaggio di essere vista in casa. Quindi in un luogo protetto e intimo. L’uomo si trova così a confrontarsi con il mondo non incontrandolo nella quotidianità, ma osservandolo comodamente a casa sua. Così l’uomo apprende della malvagità dell’altro uomo, apprende la malvagità del vicino che uccide e contemporaneamente scopre la bellezza del mondo lontano. Delle isole colorate e pulite. Quelle isole hanno il beneficio di non avere malvagi, al contrario delle città in cui viviamo. Ho avuto modo di confrontare le immagini di Haiti subito dopo il terremoto e le immagini delle Isole Caraibiche nei vari volantini delle agenzie di viaggio. Ebbene nelle foto delle agenzie si evidenziano le spiagge pulite e l’acqua azzurra, si notano qua e là capanne di paglia che evocano un mondo lontano e romantico, ed evidenziano una luce accattivante. Le immagini del terremoto invece mostrano distruzione, mostrano palazzi caduti, e non sono mai riuscito a vedere una capanna romantica in quelle immagini, e persino la luce è più opaca. Ed è certamente un esempio di come il lontano diventa anche custode e luogo di piacere. E il Vicino? Nel mio lungo approfondire e riflettere ho fatto diversi esperimenti. Quando andava molto di moda il delitto di Erba ho chiesto a due mie amiche di aiutarmi a fare questa cosa. Alla prima ho chiesto di sgomberare la mente da ogni pensiero e di descrivermi le prime cose che le venissero in mente. Ho scelto lei, che essendo pensionata trascorre molto tempo davanti alla televisione. Essendo amica e conoscendomi bene non ha avuto il timore di fare brutte figure e io l’ho pregata di essere sincera. Le ho chiesto cosa le veniva in mente sentendo la parola “Casa” e lei mi ha elencato: “ la mia casa, mio marito, mio figlio e i miei nipoti.” Le ho chiesto a seguire altre parole come “figlio” e lei ha risposto: “ mio figlio, mia nipote che ha partorito e il figlio di Chiara che si è fatta male in un incidente.” Essendo divertente mi sono prolungato a chiedere parole sempre più lontane dalla sua realtà, e lei mi ha elencato le cose che le venivano in mente. A un certo punto le ho chiesto di elencarmi le cose che le venivano in mente sentendo la parola “vicino” e le sono venute in mente “ Olindo e Rosa, l’incendio, il bimbo morto, la sua vicina di casa( ha aggiunto in seguito che la doveva chiamare) e a seguire mi ha fatto l’elenco dei suoi vicini in ordine dal più antipatico e sconosciuto a chi le stava simpatico e con cui aveva buoni rapporti. Ho interrotto il giochetto delle parole e evocazioni, convinto di come gli eventi tragici e disumani ci spaventano e ci rimangono impressi nella memoria. alla seconda amica che è molto impegnata e che guarda poco la televisione ho chiesto in ordine le stesse parole. Alla prima parola le sono venute in mente la casa in cui vorrebbe andare ad abitare, la casa dei genitori, il divano che vorrebbe cambiare. Le ho chiesto in fine anche la parola vicino e le sono venute in mente” il vicino figo, i nuovi vicini, un suo vicino dell’infanzia e Olindo e Rosa.” Questo esperimento privo certo di una evidenza scientifica mi ha fatto pensare a quanto la televisione e il vedere le immagini influenzino il nostro quotidiano. Ho riproposto lo stesso esperimento anche dopo il delitto di Shara Scazzi e il risultato è stato il medesimo. La parola zio evocava come prima cosa il tragico evento nella mia amica pensionata e meno nella mente della mia amica impegnata. Ora riprendo anche il libro con cui ho iniziato questa piccola riflessione. Zoja afferma nel titolo della sua opera la morte del prossimo. Del prossimo inteso come vicino di casa e di scrivania. “Le distanze che la globalizzazione ha reso meno evidenti, favoriscono i rapporti tra persone lontanissime e sembrano penalizzare invece quelli che intercorrono fra chi vive nella stessa città, nella stessa via, nella medesima casa..” E a mio modo di vedere le distanze favoriscono un confronto meno impegnativo. Con chi non mi osserva posso confrontarmi come e su cosa decido io. Cade in me il bisogno di un confronto con chi mi vive accanto. E a maggior ragione cade l’interesse per la prossimità, ed accresce per la lontananza. A chi non è capitato di interessarsi alle cose del mondo, alle guerre, alle carestie, ai bambini affamati dei paesi del Terzo Mondo. E ora che c’è il conflitto in Libia mi è capitato di interessarmi ai lontani paesi, pur ignorando come stessero i miei vicini di casa egiziani o come stessero i bambini della mia vicina del terzo piano. Come pur essendo interessato alla situazione dei bambini del Terzo Mondo e alla loro quotidianità per tanto tempo ho ignorato che una vicina aveva partorito e che suo
figlio ha avuto dei gravi problemi. Inconsapevolmente ho fatto morire i miei prossimi, acquisendone dei nuovi vicini lontani. E spesso mi capita di fare la stessa cosa con la mia città o con il paese in cui vivo. Pur essendo aggiornato sulle vicende del mondo, spesso ignoro quelle del mio condominio, del mio quartiere e della mia città. Questo mi porta e generalmente porta a trasformare la mia casa una fortezza. Ma porta anche a disabitare uno spazio condominio, uno spazio città e uno spazio paese. Porta a sentirmi più sicuro, ma più solo. Lo spazio che io lascio disabitato dal mio disinteresse spesso viene occupato da altri. Disabituando la città la lasciamo abitare a coloro che delinquono, la diamo in pasto a predatori e banditi che se ne impossessano. E questo diventa evidente con gli spazi disabitati dal interesse pubblico. Prendiamo ad esempio i parchi. Quelli usati dai genitori e dai bambini come luogo di svago sono anche quelli più sicuri. Quelli invece disabitati dall’interesse della cittadinanza ne diventano culle di bulli e delinquenti. Diventano officine di degrado e di paure. E per molto tempo le Amministrazioni locali hanno pensato bene che per proteggere gli spazi pubblici dal degrado bastava recintarli. Renderli spazi aperti recintati. E penso che siamo così abituati a vivere da recintati che uno spazio aperto invece di farci sentire e respirare la libertà si presenta minaccioso e angosciante. Per paura della nostra incolumità abbiamo abbandonato gli spazi delle nostre città. E sono propenso a pensare che una città disabitata dall’interesse di chi la abita ne sia facile preda del degrado e dei predatori che non necessariamente devono vestirsi sporchi o di stacci. Penso che predatori ne siano anche i signori in giacca e cravatta che deturpano un ambiente al fine di raggiungere un proprio interesse. Disinteressandoci all’ambiente circostante diventiamo causa ed effetto del dilagare di paure e di degrado. Causa perché il nostro disinteresse alimenta l’esibizionismo di chi ha bisogno di essere visto e fa perdere le traccia al buonsenso. Termine quest’ultimo caduto in disuso nelle grandi città. Il buonsenso necessità di impegno. Ed io sento la necessità di impegnarmi nella misura in cui chi mi circonda mi apprezza e innanzitutto mi vede. A lungo non ho buttato i mozziconi di sigaretta per terra convinto che alle mie spalle ci fosse sempre un anziano di gran spirito patriottico a sgridarmi. Mi è capitato di essere guardato male quando ho buttato un mozzicone di sigaretta in Germania e anche un po’ in Francia, ma in Italia nessuno mi ha mai rimproverato per un gesto simile. Ho avuto l’impressione in Germania che quel luogo era abitato dall’interesse di chi ci abitava. A Milano città in cui vivo ho spesso l’impressione di vivere in una città affollata e disabitata. Il cittadino mancante di una città come Milano è a parer mio l’interesse. Ma se l’interesse per la cosa pubblica non abita Milano chi la abita? La abitano certamente le forme di degrado e non necessariamente fisico, il degrado esistenziale. Milano impoverita dall’interesse ne diventa arricchita dalla solitudine e dal disinteresse.

Il disinteresse come reazione alla paura

Alla base della cosiddetta rimozione sta una forte paura. Spesso noi facciamo finta di disinteressarci a una cosa perché ci spaventa. Spesso evitiamo i luoghi bui perché evocano in noi un senso di insicurezza e di paura. È plausibile quindi pensare che Milano è povera di interesse perché Milano con tutta la sua diversità suscita timore. Non ho parlato della sofferenza che causa la paura. Chi ha paura non vive, si limita la propria esistenza a difendersi, a proteggersi. Ma se il nemico è invisibile da chi bisogna difendersi? Ci si difende da tutto indistintamente, mi viene da rispondere. Mi viene in mente la posizione che istintivamente noi assumiamo di fronte a una cosa paurosa. Come prima cosa giriamo lo sguardo, lo copriamo con le mani. In modo da non vedere. Ma poi non riusciamo a non guardare. Scatta quel perverso meccanismo di non voglio vedere, ma fammi vedere. Rannicchiamo il nostro corpo in modo da esporlo al pericolo il meno possibile. Contrariamente a chi vuole incutere paura che estende il proprio corpo, ne impone la supremazia. Ci difendiamo da noi stessi esponendoci il meno possibile. Ma chi deve preoccuparsi della mia paura? La Politica? Ma se alla politica interessa il potere, come può preoccuparsi della mia paura? E mi domando ancora quanto comodo può essere la mia paura? e se io non ho paura quanto bisogno ho di uno che mi difenda? Sono domande che a primo impatto possono sembrare strumentali. E lo sono in parte. Sono domande che servono a me per dimostrare quanto la politica urlata soddisfi un doppio bisogno: da un lato incutere paura, dall’altro simboleggia la sua supremazia su dei corpi rannicchiati. E parto da queste due affermazioni per considerare l’immobilismo dell’Italia. Malgrado le battaglie di un certo partito contro l’immigrazione, ad esempio, abbiamo sempre più la percezione che ne siamo invasi e minacciati. È altresì plausibile pensare che se io vivo da rannicchiato ho anche meno probabilità di vedere quello che mi circonda. O meglio tenderò a vedere solo ciò che nelle circostanze è un pericolo. Ma se una persona guarda dolo il pericolo è probabile che veda solo le cose pericolose. Il suo mondo quindi si rivelerà presto povero di bello e di armonioso e ne diventerà ricco di pericoli. Come è plausibile pensare che se mi voglio far notare e far sentire io abbia più successo spaventando.

La paura, nemica della riflessione e della realtà.

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