Accademia di Romania in Roma: il vescovo Anton Durcovici (1888 – 1951) a 60 anni dal martirio


 Simposio di studi – mostra fotografica – proiezione documentario

Lunedì 12 dicembre, ore 19,00

Sala Conferenze, Accademia di Romania

Valle Giulia, Piazza José de San Martin, 1

 Interventi:

P. Fabian Dobos – Il Vescovo Anton Durcovici: Modello di fedeltà a Dio e alla Chiesa

P. Alois Moraru – Il Vescovo Anton Durcovici : Dalla culla alla tomba

P. Wilhelm Danca – Il Vescovo Anton Durcovici: teologo e pastore

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Il vescovo Anton Durcovici (breve biografia)

Dopo la rivoluzione del dicembre 1989 l’accesso ai dossier delle ex polizie segrete romene ha permesso la rivelazione di molte vicende della Chiesa Cattolica di Romania durante il regime comunista.

Vescovo di Iasi, il Mons. Anton Durcovici (1888 – 1951) è uno degli esempi più brillanti nell’oscurità di quel momento storico. Proprio come il Mons. Vladimir Ghika (1873- 1954) al quale l’Accademia di Romania ha dedicato un convegno nell’autunno del 2009.

Mons. Anton Durcovici, nato ad Altenburg (Austria) e poi trasferito con la madre e il fratello in Romania dopo la morte prematura del padre, nel 1906 venne inviato dall’arcivescovo di Bucarest a studiare a Roma. Nel 1910 Antonio Durcovici concluse i suoi studi teologici presso il Collegio De Propaganda e conseguì il dottorato in teologia.

Si laureò prima in filosofia al collegio di S. Tommaso, poi in teologia al Pontificio Ateneo di Propaganda Fide e a Roma. Fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1910 e poi si dedicò allo studio del Diritto canonico presso la Facoltà del Seminario Romano concluso con una licenza in Diritto ecclesiastico.

Nell’agosto 1911 ritornò a Bucarest. Durante la Prima Guerra Mondiale, a causa della sua provenienza austriaca, fu internato per due anni (1916 – 1917) in un lager della Moldavia. Ritornato libero, continuò gli impegni dettati dal suo ministero sacerdotale. Nel gennaio 1924 venne incaricato con il prestigioso compito di Rettore del Seminario Maggiore di Bucarest e di professore di filosofia e latino, diritto canonico, teologia morale.

Dal 1935 è vicario generale dell’arcidiocesi di Bucarest e presidente del Tribunale ecclesiastico in qualità di Giudice. Il 30 ottobre 1947 a 59 anni, fu nominato da papa Pio XII vescovo di Iasi (Moldavia). Per l’opposizione del regime comunista poté ricevere la consacrazione episcopale solo nel mese di aprile dell’anno successivo nella cattedrale di San Giuseppe di Bucarest.

Continuamente sorvegliato dalla Securitate, quest’ultima trovò pretesti per imbastire contro di lui  l’accusa di “esortazione della popolazione di non partecipare alla vita politica della Romania comunista”. Sempre dai verbali della Securitate si apprende che il vescovo di Iasi aveva avuto il ruolo di capo della Chiesa Cattolica non solo in Moldavia, ma anche nell’arcidiocesi di Bucarest e che nel 1949 era considerato il più importante vescovo cattolico di Romania.
Il 26 giugno 1949, mentre era in viaggio verso Popesti Leordeni per amministrare il Sacramento della Cresima, fu arrestato insieme al suo collaboratore don Raffael Friedrich. Iniziò per lui il lungo calvario di detenzione – inizialmente fu portato nella sede del Ministero degli Interni a Bucarest, poi trasferito nel carcere di Jilava dove rimase probabilmente dal giugno 1950 al 10 settembre 1951.
Il 10 settembre 1951 il vescovo Durcovici fu trasferito da Jilava al carcere di Sighetul Marmatiei (nord della Romania, provincia Maramures), uno dei più duri del regime comunista romeno, dove è stata epurata grandissima parte delle eccellenze in ambito culturale, politico, religioso della Romania. Mons. Anton Durcovici morì qui il 10 dicembre 1951. Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997 la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il nulla osta per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici in quanto martire della fede.

Testo tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/92353

Sito Memorialul Victimelor Comunismului si al Rezistentei (nell’ex carcere di Sighetul Marmatiei)  www.memorialsighet.ro

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3 commenti su “Accademia di Romania in Roma: il vescovo Anton Durcovici (1888 – 1951) a 60 anni dal martirio

  1. GLI ULTIMI ANNI DI UN MARTIRE DELLA CHIESA CATTOLICA DI ROMANIA

    † ANTON DURCOVICI
    VESCOVO DI IAŞI (1947-1951)

    Sono passati quasi 60 anni da quando, per 45 anni, la Chiesa Cattolica di Romania ha cominciato il suo Calvario, essendo forzata a scendere di nuovo nelle catacombe in pieno secolo XX. È stato un periodo di persecuzioni e di sofferenza, ma nello stesso tempo, un’occasione di testimoniare la fede portata fino all’eroismo. Sapendo che se percuoterà i pastori, saranno disperse le pecore del gregge (cf. Mt 26,31), il regime comunista ha cominciato a colpire prima i vescovi e i sacerdoti. Sono stati incarcerati tutti i vescovi cattolici romeni di allora per il motivo: attaccamento verso la Chiesa. Ma tra loro è stato uno che si è distinto per il suo coraggio: Anton Durcovici, vescovo di Iaşi. Dopo la Rivoluzione del dicembre 1989, avendo accesso ai dossier della ex-polizia politica comunista (la Securità), sono state rivelate molte vicende che nemmeno si potevano pensare. Tra queste voglio presentare alcuni fatti più interessanti e sconvolgenti, per avere un’idea di ciò che ha significato il regime comunista per la Romania. Sulla vita di prigioniero di questo vescovo è stato scritto recentemente un libro molto documentato, di cui presenterò alcune note. http://www.cappellacangiani.org/home_file/Archivio/MartireRomania.htm

  2. “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26,31)

    GLI ULTIMI ANNI DI UN MARTIRE DELLA CHIESA CATTOLICA DI ROMANIA

    † ANTON DURCOVICI
    VESCOVO DI IAŞI (1947-1951)

    Sono passati quasi 60 anni da quando, per 45 anni, la Chiesa Cattolica di Romania ha cominciato il suo Calvario, essendo forzata a scendere di nuovo nelle catacombe in pieno secolo XX. È stato un periodo di persecuzioni e di sofferenza, ma nello stesso tempo, un’occasione di testimoniare la fede portata fino all’eroismo. Sapendo che se percuoterà i pastori, saranno disperse le pecore del gregge (cf. Mt 26,31), il regime comunista ha cominciato a colpire prima i vescovi e i sacerdoti. Sono stati incarcerati tutti i vescovi cattolici romeni di allora per il motivo: attaccamento verso la Chiesa. Ma tra loro è stato uno che si è distinto per il suo coraggio: Anton Durcovici, vescovo di Iaşi. Dopo la Rivoluzione del dicembre 1989, avendo accesso ai dossier della ex-polizia politica comunista (la Securità), sono state rivelate molte vicende che nemmeno si potevano pensare. Tra queste voglio presentare alcuni fatti più interessanti e sconvolgenti, per avere un’idea di ciò che ha significato il regime comunista per la Romania. Sulla vita di prigioniero di questo vescovo è stato scritto recentemente un libro molto documentato, di cui presenterò alcune note.

    I. 30 OTTOBRE 1947 – 26 GIUGNO 1949: ANNI DI PERSECUZIONE; INSEGUITO DALLA SECURITÀ

    Il martirio di Anton Durcovici, vescovo di Iaşi, non ha cominciato il 26 giugno 1949, data del suo arresto brutale a Bucarest, ma quasi due anni prima, subito dopo la sua nomina di vescovo di Iaşi (nella regione Moldavia) dal papa Pio XII, il 30 ottobre 1947. In circostanze estremamente difficili nei quali ha dovuto iniziare la sua attività a Iaşi, con il contesto socio-politico interamente ostile a tutti i cattolici, e specialmente a quelli della diocesi di Iaşi, il vescovo Durcovici ha dovuto sopportare le straordinarie pressioni da parte della polizia politica comunista (Securità). Anche se, durante la guerra, si era trovato qualche volta sotto la stretta sorveglianza del Servizio di Informazioni e della Polizia di Sicurezza (Securità), solo più tardi, con la sua nomina di vescovo di Iaşi, gli hanno fatto un dossier informativo di sorveglianza. L’intenzione della Polizia politica è stata premeditata dall’inizio, cioè di realizzare non solo un semplice dossier informativo di sorveglianza, ma un dossier di sorveglianza penale, per incriminare, arrestare e condannare il sorvegliato. Il dossier informativo è stato fatto dalla Direzione Regionale di Securità di Iaşi, principalmente sulla base delle note e rapporti informativi offerti dai servizi provinciali di Securità di Roman e di Bacãu, province con la più numerosa popolazione cattolica della diocesi di Iaşi. Il dossier personale Anton Durcovici è stato creato dalla Securità con il numero 84569. Si deve fare menzione del fatto che l’intenzione della polizia politica era di sorvegliarlo individualmente, un’eccezione tra i chierici cattolici di allora che sarebbero stati implicati nelle investigazioni e poi arrestati in “gruppi”. Infatti, il dossier penale fatto dalla Securità nel periodo della detenzione del vescovo, con il numero 57512, è stato un dossier individuale, il solo accusato essendo il vescovo Durcovici. Il sistema di pedinamento e di sorveglianza promosso dalla Securità nel “caso Durcovici” è stato molto complesso. Gli uffici di informazioni dei servizi provinciali di Bacãu e di Roman hanno seguito ogni passo del vescovo Durcovici durante le sue visite canoniche fatte nei villaggi e le comunità cattoliche delle province di Bacãu e di Roman, ed a Iaşi è stato sempre sorvegliato dai marescialli di Securità. A livello della Direzione Regionale della Securità di Iaşi, ufficiali superiori, guidati proprio dal direttore generale, hanno raccolto le informazioni ricevute dalle diverse fonti, elaborando note e relazioni per la Centrale di Bucarest, o presentando alla stessa Centrale le relazioni e le sintesi fatte dai servizi provinciali di Roman e di Bacãu. Il sistema di sorveglianza e di pedinamento è diventato sempre più duro nell’autunno dell’anno 1948, in occasione delle visite canoniche fatte dal vescovo Durcovici nelle province di Bacãu e di Roman. Riguardo una di queste visite, quella a Luizi Cãlugãra (provincia di Bacãu), del 14 settembre 1948, il Servizio provinciale di Securità di Roman riferiva il 15 settembre 1948: “L’atteggiamento e l’attività dei sacerdoti cattolici è sorvegliata da vicino da parte nostra…”. Durante il viaggio canonico fatto dal vescovo Durcovici in Oltenia (regione Valacchia) nel giugno 1949, lui è stato intensamente sorvegliato dagli ufficiali di Securità, che hanno dichiarato: “Il vescovo Durcovici e i sacerdoti che lo accompagnavano sono stati sempre sotto stretta sorveglianza, avendo in mezzo a loro un doppio numero di informatori…”.

    Il punto culminante di questo processo di sorveglianza era durante le celebrazioni pontificali, quando gli ufficiali di Securità erano molto attenti alle omelie e ai discorsi del vescovo, che erano messi per iscritto per trovare le tanto cercate referenze politiche. “Durante la messa a Târgu Jiu, il 14 giugno 1949, – riferivano due ufficiali – hanno partecipato anche i membri del Servizio provinciale della Securità di Târgu Jiu, interpreti fino alla fine”. La sorveglianza mirava anche rubare alcune delle lettere circolare scritte dallo stesso vescovo Durcovici, considerate da loro “elementi delittuosi”. Riguardo una simile impresa, “l’ombra” del vescovo Durcovici a Iaşi, un maresciallo (N. Bãlãnescu), riferiva il 10 gennaio 1949: “È stata rubata da un informatore la lettera circolare “Consacrazione della diocesi di Iaşi al Cuore Immacolato di Maria”, il 5 gennaio 1949, dalla sagrestia, senza che qualche sacerdote se ne accorgesse, anche se è stato molto rischioso per l’informatore, che ha rubato anche la manifestazione”. Ugualmente, sono stati intercettati oggetti di corrispondenza e lettere circolare del vescovo Durcovici, mandate da lui ai sacerdoti della diocesi di Iaşi, e la corrispondenza ricevuta dal vescovo dai fedeli o sacerdoti di Transilvania o dall’Arcidiocesi di Bucarest. La Securità sperava di scoprire così ogni tipo di informazioni cosiddette sovversive o aventi carattere “antidemocratico”.

    Il tentativo della polizia politica di reclutare informatori dai collaboratori o dai sacerdoti cattolici si è dimostrato un insuccesso. Con alcune eccezioni, esemplificati sotto, la popolazione cattolica non ha collaborato con la Securità nel suo tentativo di incriminare il vescovo Durcovici. Così, il 6 ottobre 1948, l’Ufficio I Informazioni della Securità provinciale di Roman, riferiva alla Direzione Regionale di Iaşi: “Le penetrazioni informative in mezzo ai cattolici costituisce il più grave problema, essendo difficile di penetrare, perché sono molto sospettosi, e i sacerdoti lavorano in mezzo alla gente con i più fidati e degni elementi (…) Si sta cercando l’allargamento della rete informativa, penetrando sempre di più tra gli elementi clericali, per poter conoscere in tempo le azioni minatori del regime”. Sono state usate contro il vescovo Durcovici 57 dichiarazioni scritte, appartenenti ad alcuni cattolici abitanti dei villaggi: Lespezi, Fãrãoani, Ciugheş, Târgu Trotuş, Valea Seacã, Nicolae Bãlcescu, Gioseni, Cleja, Slãnic, Dãrmãneşti, Oneşti e Pustiana, che non erano contenti del rifiuto del vescovo di introdurre la lingua ungherese nelle chiese. La maggioranza di quei 57 contadini avevano fatto parte delle delegazioni di contadini che hanno parlato con il vescovo Durcovici, identificati e poi interrogati dalla Securità. Il 20 aprile 1949, la Direzione Regionale della Securità di Iaşi riferiva alla Centrale di Bucarest sul “reclutamento di informatori nel Vescovato cattolico” senza poter stabilire i dati concreti richiesti dai superiori di Bucarest. Questo fatto ci porta alla conclusione che gli informatori non erano chierici o collaboratori vicini del vescovo Durcovici.

    II. GLI ANNI DELLA PERSECUZIONE: 1947-1949; LE ACCUSE PORTATE DALLA SECURITÀ ROMENA AL VESCOVO DURCOVICI

    Le relazioni e le note informative scritte dagli ufficiali di Securità contengono decine di accuse al vescovo Durcovici, per incriminarlo e mandarlo dinanzi alla Giustizia comunista. Sulla base delle dichiarazioni di quei 57 contadini cattolici ricordati sopra, gli ufficiali di Securità hanno accusato il vescovo Durcovici di “istigazione in blocco contro l’ordine e la sicurezza dello Stato”, “stimolo fatto alla popolazione di non rispettare le leggi dello Stato comunista”, “esortazione della popolazione di non partecipare alla vita politica della Romania comunista”, istigazioni tra gli abitanti cattolici dei villaggi della provincia di Bacãu “esortandoli di non obbedire all’insegnamento democratico proposto dalla Repubblica Popolare Romania”, istigazioni all’odio razziale, propaganda anti-sovietica, critiche fatte alle misure intraprese dal governo, attività di propaganda contro gli ebrei e contro la forma di governo di Romania. Secondo l’opinione degli accusatori, in tutte le Messe nelle località cattoliche, il vescovo Durcovici avrebbe “incoraggiato la popolazione di essere fedele e di non avere paura di quello che succederà nella vita perché così vinceranno”.

    Per esempio, nei “substrati dell’omelia” fatta dal vescovo Durcovici a Luizi Cãlugãra il 15 settembre 1948, gli ufficiali della Securità scoprivano “la tendenza dei fedeli cattolici di approfondire il sentimento religioso fino al fanatismo (…) Il sentimento religioso nella massa di contadini cattolici è molto sviluppato, e queste omelie tenute dal clero cattolico hanno un grande effetto…”. In un’altra relazione redatta dalla Securità di Roman, il vescovo Durcovici era accusato di aver tracciato, con le sue omelie, “una linea di condotta dei sacerdoti cattolici, incoraggiandoli ad azioni di istigazione mirante il regime democratico”, o che le parole del vescovo fossero “una precisazione della posizione anti-comunista e anti-governamentale della Chiesa cattolica”. Le visite canoniche fatte dal vescovo Durcovici nelle province di Bacãu e di Roman e, con queste occasioni, le solennità religiose, sono state considerate dalla Securità come “rafforzamento del misticismo religioso nelle masse, fino all’assurdo, e consolidamento dei rapporti con il papa”, fatti “incompatibili con la linea politica del regime democratico popolare”. Più volte, la Securità ha espresso la sua preoccupazione sui stati di fatto provocati dalle visite canoniche del vescovo Durcovici, riferendosi alle manifestazioni religiose dei paesani in favore del loro vescovo, sullo “spirito agitato” provocato nei sacerdoti e sulle azioni di istigazione dei paesani e sulle possibili provocazioni, nel futuro, contro il regime. Il 14 ottobre 1948, la Direzione Regionale della Securità di Iaşi riferiva alla Centrale di Bucarest il fatto che le visite del vescovo Durcovici avessero determinato che “il fenomeno delle manifestazioni cattoliche diventi un problema sempre più accentuato” e che potrebbe creare “un ambiente impossibile” nei villaggi cattolici, diventati veri “focolai cattolici di istigazione anti-democratica”. La lista di accuse portate contro il vescovo Durcovici è stata completata con alcuni brani dei discorsi o omelie che questo avesse fatto ai contadini nei villaggi cattolici visitati nell’autunno dell’anno 1948. Sono stati considerati citati delittuosi l’esortazione fatta ai bambini di Sãbãoani e Pildeşti il 6 ottobre 1948: “Ragazzi! Non perdete la fede in Dio! Anche se le chiese saranno chiuse e tutti noi moriremo, altri dall’Italia ci sostituiranno”, o l’ammonizione fatta ai sette paesani di Pustiana, il 18 settembre 1948: “Se foste stati buoni cristiani, avreste lottato contro quelli che hanno chiuso le nostre scuole di preti e le scuole teologiche dove crescevano veri cristiani, e non avreste chiesto la lingua ungherese”. Queste parole del vescovo sono state considerate dalla Securità come una vera esortazione alla resistenza anti-comunista! Le lettere circolare mandate dal vescovo Durcovici ad alcuni sacerdoti delle parrocchie della diocesi di Iaşi, a loro volta, sono state considerate dalla Securità come stimolo alla “resistenza mediante il fanatismo religioso”. Verso la fine dell’anno 1948, l’azione di sorveglianza e persecuzione della polizia politica verso il vescovo Durcovici è diventata più intensa, e le accuse sono arrivate al parossismo. Le relazioni della Securità parlano chiaramente dei casi di “istigazione” dei sacerdoti cattolici “al comando di Durcovici” e degli “atti di ribellione della popolazione cattolica”. Così si faceva diretto riferimento alle misure efficienti di difesa della libertà dei sacerdoti nella loro lotta contro il regime comunista, anche con la promozione delle “guardie parrocchiali” e la “mobilizzazione della popolazione”, tutte e due messe sul conto del vescovo Durcovici. Le visite canoniche sono ridotte solo ad una presupposta “campagna propagandista disordinata, fatta dal vescovo Durcovici all’aperto e con un svergognato coraggio…”; lui avesse esortato la popolazione cattolica alla renitenza al regime comunista. La partecipazione dei cattolici alle Messe pontificali e ad alcune vere azioni di ribellione e renitenza alle truppe di Securità sono state considerate dalla Securità “movimenti di massa avvenuti nei villaggi cattolici all’istigazione dei sacerdoti e del vescovo Durcovici”. L’assurdità di alcune accuse può essere provata con l’aiuto di una nota della Securità di Iaşi, del 6 ottobre 1948, che, riferendosi alle visite canoniche nelle province di Bacãu e Roman, incriminavano il vescovo Durcovici del fatto di aver creato un “ambiente ostile al regime, così che si può pensare che è fatta con l’intenzione di sabotare la campagna di seminagione autunnale”. Senza lasciarsi superata, la Securità di Craiova accusava il vescovo Durcovici dopo le sue visite canoniche fatte da lui nelle parrocchie di Oltenia nel giugno 1949. Secondo gli ufficiali della Securità di Craiova, in queste visite il vescovo Durcovici avesse incontrato in particolare la gioventù cattolica, considerata “fanatica del culto cattolico”, con l’intenzione di mantenere cosciente la fede cattolica e “l’attenzione verso il papa”, ma anche la renitenza al regime. Queste note qualificano già il vescovo Durcovici come “uno dei nemici della classe lavoratrice e dell’attuale regime della Repubblica Popolare Romania”. Nel modulo personale fatto dalla Securità di Iaşi, hanno fatto il seguente ritratto politico del vescovo Durcovici: “atteggiamento forte; non rinuncia al papato, esortando alla resistenza verso le misure del M.C. (Ministero dei Culti) anche gli altri sacerdoti sudditi; un elemento ostile al regime, ha istigato le masse, ha dato disposizioni per organizzare mezzi di difesa, ha canalizzato il clero suddito sulla linea anti-democratica, ha dato disposizioni di rinunciare allo stipendio”. Un secondo modulo personale, fatto sempre dalla Securità di Iaşi, completa il ritratto politico del vescovo Durcovici: “Essendo molto abile, non parla, non critica, lasciando che si comprenda dal suo atteggiamento e comportamento che non è in consenso con l’attuale governo”. Per sostenere l’accusa di anti-sovietismo, la maggioranza delle relazioni della Securità contenevano una delle frasi dette dal vescovo Durcovici il 28 dicembre 1948, dopo la Messa pontificale nella cattedrale di Iaşi: “Come si può ottenere la pace, quando i nostri vicini (girando la testa verso est) turbano la tranquillità e la pace della nostra anima?, dichiarava il vescovo Durcovici alla fine dell’omelia “.

    III. GLI ANNI DELLA PERSECUZIONE: 1947-1949; IL VESCOVO DURCOVICI PREPARA LA CHIESA CATTOLICA PER LA RESISTENZA ANTI-COMUNISTA

    Dallo studio dei documenti del periodo 1947-1949 trasparisce l’idea sul ruolo del vescovo Durcovici di capo della Chiesa cattolica, non solo in Moldavia, ma anche nell’Arcidiocesi di Bucarest. Infatti, nel 1949 diventava de facto il più importante vescovo cattolico di Romania, realtà riconosciuta indirettamente anche dalla polizia politica. La fonte “Joseph” informava la Centrale della Securità, il 1 febbraio 1949, che il vescovo Durcovici è arrivato nella capitale venendo da Iaşi “per coordinare l’azione romano-cattolica”. Alla stessa conclusione è arrivata due anni prima la Securità di Roman, sostenendo che il vescovo di Iaşi, Anton Durcovici, si fosse trovato nei “centri che coordinano l’atteggiamento e l’orientamento politico anti-sovietico e anti-comunista” nelle comunità cattoliche della provincia di Roman.

    La sintesi delle accuse portate contro il vescovo Durcovici è stata realizzata nell’aprile del 1949 dalla Securità di Iaşi, che sottolineava il ruolo del vescovo Durcovici di centro della resistenza anti-comunista. Secondo questa sintesi, molte delle “azioni sovversive” di Iaşi hanno ricevuto l’appoggio del Vescovato. Il vescovo Durcovici era diventato, secondo questa sintesi, un “pericolo” e un “freno” molto forte nello sviluppo del regime comunista in Romania. A modo generale, queste sono le accuse fatte al vescovo Durcovici dalla Securità. Però quale è stato il suo ruolo reale nella resistenza anti-comunista in Romania in generale, e nella resistenza della Chiesa cattolica in particolare, contro la persecuzione comunista? La vita e l’attività del vescovo Anton Durcovici nel periodo 1947-1949 sono state influite anche dal contesto politico estremamente ostile ai cattolici di quel tempo: annullamento del Concordato con il Vaticano; persecuzione contro la Chiesa cattolica di rito bizantino (greco-cattolica); liquidazione dell’insegnamento religioso nell’agosto 1948, seguita dalla chiusura dei seminari e accademie teologiche; nazionalizzazione, espropriazione e confisca abusiva delle proprietà cattoliche; arresto dei sacerdoti cattolici; persecuzione contro i fedeli cattolici; tentativo di isolamento interno e internazionale della Chiesa cattolica; immistioni comuniste e sovietiche nella vita religiosa; annullamento delle libertà religiose; pressioni riguardo la nazionalizzazione della Chiesa cattolica in Romania e molte altre. Il successo dei comunisti nel liquidare la Chiesa greco-cattolica hanno forse provocato nel vescovo Anton Durcovici una preoccupazione e un timore per il futuro della Chiesa romano-cattolica, sentimenti trasmessi anche ai fedeli cattolici. Infatti, la popolazione cattolica ha compreso alcuni messaggi del loro vescovo con indole politico, nel senso di espressione del timore per quanto riguarda un possibile ripetersi degli eventi di Transilvania: chiusura delle chiese, arresto dei sacerdoti e la loro sostituzione con sacerdoti ortodossi. Sicuramente, questo è stato il motivo principale per il quale il vescovo ha approvato la costituzione di guardie parrocchiali nelle comunità e parrocchie cattoliche di Moldavia. Tenendo conto che la situazione della Chiesa negli anni 1948-1949 era “nella vigilia della prova”, il vescovo Durcovici ha iniziato alcune azioni per assicurare la continuità della Chiesa, anche in condizioni di illegalità e clandestinità. È importante il fatto che le preparazioni per quest’ultima fase della persecuzione comunista sono state fatte dal vescovo Durcovici simultaneamente con l’esortazione fatta alla popolazione cattolica alla resistenza anti-comunista e alla conservazione della fede cattolica. In occasione della visita canonica a Vizantea (nella regione Moldavia), in novembre 1948, il vescovo Durcovici ha stimolato i paesani di non abbandonare la fede cattolica, anche nel caso in cui il governo comunista avrebbe confiscato le case e le terre. Lo stimolo alla resistenza contro il regime comunista dato dal vescovo Durcovici alla popolazione cattolica è stato registrato anche dalle relazioni dei servizi della Securità di Roman e di Bacãu. La preoccupazione e il timore del vescovo Durcovici per una possibile azione del governo comunista di liquidare la fede cattolica in Moldavia, dopo il successo dell’operazione in Transilvania, lo hanno determinato di passare direttamente alla preparazione della Chiesa cattolica, nel caso in cui questa avrebbe dovuto vivere in clandestinità e illegalità. Anche se non si può sostenere con documenti, con un documento dato dalla cancelleria vescovile di Iaşi, esiste l’ipotesi, registrata dalla Securità, che il vescovo Durcovici avesse dato disposizioni segreti ai sacerdoti delle parrocchie rurali sulla loro organizzazione in situazione di crisi maggiore. Così, secondo una relazione della Securità di Roman, del 19 marzo 1949, il vescovo Durcovici ha deciso che in situazione di forza maggiore, i sacerdoti anziani continuassero con ogni mezzo la loro permanenza nelle parrocchie, e i sacerdoti giovani si rifugiassero o viaggiassero da una parrocchia all’altra per rafforzare la popolazione cattolica. In una dichiarazione del vescovo Durcovici, redatta nella detenzione della Securità nell’aprile del 1950, questo riconosceva il fatto di aver dato disposizioni a un sacerdote sulla “riserva” di sacerdoti che, con vestiti civili, dovevano continuare di dare assistenza religiosa ai fedeli nel caso in cui i sacerdoti sarebbero stati arrestati dal governo. La decisione di dare ai sacerdoti cattolici simili facoltà straordinarie era una risposta al tentativo del governo comunista di perseguire la Chiesa cattolica di Iaşi, anche mediante l’arresto in massa dei sacerdoti cattolici. Infatti, il vescovo Durcovici descrive minuziosamente, in una dichiarazione del 22 aprile 1950, quando era in arresto, la decisione sulla celebrazione della Santa Messa e sull’amministrazione dei sacramenti senza osservare tutte le regole liturgiche prescritte. “L’uso di queste facoltà riguardava ogni situazione che avrebbe impedito il normale esercizio del ministero da parte del sacerdote in un posto qualunque, come poteva essere la mancanza di rapporti con il vescovo o con il vicario foraneo, il non riconoscimento di un sacerdote per una chiesa o parrocchia, la dichiarazione del culto cattolico come illegale, la chiusura delle chiese e delle case parrocchiali; in quest’ultima situazione, il sacerdote poteva abitare nelle case dei fedeli per poter venire incontro alle necessità religiose. Il sacerdote che ha fatto uso di queste facoltà doveva ulteriormente avvisare il Vescovato”. La sorte dei sacerdoti cattolici arrestati, tanto nella diocesi di Iaşi che in quella di Bucarest, è stata un’altra preoccupazione del vescovo Durcovici. Il 17 marzo 1949, è andato nei villaggi cattolici di Bacãu per indagare i casi di arresti illegali di alcuni sacerdoti, e in quali circostanze le truppe di Securità hanno assassinato i cantori cattolici o hanno arrestato molti paesani nei villaggi Luizi Cãlugãra, Prãjeşti, Fãrãoani ecc. Contro gli abusi fatti dal governo comunista verso la Chiesa cattolica, il vescovo Durcovici ha protestato ufficialmente al Ministero dei Culti e dinanzi ai rappresentanti di questo ministero a Iaşi. Il 16 aprile 1949, in una discussione tesa, il vescovo Durcovici si è rivolto a un ispettore del Ministero dei Culti con queste parole: “Di quale libertà dite voi che gode la Chiesa, se dappertutto li si mettono ostacoli?” La violazione delle libertà religiose dei cattolici di Romania è stata registrata dal vescovo Durcovici anche nelle sintesi documentari che ha scritto e mandato al Vaticano per diverse vie. In una simile sintesi è realizzata una storia degli eventi successi nel periodo agosto 1948 – marzo 1949 e che hanno creato danno anche alla Chiesa cattolica. La difesa delle libertà della Chiesa cattolica, la sorte dei sacerdoti arrestati, la condanna dell’aggressione da parte del regime comunista verso la Chiesa e verso i fedeli, il futuro della Chiesa cattolica, anche in situazione ipotetica di crisi, la condanna della Costituzione comunista dell’agosto 1948 che limitava i diritti e le libertà della Chiesa, la denunzia del Concordato, la rinuncia allo stipendio offerto dallo Stato, sono solo alcuni temi trattati dal vescovo Durcovici negli incontri dell’Arcivescovato di Bucarest ai quali, fino al loro arresto, hanno partecipato tutti i vescovi cattolici di Romania. Le conclusioni di questi incontri sono state registrate anche nelle memorie del vescovo Durcovici, che condannavano le azioni di persecuzione promosse dal regime comunista contro la Chiesa cattolica. Alcune memorie erano indirizzate a Petru Groza, capo del governo comunista. In una simile conferenza episcopale, del 27 gennaio 1949, i vescovi Anton Durcovici, Marton Aron e Alexandru Cisar hanno compilato dichiarazioni in quali mostravano la loro posizione politica di fronte alla realtà della Romania comunista. Le dichiarazioni sono state mandate al Vaticano, al suggerimento della Nunziatura Apostolica di Bucarest. Alla fine delle dichiarazioni, i tre vescovi dicevano che quelle dichiarazioni erano reali e libere e che nel futuro, qualunque dichiarazione presa in condizioni di “pressioni fisiche” o torture o a seguito di qualche deroga, deve essere considerata nulla e senza valore. È molto probabile che l’idea della redazione di quelle tre dichiarazioni è stata ispirata alla Nunziatura Apostolica dal caso del cardinale Midszenti di Ungheria, che aveva redatto una simile dichiarazione prima di essere arrestato. Per la liberazione del cardinale Midszenti, il vescovo Durcovici ha convocato, il 17 febbraio 1949, a Fãrcãşeni più sacerdoti cattolici ai quali ha suggerito di fare digiuno insieme con tutta la popolazione cattolica in ogni primo venerdì del mese. Negli anni difficili di persecuzione (1947-1949), il vescovo Anton Durcovici è stato sempre convinto del fatto che a dispetto di ogni ostacolo, il cattolicesimo di Moldavia era “fermo”, idea che ha sostenuto anche nelle conferenze episcopali di Bucarest.

    IV. NELLA DETENZIONE COMUNISTA: L’ARRESTO DEL VESCOVO ANTON DURCOVICI

    L’aggravamento della persecuzione religiosa promossa dal governo comunista cominciando dall’estate dell’anno 1948 e la persecuzione che ha sofferto personalmente il vescovo Durcovici nello stesso periodo, lo hanno determinato di rendersi conto che l’unica fine non poteva essere che l’arresto da parte della Securità romena. La questione dell’arresto è stata probabilmente discussa dal vescovo anche con i suoi collaboratori più vicini di Iaşi o di altre parrocchie cattoliche, specialmente all’inizio dell’anno 1949, quando la persecuzione dei cattolici era arrivata al culmine. Il 25 febbraio 1949, dopo l’incontro del vescovo Durcovici con il parroco di Bacãu, quest’ultimo parlando ai suoi fedeli, ha detto queste parole profetiche: “D’ora in poi vedremo il vescovo Durcovici molto raramente”. In realtà, non lo avrebbero visto mai più. Lo stesso sacerdote, il 3 aprile 1949, diceva ai fedeli queste parole, riferendosi alle persecuzioni che soffriva il vescovo Durcovici: “Gesù Cristo è stato schernito dai più intelligenti uomini, i capi di allora; così oggi, la Chiesa e i suoi rappresentanti sono scherniti dai più intelligenti uomini che guidano l’umanità”.

    Il timore di un eventuale arresto del vescovo Durcovici esisteva anche tra i fedeli cattolici. Alcuni giorni dopo il suo segreto arresto, il 26 giugno 1949, tra i fedeli di Iaşi circolava la notizia che esiste un piano di liberazione del vescovo e di fuga all’estero, piano approvato anche dai fedeli che sembra che desideravano di contribuire con soldi per la riuscita dell’azione. Per porre in evidenza la situazione drammatica vissuta dai fedeli cattolici della diocesi di Iaşi, riproduciamo sotto integralmente una lettera indirizzata al vescovo di Iaşi da un fedele, il 16 giugno 1949:

    “Eccellenza, la persona che vi scrive Le deve molto, La ama molto, prega sempre per Lei. Sono quello che Lei ha guidato con amore e sapienza a Gesù. Perciò, adesso quando alcune persone che non hanno avuto la fortuna di conoscere la verità, ingiustamente parlano male di Lei, La assicuro che le migliaia di anime che Lei sta guidando sono unite a Lei, così come tutto il mondo cristiano è strettamente unito al Santo Padre. La mia vecchia abitudine di pregare quotidianamente alle ore 17.00 per Lei, non l’ho abbandonata. Sarò sempre con il cuore con Lei e ogni uomo veramente onesto è con Lei e con Cristo che Lei serve senza paura. Come sbagliano quelli che vendono la propria anima e coscienza per un piatto di lenticchie! A che li serve tutto quello che hanno? Prenderanno tutto con loro nel sepolcro? Gli uomini del lavoro, gli uomini umili, migliaia di anime della Sua diocesi pregano nel loro cuore per il loro pastore e per quello che realmente è al servizio del popolo, servendo con abnegazione e devotamente. Concludo queste righe, portandoLe la buona notizia che nella Sua diocesi la Parola di Dio sta radicandosi sempre di più nell’anima del popolo e specialmente nell’anima dei umili, poveri e lavoratori”.

    Un’altra prova della consapevolezza di un imminente arresto di alcuni sacerdoti cattolici, e del vescovo Durcovici, è stata offerta da un sacerdote di Fãrãoani, nell’inverno dell’anno 1948-1949. Nel suo incontro con il vescovo Durcovici, questo sacerdote gli ha parlato dello stato di timore nei fedeli di fronte alle minacce con l’arresto dei sacerdoti e all’opportunità della resistenza con la forza dinanzi a queste misure. In quella occasione, il vescovo Durcovici dichiarava che anche se comprendesse la drammaticità della situazione, “la Chiesa cattolica, di fronte a qualunque necessità, non usa la violenza, ma è paziente e prega per i suoi nemici”. La decisione dell’arresto del vescovo Anton Durcovici è stata presa dalla Direzione Regionale della Securità Iaşi. L’8 novembre 1948, la Securità di Iaşi ha deciso di proporre alla Centrale della Securità di Bucarest perché il vescovo cattolico Durcovici sia chiuso in un campo di concentramento, sotto l’accusa di istigazione dei sacerdoti cattolici. La stessa data, la Securità di Bacãu è entrata in possesso della lettera circolare del vescovo Durcovici indirizzata a un sacerdote, infatti letta ai fedeli in chiesa il 7 novembre, con la quale questi erano esortati alla fedeltà nella vera fede e al rinnovamento delle preghiere al Cuore Immacolato di Maria. Ecco i paragrafi 3 e 4 della lettera circolare: “3. Nessuno presti fede alle notizie che si spargono riguardo la situazione della Chiesa cattolica o dei cattolici della Repubblica Popolare Romania, e aspetti la nostra parola o del nostro sostituto. 4. Ogni cattolico, di qualunque rito è scomunicato ipso facto se partecipa a qualche riunione o incontro che ha come mira di tramare l’abbandono della Chiesa cattolica. L’assoluzione di questa scomunica è riservata a noi o al nostro sostituto”. Nella sua dichiarazione del 5 aprile 1950, nella detenzione, il vescovo Durcovici spiegava minuziosamente i motivi che hanno determinato le decisioni prese nel periodo agosto – novembre 1948, inclusa la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Il vescovo mostrava che sono stati determinanti in queste decisioni l’ordine del governo comunista di imporre la legge sui culti e l’obbligo della Chiesa cattolica di presentare, fino al 4 novembre 1948, il proprio statuto di organizzazione e governo. “Prevedevo le difficoltà che forse verranno per la Chiesa e i fedeli cattolici” – dichiarava il vescovo Durcovici il 5 aprile 1950 – “affidati alla mia cura pastorale, e per questo ho pensato necessario chiedere l’aiuto di Dio con più preghiere, e istruire e rafforzare i cattolici nella loro fede”. Nella relazione indirizzata dalla Securità di Iaşi alla Direzione Regionale della Securità è stata evitata la parola “arresto”, usando solo la forma “misure decisive” per annichilare “la campagna portata dal vescovo Durcovici” e ristabilire l’ordine e l’autorità nelle province di Roman e di Bacãu. La proposta ufficiale di arresto del vescovo cattolico di Iaşi, Anton Durcovici, è stata inviata al colonnello di Securità V. Pandelea e al tenente di Securità A. Nussem, l’11 gennaio 1949. “Perché nel materiale che ho presentato” – si diceva nella relazione inviata da questi due alla Centrale – “risulta chiaro l’atteggiamento anti-democratico preciso e aperto verso il nostro regime di democrazia popolare, proponiamo l’arresto del sopra-nominato vescovo, la cui presenza in mezzo alle masse popolari rappresenta un ostacolo nel cammino verso il socialismo”. Ci si può domandare naturalmente, perché è stato arrestato il vescovo Durcovici dalla Securità di Bucarest e non da quella di Iaşi, che ha avuto numerose occasioni di arrestarlo. Penso che non è difficile trovare la risposta: la Securità ha evitato l’arresto del vescovo di Iaşi in mezzo ai fedeli della Moldavia, perché questi potevano unirsi per difendere il loro pastore, usando anche la forza. Nel maggio 1949, alla Conferenza dei vescovi, svolta all’Arcivescovato di Bucarest, il vescovo Anton Durcovici ha deciso di cominciare le visite canoniche nell’Arcidiocesi di Bucarest nel mese di giugno 1949. Ricordiamo il fatto che a quella data il vescovo Durcovici rappresentava dinanzi al Ministero dei Culti e le altre autorità civili il vescovato di Iaşi e l’Arcidiocesi di Bucarest. Infatti, solo i vescovi Marton Aron e Anton Durcovici erano riconosciuti come tali dal governo comunista. Dunque, le visite canoniche programmate a cominciare con il mese di giugno hanno rappresentato per la Securità di Bucarest un’occasione per arrestare il più influente vescovo cattolico di Romania di quel tempo. È interessante il fatto che, con la stampa comunista di Iaşi, è stata suggerita all’opinione pubblica, specialmente a quella cattolica, l’imminente arresto del vescovo Durcovici. Il giornale comunista “L’opinione” (poi “Fiamma di Iaşi”) pubblicava una settimana prima dell’arresto del vescovo cattolico di Iaşi due articoli diffamatori, dove il vescovo Anton Durcovici era considerato “nemico del regime” e “capo dell’azione anti-democratica” o “istigatore alla guerra”. L’articolo, firmato con il pseudonimo “Radu Aurel”, riprendeva suggestivamente, la maggioranza delle accuse ufficialmente fatte al vescovo Durcovici, che in quel tempo erano registrate solo nel dossier personale del vescovo alla Securità. Cioè, l’articolo del giornale “L’opinione” era fatto dalla Securità e pubblicato sulla stampa per compromettere il vescovo Durcovici. L’episodio dell’arresto del vescovo Anton Durcovici è stato registrato molto scarsamente dalla Securità nelle note e relazioni che rappresentavano il dossier di investigazione penale del sacerdote Rafael Friedrich, parroco di una parrocchia e docente nel Seminario Maggiore di Iaşi, ormai chiuso. Ecco una citazione di queste relazioni: “È stato arrestato il sacerdote Rafael Friedrich con il vescovo romano-cattolico di Iaşi, Anton Durcovici, mentre stavano andando per celebrare una Messa nella chiesa del villaggio Popeşti Leordeni; Friedrich Rafael è stato portato dal vescovo Durcovici per aiutarlo alla celebrazione della Messa nel villaggio menzionato sopra, Durcovici essendo il suo superiore”. In una dichiarazione del 28 gennaio 1950, il sacerdote Rafael Friedrich descrive a sua volta le circostanze dell’arresto del vescovo Durcovici: “Il 24 giugno, mi ha pregato il vescovo Durcovici, di mantenermi libero la domenica di 26 giugno dalle funzioni parrocchiali domenicali, per poter accompagnarlo nel villaggio Popeşti Leordeni (vicino Bucarest), dove doveva amministrare il sacramento della Confermazione e aveva bisogno di me, essendo queste celebrazioni più ampie e richiedendo più sacerdoti aiutanti. Su questa strada verso Popeşti Leordeni sono stato arrestato, insieme con Sua Eccellenza, il 26 giugno 1949”. Subito dopo l’arresto, l’intenzione del regime comunista era di consegnare il vescovo Durcovici alla Giustizia comunista. Però, considerando che non aveva sufficienti prove accusatorie, il secondo giorno dopo l’arresto, la Centrale della Securità di Bucarest sollecitava alla Direzione Regionale della Securità di Iaşi nuovi dati compromettenti sull’arrestato. Ecco un simile ordine: “In 48 ore inviate dichiarazioni non ritrattabili contro il nominato Anton Durcovici, dalle quali risulti l’attività anti-democratica e anti-sovietica del sopra nominato, il materiale possibilmente ottenuto dai sacerdoti detenuti che fanno parte del complotto cattolico”. Cominciava, il 26 giugno 1949, per il vescovo Durcovici un lungo Calvario che si sarebbe concluso in modo drammatico il 10-11 dicembre 1951 con la sua morte di martire nella prigione di Sighetu Marmaţiei (nella regione Transilvania).

    V. GLI ANNI DI DETENZIONE: IL VESCOVO DURCOVICI NELLE PRIGIONI COMUNISTE

    L’arresto del vescovo Durcovici è stato fatto dalla Securità in un modo assolutamente illegale e segreto, senza mandato di arresto, che doveva essere dato dal Tribunale di Bucarest. Anche se si può supporre che l’arrestato è stato portato in molte prigioni del Ministero dell’Interno, con l’indagine attuale può essere dimostrato con documenti la presenza del vescovo Durcovici nelle prigioni di Jilava e Sighet. Si deve supporre che il vescovo Durcovici è stato imprigionato nella prigione del Ministero dell’Interno, almeno nel periodo 26 giugno 1949 – maggio 1950, tappa nella quale è stato investigato dalla Securità sulle accuse false portate nel periodo anteriore all’arresto. Il dossier penale 57512, fatto al vescovo Durcovici per mandarlo dinanzi alla Giustizia comunista, è stato completato nel 1950 con 18 nuovi elementi, rappresentando le sue dichiarazioni impostegli dalla Securità nei giorni 29, 30, 31 marzo, 5, 19, 22, 26 aprile, 8, 10, 15 e 18 maggio 1950. Per cause oggi sconosciute, che solo possono essere supposte, la Securità ha rinunciato all’idea di aprire un processo politico (penale) contro il vescovo di Iaşi. Infatti, si può supporre che al di fuori dell’investigazione ufficiale svolta nel periodo 29 marzo – 18 maggio 1950, il vescovo Durcovici è stato investigato dalla Securità tutto il periodo della sua detenzione, quando ha dovuto soffrire le decine di metodi di dura investigazione praticati per i detenuti politici. L’investigazione sul vescovo Durcovici è stata estesa anche su altri sacerdoti cattolici arrestati in quel tempo. Il 17 giugno 1950, il sacerdote martire Dumitru Matei è stato forzato di dare una dichiarazione sul vescovo di Iaşi, dichiarazione che non è stata allegata al dossier penale Durcovici, considerata irrilevante. A sua volta, il sacerdote Rafael Friedrich stesso, che è stato arrestato il 26 giugno 1949 insieme al vescovo Durcovici, ha fatto una dichiarazione sul suo superiore, il 28 gennaio 1950, dichiarazione che non è stata allegata al dossier penale 57512. Una volta abbandonata l’idea di aprire un processo penale (politico), la Securità ha consegnato il vescovo Durcovici alla prigione di Jilava. La tappa “Jilava” della detenzione del vescovo Durcovici (giugno 1950? – 20 settembre 1951) è la più sconosciuta della sua vita di detenuto politico. È stata una tappa di attesa da parte della Securità, che non era contenta dell’atteggiamento del vescovo Durcovici che non voleva cooperare, però una tappa estremamente difficile per il vescovo Durcovici. Su di lui si sono fatti di nuovo pressioni da parte della Securità per convincerlo, e non per farlo riconoscere, sulle colpe immaginarie per le quali è stato ufficialmente arrestato e per accettare le condizioni politiche di una rivalutazione dello statuto della Chiesa cattolica in Romania con la sua separazione dal Vaticano. In altre parole, sta facendo strada con più chiarezza l’idea che il vescovo Durcovici è stato arrestato per ottenere, con la forza o pressioni fisiche e morali, la sua collaborazione con il regime comunista, che il vescovo Durcovici non solo non ha accettato, ma ha condannato con fortezza una simile idea, anche nelle sue dichiarazioni fatte in prigione. L’anno passato dal vescovo Durcovici a Jilava continua ad essere un mistero. Nell’archivio della prigione di Jilava o in quella della Direzione Generale delle Prigioni non si conserva alcun documento sulla persona del vescovo. Manca anche il modulo di prigione del detenuto A. Durcovici. Convinta che il vescovo Durcovici mai collaborerà con le autorità comuniste, la Securità ha deciso, il 7 settembre 1951, di mandarlo alla famosa prigione di Sighetu Marmaţiei (la più dura del regime comunista di Romania), dove era imprigionata in quel tempo l’alta società politica, culturale e religiosa di Romania. Il 10 settembre 1951, il vescovo Anton Durcovici è stato trasportato da Jilava a Sighet, in massima discrezione, decisa dalla Securità. Il capo della prigione di Sighet, Vasile Ciolpan, ha ricevuto una decisione dalla Centrale della Securità di Bucarest di imprigionare, all’inizio, il vescovo Durcovici in una cella comune. La tappa “Sighet” si è svolta praticamente nel periodo 10 settembre – 11 dicembre 1951. Nella notte di 10-11 dicembre 1951, il vescovo Durcovici spirava a Sighet, in condizioni che non sono pienamente conosciute. Sono alcune testimonianze di alcuni sacerdoti, compagni di prigione, che hanno registrato la sua morte di martire, però senza conoscere esattamente le terribili circostanze della fine del vescovo Durcovici. Estremamente “discreta”, la Securità, che l’ha arrestato e gli ha provocato la morte con sofferenze, registrava concisamente la fine di vita del vescovo martire: “Durcovici Anton, deceduto nel mese di dicembre 1951 a Dunãrea. Il dossier Durcovici deve essere consegnato all’A.S. (Archivio della Securità) B.3 (L’ufficio numero 3 della Centrale della Securità), ha segnalato dall’Ufficio che è morto”. La morte del vescovo Durcovici è stata ufficialmente registrata solo nel 1964, dopo la decisione della Securità di realizzare delle statistiche su tutti i detenuti che sono morti nelle prigioni comuniste fino a quella data. Ritornando alla decisione del regime comunista di chiudere il vescovo Anton Durcovici a Sighet, si può fare la seguente ipotesi, partendo da altri esempi di intellettuali romeni arrestati e portati a Sighet in simili condizioni. Messo nel Direttorio della Securità sull’organizzazione di un elenco operativo degli elementi nemici della Repubblica Popolare Romania, il vescovo Durcovici è stato ufficialmente dichiarato arrestato nel settembre 1951 (!); a causa della mancanza di una prigione amministrativa, è stato condannato dalla famosa Commissione militare composta dai generali di Securità, Al. Nicolschi e Vladimir Mazuru, istituita per le decisioni del governo comunista, in un campo di lavoro per un periodo limitato. Alla fine, la destinazione del vescovo Durcovici non è stata un campo di lavoro, ma “C. M. Dunãrea”, la segreta denominazione della famosa prigione di sterminio di Sighetu Marmaţiei. Nel caso Durcovici, la Securità è stata crudele, anche dopo la sua tragica morte. Il corpo del vescovo Durcovici è stato sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità morte a Sighet, distruggendo ogni prova sul cimitero principale della prigione. Allo stesso tempo, oggi stesso non si conosce alcuna informazione sull’”atto di constatazione della morte” dato dal medico della prigione. La Securità ha ulteriormente distrutto i documenti sugli oggetti che hanno appartenuto al detenuto A. Durcovici, inclusa la sua carta d’identità. Secondo i metodi della Securità, è possibile che questa abbia portato alla Banca Nazionale di Romania gli oggetti di valore che hanno appartenuto al detenuto A. Durcovici.

    VI. GLI ANNI DI DETENZIONE: IL VESCOVO DURCOVICI HA IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

    Partendo dal caso dello storico Gheorghe Brãtianu, del sacerdote romano-cattolico Rafael Friedrich, ma anche di altre personalità imprigionate a Sighet, i cui dossier li abbiamo indagati, possiamo pensare che il vescovo A. Durcovici è stato amministrativamente condannato in assenza, senza essere informato dall’Alta Commissione Militare del Ministero dell’Interno. Secondo i metodi della Securità, la condanna iniziava con 24 mesi di detenzione amministrativa, che era poi automaticamente, ma segretamente, prolungata dalla stessa Commissione. Se fosse rimasto in vita, forse il vescovo Durcovici sarebbe stato liberato negli anni 1955-1956, secondo lo “spirito di Ginevra” (dopo i risultati dell’incontro tra i presidenti degli Stati Uniti e dell’U.R.S.S.), quando in Romania sono stati liberati moltissimi detenuti politici, ma non tutti.

    Se l’arresto del vescovo Durcovici è stato motivato dalla sua attività nel periodo 30 ottobre 1947 – 26 giugno 1949, la sua morte è stata decisa dalla Securità per la sua mancata collaborazione durante la detenzione, e in particolare per la sua correttezza morale e per il suo coraggio di difendere la verità durante l’investigazione, inclusa nelle 18 dichiarazioni fatte nel periodo 29 marzo – 18 maggio 1950. Possiamo pensare che il dossier penale 57512 e il dossier informativo “Anton Durcovici” rappresentano ognuno una variante di dossier. La mancanza di alcuni elementi documentali importanti in questi due dossier ci fa pensare che esiste ancora almeno una variante di questi dossier, che tuttavia non sono accessibili all’indagine storica. Tornando a quelle 18 dichiarazioni, si deve sottolineare il fatto che queste sono state scritte in un modo particolare, insolito, perché il loro autore ha messo sulla carta tutta la verità, senza tracce di dubbio, a dispetto delle torture fisiche e psichiche che hanno preceduto o accompagnato la loro redazione. Quasi un caso unico, l’ufficiale investigatore che ha assistito il vescovo durante la redazione delle dichiarazioni-interrogatori non ha intervenuto, almeno per iscritto, in un possibile tentativo di influire in un modo o altro il contenuto delle dichiarazioni. Sempre un fatto insolito, il vescovo Durcovici ha scritto le dichiarazioni seguendo un questionario scritto a mano dall’ufficiale investigatore. La sincerità e il coraggio della verità dimostrati dal vescovo Durcovici hanno forse meravigliato gli ufficiali della Securità, contenti che ottenevano così nuovi elementi per il dossier penale 57512. Difendendo coraggiosamente la verità nelle 18 dichiarazioni, il vescovo Durcovici si rendeva conto che si dirigeva così verso la più difficile condanna, verso la morte. Di più, le dichiarazioni offrivano agli investigatori informazioni riguardanti l’attività del vescovo nel periodo 30 ottobre 1947 – 26 giugno 1949, informazioni tuttavia sconosciute alla Securità in quel tempo. Nello stesso tempo, le dichiarazioni hanno offerto al vescovo l’occasione di riaffermare il suo credo politico democratico e dunque anti-comunista. Nella sua dichiarazione del 18 maggio 1950, il vescovo Durcovici faceva riferimento alla relazione personalmente scritta sul suggerimento della Conferenza Episcopale di luglio 1948, sull’atteggiamento di fronte al pericolo del comunismo in generale e in particolare l’atteggiamento della Chiesa cattolica di fronte allo stesso pericolo. Si legge in questa dichiarazione: “[…] Ho mostrato che per quanto riguarda la morale cristiana, il comunismo rappresenta un pericolo per la fede cattolica nel nostro paese e che i fedeli devono essere protetti da questo pericolo impedendoli di aderire a questa ideologia materialista ed atea”. Nelle conclusioni della stessa dichiarazione il vescovo Durcovici diceva che la Santa Sede ha saputo di questa proposta e che ogni vescovo doveva metterla in pratica nella propria diocesi. Non è senza importanza mostrare il fatto che nel luglio 1948, la Conferenza Episcopale Romena aveva ricevuto dalla Santa Sede una lettera circolare che trattava dell’atteggiamento della Chiesa di Romania di fronte al pericolo del comunismo. In un’altra dichiarazione, del 10 maggio 1950, il vescovo A. Durcovici faceva riferimento al suo atteggiamento verso l’enciclica del papa Pio XI, “Divini Redemptoris” del 1937, nella quale i fedeli erano informati sul pericolo del comunismo ateo per la loro fede. Secondo la sua dichiarazione, il vescovo Durcovici aveva permesso ai fedeli cattolici di iscriversi nel partito comunista se non abbandonassero la fede cattolica; se il fedele era bene istruito nelle verità della sua fede e se questo continuava ad adoperare tutti i mezzi a sua disposizione per rafforzare la propria fede. Nel caso contrario, il vescovo non sarebbe stato d’accordo con l’iscrizione nel P.C.R. (Partito Comunista Romeno), dando ai sacerdoti la seguente disposizione: “come il pericolo non è uguale per tutti e generalmente non si richiede l’abbandono della fede, non si può dare una disposizione generale, ma ogni caso deve essere considerato singolarmente, la risposta potendo essere differente da persona a persona”. Una nuova condanna del comunismo è rappresentata dalla dichiarazione del vescovo Durcovici, dell’8 maggio 1950. Interrogato sul suo atteggiamento verso la lotta di classe in Romania, il vescovo mostrava che la condannava per l’intenzione di nazionalizzare le scuole appartenenti alla Chiesa cattolica, per la confisca delle proprietà con la “riforma” agraria ledendo il diritto di proprietà in Romania e annichilando così un’intera classe e categoria sociale e professionale.

    In fine, nella dichiarazione del 18 maggio 1950, il vescovo Durcovici riconosceva il fatto che dopo la statizzazione delle scuole confessionali e particolari cattoliche nel luglio 1948, si è svolta alla Nunziatura Apostolica la Conferenza dei vescovi che ha deciso di proibire al personale ecclesiastico di andare nelle scuole fintanto i programmi scolastici contenevano dottrine contrarie alla fede cattolica. Certamente, alludeva alle nuove discipline di studio introdotte nelle scuole con la “riforma comunista dell’insegnamento” sull’ideologia comunista. Nella dichiarazione del 31 marzo 1950, il vescovo Anton Durcovici precisa il proprio atteggiamento politico verso il regime comunista in generale. Ecco, integralmente, questa dichiarazione: “Nella mia attività di vescovo cattolico di Iaşi ho rispettato il regime della democrazia popolare e ho sempre evitato tutto quello che poteva essere interpretato come contrario a questo regime. Dall’inizio e fino al giorno del mio arresto ho cercato di compiere i miei doveri religiosi di vescovo cattolico e ho allontanato ogni politica nelle mie opere e parole, la mia unica missione essendo quella di guidare il clero e i fedeli cattolici sulla via della salvezza delle anime, istruendoli nella loro fede religiosa. Se qualche volta il mio atteggiamento ha sembrato contrario al regime di democrazia popolare, sulla rinuncia allo stipendio, sulle visite canoniche fatte, sulle disposizioni date, sull’uso della lingua materna, romena o ungherese, sui canti religiosi, l’attività religiosa era in accordo con la libertà religiosa assicurata dal regime democratico e non poteva essere in disaccordo con gli ostacoli messi a questa libertà e con l’ideologia del Partito Romeno dei Lavoratori”.

    Il vescovo Anton Durcovici è stato scelto dalla Securità e dal regime comunista di Romania per essere martirizzato. Nei difficili anni di detenzione, la Securità gli ha offerto occasioni di collaborare, firmando la rivalutazione dello statuto della Chiesa cattolica di Romania, e così la vicenda avrebbe avuto un altro sviluppo. Rifiutando la collaborazione, il vescovo Durcovici ha scelto il martirio e la via che porta alla morte, salvando così la Chiesa cattolica di Romania dalla “nazionalizzazione”, con la rottura dei rapporti con la Santa Sede. Anche se era totalmente isolato dalle realtà del mondo libero, il vescovo sapeva che la Chiesa cattolica continua ad esistere, fintanto le pressioni che doveva sopportare erano ogni giorno più dure. Nello stesso tempo, sapeva che mentre lui era isolato nella prigione di Sighet, la Chiesa era già salva, e i comunisti avessero rinunciato, anche temporaneamente, all’idea di sopprimere la Chiesa cattolica. Il prezzo di tutto questo è stato pagato dal vescovo Anton Durcovici, con la strada che ha scelto, quella della morte di martire.

    Il vescovo Durcovici, altri vescovi e sacerdoti potevano evitare semplicemente la prigione comunista accettando le proposte ingannatrice degli atei e potendo così continuare una vita “tranquilla” e lussuosa. Avrebbero compromesso la fede che la predicavano e l’ideale sacerdotale. Ma no! Hanno preferito 10, 20 o 30 anni di prigione eppure di essere uccisi, invece di tradire Cristo. Attualmente è in corso il processo della sua beatificazione, come pure di altri vescovi, sacerdoti e laici. La loro testimonianza e il loro eroismo sono per noi un’eredità santa che la dobbiamo portare avanti con dignità. Preghiamo per loro e cerchiamo di imitarli

    Don Cornel Adrian Benchea – 2004

  3. Roma: Simpozion dedicat memoriei episcopului Anton Durcovici

    Luni, 12 decembrie, a avut loc la Roma, în sala de conferinţe a Accademia di Romania, simpozionul cu tema: “Il Vescovo Anton Durcovici (1888-1951) a 60 anni dal martirio” – “Episcopul Anton Durcovici (1888-1951) la 60 de ani de la martiriu”, organizat de Ambasada României în Italia, Ambasada României la Vatican şi Accademia di Romania din Roma.

    Simpozionul a avut loc în prezenţa înaltelor oficialităţi bisericeşti române, respectiv ÎPS Ioan Robu, arhiepiscop de Bucureşti, şi PS Aurel Percă, episcop auxiliar de Iaşi, precum şi a reprezentanţilor diplomatici ai statului român în Italia, respectiv domnul Bogdan Tătaru-Cazaban, ambasador al României pe lângă Sfântul Scaun, şi a reprezentantului domnului Răzvan Rusu, ambasador al României pe lângă statul italian. Simpozionul a fost moderat de prof. Mihai Bărbulescu, directorul Academiei Române de la Roma, căruia i-a aparţinut cuvântul de deschidere. Au urmat mesajele domnului Bogdan Tătaru-Cazaban şi cel al reprezentantului domnului Răzvan Rusu, care au evidenţiat însemnătatea evenimentului şi a personalităţii episcopului Durcovici.

    Simpozionul propriu-zis a constat în trei conferinţe, în vizionarea unui film documentar despre viaţa episcopului martir şi într-o expoziţie de fotografie cu aceeaşi tematică.

    Prima conferinţă cu tema “Episcop Anton Durcovici: de la leagăn la mormânt” a fost ţinută de pr. drd. Alois Moraru, paroh şi pasionat cercetător al istoriei recente. Pr. Moraru a prezentat în linii mari biografia episcopului Durcovici. Printr-o excelentă încadrare a biografiei episcopului în contextul istoric şi politic al vremii, pr. Moraru a oferit auditoriului o cheie de înţelegere a principalelor evenimente care au marcat existenţa episcopului martir.

    A doua conferinţă a fost susţinută de pr. dr. Fabian Doboş şi a avut ca titlu: “Episcopul Anton Durcovici: model de fidelitate faţă de Dumnezeu şi faţă de Biserică”. În conferinţa sa. Pr. Doboş e evidenţiat pe de o parte semnificaţia anilor petrecuţi de Anton Durcovici la Roma, urbea « spre care duc toate drumurile », iar pe de altă parte profilul spiritual al episcopului Durcovici. Conferinţa a accentuat fidelitatea episcopului faţă de Dumnezeu şi faţă de oameni, o fidelitate care nu i-a permis să ajungă la compromisuri cu puterea comunistă ateistă. A fost evocată de asemenea atitudinea plină de demnitate a episcopului în faţa celor care l-au urât şi l-au făcut să sufere până la moarte.

    A treia conferinţă a fost susţinută de pr. dr. Wilhelm Dancă şi a avut ca titlu: “Episcop Anton Durcovici: teolog şi păstor”. Ca un pasionat cercetător al parcursului teologico-cultural al episcopului Durcovici, pr. Dancă a evocat, într-o expunere bine articulată, personalitatea culturală a lui Anton Durcovici. Ampla deschidere teologică a episcopului, reflectată în aprofundarea diferitor domenii teologice, dar şi deschiderea spre cultura vremii, i-a atras pe mulţi din intelectualii Bucureştiului de atunci, care au găsit in Anton Durcovici un maestru şi un ghid spiritual. Aceasta deschidere teologică şi culturală a marcat în manieră definitorie profilul pastoral al preotului şi episcopului Durcovici. O colecţie de câteva “mărgăritare” ale gândirii teologice şi pastorale ale episcopului Durcovici a concluzionat a treia conferinţă.

    A urmat vizionarea unui film documentar care a completat imaginea pe care cei trei vorbitori au oferit-o despre episcopul martir Anton Durcovici.

    Simpozionul a evidenţiat meritele dr. Dănuţ Doboş, căruia i se datorează mult din recuperarea memoriei istorice privitoare la episcopul Durcovici. A fost evidenţiată, de asemenea, strădania şi implicarea pr. Isidor Iacovici, postulatorul cauzei de beatificare a episcopului Durcovici, în buna organizare şi desfăşurare a simpozionului.

    Cuvântul final i-a revenit arhiepiscopului Ioan Robu care a mulţumit organizatorilor şi participanţilor la simpozion. Evocând misterul care planează asupra locaţiei precise a mormântului episcopului Durcovici şi tăcerea aşternută peste acel mormânt, PS Robu a evidenţiat, prin contrast, caracterul de “voce” al simpozionului care a avut loc. Memoria episcopului martir Durcovici va rămâne vie atâta timp cât vor exista “voci” care să o povestescă generaţiilor următoare.

    Pr. Iosif Antili
    http://www.ercis.ro/actualitate/viata.asp?id=20111264

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