ROMA, MONI OVADIA: SENZA CONFINI. EBREI E ZINGARI A TESTACCIO DAL 20 NOVEMBRE 2012


 

 Di e con Moni Ovadia
Produzione Promomusic
Dal 20 novembre al 2 dicembre 2012

Lo spettacolo di Moni Ovadia – «Senza confini. Ebrei e zingari» – è arrivato a Roma. Andrà  in scena al teatro Vittoria di Testaccio  dal 20 novembre al 2 dicembre 2012. Un recital di canti, musiche, storie rom, sinti e ebraiche che racconta di popoli «senza confini, senza burocrazie, senza eserciti», che non si sono omologati ai modelli dominanti e che hanno avuto identico destino fatto di stermini e di persecuzioni. Se gli ebrei nel corso del tempo hanno ottenuto un proprio riconoscimento, una nazione e hanno gridato al mondo il calvario subito durante il nazifascismo, il popolo degli «uomini», ovvero i rom e i sinti, è ancora vittima dell’ emarginazione. Lo spettacolo di Moni Ovadia vuole essere un contributo alla battaglia contro ogni razzismo: «Senza confini – spiega Ovadia – è la nostra assunzione di responsabilità, la sua forma si iscrive nella musica e nel teatro civile, arti che possono e devono scardinare meschine ragionevolezze nate dalla logica del privilegio per proclamare la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni singolo essere umano».

“Un piccolo ma appassionato contributo alla battaglia contro ogni razzismo”. Ecco lo spirito che ha portato alla nascita di “Senza confini. Ebrei e zingari”, concerto-spettacolo scritto e interpretato da Moni Ovadia, coadiuvato dalla Moni Ovadia Stage Orchestra. Un’opera originale, fatta di grande emozioni e di memoria. Obbiettivo è raccontare la storia di due popoli fratelli, quello ebraico e quello zingaro (sinti e rom), che a lungo hanno marciato fianco a fianco nella sorte, accomunati dall’essere avvertiti come “altro” dalla comunità occidentale e insieme dall’essere costretti al nomadismo come risposta di dignità e di indipendenza alle persecuzioni nei loro confronti. Eppure ebrei, rom e sinti seppero essere in tutto e per tutto popoli; per tradizioni, cultura, spiritualità, sentimento, anche se popoli senza burocrazia, senza esercito, senza retorica patriottarda, senza terra, insomma senza confini. Due popoli fratelli affiancati in una storia spesso tragica ma le cui strade si sono divise dopo le persecuzioni naziste. Gli ebrei hanno cambiato la loro storia, hanno conquistato una terra, hanno avuto pieno riconoscimento della loro condizione di perseguitati e un immenso edificio di testimonianza costruito sulla Shoà. Il popolo rom invece continua a subire il calvario del pregiudizio e dell’emarginazione e tutt’oggi il tentativo nazista di realizzare il loro sterminio non è stato ancora riconosciuto.

Moni Ovadia mette in scena uno spettacolo in cui sono protagonisti da un lato l’amore per la battuta, le storielle e barzellette ebraiche, la poesia presente nella storia dei due popoli; dall’altro le sonorità, i ritmi incalzanti e le melodie vivaci della musica zingara e klezmer. Uno spettacolo che è insieme divertimento e riflessione, musica e teatro civile, per scardinare conformismi e convenienze.

Senza Confini – ebrei e zingari

di e con Moni Ovadia

e con

Paola Rocca – clarinetto

Ennio D’Alessandro – clarinetto

Ion Stanescu – violino

Albert Florian Mihai – fisarmonica

Marian Serban – cymbalon

Marin Tanasache – contrabbasso

 

senza confini. ebrei e zingari :  http://www.teatrovittoria.it/spettacoli/in-abbonamento/11-senzaconfiniebreiezingari.html

Moni Ovadia

Moni Ovadia

Moni Ovadia è uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura ed artisti della scena italiana. Il suo teatro musicale, ispirato alle radici popolari della cultura yiddish, ha contribuito a far conoscere un’immaginario fantastico e pieno di ironia in Italia ed in Europa e ha creato una nuovo forma di teatro civile fatto di parole e di musica che ha coinvolto un vasto pubblico di tutte le generazioni. In Senza confini, le grandi doti da oratore di Moni Ovadia riescono a scardinare conformismi e luoghi comuni sugli ebrei e gli zingari di tutta Europa, proclamando la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni singolo essere umano e di ogni gente.

“Gli ebrei e il popolo degli “uomini” per secoli hanno condiviso lo stesso destino. Il tratto comune che ha segnato la loro storia spesso tragica per colpa delle nazioni che li tolleravano o li perseguitavano, ma sublime per loro esclusivo merito, è stata la condizione di “altro”. Ebrei e Zingari è il nostro piccolo ma appassionato contributo alla battaglia contro ogni razzismo: un recital di canti, musiche, storie rom, sinti ed ebraiche che mettono in risonanza la comune vocazione delle genti in esilio, una vocazione che proviene da tempi remoti e che in tempi più vicino a noi si fa solitaria, si carica di un’assenza che sollecita un ritorno, un’adesione, una passione, una responsabilità urgente. Ebrei e Zingari è la nostra assunzione di responsabilità”.
Moni Ovadia

 

 

Come arrivare:

Il teatro Vittoria si trova in Piazza di Santa Maria Liberatrice 10, nel quartiere di Testaccio. 
La fermata della metropolitana più vicina è quella di Piramide, 
mentre le linee di autobus che servono la zona sono: 170, 781, 83, 3.
http://www.teatrovittoria.it/dove-siamo/mappa.html

 

Roma, Crisi e anziani in Italia e in Europa. Convengo Age Platform a Via IV Novembre il 1° ottobre ore 10


Al culmine dell’Anno Europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni 2012 Age Platform Italia, cioè il coordinamento italiano di Age Platform Europe, promuove nella sede romana di rappresentanza delle Istituzioni Europee, un convegno ad alto livello, con la partecipazione di autorità politiche istituzionali e del mondo della cultura e delle scienze.

Con l’On. Marco Scurria, deputato al Parlamento Europeo, membro delle comissioni Affari Sociali e Cultura, il Presidente del CENSIS Prof. Giuseppe De Rita, il Direttore Generale dell’INPS Mauro Nori, il Direttore Generale dell’ISTAT Saverio Gazzelloni, autorità di Governo e delle forze politiche e parti sociali.

Sede di rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Via IV Novembre, 147 Roma, dalle ore 10.

I lavori proseguiranno dopo la pausa pranzo a buffet.

Locandina CONVEGNO AGE IT 2012

 

 

AGE PLATFORM ITALIA

COORDINAMENTO NAZIONALE DI AGE PLATFORM EUROPE

 

ADA, ANAP, ANCeSCAO, ANTEAS, 50&Più (Confcommercio), FIPAC-Confesercenti, UNIEDA-UPTER, Università dei 50&Più, Sindacato Nazionale Pensionati Confagricoltura, CNA Pensionati, Associazione Lavoro Over 40, Federanziani, Istituto per la qualità del vivere,  UNITRE, FAP (Pensionati bancari), CIA Pensionati, Federazione pensionati Coldiretti, Età Libera, ATDAL, UPTER SOLIDARIETA’, Confeuro pensionati, FAP (ACLI), Anziani e non solo, SAPEN-Orsa, Fondazione Sviluppo Europ, ANCeSCAO Latina, assoc palermo

e-mail  ageplatformitalia@Yahoo.it , http://www.age-platform.eu

 via Casal Bruciato, 15  00159  Roma,  tel  06. 43599220     cell.  3391188074

 

CONVEGNO
La crisi e gli anziani:

la situazione in Italia e in Europa. Quali prospettive

Lunedì 1 ottobre 2012
Spazio Europa, presso la Sede delle istituzioni europee, Via IV Novembre, 147 Roma

 

Ore 10.00 Apertura Convegno

Elio D’Orazio, Coordinatore di Age Platform Italia

Presentazione della “Carta d’intenti e linee guida di Age Platform Italia per l’invecchiamento attivo e la solidarietà tra le generazioni” e lettura del messaggio del Segretario ONU per il 1 ottobre 2012

Marjan Sedmak, Presidente di Age Platform Europe

Le proposte di Age Platform Europe

Alice Sinigaglia, Responsabile per le politiche sociali europee di Age Platform Europe

Iniziative e progetti di Age per l’anno europeo

 

Ore 10.30 Interventi

  • Giuseppe De Rita, Presidente CENSIS
  • Saverio Gazzelloni, Direttore centrale ISTAT
  • Mauro Nori, Direttore generale INPS
  • Giuseppe Failla, PortavoceForum dei giovani
  • Agostino Siciliano, Segretario nazionale UIL Pensionati
  • Michele Mangano,  Presidente nazionale Auser
  • Marco Scurria, Parlamentare europeo

 

ore 12.00 Interventi dei partecipanti: domande ai relatori, brevi approfondimenti, testimonianze, ecc

ore 13.00  Intervento del Governo : Ministri A.Riccardi e E.Fornero (in attesa di conferma)

Ore 13.30  Conclusione del convegno e buffet

Nell’atrio della sala convegni dalle ore 9.00 alle ore 17.00

  • Esposizione materiali di Age Platform e delle organizzazioni membri di Age Platform

Nel corso del convegno: lettura di Poesie di Mauro Felici e Maria Teresa Spina

“Spazio Europa, gestito dall’Ufficio d’informazione per l’Italia del Parlamento Europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea” “Spazio Europa managed by the European Parliament Information Office in Italy and the European Commission Representation in Italy”

L’innocente scagionato


Intervista all’Avv. Francesco Scardaccione, il quale esercita la professione a Roma, con Studio a Via R. Grazioli Lante n.70, nei settori Civile, Commerciale, amministrativo e penale.

Avvocato Francesco Scardaccione

Avvocato Francesco Scardaccione

conte prof. Fernando Crociani Baglioni, storico e giornalista

Roma 21.09.2012 – Non sempre la stampa attribuisce la stessa rilevanza agli eventi che riguardano la vita delle persone. Ad un fatto di cronaca può essere data una grande rilevanza nella fase iniziale delle indagini, soprattutto se queste portano all’arresto di personaggi di rilievo, ma quasi sempre godono lo stesso interesse quando la notizia riguarda l’assoluzione degli interessati. E’ quanto riferisce l’Avv. Francesco Scardaccione, in merito a vicissitudini che riguardano l’esperienza professionale di tanti colleghi, che hanno clienti coinvolti in indagini che vengono rese pubbliche ma che non portano, poi, ad alcuna condanna o all’estromissione da ogni accusa.

L’Avvocato, anche in presenza di un cliente che ammette le sue responsabilità, ha l’obbligo deontologico di assicurare il giusto processo al suo assistito, tuttavia l’opinione pubblica ed i messaggi trasmessi dai mass media al grande pubblico, troppo spesso considerano i difensori quasi dei concorrenti morali con il reo, facendo intendere che i rapporti tra professionista ed assistito non siano mai completamente limpidi; egli non è giudice, e avanti a lui c’è solo una persona che ha bisogno di essere difesa, ed il compito del professionista è prodigarsi affinché il suo assistito  venga tutelato adeguatamente, che venga rispettato il suo diritto alla difesa, sia questo in materia penale,  che amministrativa che civile – dice Scardaccione – ed il suo compito consta nel predisporre un’adeguata e preparata difesa tecnica appropriata alla fattispecie da risolvere.

Il rapporto tra cliente ed avvocato, tra avvocato e la condotta deontologicamente corretta è una materia molto delicata studiata ed approfondita dai più autorevoli giuristi in Dottrina, in Giurisprudenza e negli Ordini Professionali.

Gli avvocati, gli operatori della giustizia, apprezzano la correttezza personale e professionale, le doti umane, civili, culturali del valente avvocato, nella sua funzione più pura di difensore del diritto.

Un ringraziamento personale all’Avvocato ed al collega studioso di scienze storiche ed ausiliarie della storia, cattolico militante, Avvocato Francesco Scardaccione. Autore, tra l’altro di alcuni articoli giuridici e storici, nonché del volume Famiglie nobili e notabili di Basilicata tra il XVI e il XIX secolo, testo autorevole per tutti gli studiosi di scienze storiche in area meridionale. Oggi altresì molto impegnato e ad alti livelli nella tutela delle dimore storiche nel Sud d’Italia, così come in una primaria attività di promozione agricola, turistica, di allevamento d’eccellenza e nel campo degli sport equestri, sempre a tutela dei valori naturalistici e della salvaguardia dell’ambiente nella sua originaria Basilicata.

  • 1 – I primi incontri e il conferimento del mandato
    Si insegna tradizionalmente che il momento iniziale, quello del primo colloquio con il cliente, è decisivo per un approccio corretto, finalizzato alla conoscenza reciproca tra la parte che chiede assistenza e il difensore nelle cui mani sono rimesse le sorti di chi gli si affida.
    Sempre tradizionalmente si afferma che tale colloquio, così come i successivi, deve avvenire presso lo studio del professionista, al fine di mantenere in capo a quest’ultimo la necessaria immagine di professionalità, che dovrà essere conservata nel corso del rapporto.
    Questa regola generale, nel campo penale, non sempre può essere rispettata; vi sono infatti ipotesi nelle quali il cliente è detenuto, e dunque il primo contatto avviene presso il carcere, oppure è preso non direttamente con il cliente bensì con i suoi parenti. Al di fuori di queste ipotesi, è bene che il colloquio avvenga personalmente con l’interessato, e presso lo studio del professionista.
    Sul piano formale, quando ciò è possibile, la migliore dottrina (1) consiglia, in linea con l’art. 36, canone III, del codice deontologico, di procedere innanzi tutto con la sicura identificazione del cliente, corredando l’atto di nomina con la fotocopia di un documento d’identità.
    Sul piano sostanziale, si afferma che l’avvocato dovrebbe possedere doti culturali ed umane ben superiori a quelle degli altri professionisti, dovendo essere capace di cogliere, con una sorta di analisi psicologica, i più reconditi aspetti della personalità del proprio assistito, dei testimoni, del pubblico ministero e dei giudici.
    Tra i diversi tipi di cliente, merita di essere ricordata questa divertente casistica: il diffidente, l’indignato, il riluttante, il logorroico, lo sconclusionato, l’arrogante, l’intraprendente, il parente e l’addetto ai lavori; l’uno peggiore dell’altro, come soggetti umani da affrontare, ma pur sempre clienti con i quali è indispensabile trovare il giusto equilibrio (2).
  • 2 – La cordialità nei rapporti
    Nei confronti del cliente, l’avvocato penalista deve saper instaurare un reciproco rapporto di conoscenza e di cordialità, ma senza sconfinare nel territorio di una eccessiva dimestichezza e familiarità. Ciò è assai difficile, potendo l’avvocato e il cliente essere amici da vecchia data, o anche parenti; solo l’esperienza può insegnare i giusti limiti, che qui possiamo esprimere ricordando il principio generale del distacco dalla lite e dal litigante, cosa che può realizzarsi anche compiendo una difesa appassionata.
    Nella relazione intersoggettiva, comunque, l’avvocato deve svolgere una funzione trainante (3) e saper trovare il giusto equilibrio tra la cordialità e il distacco, evitando in ogni ipotesi di finire succube del cliente, sia sul piano personale che sulla linea difensiva, che deve sempre essere concordata.
    Questo aspetto diventa particolarmente delicato nell’ipotesi di difesa del cliente latitante.
    Può accadere che in questi casi il consolidato rapporto umano induca l’avvocato a comportamenti poco chiari; se infatti è ammesso, in queste ipotesi, incontrare l’assistito al di fuori dello studio, occorre evitare che l’incontro si trasformi in disponibilità ad agevolare la latitanza stessa (4).
    Pertanto, l’avvocato non dovrà mai rendersi latore di messaggi di alcun tipo, nemmeno se apparentemente innocui, ma dovrà prestare la normale assistenza tecnica e limitare il contenuto del colloquio agli aspetti legati alle strategie difensive.
    Anche nel corso dei normali rapporti professionali, comunque, l’avvocato deve mantenere il normale distacco per evitare di confondere la propria posizione con quella dell’assistito, come risulta chiaro da questo episodio:
    “pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l’avvocato che, al fine di far conseguire ad altri l’impunità per il reato di contrabbando ed evitare il sequestro delle merci, offenda l’onore e il decoro degli agenti di pubblica sicurezza con l’uso di violenza e minaccia e causando agli stessi lesioni volontarie e danni all’autovettura di servizio” (5).
    Infine, per chiudere questo punto con un paradosso, l’avvocato dovrà evitare, oltre ai rapporti economici con il cliente previsti dall’art. 35 del codice deontologico, anche i rapporti sessuali.
    E’ stato infatti ritenuto deontologicamente rilevante il comportamento dell’avvocato “sorpreso in atteggiamento intimo e sconveniente con un detenuto, suo cliente, durante un colloquio tenuto in qualità di difensore presso la casa circondariale” (6) .
  • 3 – Il segreto professionale
    L’art. 622 del codice penale obbliga i professionisti a mantenere il segreto professionale; tale dovere è meglio precisato, limitatamente agli avvocati, dal codice deontologico che individua all’art. 9 il dovere di segretezza e riservatezza.
    La formulazione del codice deontologico amplia e muta il concetto di segretezza, individuandolo non solo come un dovere ma anche come un diritto primario e fondamentale dell’avvocato.
    Il dovere di segretezza e riservatezza è valido, naturalmente, per tutti gli avvocati e non soltanto per i penalisti; tuttavia è nel campo del diritto penale che il segreto professionale può comprendere anche fatti di eccezionale gravità, creando non pochi dubbi anche di ordine morale.
    Come è stato acutamente rilevato, non potrebbe esistere un’attività professionale libera ed indipendente se non vi fosse questo (7) rapporto tacito ma cosciente tra avvocato ed assistito che si realizza nella tutela del segreto.
    Questo diritto/dovere prevede alcune eccezioni che sono indicate dai canoni complementari dell’art. 9.
    Si tratta di ipotesi in parte relative al rapporto tra avvocato e cliente, in parte concernenti gli obblighi dell’avvocato nei confronti della società che oggi sono espressamente indicati dall’art. 7 del codice deontologico, nella versione modificata il 27 gennaio 2006.
    E’ stato infatti aggiunto un canone complementare che certamente provocherà intense discussioni perché introduce il riferimento al rispetto dei doveri che la funzione impone agli avvocati “verso la collettività per la salvaguardia dei diritti dell’uomo nei confronti dello Stato e di ogni altro potere”.
    Le prevedibili contestazioni che questa aggiunta comporterà riguardano la previsione di una sorta di interesse collettivo, superiore a quello della parte assistita, che in qualche modo scinderebbe il rapporto di fiducia davanti a situazioni di particolare gravità.
    Le eccezioni previste dall’art. 9 riguardano, per quanto interessa il collegamento con l’art. 7, la necessità di impedire la commissione, da parte dello stesso assistito, di un reato di particolare gravità.
    Vi sono infatti ipotesi nelle quali il cliente non chiede assistenza per fatti già avvenuti e a lui contestati, ma per ottenere informazioni riguardanti reati che intende commettere.
    In questo caso i redattori del codice deontologico si sono ispirati all’analoga regola vigente negli Stati Uniti che prevede l’obbligo di rivelare il segreto all’autorità giudiziaria quando il male minacciato attenga alla persona, e non quando riguardi il patrimonio.
    La nostra regola è stata però formulata in modo flessibile con un generico riferimento al reato di particolare gravità, lasciando così all’interprete la valutazione dei singoli casi.
    Il codice deontologico precisa che la segretezza deve essere rispettata anche nei confronti degli ex clienti e persino nei confronti di chi si rivolga all’avvocato per chiedere assistenza senza che il mandato sia accettato.
    Può accadere che un potenziale cliente si presenti nello studio ed esponga alcuni fatti, e che l’avvocato non accetti il mandato per mancanza di rapporto fiduciario, oppure che il soggetto non condivida la linea difensiva proposta dal legale.
    In questo caso il rapporto di clientela non sorge ma i fatti riferiti all’avvocato restano coperti dal segreto.
    Alcuni classici esempi di violazione del segreto professionale sono rinvenibili in giurisprudenza.
    In una occasione il professionista, avendo appreso dal proprio cliente i propositi criminosi in danno di controparte, utilizzò le informazioni riferendole alla stessa controparte per ottenerne una remunerazione in denaro.
    Tale comportamento è stato ritenuto disdicevole e sanzionato con la sospensione per un anno (8).
    La seconda ipotesi è ancora narrata dal DANOVI (9) e nel caso di specie l’avvocato, con un comportamento di segno positivo, ha rivelato di aver appreso da un cliente che l’omicidio di un benzinaio era stato compiuto da un componente di un movimento politico; la rivelazione del segreto professionale si è resa necessaria poiché il processo stava per concludersi con la condanna di un innocente.
    Il comportamento dell’avvocato fu valutato dal Consiglio dell’Ordine di Milano che contestò all’avvocato la violazione del segreto professionale e l’affermazione ai giudici dell’innocenza dell’imputato basata solo sulla propria parola.
    Il Consiglio dell’Ordine di Milano stabilì di assolvere l’incolpato, a differenza del Consiglio dell’Ordine di Catania che, in una fattispecie pressoché identica (risalente a moltissimi anni addietro), punì il proprio iscritto con la radiazione.
    Anche in quella ipotesi (10) il professionista, appresa la verità dei fatti da un testimone che era stato pressato per rendere una deposizione non veritiera, ascoltò la propria coscienza violando il segreto professionale, evitando così la condanna di un innocente.
    Dopo alcuni anni di privazioni, l’avvocato protagonista dell’episodio fu riabilitato e nuovamente iscritto nell’albo professionale.
    L’episodio è stato commentato da Alfredo De Marsico con queste parole, che qualcuno potrà non condividere ma che costituiscono un importante spunto di riflessione: esse testimoniano l’interiore tormento che, a volte, coinvolge l’avvocato penalista:
    “La coscienza dell’avvocato deve identificarsi in ogni momento con la coscienza morale dell’uomo e nessuna responsabilità tecnica può far derogare da questo supremo imperativo etico che riassume la dignità dell’uomo e dell’avvocato”.
    Quanto diremo nel prossimo paragrafo potrà apparire in contraddizione con queste parole; sta al singolo professionista, con l’esperienza, trovare il giusto punto di equilibrio.
  • 4 – L’avvocato e la verità
    Questi episodi che abbiamo ricordato ci dimostrano quanto sia difficile valutare i casi concreti e soprattutto quanto sia arduo individuare il limite tra il segreto professionale e il vincolo dell’avvocato nei confronti della collettività oggi previsto dall’art. 7 del codice deontologico.
    Più in generale, è sempre stato dibattuto il rapporto degli avvocati con la verità, e tale dibattito assume rilevanza nella valutazione del rapporto tra avvocato e cliente e nell’immagine dell’avvocato di fronte alla società.
    Spesso infatti il comune cittadino chiede all’avvocato, nel corso di conversazioni salottiere, come possa egli difendere anche persone sicuramente colpevoli di orrendi delitti senza dover scendere a patti con la propria coscienza.
    Il dubbio in questione non è però limitato al comune cittadino, ma a volte si coglie anche negli studi di etica.
    Qualcuno, ad esempio, si è posto il problema della difesa della cosiddette cause ingiuste e quindi se sia lecito per un avvocato assumere la difesa dei terroristi o dei mafiosi di “sicura colpevolezza”.
    Ci si è chiesti ancora (11) se il patrocinio dell’avvocato si debba spingere fino al punto di chiedere l’assoluzione di individui certamente colpevoli e particolarmente pericolosi per la società.
    L’equivoco insito in queste domande nasce dall’erronea percezione dell’attività difensiva come difesa del reato in sé, quasi che l’avvocato difensore dello stupratore o del pedofilo sostenesse la correttezza del comportamento di chi stupra ed abusa.
    In realtà è bene precisare, utilizzando il titolo di un paragrafo di un libro che ogni penalista dovrebbe leggere (12) , che l’attività dell’avvocato riguarda la difesa dell’imputato, e non del reato; e che non è ammissibile in capo ad un avvocato il rifiuto aprioristico della difesa di chi è accusato di reati particolarmente infamanti.
    Ferma restando la possibilità di rifiutare l’accettazione di un incarico quando manca il rapporto fiduciario, commette un grave errore l’avvocato che per principio rifiuti di difendere stupratori, pedofili, violenti e simili; egli in realtà difende l’imputato – presunto innocente – di quel reato, e non certo il reato stesso.
    A ben vedere, anzi, proprio la difesa dell’essere più abbietto, “sicuramente” colpevole magari perché colto in flagranza di reato (ma non c’è mai la certezza assoluta), rappresenta un momento elevato della funzione difensiva, poiché in quel caso l’avvocato dimostra che chiunque, anche se colpevole di reati infamanti, in un sistema democratico ha egualmente diritto ad un giusto processo, alle sue garanzie e a tutti i vantaggi che la legge stessa gli concede, poiché la legge è superiore alle emozioni di piazza e al desiderio, che talvolta si diffonde nella collettività, di giustizia sommaria.
    L’avvocato, insomma, quando accetta un incarico deve difendere l’imputato senza mai dimenticare la presunzione di innocenza, ed anzi ricordandola ai giudici in ogni momento; lo stesso autore già citato ricorda che nemmeno la stessa confessione dell’imputato è una prova da sola sufficiente, potendo essere non veritiera.
    Ed allora, se l’avvocato penalista riuscirà a salvare il cliente dalla condanna anche quando tutte le prove sembrano univoche, non dovrà mai essere additato dall’opinione pubblica come un complice, ma solo come un difensore dei diritti.
    La verità nei processi non è quella assoluta, bensì quella che emerge dagli atti; e l’avvocato, al termine del dibattimento, deve prendere le conclusioni secondo quelle che ne sono le risultanze, e non in base al proprio eventuale personale convincimento della colpevolezza del proprio assistito, né in base all’eventuale confessione rivelatagli sotto il vincolo del segreto.
    In sostanza, all’esito di un processo emerge dagli atti e dalla sentenza quella che è stata definita una “verità convenzionale”, che è la scelta finale tra le varie opzioni, necessariamente rimessa all’autorità del giudice (13).
    Il processo, allora, conduce ad una verità probabile, nella quale l’unica certezza assoluta è data dal rispetto delle regole fissate dalla legge per ciascuno dei suoi attori; all’interno di tali regole, quella dell’avvocato è di difendere il proprio assistito, utilizzando solo le prove a favore (e non certamente quelle contrarie) ed evitando di introdurre prove che egli conosce come false, nel rispetto di quanto prevede l’art. 14 del codice deontologico.
    Non dobbiamo dimenticare che nel nostro sistema processuale penale l’imputato non ha alcun obbligo di dire la verità né di confessare i fatti a lui sfavorevoli. E’ una scelta ben precisa del legislatore, un diritto garantito che ovviamente si riflette anche sulle strategie della difesa.
    Naturalmente, una cosa è il diritto dell’imputato di tacere o mentire, altra è la dichiarazione che l’avvocato faccia impegnando la propria parola: si tratta di comportamenti che in linea di massima devono essere evitati, ma quando ciò sia necessario le dichiarazioni dell’avvocato devono essere veritiere.
    L’ipotesi classica è presa dalla giurisprudenza disciplinare e riguarda il caso di un avvocato che ha dichiarato al giudice, durante l’interrogatorio di due imputati nomadi, suoi assistiti, che gli stessi non erano imputabili perché minori di anni 14 e che di tale circostanza disponeva documentazione.
    La dichiarazione è risultata falsa ed il comportamento dell’avvocato è stato sanzionato con 4 mesi di sospensione dall’esercizio della professione (14).
    Altra ipotesi di dichiarazione falsa resa dall’avvocato è stata valutata dal Consiglio dell’Ordine di Catania ed è certamente singolare: il professionista aveva infatti favorito l’accesso al carcere di una persona non autorizzata, dichiarando contrariamente al vero che si trattava di un suo praticante, allo scopo di farla incontrare con il proprio cliente.
    Anche in questo caso il professionista è stato sanzionato (15) , con la sospensione per tre mesi, avendo impegnato la propria parola con false dichiarazioni.
    Al di fuori di queste specifiche ipotesi, l’avvocato penalista deve fare tutto ciò che la legge gli consente per far ottenere al suo cliente il miglior risultato possibile.
    Leggiamo spesso sui giornali di presunti colpevoli (mentre tutti gli imputati dovrebbero essere presunti innocenti) che riescono a salvarsi dalla condanna perché l’avvocato è riuscito a far maturare la prescrizione, o perché con un cavillo ha fatto annullare prove raccolte in modo irregolare.
    Il commento a queste sentenze è spesso negativo nei confronti dell’avvocato, che in realtà non ha fatto altro che tutelare i diritti di un presunto innocente.
    Se il sistema giudiziario non riesce a terminare i processi in tempo ragionevole, e se il sistema investigativo non riesce a raccogliere prove valide, la colpa non è dell’avvocato; qualche volta l’attività difensiva potrà comportare anche l’assoluzione di un colpevole, ma qualche altra volta eviterà ad un innocente una condanna ingiusta.
    Ciò che conta è comunque la centralità del processo con il rispetto delle sue regole, che l’avvocato dovrà interpretare lasciandosi guidare dal peso della sua toga (…).
    Note:
    1) E. RANDAZZO, Deontologia e tecnica del penalista, Giuffrè ed., pag. 50
    2) La casistica è riportata e commentata da E. RANDAZZO, Deontologia e tecnica del penalista, Giuffrè ed., pag. 4
    3) C. LEGA, Deontologia Forense, Giuffrè ed., pag. 180.
    4) E. RANDAZZO, Deontologia e tecnica del penalista, pag. 73.
    5) CNF, 23 aprile 2004 n. 78, ha confermato la sanzione della sospensione per 12 mesi.
    6) CNF, 16 marzo 2004 n. 42, che ha ridotto a tre mesi di sospensione la sanzione di sei mesi fissata dal Consiglio dell’Ordine locale.
    7) R. DANOVI, Commentario del codice deontologico forense, pag. 191
    8) CNF, 20 maggio 1991 n. 99.
    9) R. DANOVI, Commentario del codice deontologico forense, pag. 193
    10) cfr. G.A. SCOPONI, in Studio legale n. 3/2000, pag. 25.
    11) cfr. G. TRENTIN, Per un’etica della professione forense, in La professione fra ideale e realtà, OFTES ed., 1989, pag. 41.
    12) E. RANDAZZO, L’avvocato e la verità, Sellerio ed.
    13) A. MARIANI MARINI, Probabilmente vero: avvocato, giudice, verità, in Processo e verità, ed. Plus, pag. 17.
    14) CNF, 25 maggio 1979.
    15) C.d.O. Catania, in Vita Forense, 1998, n. 2, pag. 28, riportata da R. DANOVI, Commentario del codice deontologico forense, pag. 256.
    16) P. CAMASSA, La Toga, Festival Nazionale di Poesia – Roma, 1964.

 

Roma, Lectio Magistralis del prof. Gianfranco Fioravanti sul Convivio di Dante


 LUMSA Università Maria SS. Assunta, Borgo Sant’Angelo 13, venerdì 21 c.m. ore 11

Statue of Dante in the Piazza di Santa Croce i...

Statue of Dante in the Piazza di Santa Croce in Florence (Photo credit: Wikipedia)

Presso l’aula Magna della sede di Borgo Sant’Angelo 13 a Roma, alle ore 11 del 21 settembre 2012  è prevista la Lectio Magistralis che il prof. Gianfranco Fioravanti, dell’Università di Pisa, terrà sul tema “Il Convivio: una riutilizzazione polemica della cultura universitaria”.  L’introduzione è a cura del prof. Giulio D’Onofrio, Presidente della Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale (SISPM).

La locandina dell’evento 

“In hoc signo vinces” – „Prin (Cu) acest semn vei învinge”: sfânta Cruce, simbolul şi rezumatul religiei creştine


 

 

Vineri, 14 septembrie 2012  – Creştinii catolici şi ortodocşi sărbătoresc Înălţarea Sfintei Cruci 

 

Cristo

Cristos  

 

Sfântă cruce!

 

de Petru Ciobanu

 

Te înalţă, sfântă Cruce, semn al biruinţei noastre,
Peste munţi şi peste dealuri, peste zările albastre,
Să te vadă fiecare, tu, unealtă-a mântuirii,
Tu, simbol al învierii, al speranţei şi iubirii.

Să te vadă, să te-admire, tu, izvor al măreţiei,
Căci prin tine Domnul vieţii, Fiul dulce al Mariei,
A distrus păcatul lumii, a-nviat-o dintru moarte,
Şi cu el şi ea acuma de mărire are parte.

Te înalţă pân-la ceruri, tu, a dragostei făclie,
Luminează lumea-ntreagă, tu, izvor de bucurie,
Raza ce Cristos ţi-a dat-o s-o inunde, s-o cuprindă,
Inimile noastre toate de iubire să le-aprindă.

Te înalţă şi te-arată să te-admire universul,
Căci, murind Cristos pe tine, morţii îi oprise mersul,
Fă să-l vadă fiecare în întreaga-i maiestate,
Căci ne-a scos din închisoare rupând lanţul de păcate.

Fă să te avem în inimi, căci Cristos pe tine moare
Zi de zi, când prin păcate, îl străpungem fiecare,
Fă ca să simţim durerea cu Isus zăcând pe tine,
Ca s-alegem partea bună, nu ce-i rău, ci ce e bine.

Te înalţă, sfântă Cruce, precum şarpele-n pustie,
Tu, izvor de vindecare, tu, izvor de apă vie!
Ca, privindu-te pe tine, tot rănitul, tot muşcatul
Rănile să îi dispară ce le-a provocat păcatul.

Te înalţă, sfântă Cruce, ca să-l vadă omenirea
Pe Izvorul de iubire ce ne-aduce mântuirea,
Să-l contemple fiecare şi în inimi să îl poarte
Căci, murind Cristos pe tine, a învins infama moarte.

 

 

Saints in colloquy, S. Croce in Gerusalemme.

S. Croce in Gerusalemme. (Wikipedia)

 

Basilica di Santa Croce in Gerusalemme  a Roma

 

La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme si trova a Roma, nel Rione Esquilino, a ridosso delle Mura Aureliane e dell’Anfiteatro Castrense, tra la Basilica di San Giovanni in Laterano e Porta Maggiore. La chiesa è al vertice del tridente formato da viale Carlo Felice, via di Santa Croce in Gerusalemme e via Eleniana. Santa Croce fa parte del giro delle Sette Chiese, che i pellegrini anticamente visitavano a piedi.

 

La storia della basilica risale al III – IV secolo d.C.

 

Per volontà dell’imperatore Costantino e di sua madre Elena, la prima chiesa sorse nel palazzo imperiale, in una sala del Palazzo Sessoriano, attorno al 320 d.C. Santa Croce era chiamata in origine Basilica Eleniana o Sessoriana. Custodiva, fin dal IV secolo, le Reliquie della Passione di Cristo, ritrovate in circostanze miracolose a Gerusalemme, sul monte Calvario, il luogo della crocifissione.

 

Le Reliquie della Croce

 

La Cappella delle Reliquie, a cui si accede salendo dalla navata sinistra, custodisce le Reliquie della Passione di Gesù. La reliquia più famosa, quella che dà il nome alla chiesa, è costituita dai frammenti della Croce di Cristo, ritrovati, secondo la tradizione da Sant’Elena, sul Calvario a Gerusalemme.

 

Assieme ai frammenti della Croce, vengono conservati: il Titulus Crucis, ovvero l’iscrizione che, secondo i Vangeli, era posta sulla croce; un Chiodo, anch’esso rinvenuto da Sant’Elena; due Spine, appartenenti, secondo la tradizione, alla Corona posta sul capo di Gesù; il Dito di San Tommaso, l’apostolo che dubitava della resurrezione di Cristo; una parte della croce del Buon Ladrone.

 

Fonte: http://www.santacroceroma.it/

 

 

 

ROMA – BASILICA SFANTA CRUCE DE IERUSALIM

 

de Vladimir Rosulescu

 

 

Basilica numită în latină Basilica Sanctae Crucis in Hierusalem şi în italiană Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, este una dintre basilicile minore ale Romei şi este cuprinsă între cele şapte basilici ale pelerinajului roman.
Conform tradiţiei, basilica a fost consacrată către anul 325 e.N, drept casă de păstrare a relicvelor Patimilor, aduse de pe Pământul Sfânt de către Sfânta Elena de Constantinopol, mama împăratului Constantin I-ul cel Mare. In acea epocă pardoseala capela era acoperită cu pământ adus de la Ierusalim, de unde a provenit şi numele lăcaşului (in Ierusalem). Pe bolta capelei se găseşte astăzi un mozaic realizat de Melozzo de Forli (înainte de 1485), reprezentând pe Isus botezând înconjurat de evanghelişti. O veche statuie a zeiţei Junona, descoperită la Ostia, a fost transformată în statuia sfintei Elena şi tronează pe altar.
Biserica a fost construită în jurul unei încăperi a palatului imperial al Elenei, Palazzo Sessoriano, care a fost transformată în capelă în anul 320 e.N. Câteva decenii mai târziu, capela a fost transformată într-o veritabilă bazilică, numită Eleniana sau Sessoriana. După distrugerea din neglijenţă, biserica a fost restaurată de papa Lucius al II-lea (1144-1145). Cu această ocazie a căpătat trăsături romane, cu trei nave, o clopotniţă şi un pridvor.
Biserica a fost modificată în sec.al 16-lea, dar a luat aspectul baroc actual sub papa Benedict al XVI-lea (1740-1758), care a fost titularul bisericii înainte de a deveni papă. Sub noua formă basilica are 70 de metri lungime şi 37 de metri lăţime. S-au deschis noi străzi pentru a uni biserica de alte două basilici romane legate de Isus, basilica Sfântul Ioan din Latran şi Basilica majoră Sfânta Maria (Santa Maria Maggiore).
Celebrele relicve a căror autenticitate este contestată sunt păstrate în Cappella delle Reliquie, construită în 1930 de arhitectul Florestano di Fausto. Ele cuprind: un mare fragment din crucea bunului pungaş, degetul arătător al Sfântului Toma, deget pe care l-a pus pe rănile lui Cristos reînviat, un relicvar ce conţine mici bucăţi din stâlpul Flagelării de la Sfântul Mormânt şi din legănul lui Cristos, doi spini din coroana de spini, trei fragmente din Adevărata Cruce, un cui folosit la Crucificare, o treime din Titulus Crucis, descoperit în biserică în anul 1492, adică o placă atârnată de partea de sus a Crucii lui Cristos. Fragmentul conţine numele de „nazareean”, scris în ebraică, latină şi în greacă.
Cel mai mare fragment din Adevărata Cruce a fost transferat la basilica Sfîntul Petru de către papa Urban al VIII-lea, în 1629. Acolo fragmentul este păstrat lângă statuia colosală a Sfintei Elena executată de Andrea Bolgi, în 1639.

 

 

“Nimeni nu s-a suit la cer, decât cel care s-a coborât din cer, adică Fiul Omului, care este în cer. 14 După cum Moise a înălţat şarpele în pustiu, tot aşa trebuie să fie înălţat şi Fiul Omului, 15 pentru ca oricine crede în el să aibă prin el viaţă veşnică. 16Căci atât de mult a iubit Dumnezeu lumea, încât l-a dat pe Fiul său unul-născut, pentru ca oricine crede în el să nu piară, ci să aibă viaţa veşnică. 17 Căci Dumnezeu a trimis pe Fiul său în lume, nu ca să osândească lumea, ci ca lumea să fie mântuită prin el”.

 

(din Evanghelia Domnului nostru Isus Cristos după sfântul Ioan 3,13-17)

 

 

Sărbătoarea în cinstea crucii este celebrată pentru prima dată în anul 335, cu ocazia sfinţirii celor două bazilici constantiniene de la Ierusalim, cea numită Martyrium sau Ad Crucem de pe Golgota şi cea numită Anastasis, adică “a Învierii”. Sfinţirea a avut loc la 13 decembrie. Prin termenul de “înălţare”, care-l traduce pe grecul hypsosis, sărbătoarea a trecut şi în Occident, şi începând din secolul al VII-lea, ea voia să comemoreze recuperarea preţioasei relicve făcută de către împăratul Heracliu în anul 628. Din crucea sustrasă cu 14 ani mai înainte de către regele persan Cosroe Parviz, în timpul cuceririi Oraşului sfânt, s-au pierdut definitiv urmele în 1187, când a fost luată episcopului de Betleem care o dusese în bătălia de la Hattin.

 

Celebrarea de astăzi primeşte o semnificaţie mult mai înaltă decât legendara regăsire de către evlavioasa mamă a împăratului Constantin, Elena. Glorificarea lui Cristos trece prin supliciul crucii şi antiteza suferinţă-glorificare devine fundamentală în istoria răscumpărării: Cristos, întrupat în realitatea sa concretă umano-divină, se supune de bună voie umilitoarei condiţii de sclav (crucea, de la latinescul “crux”, adică chin, era rezervată sclavilor) şi infamul supliciu este transformat în gloria nepieritoare. Astfel crucea devine simbolul şi rezumatul religiei creştine.

 

Însăşi evanghelizarea, făcută de către apostoli, este simpla prezentare a lui “Cristos cel răstignit”. Creştinul, acceptând acest adevăr, “este răstignit cu Cristos”, adică trebuie să poarte în fiecare zi propria cruce, suportând batjocurile şi suferinţele, după cum Cristos, apăsat de povara acelui “patibulum” (braţul transversal al crucii, pe care condamnatul îl purta pe spate până la locul supliciului unde era înfipt în mod stabil stâlpul vertical), a fost constrâns să se expună insultelor oamenilor pe drumul ce ducea spre Golgota. Suferinţele care reproduc în trupul mistic al Bisericii starea morţii lui Cristos, sunt o contribuţie la răscumpărarea oamenilor şi asigură participarea la gloria celui înviat.

 

(Text preluat din cartea Sfântul zilei de Mario Sgarbossa şi Luigi Giovannini, Edizioni Paoline, 1978. Traducere de pr. Iosif Agiurgioaei)

 

 

 

 

 

SFÂNTA CRUCE

 

 

 

de Pr. Prof. Dr. Ene Braniste

 

I. CULTUL SFINTEI CRUCI ÎN CRESTINISM

 

Istoria si formele lui de manifestare

 

Printre cele dintâi si mai importante obiective ale cultului nostru relativ (de veneratie) se aflã Sfânta Cruce, instrument binecuvântat al rãscumpãrãrii obstesti si individuale a oamenilor. Obiect de torturã si de groazã pentru pãgâni, ca si pentru evrei (”Blestemat este cel ce spânzurã pe lemn …”. Deut XXI, 23 si Gal. III, 13), Crucea a fost sfintitã prin sângele dumnezeiesc scurs pe dânsa si a devenit instrument de mântuire, obiect de cinstire, semn distinctiv si pricinã de mândrie si de laudã pentru crestini. ”Cuvântul de cruce este smintealã pentru iudei, nebunie pentru pãgâni, dar pentru noi (crestinii) mântuire,” spune Sf. Apostol Pavel (1 Cor. I, 18, 23). De aceea, spune el în altã parte, ”mie sã nu-mi fie a mã lãuda decât numai în Crucea Domnului nostru Iisus Hristos …” (Gal. VI, 14. Comp. si Col. I, 20 si II, 14; Efeseni II, 16 s.a.).

 

Încã de la început s-a acordat deci un cult religios Sfintei Cruci, ca oricãrora dintre sfintele relieve care aduceau aminte de jertfa mântuitoare a Domnului. Crucea este, într-adevãr, cel dintâi obiect sfânt al religiei noastre, pe care istoria ni-l înfãtiseazã clar ca bucurându-se de un cult relativ. Este adevãrat cã Crucea originarã – aceea pe care s-a rãstignit Domnul – din pricina împrejurãrilor istorice vitrege, care caracterizeazã istoria crestinismului primar, va rãmâne pentru un timp datã uitãrii si îngropatã sub temeliile templului pãgân, prin a cãrui zidire împãratul Adrian cãuta sã acopere urmele materiale ale evenimentului Crucificãrii si Învierii lui Hristos. Dar cinstirea semnului sfânt al Crucii era asa de generalã în primele trei secole, încât ea nu avea adversari decât pe pãgâni. Într-adevãr, unul dintre obiectivele atacurilor pãgâne împotriva religiei celei noi era ”adorarea” crucii de cãtre crestini care scandaliza mentalitatea pãgânã si pe care pãgânii, neîntelegând-o, o rãstãlmãceau si o denaturau, numind în derâdere pe crestini adoratori ai Crucii (spaurolatrai, crucicolae). Dar tocmai atacurile acestea constituie astãzi dovezi indirect despre existenta unui cult crestin al Crucii în acea vreme. Apologetii crestini din secolele II si III sunt nevoiti sã rãspundã si sã restabileascã adevãrul, justificând cinstirea Crucii; asa fac, de exemplu, Tertulian, Minucius Felix, Origen s.a. Ceva mai târziu (sec. IV), printre ultimii si cei mai înversunati adversari ai Crucii, îl aflãm pe impãratul Iulian Apostatul, care reprosa crestinilor: ”Voi venerati lemnul gol al Crucii, fãcând semnul ei pe frunte si înscriindu-l la intrarea caselor voastre …”.

 

Dar nu lipsesc nici dovezile directe despre încrederea, cinstea si respectul cu care crestinii înconjurau Sfânta Cruce în primele trei secole. Pe la sfârsitul secolului II si începutul secolului III, Tertulian numeste pe crestini cinstitori ai Crucii (Crucis religiosi). Cele mai vechi acte martirice aratã pe martiri pecetluindu-se cu semnul Sfintei Cruci în clipele dureroase ale judecãtii si pãtimirii lor sau închinându-se spre locul în care le apare Sfânta Cruce în viziunile lor. Un mod de a exprima pretuirea fatã de Sfânta Cruce era întrebuintarea deasã a semnului ei în numeroase împrejurãri si momente din viata crestinilor (la desteptarea din somn, la culcare, la masã, la muncã etc.), despre care ne încredinteazã, de ex., Tertulian si Origen, precum si purtarea ei ca amuletã protectoare de cãtre crestini.

 

Trecând de la textele literare la monumente, arheologia ne aratã cât de des era reprezentat semnul Sfintei Cruci în inscriptii, picturi, sculpturi, gravura obiectelor portative (pe relicvarii, bijuterii, lãmpi, inele, monezi, sigilii etc.), dintre care multe s-au pãstrat pânã azi. Din pricina situatici speciale a crestinismului în primele trei secole, semnul Sfintei Cruci e reprezentat însã, de obicei, pe cele mai vechi monumente, în forme deghizate sau în simboluri, ca de ex., ancora, tridentul, litera greceascã T (Crux commissa) sau monogramul, în diferitele lui variante (Crux decussata, C sau CI etc.), care se întâlnesc pe numeroase monumente funerare din epoca persecutiilor. Prima reprezentare sigurã datatã a Crucii pe un monument crestin apare incizatã pe peretele unei case din Herculanum, înainte de anul 79; alta o gãsim mai târziu în inscriptia de pe un altar din Palmiria, din anul 134. În inscriptiile si epitafele din picturile catacombelor gãsim de vreo 20 de ori semnul Crucii, iar ultimele descoperiri arheologice din Palestina ne-au adus noi mãrturii cãÊsemnul crucii era folosit ca simbol crestin pe osuarele din necropolele apartinând chiar membrilor primei comunitãti crestine din Ierusalim.

 

Din sec. IV înainte, cinstirea Crucii din devotia particularã crestinã ia o mare dezvoltare si începe sã se manifeste în chip public, trecând în cultul obstesc si oficial al Bisericii. La aceasta au contribuit îndeosebi douã evenimente istorice:

 

  1. Cel dintâi e aparitia minunatã pe cer a semnului Crucii, prin care împãratul Constantin cel Mare câstigã biruinta împotriva lui Maxentiu (312); faptul acesta determinã pe împãrat si pe succesorii lui sã desfiinteze prin legi speciale pedeapsa rãstignirii pe cruce, obisnuitã pânã atunci la romani. De aici înainte, semnul Crucii ia locul vechilor embleme pãgâne (dragonul sau altele) pe steagurile ostasilor (labarum), pe scuturile lor, pe diademele si sceptrul împãratilor, pe monezi si acte oficiale, pe diptice etc.; îl gãsim însã si pe monezi ale regilor din provinciile periferice ale imperiului, crestinate mai de mult, cu un secol înaintea lui Constantin cel Mare.
  2. Al doilea fapt determinant în evolutia ulterioarã a cultului Sfintei Cruci a fost descoperirea (dezgroparea) Crucii originare, pe care a fost rãstignit Domnul; descoperirea a avut loc pe la 326 si se datoreste stãruintelor Sfintei Elena, conform unei traditii pioase, consemnatã la multi scriitori si Pãrinti bisericesti din secolele IV-V, ca de ex., istoricul Eusebiu, Sf. Chiril al Ierusalimului, Sf. Ambrozie, Fer. Ieronim, Teodoret, Rufin, Socrate Scolasticul, Sozomen s.a. Toti acestia vorbesc si despre cultul dat atât Sfintei Cruci întregi cât si pãrticelelor ei, dispersate în lumea întreagã încã din sec. IV, precum atestã Sf. Chiril al Ierusalimului; acestea erau mult cãutate, îmbrãcate în aur si argint si purtate la gât, ca o bijuterie de mare pret, spun Sf. Ioan Gurã de Aur si Sf. Paulin de Nola. ”Intreaga Bisericã din toatã lumea venereazã cuiele cu care a fost tintuit Hristos si lemnul cinstit al Crucii,” spune diaconul Rusticus.

 

Îndatã dupã descoperirea adevãratei Cruci, cinstirea ei a fost încadratã în cultul liturgic al Bisericii. Punctul de plecare al acestui cult public si oficial al Sfintei Cruci a fost sfintirea din 13 septembrie 335 a marii biserici zidite de împãratul Constantin cel Mare pe locul Calvarului si al Îngropãrii Domnului (vestita bisericã a Sfântului Mormânt, sau Martyrion, cu basilica Sfintei Cruci), în care a fost depusã, tot atunci, spre pãstrare, cea mai mare parte a lemnului Sfintei Cruci, descoperitã de curând. Vederea, atingerea si cinstirea acesteia deveni unul din obiectivele de cãpetenie al multimilor de pelerini care începurã sã se îndrepte de acum înainte cãtre Locurile Sfinte. Expunerea (arãtarea) si venerarea liturgicã (publicã si solemnã) a Sfântului Lemn avea loc la început de douã ori pe an: o datã la 13 septembrie (ziua în care, precum spune pelerina apuseanã Egeria, a fost aflatã Sfânta Cruce) si a doua oarã în Vinerea Patimilor. Ceremoniile sfinte care aveau loc în aceste douã zile la Ierusalim le descrie pe larg, spre sfirsitul secolului IV, pelerina Egeria.

 

Mai târziu, din pricina afluentei crescânde a credinciosilor, venerarea generalã, solemnã, a Sfintei Cruci se fãcea în trei zile consecutive din Sãptãmâna Patimilor: Joi, Vineri si Sâmbãtã.

 

Restituirea Sfintei Cruci, furate la 614 de cãtre regele Chosroes al persilor, si depunerea ei solemnã (la 629-630) de cãtre împãratul Heraclius în biserica Sf. Mormânt din Ierusalim adãugã o nouã strãlucire cultului public al Sfintei Cruci. Dupã cinci ani (634), din pricina pericolului crescând al invaziilor arabe asupra Pãmântului Sfânt, tot împãratul Heraclius aduce Sf. Cruce la Constantinopol, depunând-o în Biserica Sf. Sofia. Pãrti mici din ea se aflã împrãstiate în toatã lumea crestinã (unele din ele ajungând si în tara noastrã).

 

Prin veacurile VII-VIII, ceremonia liturgicã a expunerii si venerãrii publice si solemne a Sfintei Cruci, din Vinerea Patimilor, a fost importatã si în Apus.

 

Cât priveste întrebuintarea generalã a semnului Sfintei Cruci si veneratia obsteascã de care se bucurã el în toatã lumea crestinã din secolele III-IV înainte, e amintitã de numerosi Sf. Pãrinti si scriitori bisericesti, dintre care amintim pe: Clement din Alexandria. Sf. Ciprian, Origen, Sf. Ioan Gurã de Aur, Asterie al Amasiei, Teodoret, Fericitul Augustin s.a. Dupã încetarea persecutiilor, Crucea disimulatã în simboluri si Crucea monogramaticã cedeazã cu încetul locul Crucii simple, latine (±) sau grecesti (±). Din sec. V înainte, pietatea artistilor crestini începe sã împodobeascã figura Crucii cu flori si piese scumpe (Crux gemmata), asa cum o întâlnim în desene din catacombe, în celebrele mozaicuri din basilicile italiene zugrãvite în acest timp (San Vitale, Sant’Apolinarie Nuovo si Mausoleul Gallei Placidia din Ravena, Sf. Pudentiana din Roma s.a.), sau pe sarcofagele pãstrate în muzeul Lateran din Roma.

 

Din sec. VI înainte, devine frecvent Crucifixul (Crucea cu chipul Mântuitorului rãstignit pe dânsa), care luã o mare dezvoltare mai ales în arta si pietatea apuseanã. Legi ale împãratilor Teodosie si Valentinian au interzis sculptarea, pictarea sau gravarea semnului Sfintei Cruci în locuri necuviincioase sau în care ar fi riscat sã fie profanat prin cãlcarea cu picioarele, ca de ex., pe pardoseala bisericilor, dispozitie pe care mai târziu a consfintit-o si Sinodul trulan (692), prin canonul 73.

 

Sinodul VII ecumenic (Niceea 787), completat de sinodul local din Constantinopol de la 869, formuleazã apoi oficial doctrina exactã a Bisericii în ceea ce priveste cultul Sfintei Cruci si al sfintelor icoane, precizând cã cinstirea datã icoanelor trebuie sã fie egalã cu cea datã Sfintei Evanghelii si Sfintei Cruci. Dupã aceastã epocã, cinstirea Sfintei Cruci luã un mare avânt si constatãm, mai ales în cultul bizantin, noi forme si mijloace de a se manifesta, ca de ex., slujbele speciale alcãtuite în cinstea si spre lauda ei (ca Acatistul Sfintei Cruci, vezi Ceaslovul Mare), care se adãugarã la cele mai vechi, ale sãrbãtorilor închinate Sfintei Cruci, sau diferitele rugãciuni si imne (canoane, condace, stihuri, tropare etc.), compuse de inspiratii imnografi în acelasi scop si încadrate treptat în rânduiala diferitelor slujbe sfinte din cãrtile ortodoxe de slujbã. Asa sunt, de ex., cintãrile din Octoih, pentru cele douã zile ale sãptãminii care au fost închinate amintirii si cinstirii deosebite a Sfintei Cruci si a Patimilor, adicã Miercurea si Vinerea. Prezenta nelipsitã a Sfintei Cruci în toate lucurile scumpe evlaviei crestine: în sfintele locasuri (mai ales în sfântul altar si deasupra tâmplei sau catapetesmei), în casele credinciosilor, la mormintele mortilor din cimitrie, la margini si rãspântii de drumuri sau în locuri unde s-au întâmplat nenorociri ori fapte memorabile (crucile memoriale sau troitele de lemn sau de piatrã, asa de larg rãspândite mai ales la noi, românii), constituie o altã dovadã a pretuirii si respectului cu care evlavia ortodoxã a înconjurat totdeauna semnul sfânt al Jertfei Domnului si al mântuirii noastre.

 

Cinstirea Sfintei Cruci în pietatea crestinã particularã si în cultul liturgic (public) al Bisericii s-a manifestat, precum am vãzut pânã acum, prin numeroase forme, ca de ex.: facerea semnului Crucii sau închinarea si invocarea ei în diverse împrejurãri si momente, venerarea lemnului Sfintei Cruci, pelerinajele, zidirea de biserici închinate Sfintei Cruci, ca cele ridicate în sec. IV la Jerusalim si Roma, cuvântãri si imne de laudã în cinstea Sfintei Cruci s.a. Dar cea mai importantã formã este aceea a sãrbãtorilor, adicã a zilelor liturgice anume orânduite de Bisericã spre venerarea (cinstirea si închinarea) Sfintei Cruci, despre care am si pomenit, pe scurt, pânã acum, referindu-ne la trecut.

 

 

 

 

Pr. Prof. Dr. Ene Braniste, articol preluat din ”Liturgica Generalã,” Bucuresti, 1985, pag. 260-270.

 

 

 

 

Citeste si:

 

 

 

Bucureşti: Prima sentinţă judecătorească pentru demontarea Cathedral Plaza

 

Arhiepiscopia Romano-Catolică Bucureşti, prin comunicatul de presă nr. 627 din 9 septembrie 2012, anunţă că “există prima sentinţă judecătorească pentru demontarea Cathedral Plaza”. Redăm din textul comunicatului. … http://www.ercis.ro/actualitate/viata.asp?id=20120928

 

 

 

Roma, consulenza psicosociale per migranti moldavi


Avviato a Roma un servizio di consulenza psicosociale

per migranti moldavi

 

 

 

13 settembre 2012  Offrire un servizio di consulenza psicosociale per migranti moldavi, che possa dare la possibilità di  affrontare problematiche quali i conflitti familiari, la distanza dai figli e dalle famiglie lasciate in patria, difficoltà nell’ambiente di lavoro, difficoltà emotive e comportamentali, nonchè accogliere domande di supporto per violenza domestica.

Questo è il fine della nuova iniziativa che l’OIM ha lanciato nell’ambito del progetto “Addressing the negative effects of migration on minors and families left behind”.

“Il servizio è gratuito”, spiega Rossella Celmi, Project Manager dell’OIM Roma, e“si svolge a Roma tutti i giovedì dalle 14.00 alle 18.00 presso la sede dell’Associazione “No.Di i Nostri Diritti” in  Via Borgo Pio 15, con la collaborazione di personale dell’OIM Italia. In questa iniziativa è coinvolta anche la Diaspora moldava: in particolare, sarà l’associazione ASSOMOLDAVE che avrà il compito di facilitare l’accesso al servizio da parte della comunità stessa”.

L’iniziativa fa parte della campagna informativa “Nessuno è solo al mondo”, realizzata da OIM Moldova e OIM Roma con l’intenzione di dare la possibilità ai cittadini moldavi di ricevere non solo assistenza psicologica, ma anche assistenza legale – fornita dalla Diaspora moldava – su vari temi (assistenza nella ricerca di lavoro, informazioni su questioni burocratiche relative alla preparazione di documentazione, sulle pratiche di ricongiungimento familiare, ecc.), informazioni sui servizi di rientro e reintegrazione attualmente disponibili in Moldova, sui trasferimenti delle rimesse in patria, sulla legislazione riguardante i contributi pensionistici..

“Questo servizio”, spiega José Angel Oropeza, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM, “vuole rappresentare unarisposta ai bisogni psicosociali della comunità moldava nel nostro paese. La migrazione moldava in Italia vede una forte presenza di donneche impegnate nel settore del lavoro domestico e della cura alla persona. Le donne sono chiamate a gestire non solo le difficoltà di integrazione sociale nel nostro Paese ma anche l’impatto della loro migrazione sulla famiglia d’origine, spesso vissuta con un senso di colpa”.

“Per questo motivo”, conclude Oropeza, “l’OIM ha deciso di dedicare un servizio specializzato sia per prevenire ulteriori forme di disagio nel paese di destinazione e di origine sia per risolvere crisi familiari e personali”.

Al servizio psicosociale si sono già presentate donne con problemi di violenza coniugale, la perdita dei propri cari nel paese d’origine e una richiesta di supporto per una diagnosi di malattia genetica rara.

Il servizio sarà attivo fino a dicembre 2012.

OIM Organizzazione Internazionale per le Migrazioni

Missione di collegamento in Italia e di coordinamento per il Mediterraneo

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Tel: +39 06 44 23 14 28  –  Fax:+39 06 44 02 53 3

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