APPELLO ITALIA-ROMANIA: AIUTACI A PORTARE IN SCENA I GIOVANI TALENTI


La V Edizione del Festival internazionale Propatria giovani talenti rumeni edizione 2015 si terrà a Roma dal 24 settembre al 10 ottobre.

5edizL’Associazione IRFI onlus “Italia-Romania Futuro Insieme” promuove il Festival Internazionale “Giovani Talenti Rumeni“, organizzato dall’Associazione romeno-italiana PROPATRIA, che è arrivato quest’anno alla 5′ edizione:  “pronti ancora un volta a valorizzare, sostenere  e promuovere giovani  di varie nazionalità, residenti in Italia o all’estero, che abbiano ottenuto  risultati di eccellenza in settori come musica, arte, sport, scienze…”, dichiara l’organizzatrice Mioara Moraru Cristea.

“Con il vostro contributo potranno andare in scena più di 100 giovani artisti provenienti da diversi continenti, più di 23 paesi: Italia, Romania, Moldavia, Croazia, Ucraina, Iran, Cina, Perù, Giappone, Korea, Nigeria, Pakistan, Argentina, Senegal e molti altri.”

4ediz

Un incontro di varie comunità per valorizzare le culture dei partecipanti e favoriscano il superamento dei pregiudizi e delle paure della diversità attraverso le più svariate forme di espressione artistica.

Un programma di 6 incontri che culmineranno in un evento per un vasto pubblico che si svolgerà il 4 ottobre nel cuore della Capitale in pazza San Silvestro a Roma in una festa di suono, luci e colori che esprima il senso della gioia, della libertà, dell’entusiasmo scaturito da tale incontro per celebrare insieme la potenza del dialogo e, nello stesso tempo, l’Anno Internazionale della Luce 2015.

Scopri come andando su:

http://linkpdb.me/8572

https://www.produzionidalbasso.com/project/festival-internazionale-propatria-giovani-talenti-rumeni-5deg-edizione-2015/

Il Festival è organizzato dall’Associazione culturale rumeno-italiana Propatria in collaborazione con il Comune di Roma – I Municipio Assessorato alle politiche culturali e del turismo e con le altre realtà associative: l’Associazione IRFI Onlus, l’Associazione dei Genitori Romeni in Italia, l’Associazione “Spirit Romanesc” ed il Comitato per un Centro Interculturale a Roma.

Il programma musicale del festival spazia dalla musica classica a altri vari generi musicali (pop, rock, swing, rap), intrecciati da momenti di danza e poesia.

L’ingresso libero a tutti gli eventi in programma.

In piazza San Silvestro i posti a sedere saranno assegnati sull’invito.

Sostieni la campagna!

5 Euro: ringraziamento a fine spettacolo;

15 Euro: 1 shopper personalizzato e ringraziamento a fine spettacolo

25 Euro: 1 posto riservato, 1 shopper personalizzato e ringraziamento finale

50 Euro: maglietta personalizzata, 1 posto riservato, 1 shopper personalizzato e ringraziamento finale;

100 Euro: 2 posti riservati, 2 magliette personalizzate, autografo e foto con uno degli artisti e ringraziamenti finali

 200 Euro: 1 acquarello firmato, 2 posti riservati, autografo e foto con uno degli artisti e ringraziamenti finali

Gli acquarelli  in ricompensa appartengono all’affermato pittore moldavo Igor Sava, vincitore di importanti premi internazionali.

https://it.pinterest.com/artymaryd/art-of-igor-sava/

Gli inviti e tutte le altre ricompense, potranno essere ritirati direttamente il 4 ottobre  a partire dalle ore 17.00 fino all’inizio dello spettacolo serale presso lo stand  dello staff allestito  in piazza San Silvestro.

Per informazioni potete scrivere a info@propatriavox.it

Il mistero di Kogaionon, il sacro monte dei daci


Guido Ravasi, Lettura e commento di un’opera paradigmatica*

Dott. Guido Ravasi

Dott. Guido Ravasi

1.
Per motivi legati al mio lavoro, tempo fa mi è capitato di dover leggere, analizzare e poi redigere una sintesi di un libro decisamente curioso. Si tratta di un’opera pubblicata in Romania alcuni anni fa dal titolo di Taina Kogaiononului Muntele Sacru al dacilor [“Il mistero di Kogaionon, il sacro monte dei daci”]. L’autrice è Cristina Panculescu ed è pubblicata dalla Editura Stefan di Bucarest nel 2008.

Quando mi fu affidato questo compito, mi limitai a scrivere una sintesi del libro, evidenziandone i concetti principali. Non aggiunsi alcun commento in quanto, in quel caso, non era richiesto e previsto. Ho poi praticamente dimenticato questo volume per diverso tempo. Oggi invece l’ho rispolverato e, in seguito anche a numerose sollecitazioni esterne, ho deciso di aggiungere un mio commento, del tutto personale, all’opera e di pubblicarlo. Ciò che mi ha spinto a farlo non è il volume in sé o il suo contenuto quanto la proliferazione, ormai abnorme e incontrollata, di opere di questo genere e tenore. Pertanto mi sono deciso a commentare quest’opera non tanto o soltanto in se stessa, ma in quanto rappresentante di un genere di pubblicazioni ormai ampiamente diffuso e che vedo spesso inondare le librerie e suscitare ampio interesse in tanti lettori.

Cristina Panculescu, Taina Kogaiononului - Muntele sacru al dacilor

Cristina Panculescu, Taina Kogaiononului – Muntele sacru al dacilor

Il volume ha la pretesa di chiarire un presunto mistero mai sinora svelato, attraverso l’uso che personalmente ritengo, sempre nel rispetto dell’Autrice, piuttosto disinvolto di diverse discipline scientifiche (dalla archeologia all’astrofisica) e l’accesso a sapienze esoteriche, in un incredibile pot-pourri di dati e informazioni. Questi dati sono tra i più diversi ed eterogeni, non solo per l’appartenenza disciplinare, ma anche per il valore scientifico o pseudoscientifico.
Tutto questo è possibile per il fatto che accanto a citazioni strumentali di studiosi che sono punti di riferimento nel loro campo, si accostano altre citazioni di autori che non hanno alcun spessore accademico. Vi è così un affastellamento di argomentazioni e ragionamenti tra i più diversi che sono funzionali a sostenere tesi tra le più stravaganti presentate come rivelazioni di misteri arcani.
Ho deciso di parlarne non perché io abbia un interesse oppure un’avversione nei confronti di queste tesi, ma perché la loro proliferazione e diffusione è così estesa e imperante che si sentono e si leggono le concezioni più incredibili presentate come la nuova frontiera della scienza e della sapienza (che convergerebbero in una sintesi superiore di origine trascendente).
Il libro che qui commento è solo un esempio di un fenomeno largamente diffuso ed il segno di una grave crisi sociale che si accompagna, in pari tempo, ad una decadenza di carattere culturale. L’opera è paradigmatica di questa crisi e decadenza e cercherò di illustrane i motivi.

2.
Vediamo ora più da vicino cosa contiene quest’opera. L’introduzione al volume prende le mosse citando un’autorità nel campo degli studi di storia della religione: Mircea Eliade (Bucarest 1907 – Chicago 1986). Questo studioso, di origine romena ma che ha passato gli ultimi decenni della sua vita ad insegnare nella prestigiosa università di Chicago, è considerato uno dei più importanti conoscitori di religioni al mondo del secolo scorso.
Cristina Panculescu utilizza anzitutto uno degli scritti giovanili del grande studioso, Cosmologia e alchimia babilonese, pubblicato per la prima volta a Bucarest nel 1937 e, abbastanza recentemente, tradotto anche in lingua italiana.
In questo volumetto, dedicato agli antichi riti e miti legati alla cosmologia e all’alchimia babilonese, Eliade si prende agio, nella prefazione, anche di scrivere incidentalmente del folklore romeno a cui dedicherà altre pagine più significative (soprattutto ne Il folklore come strumento di conoscenza). Eliade in questo libretto si limita a sottolineare, con qualche enfasi, che la Romania ha una preistoria e una protostoria di grande valore e un folclore di importanza incontestabilmente superiore a tutte le altre nazioni europee. La scienza romena – aggiunge Eliade – ha ora l’opportunità e il privilegio unico di valorizzare la spiritualità e la storia segreta del popolo romeno.
È quello che hanno cercato di far in molti, prima e dopo Eliade, ma con scarso successo o addirittura con esiti controproducenti. Vorrei ribadire che Eliade è certamente diventato uno dei più importanti studiosi nel suo campo e i suoi libri sono tuttora oggetto di studio nelle università, ma egli è riuscito ad affermarsi, al di là del suo genio e del suo impegno, anche perché era consapevole di appartenere, secondo le sue stesse affermazioni, ad una cultura minore o provinciale e ha voluto porvi rimedio. In altri termini era conscio che per produrre qualcosa di importante nel campo di studi da lui intrapreso avrebbe dovuto anzitutto innalzarsi al di sopra del proprio ambito culturale di partenza, apprendendo tutta la migliore letteratura scientifica esistente nelle altre lingue (e non certo solo quella pubblicata nella sua lingua madre) per poter così eventualmente pervenire a dei risultati degni di nota in ambito accademico, cosa che fece egregiamente.

Cristina Panculescu, dopo aver utilizzato alcune citazioni ben scelte di Eliade, sviluppa le sue argomentazioni in modo quanto meno curioso. Per sostenere il mistero che riguarda l’antica Dacia l’Autrice ricorre anche ad altre citazioni, come quelle di Busuioceanu che scrive che “nel mondo antico la Dacia era circondata da mistero e su questo si è poi venuto a creare un vero mito”. Del resto, prosegue Panculescu, i daco-geti erano considerati “ermetici” per gli antichi. Il concetto di ermetici si ricollega a Hermes Trismegisto e all’alchimia come vedremo. Ma Panculescu crede di mostrare le sue credenziali dichiarando che il suo studio “utilizza i risultati di una ricerca condotta per anni sui monti Bucegi” e che si avvale della documentazione messa a disposizione dalla mitologia comparata, dalla storia antica, dal folclore e dall’arte antica romena, dalla storia delle religioni, dall’ermeneutica e dalla scienza tradizionale. In effetti, una documentazione proveniente da queste aree disciplinari viene utilizzata: dovremmo aggiungere con fin troppa disinvoltura.
Del resto il fatto che abbia passato degli anni, come dichiara, a studiare sui monti Bucegi, centro della sua indagine, di per sé non dovrebbe significare che abbia svelato un presunto mistero inerente a questi monti. Piuttosto ci sembra ormai chiara, dopo solo alcune pagine, la mancanza di un basilare criterio e scrupolo epistemologico.

Sfinxul din Bucegi, aflat pe platoul Munților Bucegi, la 2216 metri altitudine, măsoară 8 metri în înălțime și 12 metri în lățime.

la Sfinge di  Bucegi

3.
Il tema centrale del libro è il seguente: secondo l’Autrice “è stato dimostrato senza equivoci” nel gennaio del 1986, con studi sul luogo, in concomitanza con la riapparizione della cometa di Halley, che sui monti Bucegi, (quindi in Romania), e nello specifico nell’area della vetta Omu (l’antica montagna che i daci chiamavano “Kogaionon”), “si trova il più importante Centro Energetico Informazionale Naturale del mondo” (corsivi nostri). E Panculescu sottolinea più volte l’aggettivo “naturale”, ossia non artificiale o costruito dall’uomo e dalla tecnica.
Chiedere cosa sia poi esattamente un Centro Energetico Informazionale Naturale (che dovrebbe essere una domanda più che legittima e spontanea) costituisce invero un quesito superfluo, soprattutto perché è una “realtà segnalata da tutte le tradizioni con il nome o, più esattamente, con il concetto di Centro”. È vero che di un Centro (e di Centro del Labirinto) parlano molte mitologie e tradizioni.
Il Centro è un Axis Mundi (Asse del Mondo), ossia la porta che collega la Terra al Cielo, la porta che collega l’uomo all’eternità secondo le mitologie. Tale Centro del Labirinto nella mitologia e nella storia delle religioni non è una pura fantasia ma solo nel senso che corrisponde ad una realtà simbolica, ha una valenza simbolico-iniziatica, come ha ben documentato Eliade nel volume La prova del labirinto. E potemmo aggiungere una dimensione psicologica.
Sostenere che invece questo Centro sia una realtà materiale e identificarla con un monte preciso che avrebbe una particolare “Energia” o “Energia-Informazionale” è un passo ulteriore.
Questa realtà materiale viene individuata dall’Autrice nel centro del santuario principale di Kogaionon. Non è tutto: l’antica montagna sacra dei daci non può che essere individuata per Panculescu che sui Monti Bucegi. Inoltre essa è strutturata in tre livelli: il primo livello è l’antica grotta di Zalmoxis (che viene identificata con la grotta Ialomitei), il secondo livello è il Platoul Babelor (dove si trova la roccia a forma di Sfinge), il terzo livello l’area della vetta Omu che costituisce il Santuario principale. Secondo l’Autrice, gli antenati dei romeni – gli antichi daci – conoscevano questo Centro attraverso le leggi che ne governavano il funzionamento. Panculescu, a testimonianza di ciò, fa ricorso anche ad Erodoto che nel IV libro delle sue Storie afferma che i geti-daci sono “i più valorosi e giusti tra i traci”, così che diventano “immortali”.
4.
La montagna sacra Kogaionon non avrebbe mai cessato la sua attività di centro Energetico-Informazionale, tanto che l’Autrice lo definisce “la più grande Accademia del pianeta”. Peccato che noi non ce ne siamo accorti prima, altrimenti avremmo dato una ben altra impronta alla nostra formazione. Ma anche qui c’è una spiegazione: la coscienza diretta di questa realtà è stata interrotta. Personalmente non ne ho capito bene il motivo. In ogni caso è indubbio che Kogaionon – scrive l’Autrice romena – è stato “il più grande tesoro dei nostri antenati, un grande tesoro nascosto sotto il sigillo del segreto”. Bene: se è segreto non possiamo capire tutto! Del resto si tratta di realtà più grandi di noi perché “le età dell’umanità sono determinate dalle variazioni energetiche-informazionali di questo Centro e tale attività è soggetta alla leggi del ciclo universale. Le leggi che governano questo Centro planetario riguardano le connessioni, il funzionamento e le attività cosmiche e in generale portano alla chiave dei problemi fondamentali rimasti senza risposta della cosmogonia e della cosmologia.”
Moltissime mitologie parlano di un Centro del Mondo che rappresenta il punto di contatto tra Cielo e la Terra, attraverso il quale gli uomini possono salire al Cielo e riconquistare l’immortalità. Il Centro del Mondo, nelle diverse tradizioni può assumere la forma del Monte Cosmico, della Piramide Cosmica, dell’Albero della Vita, Albero Cosmico, Asse del Mondo o Cardini del Mondo. Panculescu si attarda su questa simbologia dell’Axis Mundi ma solo per indentificare un reale Centro del Mondo nella montagna Kogaionon.
Cosmologia e cosmogonia, a questi livelli di conoscenza, naturalmente non possono che pervenire a collegarsi con i saperi antichi. Qui vi è il superamento della divisioni tra scienza e altre forme di sapere.
L’Autrice ha buon gioco (nel Cap. 1 intitolato “Tradizione, simboli e simbolismo tradizionale”) a rispolverare un maestro della Tradizione (rigorosamente in maiuscolo!) come Guenon per applicarlo al suo oggetto. Tutto fa brodo. Del resto Guenon, i cui libri si continuano a ristampare e vendere ancor oggi, ha mostrato (cioè ha parlato, ma spesso in questo ambito parlare significa mostrare e dimostrare, soprattutto se aggiungiamo un po’ di citazioni colte: questo è un criterio da tener presente in questo tipo di letture) dell’esistenza di una Tradizione Universale Primordiale (Conoscenza Sacra, o Scienza per eccellenza) la quale si manifesta attraverso varie rivelazioni o in diverse forme tradizionali. Per Guenon le diverse forme di tradizione sono gli adattamenti della Tradizione Primordiale, che è unica ma si manifesta in seguito in forme diverse. Vi è quindi una Dottrina unica contenuta nella Tradizione Primordiale, che si manifesta in luoghi e tempi differenti e in diverse varianti. Secondo Guenon, i “simboli” sono le manifestazioni di questa Scienza Sacra o Tradizione Primordiale. Pertanto non sono invenzioni, ma manifestazioni di tale Tradizione e come tali esistono in natura, non sono creazioni degli uomini.
L’Autrice poi riprende tutta una serie di concetti correlati: vi sono simboli che hanno forma di immagini (allegorici e geometrici), simboli del suono, simboli dei colori, simboli numerici. Il mistero dei simboli sta nel denominatore comune che è la “vibrazione”.
Il simbolo è una “chiave”, un codice naturale di accesso ad una fonte energetico-informazionale cosmica specifica che ha generato quel simbolo. La comprensione dei simboli può avvenire attraverso la tecniche particolari, come la meditazione, lo yoga ecc. Eliade
5.
Per avallare la sua tesi, Cristina Panculescu ricorre all’astronomia e, nella fattispecie, alle comparse della cometa di Halley nel sistema solare. Questa cometa ha infatti un ciclo di movimento di 76 anni e ha avuto i suoi ultimi due passaggi nel sistema solare e vicino alla terra rispettivamente nel 1910 e 1986. Queste due date per la nostra Autrice sono fondamentali: non solo vi è la comparsa della cometa di Halley nel nostro sistema solare, ma nel 1910 e nel 1986 si verificano due episodi da lei ritenuti importantissimi che danno validità alla sua tesi.
Il primo episodio è costituito dalla pubblicazione del volume di Nicolae Densusianu, Dacia Preistorica. Secondo Panculescu, l’erudito Densusianu dimostrerebbe in quest’opera che la Colonna del Cielo (il Centro o Axis Mundi) si trova nei Carpazi. Inoltre, 76 anni dopo, nel 1986, durante l’ultimo passaggio della Cometa Halley nel nostro sistema solare, sarebbe stato definitivamente e scientificamente identificato questo Axis Mundi più precisamente sui monti Bucegi (che fanno parte dei Carpazi), proprio nel monte Kogaionon.
A parte il fatto che l’enciclopedico volume di Densuşianu è stato pubblicato nel 1913 (non nel 1910), tale opera, secondo il nostro modesto e fallibilissimo parere, non dimostra proprio nulla di scientifico, se non una estrema erudizione e accozzaglia sterminata di dati, fonti e di citazioni che vengono acriticamente assemblati per sostenere tesi precostituite.
Non è il caso qui di svolgere un’analisi anche di questa, mi spiace dirlo, ingloriosa Dacia Preistorica che costituisce un monumento ad un pregiudizio culturale di tipo sciovinistico: basti dire che Nicolae Denşusianu cita praticamente pressoché tutti gli autori antichi e utilizza dati dell’archeologia, del folklore, della mitologia ecc. per valorizzare l’antica civiltà dei Daci, quasi fosse la civiltà originaria.
Chi ha avuto la ventura di dover leggere le oltre 1150 pagine di Dacia Preistorica nell’edizione originaria del 1913 (chi scrive era stato coinvolto negli anni Novanta nella supervisione e cura di un’edizione italiana
poi opportunamente mai pubblicata) senza la presunzione o il pregiudizio che il libro debba di per sé costituire la prova della originarietà (quindi originalità-superiorità) della civiltà geto-daca, si rende conto facilmente che il profluvio dei dati riportati e la sovrabbondanza oceanica delle citazioni è direttamente proporzionale all’insostenibilità delle tesi presentate.
Per un commento spassionato di Dacia Preistorica, non disponibile in edizione italiana, rimando alla seguente recensione (http://www.observatorcultural.ro/Daciatot-mai-preistorica*articleID_1314-articles_details.html) di uno studioso molto serio e promettente come Eugen Ciurtin. Costui ha parlato di “lavoro anche onirico” di Densuşianu e di “trattato fantasmatico” che dà corpo ad una “filosofia della storia azzardata, combinando una preistoria coraggiosa (ma di fatto falsa) con il folklore”.

Nicolae Densuşianu

Nicolae Densuşianu

6.
Seguendo un po’ il metodo di Densuşianu anche se su scala minore (accozzaglia di dati e riferimenti tra i più disparati senza alcun criterio o metodo critico), la nostra Autrice riprende elementi dall’opera di Eliade. Tra questi i suoi studi sul simbolismo alchemico, al mito del Labirinto, sul già citato Axis Mundi o Centro. Sull’alchimia si rieccheggiano tesi eliadiane secondo cui scopo dell’alchimia è la trasmutazione dei metalli per ottenere la “Pietra filosofale”, ma anche questo va inteso in modo simbolico. La formulazione “Solve et coagula” contiene in modo segreto il processo della manifestazione universale, sintetizza il segreto della trasmutazione alchemica. Questa è legata alla trasformazione del mondo, alla rigenerazione legata alla Tradizione mitica Primordiale (per questo l’alchimia è una Scienza sacra che non ha nulla a che vedere con la chimica moderna).
Sull’Axis Mundi o Centro si riportano riferimenti presentati dal Eliade e altri nelle tradizioni cristiana, islamica, ebraica, egizia, greco-romana, induista. Non manca al proposito anche un po’ di numerologia per cui, ad esempio, il numero 17 è il simbolo numerico del funzionamento del Centro in quanto simbolo alfanumerico derivato da “i7” che sarebbe la chiave per decodificare la parola “io”. Il 17 è composto da “i” e da “7” e 7 sono le parti in cui si è divisa la “Tradizione Primordiale” (sempre rigorosamente in maiuscolo). Così “I7” simbolizza la sintesi delle parti in cui si è divisa la Tradizione Primordiale, sintesi che si può realizzare con l’intermediazione del Centro.

Constantin Brâncuşi - Colonna dell'Infinito

Constantin Brâncuşi – Colonna dell’Infinito

In questa accozzaglia di riferimenti e citazioni sul Centro non poteva evitare di richiamare, oltre ad Eliade, un altro grande nome della cultura romena ben noto a livello internazionale: lo scultore Constantin Brancusi. Come non citare la sua Colonna dell’Infinito che rappresenta un Axis Mundi ed è, secondo la Panculescu, “una continuità di Kogaionon”.

In effetti, per questa Autrice, Brancusi avrebbe concepito la sua opera dopo aver “sentito parlare della Colonna del Cielo nei Carpazi dai pastori” e pertanto si sarebbe ispirato alla realtà concreta del Kogaionon, rappresentato anche come Colonna infinita che sostiene il Cielo secondo una credenza arcaica che si collega, sempre secondo Panculescu, una verità inoppugnabile (anche se non sempre chiara, ma piuttosto misteriosa): la realtà secondo cui il Centro Energetico-Informazionale Naturale più importante del pianeta si trova sui Monti Bucegi.
La nostra Autrice, sempre citando gli studi di storia delle religioni di Mircea Elaide, recupera il tema della analogia tra Microcosmo e Macrocosmo che sottende a concezioni presenti nell’alchimia e nello yoga. Ad esempio fa riferimento alla corrispondenza tra i due piani contenuta nella Tabula Smaragdina, un testo classico dell’alchimia.
La legge della corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo è attribuita, secondo la leggenda, a Hermes Trismegisto e stabilisce che l’uomo è un piccolo universo e, viceversa, l’universo è assimilabile ad un grande uomo. Viene, in altri termini, sancita la corrispondenza tra Uomo e Cosmo. Da qui è facile per Panculescu sostenere che questa corrispondenza non è solo una concezione astratta, una teoria appartenente alla storia delle idee, ma è una realtà concreta che come tale ha applicazioni pratiche: per esempio l’energia cosmica si trova latente nei chakra presenti nel corpo umano e di qui avvalla tutto un filone di medicina alternativa corrispondente.
Gli studi di Eliade sullo yoga mostrano – secondo la interpretazione di Panculescu – come nel corpo, che va inteso come corpo fisico ma anche come corpo più sottile,  l’energia cosmica si trova latente nei chakra e l’energia vitale sotto forma di “spiriti” circola attraverso i canali. Di qui la Panculescu si spinge a sostenere che, proprio seguendo l’analogia tra Microcosmo e Macrocosmo, la Terra – che è un organismo macrocosmico – ha una struttura energetica analoga alla struttura energetica dell’essere umano e quindi i canali sottili e i centri energetici-informazionali (chakra) hanno una corrispondenza con la struttura energetica della Terra. Tutto questo ha costituito l’oggetto proprio di una Scienza Tradizionale in parte oggi perduta: la Geografia Sacra.
I Centri di cui si è parlato come Axis Mundi sono “porte” che danno accesso all’umanità verso l’oceano infinito dell’energia e dell’informazione cosmica. Come nell’alchimia la trasmutazione non si può attuare senza un aiuto divino – dice l’Autrice – così queste porte non possono essere valicate senza lo spirito della Conoscenza Tradizionale, in primo luogo l’amore e la conoscenza di Dio e l’assimilazione delle “Leggi”. Conformemente alla Tradizione, la funzione principale di Hermes Trismegisto è quella di mediatore tra Cielo e Terra. Lo scettro di Hermes rappresenta l’Axis Mundi. In questo vi sarebbe senz’altro una convergenza – sostiene Panculescu – tra la tradizione induista ed ermetica.
7.
La nostra Autrice arriva ad affermare che i Carpazi sono la regione del mondo dove è situato il Centro europeo della più antica cultura sinora conosciuta. Le testimonianze della storia e letteratura antica (riorganizzate e reinterpretate da Nicolae Densusianu) confermerebbero, per Panculescu, questa tesi. Densusianu è il campione della raccolta, interpretazione e organizzazione in una tesi coerente quanto fragile di questa teoria in Dacia Preistorica.
Uno dei punti salienti di questa teoria di Densusianu risiede nel fatto che attribuisce ad Apollodoro di Damasco la collocazione del monte Atlas (Atlante) che sostiene il polo nord del cielo non in Africa, ma nella terra degli “iperborei”, una popolazione di stirpe pelasgica del nord della Tracia o del Danubio meridionale. Gli “iperborei” non sarebbero altro che i daci ovviamente. Densusianu identifica la terra degli iperborei con la terra dei geto-daci, attribuendo peraltro l’intera mitologia degli iperborei al popolo geto-daco.
Secondo la Panculescu, in particolare Densuşianu avrebbe dimostrato che il monumento di pietra della vetta Omu dei monti Bucegi è parte della leggendaria Colonna del Cielo di cui parla la tradizione pre omerica. Questa Colonna è stata considerata il più sacro simbolo religioso del mondo pelasgico.
In questa ricostruzione-invenzione di Geografia Sacra non ci si pone più limiti alle identificazioni. Per cui si può anche “riscontrare l’identificazione assoluta tra il simbolo egiziano (trinità tra Cielo, Aria e Terra) e la Colonna dei Carpazi”. Identità assoluta vi è anche tra la Colonna del Cielo dell’Omu nei Bucegi e la figura il titano Atlas (o Atlante). In altri termini la vetta del monte Omu è il punto culminante del leggendario monte Atlas. Il monte (e titano) Atlas testimonia, come l’Autrice non si stanca di ripetere, il più importante Centro Energetico-Informazionale Naturale del pianeta.
Per Densuşianu, nella tradizione popolare romena (comprensiva delle colinde) si è conservato sino ad oggi sotto il nome di Omul o Omul Mare, i caratteri che aveva Saturno (o Zalmoxis) nella religione antica, a cui si attribuisce il simbolo del potere
sul mondo.
Hermes è originario, in realtà, della Tracia. L’Autrice stabilisce la genealogia di Atlas, rilevando la discendenza da Atlas ad Hermes attraverso Maia (figlia di Atlas e madre di Hermes). Atlas e Hermes sono considerati legislatori, intermediari tra gli uomini e gli dei. Hanno il potere delle chiavi per aprire e chiudere (il passaggio dell’Axis Mundi, tra Terra e Cielo, tra uomini e divino), o il potere alchemico del “Solve et coaugula”.

8.
La localizzazione di Kogaionon corrisponde alle informazioni provenienti dalla Grecia antica. Il Monte Sacro dei daci si è rivelato un grandioso tempio naturale che si sviluppa su tre livelli: 1) il primo livello è la grotta di Zalmoxis – oggi è conosciuta sotto il nome di Pestera Ialomitiei (a 1600 m altitudine); 2) il secondo livello è il Platoul Babelor (altopiano di 2000-2200 m. di altitudine). Per Densuşianu il nome di “Baba” si attribuisce alle divinità nazionale pelasgiche. Qui si trova la Sfinge dei Bucegi, (Sfinxul din Bucegi); 3) il terzo e ultimo livello è l’area della vetta OmuKogaionon era la sede e il santuario di Zalmoxis, e il luogo sacro dei Daci. Naturalmente anche qui si cita la documentazione raccolta e reinterpretata, da Densusianiu.
Tra le fonti principali viene usata la Geografia di Strabone, oltre ad altre fonti e alla tradizione orale. I tre livelli del Kogaionon rimandano ad una struttura tradizionale e mitica di iniziazione. L’iniziazione è strutturata dal simbolismo della morte e della rinascita. Secondo Eliade, la vita dell’uomo stesso può essere definita come una prova iniziatica, una metamorfosi che prevede la morte e nuova nascita (con regressus ad uterum, per es. nella grotta della montagna). Il simbolismo dell’alchimia è, fondamentalmente, un simbolismo iniziatico per la trasformazione dell’umanità.
I geto-daci erano convinti di raggiungere l’immortalità seguendo l’insegnamento di Zalmoxis. Zalmoxis era in grado di conferire l’immortalità. Inoltre, insegnava la presenza di uno “spirito” distinto dal corpo che sopravviveva dopo la morte. A Zalmoxis Platone fa risalire la distinzione della medicina che cura l’anima dalla medicina che cura solo il corpo. La religione di Zalmoxis implicava il concetto di Centro, di Axis Mundi, della Colonna del Cielo. Implicava anche una iniziazione nei cosiddetti “Misteri di Zalmoxis”. Un sacrificio sanguinoso collegato all’iniziazione religiosa che conferisce immortalità.
In questo contesto, Cristina Panculescu inserisce anche le riflessioni sul simbolismo del drago daco. Lo stendardo nazionale dei daci, rappresentato in numerose scene della Colonna di Traiano, era proprio un drago. Il drago daco aveva la testa di lupo e continuava con corpo di serpente.
Il simbolismo del drago è ambivalente. In ogni caso si può collegare il drago daco al simbolismo fondamentale dell’Asse del Centro (tramite l’immagine “i”). Il drago è anzitutto il guardiano dei tesori nascosti, in conformità al simbolismo tradizionale.
Tutti gli attributi simbolici del drago si identificano in funzione del simbolismo del Centro Supremo. Tradizionalmente il drago ha la funzione di mantenere ordine del Mondo, il drago-soma procura immortalità.
Il drago è l’immagine del Centro del Mondo, risolve le opposizioni e unisce i contrari (coincidentia oppositorum). In definitiva il drago si manifesta nel Centro Supremo.
Nel volume vengono inoltre svolti temi relativi al simbolismo del bersaglio e della stella legati a momenti della storia daca e romena (Sarmizegetusa, Stefan cel MareVoivodati, Vlad Tepes) quindi sviluppati temi d’araldica romena nel rapporto con Kogaionon. Nell’Araldica in terra romena si manifestano forme della ruota cosmica, stemmi che rimandano all’Asse Cosmico, Axis Mundi o al Centro (anche per tramite del drago).
9.
Il sesto capitolo del volume è dedicato alla “attività energetico-informativa del Centro e le età degli uomini”. Qui l’Autrice ribadisce concetti che ha presentato numerose volte nel corso del libro: Il Centro del Mondo (Axis Mundi) è il punto di comunicazione tra la Terra e Cielo, esiste una corrispondenza tra il simbolismo del ciclo cosmico e il simbolismo alchemico.
Come ha mostrato Eliade, il ciclo cosmico nelle religioni si connette a quattro fasi che nell’alchimia sono collegato ai colori (nigredo, albedo, xiantosis e rubedo), processo che ottiene la Pietra filosofale, che va interpretata in funzione soteriologica e cosmologica.
Ma le operazioni fondamentali sono due: sintetizzabili nella formula già evidenziata del “Solve et coagula”. Compaiono però anche considerazioni intorno ai cicli cosmici temporali della dottrina induista: durata del ciclo del Mahayuga e del Kaliyuga.

Vlad III di Valacchia, l'impalatore (Vlad Tepes)

Vlad III di Valacchia, l’impalatore (Vlad Tepes)

Nella tradizione induista, le quattro parti di un ciclo completo Mahayuga sono in rapporto con il simbolismo del numeri 4,3,2,1, che corrispondo a precise fasi. Da notare, sempre secondo Panculescu, la corrispondenza della fine del Kaliyuga nell’anno 1986 con il contemporaneo inizio dell’altra fase, Kritayuga, in corrispondenza all’intensificazione dell’attività del Centro: la pellicola fotografica delle fotografie scattate allora mostrano una intensificazione della “Luce del Centro”, con “fiori di Loto da mille petali”, e corrispondono al passaggio della Cometa di Halley. Vi è una corrispondenza tra la comparsa della Cometa di Halley nella storia e nella stessa storia romena – come ricostruisce l’Autrice. Ad esempio il primo anno di dominio di Vlad Tepes (1456) o la comparsa della Stella dei Re Magi corrispondono al transito della Cometa di Halley.
Altre considerazioni che concludono il capitolo 6 sono sviluppate sull’Uroboros, simbolo della manifestazione ciclica e del tempo ciclico, tipico tra l’altro dell’Alchimia.
10.
Il settimo e conclusivo capitolo è intitolato “Cosmologia e cosmogonia”. In questo capitolo la commistione, confusione, assimilazione tra idee appartenenti alla storia delle religioni e della mitologia e concetti scientifici è definitivamente compiuta. Qui Panculescu evidenzia che in tutte le religioni tradizionali la cosmogonia e i miti delle origini costituiscono la “Scienza Sacra”. I miti cosmogonici presenti nelle religioni arcaiche – come ha evidenziato Eliade –rappresentano un “modello esemplare” di realizzazione di tutte le cose. In questo senso la cosmogonia mitica permette di dare origine alle varie realtà (attività, istituzioni ecc.). Il simbolo del Centro è universalmente un buric, un “ombelico” e tutte le strutture dell’universo, cosmiche e macrocosmiche pianeti, stelle, galassie, supergalassie, presentano un Centro proprio, un ombelico da cui hanno origine.
Dal canto suo, Panculescu riprendendo questi dati, afferma che il Centro del Mondo è legato al Polo Celeste attraverso l’Asse del Mondo che non è altro che un’asse della manifestazione universale. Tutte le strutture macrocosmiche dell’Universo sono connesse con il Polo Celeste attraverso questo Asse Cosmico, l’Asse della Manifestazione Universale. La struttura del sistema solare riproduce in scala ridotta
la struttura dell’intero cosmo. Questo schema è valido per tutte le stelle e per tutte le strutture stellari che compongono la nostra galassia e ogni altra galassia.
6524e-sfinxwinterL’Asse del Mondo lega il polo della Terra con il Polo Celeste e collega, attraverso il Centro del Sole, il Centro della galassia e attraverso questo Centro le altre strutture cosmiche.
Ulteriori riflessioni sono dedicate dall’Autrice al concetto di Albero, Scala, Croce. Un altro simbolo tradizionale dell’Asse del Mondo è la Scala e la legge che governa l’universo è simbolizzata dall’Albero Cosmico che è associato al Centro.
L’Albero Cosmico, come ha evidenziato Eliade a cui la Panculescu fa costante riferimento, esiste in molte culture. In realtà è un segreto dell’universo che è corrisponde al segreto della condizione umana. In questo vi è una solidarietà tra la condizione umana e la condizione cosmica. L’Albero e la Croce parlano proprio di questo mistero della morte e della rinascita. L’Albero Cosmico va inteso come ierofania, come manifestazione del Sacro.
Solo recuperando questo senso del Sacro possiamo recuperare una dimensione originariamente autentica. Perché, in effetti, da cosa nasce la nostra crisi profonda?
Conclude la Panculescu che la causa profonda della crisi moderna consiste nel fatto che si è perduto il senso religioso. La crisi moderna è soprattutto una crisi religiosa, esistenziale – come aveva già sostenuto
Eliade – che fa vivere gli uomini contemporanei in una dimensione priva di senso. Per cui, conclude l’Autrice, “la morte esiste perché gli uomini hanno perso il gusto dell’immortalità”. Riaccostandoci nel giusto modo a realtà come quella da lei descritta nel corso dell’intero libro – il sacro monte dei daci – ci si può riappropriare di questa apertura al Sacro. E quindi sconfiggere la “cultura della morte” oggi imperante.
Fin qui la Panculescu. Peccato che per operare questa “apertura”, nelle modalità presentate, si dovrebbe abdicare a qualsiasi senso critico e razionale in una “morte della cultura”. Sono consapevole che la ragione umana sia uno strumento limitato e che l’apertura al senso del mistero vada mantenuta. Ma qui si tratta di rinunciare non tanto e non soltanto alla ragione, con tutti i suoi limiti, ma a qualsiasi buon senso. Per cosa? Per una presunta e dichiarata “Scienza del Sacro”, ossia una presunta “conoscenza superiore” che è, in realtà, un assemblaggio maldestro di concetti tra i più eterogenei, di diversa estrazione e provenienza e di livelli tra i più diversi.
Questa roba oggi abbonda nelle librerie. In tutti i Paesi. Qui io ho voluto fornirvi un esempio di una versione … romena, arricchita dalle varianti locali.

*Pubblicato in Bulletin Européen, nn. 782-783, Luglio-Agosto 2015, pp. 13-23.

Taina Kogaiononului – Muntele Sacru al dacilor. Misterele Sfinxului din Bucegi


„Nu poţi cere cititorului nici să te creadă pe cuvânt, nici să te verifice într-un domeniu în care el nu e competent. Îi poţi cere însă efortul minim de a lua în consideraţie argumentarea pe care o aduci, de a urmări, adică, validitatea judecăţii tale. Nu e nevoie să fii un «specialist» în culturile arctice ca să judeci concluziile unei cărţi despre Laponi, căci aceste concluzii sunt derivate dintr-un anumit număr de documente, pe care autorul ţi le pune sub ochi, şi judecata pe care el o face o poţi verifica şi singur.
Evident, autorul îţi poate cita anumite documente care convin tezei sale şi poate trece cu vederea altele, care îl infirmă. Nu ţi se cere, însă, când nu eşti competent, să-ţi dai părerea asupra problemei generale, ci numai să gândeşti asupra soluţiei autorului a cărui carte ai citit-o. Este lesne pentru un om cu mintea bine organizată să judece metoda şi stringenţa de care dă dovadă un autor, chiar dacă acesta scrie asupra unui subiect nefamiliar. ..”

MIRCEA ELIADE, 1937
Cosmologie şi Alchimie Babiloniană,
Ed. Moldova, Iaşi, 1991, pag.4-5-8

Sfinxul din Bucegi, aflat pe platoul Munților Bucegi, la 2216 metri altitudine, măsoară 8 metri în înălțime și 12 metri în lățime.

Imagine panoramică:  Sfinxul din Munţii Bucegi, aflat pe platoul Munților Bucegi, la 2216 metri altitudine, măsoară 8 metri în înălțime și 12 metri în lățime.

Taina Kogaiononului - Muntele sacru al dacilor

Cartea Taina Kogaiononului – Muntele sacru al dacilor

Misterele SFINXULUI ROMÂNESC

“În muntele cel ascuns, care va
rămânea necunoscut până la sfârşitul
timpurilor, bătrânul legii vechi privea
din gura peşterii lui lucirea nouă de
primăvară…’’

Se spune că ascunde mistere nebănuite şi că ar fi cel mai vechi dintre simbolurile noastre sacre. Faptul că, în fiecare an, la data de 28 noiembrie, la apus, razele soarelui construiesc o piramidă energetică în jurul lui a devenit de notorietate. “Povestea” este însă complexă.

Unii afirmă că Sfinxul nostru ar fi “polul energetic al planetei”, specialiştii precizează însă că este “o formă ciudată, care a fost săpată în roca conglomerată, printr-o acţiune a vântului care poarta numele de eroziune”…

Din rase diferite 

Sfinxul din Bucegi, aflat pe platoul Munților Bucegi, la 2216 metri altitudine, măsoară 8 metri în înălțime și 12 metri în lățime.

Sfinxul din Bucegi, aflat pe platoul Munților Bucegi, la 2216 metri altitudine, măsoară 8 metri în înălțime și 12 metri în lățime.

Între 1966 -1968, arhitectul peruan Daniel Ruzo venea în România pentru a cerceta Sfinxul – denumire cu care nu era de acord, pe care îl văzuse pe o carte poştală. De altfel, primise mai multelamuriri de la un coleg român. „Am cercetat munţii din cinci continente”, scria el, „dar în Carpaţi am gasit monumente unice dovedind că în aceste locuri a existat o civilizaţie măreaţă, constituind centrul celei mai vechi civilizaţii cunoscute astăzi”.

Ruzo constata că Sfinxul seamănă cu chipul principal dintr-un ansamblu sculptat într-o stancă de pe platoul Marcahuasi din Peru. Ansamblu denumit de el Monumentul Omenirii… Peruanul a ajuns la concluzia că de fapt, nici Sfinxul nu reprezintă doar un singur chip, fiind înconjurat de alte chipuri umane, din rase diferite, precum şi capul unui câine. Iar acel câine are rolul de păzitor al unei comori şi că „trebuie să existe şi o Peşteră a Tezaurului“ în apropiere.

Kogaion – muntele sacru al dacilor

Mesaje în piatră

Cine este acest peruan căruia îi aparţine uimitoarea teorie? Profesorul Daniel Ruzo (1900-1991) – doctor, arhitect, filosof este cel care s-a străduit să descifreze mesajele încifrate în piatră alecivilizaţiei de dinainte de Potop. Totul a pornit când prietenul său Enrique Dammert i-a arătat o fotografie a unei stânci cu chip de om de pe Platoul Marcahuasi, din Peru, aflat la o altitudine de 3.600 de metri şi acest lucru se petrecea în 1952. Astfel a început o pasiune de o viaţă. Ruzo şi-a petrecut 9 ani în Anzi, cartografiind o parte a “geografiei sacre”. „Capul unui Inca”, prima sculptură cercetată de Ruzo, înfăţişeaza 14 tipuri umane, de aceea a şi denumit-o „ Monumentul umanităţii”. Platoul peruan este străbatut de vaste galerii şi tuneluri, care alcătuiesc o misterioasă reţea cu funcţionalitate religioasă.

Daniel Ruzo avea să descopere ruinele unui oraş preistoric fortificat, care se desfăşura pe o suprafaţă de peste 2 kilometri pătraţi şi care cuprindea, în cele patru puncte cardinale, vârfuri sculptate şi altare. Iar toate puteau fi observate în anumite condiţii de luminozitate, care ţin de solstiţii. În urmadescoperirilor publicate în lucrarea sa „Pe urmele Zeilor Soarelui”, Ruzo a pornit o serie de cercetări în toate colţurile lumii. Mulţi au contestat teoria lui, susţinând că sculpturile megalitice în stânci sunt rezultatul intemperiilor.

Departamentul secret

Conform cercetătoarei Cristina Pănculescu, care a efectuat un amplu studiu asupra masivului Bucegi, în apropierea Vârfului Omu, se află un centru energetic. „Chemaţi de Sfinx, dacii ştiau a se face nemuritori“, concluziona studiul, finalizat în 1988 şi înaintat către C.C. al P.C.R. Cercetătoarea demonstra, printre altele, că acest “Centru” reprezintă o poartă de ieşire din universul terestru, cu o activitate energetică măsurabilă, care se manifestă ciclic. Şi constata că din 1986, intensitatea centrului s-a amplificat.
Daniel Ruzo i-a îndemnat pe cercetătorii români, care l-au însoţit în peregrinările sale prin Bucegi, să cartografieze anumite “zone”.

Se pare că unii dintre cei care l-au însoţit pe Ruzo în România erau “cercetători” ai Securităţii, trimişi să vadă ce face „nebunul” şi să întocmească rapoarte pentru Cabinetul 2, respectiv Elena Ceauşescu. În plus, Nicolae Ceauşescu ar fi înfiinţat o unitate pentru studierea fenomenelor paranormale. Cartea „Viitor cu cap de mort“ (2008), de Radu Cinamar face referire la descoperiri ale Departamentului Zero (cu “însărcinări speciale”) al Securităţii, care ar fi fost înfiinţat în 1968, din ordinul lui Ceauşescu, “pentru descoperirea, educarea şi dezvoltarea unor subiecţi umani care aveau capacităţi neobişnuite”, după exemplul SUA, URSS şi China.

Capul Magnificului

Revenind la Cristina Pănculescu, cartea “Taina Kogaiononului – Muntele Sacru al dacilor (2008) prezintă concluziile şi argumentele rezultate în urma unei munci de cercetare întreprinsă pe parcursul a patru ani în Bucegi. “Cercetare bazată pe studii de mitologie comparată, istorie veche, folclor şi artă veche românească, istoria religiilor,hermeneutică şi ştiinţe tradiţionale în general”, după cum sună prezentarea cărţii. Geograful și istoricul Strabon (63 î.Ch. – 19 d.Ch.) vorbea despre muntele Kogaion: „Tot aşa şi acest munte a fost recunoscut drept sacru si astfel îl numeau geţii; numele lui, Kogaion, era la fel cu numele râului care curgea alături”. Kog-a-ion înseamnă „Capul Magnificului”, fiind şi denumirea getică a Bucegilor, unde se afla marele cap sculptat, cunoscut sub numele de „Sfinxul Românesc”.

În studiul „Dacia Hiperboreana“, publicat la Paris în 1936 şi republicat în Franţa şi Italia în anii ’80, Vasile Lovinescu afirma că „muntele Om este traversat de o grotă imensă, care este una dintre cele mai mari din lume, în sensul că nu i s-a dat de capăt, fiind exploatată doar pe vreo 20 de kilometri“.

N. Densuşianu menţionează că „după ideile astronomice şi geografice ale Antichităţii clasice, Polul Nordic, în jurul căruia se învârtea Universul, atingea Pământul lângă Dunăre, pe teritoriul geţilor, în particular pe Munţii Rhipaei (Carpaţii Meridionali). Conform aceloraşi idei, osia sau axa în jurul căreia se învârtea Cerul, trecea prin centrul Pământului, deci şi Universul şi Terra aveau o axă comună – Axis Mundi sau Axa Lumii. Cei care susţin că leagănul omenirii se află în spaţiul carpato-danubiano-pontic, localizează axa respectivă pe muntele sfânt al dacilor, Kogaion.

Epilog

Mulţi istorici merg până la afirmaţia că Sfinxul de la Gizeh, Egipt, este o copie a celui de pe platforma Bucegilor. Acest lucru se bazează pe asemănări care sunt mai mult sau mai puţin întâmplătoare, cum ar fi faptul că Sfinxul din Bucegi are aceeaşi înălţime cu cel egiptean, de la Gizeh.

La mult timp după ce Ruzo a studiat Monumentul Omenirii, cercetători peruani, dotaţi cu aparatură modernă, au identificat pe Platoul Marcahuasi 22 de vortexuri energetice pe care le-au numit „cruzes”, „cruci”, formate din trei tipuri diferite de energie…

În 1999, cercetătorul Vasile Rudan efectua un studiu asupra unei zone din Bucegi şi observa accidental că pe o pantă cu o suprafaţă de un kilometru pătrat, în preajma Vârfului Doamnei, organismul se încarcă energetic, toate funcţiile fiind revigorate. Măsurătorile indicau “o anomalie magnetică atipică”, iar cercetătorii au denumit zona “Gura de Rai”, conform unei legende populare , care spune că „la îngemănarea Cerului cu Pământul viaţa trece prin moarte şi moartea devine viaţă”…

„Dacii sau geţii nemuritori şi ţara lor erau ermetici pentru antici. Grecii se apropiaseră de ei numai pe ţărmurile Mării Pontice, fără să se aventureze mult în interior. Romanii îi cunoşteau doar pe războinicii daci. Dunărea le inspira teamă. Era un Limex Hiperboreum, de unde începeau pământurile care dormitau sub leneşele stele ale Polului getic”.
Orice contact cu aceste locuri devenea subiect pentru literaţii vremii. Astfel, poetul latin Marţial, contemporan împăratului Domiţian, într-una din epigramele sale, se adresează prietenului său, soldatul Marcellinus, care se întorsese de curând din Dacia, cu cuvintele: „Abia răbdaseşi, Marcelline, cele şapte stele de la miazănoapte şi constelaţiile leneşe ale polului getic; iată acum cât de aproape va să vezi cu ochii steiurile lui Prometeu şi legenda muntelui”.
Legenda Kogaiononului, muntele ascuns al strămoşilor noştri, Kogaiononul care dintotdeauna a avut ca ţintă şi scop suprem OMUL, omul cu majuscule.

MIRCEA ELIADE, 1937
Cosmologie şi Alchimie Babiloniană,
Ed. Moldova, Iaşi, 1991, pag.4-5
Sursa: evz.ro

Preti greco-cattolici martiri del regime comunista romeno: l’unità della chiesa


La storia di mio bisnonno Vasile Nemeş, prete greco-cattolico, perseguitato.

Di Flavia Paula Olah, IV-a classe del Liceo Greco-cattolico “Timotei Cipariu” – Bucarest.

La Chiesa cattolica (katholikos – aggettivo che significa universale) dichiara d’essere la Chiesa di Cristo, che esiste nella sua forma attuale retta dal vescovo di Roma, il papa e da tutti i vescovi. Essa però, in gradi differenti, sussiste anche in altre chiese non in comunione con il vescovo di Roma.

All’interno della chiesa cattolica esistono due grandi identità: quella occidentale e quella orientale. Il gruppo di chiese cattoliche orientali comprende quelle di tradizione alessandrina o copta, antiochena o siro-occidentale, armena, caldea o siro-orientale e costantinopolitana o bizantina. Queste chiese hanno un rito proprio, sono di diritto proprio, con a capo un arcivescovo o patriarca. Si sa che, fino al 1054, la Chiesa era una sola e lo scisma tra le due chiese, Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, è stato il risultato di un lungo periodo di allontanamento fra le due chiese. Si ebbero più tardi due tentativi di riunione con il Concilio di Lione (1274) e con quello di Ferrara-Firenze (1439), ma anche altre ulteriori tentativi che sono fallite.

Il ritorno di una parte dei cristiani orientali nel seno della chiesa cattolica è avvenuto con gli ucraini negli anni 1595-96, evento noto nella storia con l’unione di Brest-Litovsk e seguito poco dopo dall’unione di una parte dei romeni della Transilvania degli anni 1697-1701. Il centro della diocesi Romena Unita è stata la città di Blaj, che si trova nel cuore della Transilvania, che anche ai nostri giorni costituisce l’arcivescovado del territorio.

Dopo l’Unione molti giovani romeni della Transilvania si diressero verso gli studi superiori, presso le scuole di Roma e Vienna. Questo orientamento della Chiesa Romena unita con Roma (Greco-cattolica) fu soppresso dal regime comunista dopo la Seconda Guerra Mondiale, più precisamente nel 1948. Dal 1948 fino al 1989, la chiesa greco-cattolica visse in segreto. Alcuni vescovi, sacerdoti e anche fedeli furono imprigionati ed uccisi, i loro luoghi di culto e le proprietà delle chiese confiscate.

Romanian_Greek-Catholic_Bishops_in_Gulag_1Dei 12 vescovi, nemmeno uno ha tradito la fede; hanno sofferto per lunghi anni la detenzione, 7 vescovi dei 12 sono morti nel carcere; circa 350 sacerdoti e non pochi laici sono morti nelle stesse condizioni e tutt’oggi non si sa dove sono le loro tombe.

In Romania, dopo la caduta del comunismo, è stata riconquistata la libertà di confessare la propria fede. Accanto agli ortodossi, che rappresentano 85%, i cattolici sono circa 12%, in cui rientrano i cattolici latini di lingua romena, ungherese, tedesca, polacca, slovacca, un piccolo gruppo di armeni cattolici, e i greco-cattolici di lingua romena, ungherese e ucraina. Ci sono pure alcuni protestanti di vecchia data: luterani, calvinisti, unitariani, neoprotestanti, gli avventisti ed i pentecostali. C’è anche una presenza interreligiosa: ebrei e una piccola minoranza mussulmana.

Attualmente in Romania i greco-cattolici sono più o meno 800 mila, con circa 900 sacerdoti e 200 seminaristi. La vita monastica si è ripresa anch’essa anche se molti dei monasteri sono stati confiscati dallo Stato. Molti giovani sorreggono la chiesa e vivono i valori trasmessi dai loro genitori, e noi qui presenti ne siamo un esempio.

Molti ci chiedono chi siamo, cosa vuol dire chiesa greco-cattolica. E’ difficile capire la nostra identità. Per un greco-cattolico vuol dire portare avanti la fede dei nostri martiri, un martirio per il nostro Signore Gesù.

Un po’ di storia

Dicevo che la chiesa Greco-cattolica romena si era separata dalla chiesa ortodossa nel 1700 mantenendo però l’originale liturgia bizantina e i canoni orientali, ma riconoscendo che dove è Pietro, là è la chiesa. Ebbe, per due secoli, un ruolo importante nello sviluppo dell’identità romena. Da Blaj, nota come “la piccola Roma” si diffusero le prime scuole in cui si insegnò a leggere e a scrivere in romeno con l’alfabeto latino, mentre la riscoperta delle radici latine della nazione era sostenuta da scrittori e teologi Greco-cattolici che formarono la cosi-detta “Scuola Transilvana”. La chiesa Greco-cattolica ebbe un ruolo importante nell’affermazione politica, civile e culturale dei romeni di questa provincia sotto l’occupazione dell’Asburgo. Finita la prima Guerra mondiale, nel 1918, questa regione transilvana, dove i romeni erano maggioritari, divenne parte dello stato romeno. (nel 1859, i due principati romeni, Moldavia e e Muntenia si erano uniti).

Il vescovo Greco-cattolico di Cluj di allora Iuliu Hossu, ed il vescovo ortodosso Cristea, lessero insieme la Dichiarazione d’unione, sancendo la prassi ecumenica tra le due chiese che non è mai stata messa in forse prima del sopravvento del regime comunista. Si sa che la distruzione della Chiesa Greco-cattolica romena venne decisa da Stalin, a Mosca, il quale aveva pensato ad annullare anche la Chiesa Greco-cattolica ucraina. Come in Romania anche in Ucraina sia il clero sia i fedeli sarebbero dovuti passare all’ortodossia. In questo senso l’incontro tra il patriarca russo Aleksej ed il patriarca romeno Iustinian Marina aveva evidenziato la loro collaborazione con il regime. A partire dal 1948 si produssero i primi arresti, i primi interrogatori ed il 1 dicembre 1948 la Chiesa Greco-cattolica fu messa ufficialmente al bando con l’Atto di abrogazione. La reazione dei vescovi fu molto decisa ed eloquente. Il vescovo Hossu dichiarò che per nessun motivo ”sarebbero diventati traditori” o “avrebbero abbandonato la fede della loro madre Roma”.

Tra il 27-28 ottobre del 1948 i vescovi Greco-cattolici Ioan Suciu, Vasile Aftemie, Ioan Bălan, Iuliu Hossu, Valeriu Frentie furono arrestati e messi in prigione e chiesto loro di passare all’ortodossia.

Nel volume Martiri e Testimoni della Chiesa Romena (1945-1989), con una pefazione di una nota dissidente romena Doina Cornea, pubblicato dalla Casa editrice “Viaţa Creştină”, vengono evocate le figure dei vescovi ormai note per il loro sacrificio e per la loro fede.

Iuliu Hossu, cardinale di Santa Romana Chiesa

Iuliu Hossu, cardinale di Santa Romana Chiesa

Il monsignor Iuliu Hossu, nato in un villaggio dell’alta Transilvania nel 1885, sacerdote nel 1910, dottore in teologia a Roma, presso il Collegio “De propaganda Fide”, fu un punto di riferimento spirituale per i romeni di Transilvania quando la regione, negli anni 1940-44, venne occupata dall’esercito del maresciallo Horthy, ligio al regime filo-nazista ungherese, fu sempre lui ad opporsi al passaggio all’ortodossia, dopo l’occupazione sovietica, affermando che “la nostra fede è la nostra vita”. É passato per le carceri del regime comunista romeno, e quando l’inviato papale lo informò che il governo romeno era disposto ad accettare la sua nomina a cardinale, a patto ch’egli lasciasse per sempre la Romania, monsignor Iuliu Hossu rifiutò di abbandonare i suoi fedeli per condividere il destino del suo popolo.

La storia del mio bisnonno, Vasile Nemeş

Di questa incredibile pleiade di preti greco-cattolici perseguitati dal regime comunista romeno fa parte anche il mio bisnonno, il prete Vasile Nemeş. È nato nel 1916 a Călineşti (Maramureş), nella parte nord-occidentale della Romania. Si è formato come prete seguendo i corsi dell’Accademia di Teologia di Cluj. Compiuti gli studi, fu nominato parroco a Soconzel, vicino a Satu-Mare.

Il mio bisnonno è sempre stato vicino ai suoi fedeli e nel 1944, quando, in Transilvania, i comunisti spingevano i contadini a spogliare gli ungheresi delle loro terre, li aveva consigliati di non toccarle, informandoli su quello che era avvenuto in Russia, dove la proprietà privata era stata abolita, ed i contadini avevano perso le loro terre a favore dei grandi kolkoz. Per questo suo intervento, ritenuto di propaganda anti-comunista, fu arrestato. Poi fu trasferito in un’altra parrocchia, quella di Sârbi, in Maramureş.

Durante le elezioni del 1946, fu membro della commissione elettorale e si rese conto della frode commessa dai comunisti, opponendosi al traffico dei voti. In quell’occasione affermò: “ finché sarò vivo, nessuno potrà fare degli imbrogli alle mie spalle”. Il presidente della commissione volle intimidirlo, minacciandolo con gli arresti. Ma il mio bisnonno non si arrese e nel periodo successivo dimostrò apertamente la sua opposizione al primo governo comunista di Petru Groza. Perciò il commissario di polizia, Ion Sofineţ, un suo ex-compagno di scuola, accompagnato dal capo della polizia locale, volle arrestarlo. Ma il parroco Nemeş, pur inseguito, riesce a scappare anche se la polizia gli spara addosso. La moglie, Ileana Nemeş, corse a chiedere aiuto ai fedeli, ma dopo due ore decise di prendere i suoi figli e di rifugiarsi nella casa dei suoi genitori, dove venne a sapere che suo marito, il parroco, aveva trovato riparo nella casa di sua sorella, Maria Dumitru Frunzilă di Călineşti, dove rimase nascosto per due settimane. I servizi della Securitate avevano emesso un mandato di cattura per la mia bisnonna. Di conseguenza i miei bisnonni decisero di lasciare i propri figli presso i loro genitori e di andar via. Si recarono dall’insegnante Andreica di Călineşti, cambiando i loro vestiti, prendendo un po’ di merenda ed una borsa. Andarono verso la località di Sârbi, ma in periferia si sentivano spari, fischi, cani che abbaiavano. Girando, sono arrivati nei pressi di una foresta, vi si inoltrarono e vi passarono tutta la notte. Pensavano di andare a Baia-Mare e di parlare con il vescovo. Invece sono dovuti tornare a Călineşti dove rimasero nascosti per un altro po’. Come stava per venire l’inverno i miei bisnonni presero la decisione di arrendersi. Si presentarono di persona alle carceri di Sighetu-Marmaţiei. Il mio bisnonno venne subito arrestato e portato in un carcere militare di Cluj. La mia bisnonna però fu rilasciata poiché incinta. Il 25 di novembre del 1947 venne rilasciato anche il mio bisnonno. Riprese la sua vita nella sua parocchia di Văleni. Ma non visse tranquillo. Le autorità gli chiedevano di passare all’ortodossia e lui si rifiutò di farlo. Di conseguenza le autorità romene gli vietarono di entrare in chiesa e celebrare la Santa Messa. L’ultima volta che disse la Messa fu nella cappella costruita insieme ai suoi fedeli. Venne nuovamente arrestato. La sua vita e quella dei suoi cari era diventata un inferno. Per cinque anni visse nelle più temibili carceri di Gherla e di Aiud. Sopravvissuto, fu rilasciato, ma non potè più fare il prete. Dovette fare umili lavori, da scaricatore nella stazione di Sighet, lavorare in una fabbrica di spazzole. Ma non riusciva a far vivere civilmente nè lui nè i suoi. Perciò prese sua moglie ed i suoi sei figli e si recarono in Valea Jiului dove fece il minatore, passando da una miniera di carbone all’altra. Fu per breve tempo contabile in un’officina dove si lavorava il legno. Essendo inseguito dalla Securitate, si spostava da un posto di lavoro all’altro. Mentre lavorava in una miniera di uranio, aveva perso la figlia, Tatiana, avvelenata con una caramella. Cosi morì anche suo figlio Ion Tarciziu, che si fece frate, ma prima aveva osato parlare pubblicamente, a Cluj, di una grande personalità romena, Avram Iancu, e per ciò fu anche selvaggiamente torturato.

Mio bisnonno, nel frattempo, era tornato a Călineşti, dove trovò lavoro in una cooperativa agricola. Vi rimase per degli anni. Si dedicava ai lavori dei campi, puliva le stalle, faceva il mungitore. Ma qui colse l’occasione di fare il prete per i contadini, spostandosi continuamente da un villaggio all’altro per confessarli. Gli anni volarono, ed il 19 marzo del 1989 si recò a Baia-Mare, ai funerali di un monaco. Dopo la cerimonia, si trattenne nel cimitero insieme ad altri fedeli per pregare il Rosario. Ad un certo momento si senti molto male. Gli si avvicinò una persona, sembrava un frate, il quale gli diede una pastiglia. 24 ore più tardi morì.

Il funerale di Vasile Nemeş, mio bisnonno, celebrato il 24 marzo 1989, si era trasformato in una vera manifestazione di fede greco-cattolica. Vi parteciparono più di 2000 fedeli e molti preti greco-cattolici.

Flavia Paula Olah IV-a classe del Liceo Greco-cattolico “Timotei Cipariu” – Bucarest

ROMANIA, MARTIRI DIMENTICATI


Articolo di Giampaolo Romanato pubblicato su Avvenire il 16 luglio 2015.
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Vescovi romeni greco-cattolici deportati nel Gulag

Quella avvenuta in Romania dopo il 1945 ad opera del governo comunista fu una delle più spietate e sanguinose persecuzioni anticattoliche di tutto il secolo scorso. Una pagina che disonora chi la scrisse e che esalta l’eroismo dei molti – vescovi e sacerdoti, soprattutto greco-cattolici – che la subirono senza piegarsi.

La selvaggia violenza che si dispiegò nelle prigioni comuniste della Romania (senz’altro maggiore rispetto agli altri Paesi dell’Est sovietizzato) ci era nota finora soprattutto grazie alle benemerite ricerche di Cesare Alzati e Giuliano Caroli, fra i pochi studiosi italiani che hanno analizzato a fondo le vicende romene, cioè della «sorella latina d’Oriente», come veniva chiamato nell’Ottocento il Paese danubiano, resosi autonomo negli stessi anni in cui avveniva l’unificazione italiana. Ai loro lavori, fondati sullo studio dei documenti, vanno aggiunte le impressionanti memorie del vescovo Ioan Ploscaru (Catene e terrore, Edb 2013), sopravvissuto a 15 anni di detenzione e spietate torture. Catene_e_Terrore

Su questa buia vicenda, poco conosciuta ma soprattutto frettolosamente accantonata dalla nostra labile memoria, si aggiunge ora l’analitica ricerca di uno studioso romeno, di confessione ortodossa, che ha studiato a Roma conseguendo il dottorato alla Gregoriana (Cosmin C. Oprea, Tra Roma, Bucarest e Mosca. Cattolici, ortodossi e regime comunista in Romania all’inizio della guerra fredda. 1945-1951, Aracne, pp. 568, euro 30). Oprea ricorda giustamente gli antefatti, accaduti nel ventennio fra le due guerre, non privi di rilievo su ciò che accadde dopo.

Il primo fu lo spettacolare ampliamento territoriale della Romania dopo la prima guerra mondiale, in particolare l’acquisizione della Transilvania, abitata prevalentemente da ungheresi e da cattolici di rito orientale, che caricò un Paese già fragile, fin allora quasi interamente ortodosso, della necessità di gestire due minoranze, una etnica e l’altra religiosa. Il secondo è rappresentato dal concordato con la Santa Sede, stipulato nel 1927 e andato a effetto due anni dopo, che – in un Paese la cui identità era legata all’ortodossia – creò una situazione di privilegio sicuramente anomala per la componente cattolica.

Dopo la seconda guerra mondiale la Romania, come sappiamo, finì nel blocco sovietico, con la conseguenza che sul suo incerto tessuto sociale si abbatté il ciclone dello stalinismo, ossessionato da due nemici da abbattere ad ogni costo: i valori dello spirito e dell’aldilà, che si opponevano alla costruzione della società comunista, e i poteri «esterni» all’orbita del sistema sovietico, che minacciavano la compattezza oppressiva del potere.

Il cattolicesimo, ancorato a una trascendenza non spiritualistica ma fortemente incarnata nella storia, nonché obbediente a quella centrale internazionale «reazionaria» e «anticomunista» che era la Santa Sede di Pio XII, li rappresentava entrambi. Di qui la lotta senza quartiere contro il cattolicesimo, scatenata in tutte le nazioni situate oltre la cortina di ferro.

Una lotta che in Romania, osserva giustamente Oprea, fu più spietata che negli altri Paesi dell’Est europeo perché la Romania, a maggioranza ortodossa e di cultura fondamentalmente levantina, sembrava offrire meno resistenze che non la Polonia o l’Ungheria o la Cecoslovacchia, dove una più solida tradizione cattolica e strutture sociali meno precarie costituivano ostacoli capaci di impensierire anche il totalitarismo comunista.

drumul unui martir Vasile AftenieSu questo sfondo, nel giro di pochi anni, il regime comunista romeno, guidato dall’Urss, annientò con il metodo del terrore entrambe le componenti del cattolicesimo locale: quella latina e quella di rito orientale, greco-cattolica, che nel 1948 contava 6 diocesi e oltre un milione e mezzo di fedeli. Quest’ultima fu sciolta, privata dei beni e delle chiese e riportata a forza nell’alveo dell’ortodossia con un atto di imperio politico (ottobre 1948) analogo a quello già attuato in Ucraina, mentre i suoi vescovi, incarcerati per il loro rifiuto di staccarsi da Roma, subirono un martirio che rimane scolpito con i colori del sangue nella storia del Novecento. Per uno di loro, Vasile Aftenie, fatto letteralmente a pezzi nella più famigerata delle carceri romene, quella di Vacaresti, poco fuori di Bucarest, è stato doverosamente avviato il processo canonico che lo porterà sugli altari.

In mezzo, fra persecutori e perseguitati, rimase compressa la Chiesa ortodossa, che pagò anch’essa il suo tributo al martirio, ma riuscì a sopravvivere con una serie di compromessi, concessioni e cedimenti – il cui principale artefice fu il patriarca Justinian Marina, perfetto esemplare di collaborazionismo – sui quali questo libro appare davvero troppo indulgente.

La lotta al cattolicesimo coinvolse anche religiosi italiani operanti in Romania (del francescano veneto Clemente Gatti, che esercitava prima in Transilvania e poi a Bucarest, morto in seguito alle spietate torture subite in carcere, è in corso la causa di canonizzazione) e personale della nostra ambasciata, che aveva cercato di coprirli e proteggerli. L’episodio più noto di questa fosca vicenda furono i due processi al personale della Nunziatura, chiusa nel 1950 (due anni prima era stato unilateralmente denunciato il concordato), che ricalcarono il tragico copione già visto in Ungheria con il processo al primate cardinale Mindszenty.

Ma perché tanto odio per il cattolicesimo romano? Un barlume di risposta (anche se non certo di giustificazione) la fornisce un rapporto della polizia segreta romena, la Securitate, riportato dall’autore a pagina 121. Merita di essere letto per intero: «Le possibilità informative del Vaticano, in tutti i Paesi in cui esiste la Chiesa cattolica, sono vaste, soprattutto grazie al fatto che il Sommo Pontefice ha a sua disposizione un intero esercito di preti ben preparati, disciplinati, facilmente manovrabili, non essendo vincolati dalla famiglia o da patrimoni. Ogni sacerdote della Chiesa romano-cattolica è, nello stesso tempo, un agente informativo perfetto del Papa di Roma, che trasmette da ogni angolo del mondo, per mezzo di scaglioni gerarchici, tutti i dati di natura politica, sociale, economica e religiosa che raccoglie dal seno della sua comunità religiosa». La forza politica e informativa dell’organizzazione cattolica, estesa in ogni continente e pericolosa, ieri non meno di oggi, per ogni regime totalitario, non poteva essere descritta meglio.

di Giampaolo Romanato su Avvenire , 16 luglio 2015.

ROMANIA, GRANDE ADUNATA NAZIONALE A CHISINAU PER LA RIUNIFICAZIONE


DOMENICA 5 LUGLIO 2015, GRANDE MANIFESTAZIONE NAZIONALE, A CHISINAU (REP. MOLDOVA), PER LA RIUNIFICAZIONE DELLA ROMANIA. DECINE DI MIGLIAIA DI MANIFESTANTI ENTUSIASTI, SOPRATTUTTO GIOVANI, DA TUTTA LA ROMANIA, MOLDAVIA, BESSARABIA E BUCOVINA.

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Già venerdì, 3 luglio, presso il Centro Studi italo-francesi dell’Università Roma Tre,  a piazza Campitelli, a Roma, alcune associazioni organizzarono la Commemorazione del 75° anniversario dell’occupazione sovietica della Bessarabia e Bucovina del Nord, regioni storiche romene. Presenti numerosi esponenti delle comunità moldave e romene al convegno, ma anche cittadini italiani, intellettuali e studiosi, a sostegno della riunificazione della Grande Romania. Per tutti  ricordiamo il Preside di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre Francesco Guida, ed il Prof. Fernando Crociani Baglioni Presidente dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX.

28 giugno 1940: L’aggressione sovietica alla Romania con occupazione della Bessarabia

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Roma – Piazza Campitelli, 3 luglio 2015

 

Furono almeno 25.000, secondo gli organizzatori, i partecipanti alla marcia unionista a Chisinau, domenica scorsa, 5 luglio, per la “Grande Adunata Nazionale”. Hanno marciato insieme  i romeni delle due sponde del fiume Prut, molti dei quali partiti dall’Italia; con grandi bandiere tricolori, gridando “UNITATE”, davanti alle Ambasciate di Romania, Russia e Stati Uniti.

 

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Chisinau, 5 luglio 2015

 

 L’opinione pubblica della Nazione romena è scossa dall’effetto psicologico e politico dell’adunata di massa. L’unificazione non è più un sogno per la gioventù, per le generazioni nate dopo la Rivoluzione dell’89, ma è un evento naturale, prima che istituzionale, ineluttabile, iscritto nei destini della nostra unica Patria.

Gli eventi di dimensione europea, anche di questi giorni, evidenziano come i calcoli politici a tavolino, le convenienze e gli egoismi di poteri forti, non fermano, non arrestano minimamente la volontà dei popoli, volta a trovare le vie del riscatto per le giovani generazioni, per la vita dei popoli stessi, nel solco della storia.

In Europa, nel XXI secolo, i popoli tornano quali protagonisti, travolgendo le effimere frontiere troppo spesso imposte da regimi totalitari a seguito delle tragedie del secolo scorso. E’ sempre e comunque la nazione, con la sua cultura, la sua lingua, storia e tradizione, che fa lo stato.

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Chisinau, 5 luglio 2015

 

Le sigle della diaspora romena nel mondo aderiscono al movimento unionista in atto nella nostra unica Patria, dai Carpazi al Mar Nero.  La marcia, proseguirà i prossimi giorni per Bucarest.

 

A cura di Simona Cecilia Crociani Baglioni Farcas

Foto: online.

Romania. Bucovina, Moldova, Bessarabia: Riunificazione ineluttabile
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Tatiana Ciobanu

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Chisinau, 5 luglio 2015

Discorso di Pericle agli Ateniesi, 461 a.C.


Qui ad Atene noi facciamo così.

PericlesQui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

ROMA CAPITALE, REGISTRO DELLE ASSOCIAZIONI CULTURALI, DELLE COOPERATIVE CULTURALI E DEI SINGOLI SOGGETTI OPERANTI IN CAMPO CULTURALE. ISCRIVITI ANCHE TU !


Avviso pubblico per l’istituzione del nuovo Registro delle associazioni culturali, delle cooperative culturali e dei singoli soggetti operanti in campo culturale

biblioteche_di_romaRoma Capitale – Istituzione Sistema Biblioteche Centri Culturali

via Zanardelli 34 – 00186 Roma

 

Oggetto:  Pubblicazione “AVVISO PUBBLICO PER L’ISTITUZIONE DEL NUOVO REGISTRO DELLE ASSOCIAZIONI CULTURALI, DELLE COOPERATIVE CULTURALI E DEI SINGOLI SOGGETTI OPERANTI IN CAMPO CULTURALE”.


Deliberazione Consiglio di Amministrazione Istituzione Biblioteche n. 20 del 22.06.2015 (prot. 4063 del 22.06.2015).

 

AVVISO (in formato pdf)
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