Sì ALLA VITA. NO ALLA LEGALIZZAZIONE DEL SUICIDIO


Improvvisamente il mondo è in fermento si fa un gran parlare di legalizzazione della marijuana e altre droghe.

Il motivo più importante è solo ed esclusivamente economico.

Ma dov’è la vita in tutto ciò? Dov’è finito l’essere umano? Dov’è la bellezza del sentirsi vivi?

“Cannabis, non è mai leggera – Droga, Mafia, Legalità”, un convegno al quale interverranno il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, il neurologo Rosario Sorrentino e la giornalista Daniela Vergara. Sarà l’occasione per ribadire la pericolosità della legalizzazione della cannabis.

L’evento si terrà Martedi 27 settembre alle ore 16 presso il Senato della Repubblica, Sala Koch (ingresso Piazza San Luigi dé Francesi 9).

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La posizione istituzionale del Dipartimento Politiche Antidroga : Le ragioni del perché NO alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti

 http://www.politicheantidroga.it/

Sintesi delle evidenze che giustificano la non legalizzazione delle droghe
10 ragioni sulla  pericolosità delle droghe

1. perché sono tossiche per l’organismo umano e possono compromettere la salute fisica,
psichica e sociale della persona;
2. perché le renderebbe più disponibili ed accessibili facendo aumentare il numero dei
consumatori e delle persone con dipendenza;
3. perché possono dare dipendenza;
4. perché chi le usa ha un rischio maggiore di acquisire e trasmettere malattie infettive
5. perché chi le usa ha una maggiore probabilità di sviluppare o slatentizzare patologie
psichiatriche;
6. perché chi le usa ha una maggior probabilità di commettere crimini ed essere coinvolto in
incidenti;
7. perché alterano le funzioni neuropsichiche dell’individuo compromettendo funzioni importanti
per la sicurezza (propria ed altrui), la vita di relazione, e l’attività lavorativa;
8. perché sono in grado di influenzare negativamente la normale maturazione cerebrale
nell’adolescente;
9. perché i costi e l’apparato che servirebbe per gestire in maniera legalizzata la produzione, la
distribuzione, i luoghi di somministrazione, di consumo ed il controllo sanitario delle sostanze
legalizzate, oltre che il controllo e la repressione dei vari fenomeni di abuso e criminalità
correlata, supererebbero di molto i supposti benefici attesi;
10. perché non è etico, da parte dello stato, rendere più accessibili e somministrare sostanze
sicuramente tossiche alla popolazione.

Sintesi degli effetti negativi della legalizzazione delle sostanze stupefacenti nel medio-lungo termine
10 effetti negativi della legalizzazione

1. Diminuzione della disapprovazione sociale e della percezione del rischio legato all’uso di
sostanze;
2. Aumento dei consumatori;
3. Aumento delle persone vulnerabili che da uso occasionale sviluppano dipendenza;
4. Conseguente aumento della prevalenza delle patologie correlate all’uso di droghe (in
particolare malattie infettive, patologie psichiatriche e intossicazioni acute);
5. Aumento dell’incidentalità (stradale, lavorativa e domestica);
6. Aumento dei costi sanitari e sociali;
7. Aumento dei costi per l’apparato istituzionale di produzione, distribuzione, catena di custodia
e controllo;
8. Aumento delle organizzazioni illegali per la produzione e distribuzione parallela di droghe;
9. Mancata riduzione degli introiti delle organizzazioni criminali;
10. Aumento dei costi degli apparati di controllo e repressione dedicati alle nuove forme di
mercato illegale.

* * *

No alla legalizzazione del suicidio

di Manuel Francisco Becerra, Ministro colombiano della educazione.

SOMMARIO: Replicando all’articolo di Emma Bonino favorevole all’abolizione del proibizionismo sulle droghe (testo n.1168) il ministro colombiano dell’educazione Manuel Francisco Becerra prende posizione contro la proposta di legalizzazione delle droghe. L’autore parte dal presupposto che sia dovere dello Stato difendere la salute del cittadino e che quindi non si debba permettere il suicidio dell’individuo, né tantomeno fornirgli i mezzi per suicidarsi. La teoria della legalizzazione si basa secondo Becerra su argomentazioni errate ed elude il problema invece di risolverlo.

(“Cambio 16” del 16 aprile 1990)

Il tema della droga supera il dilemma shakesperiano del legalizzare o non legalizzare. Né le enormi dimensioni che ha assunto il commercio in tutto il mondo, né il preoccupante numero di consumatori, né la situazione che attraversano alcuni paesi produttori e, in particolare, quella che è stata vissuta negli ultimi mesi in Colombia, possono ridurre la soluzione di un problema di tanta ampiezza alla formula semplicistica della legalizzazione. In un dibattito come questo bisogna incominciare a stabilire qual è la ragione dell’esistenza dello Stato, che secondo me non può che essere la difesa degli interessi della maggioranza contro le pretese della minoranza. Ancor più se si tratta di un aspetto che colpisce gravemente la maggioranza. E nessuno può mettere in dubbio che la droga colpisce tutta la società e che la maggioranza patisce le conseguenze provocate da una minoranza che ha deciso di distruggersi progressivamente. Quindi la questione non è se legalizzare o meno la droga, bensì se lo Stato è capace di controllare un vizio di un ridotto gruppo che ha scelto il suicidio attraverso la droga, quale che essa sia. Quello che alcuni propongono, più o meno, è che chi si voglia suicidare non solo abbia il diritto di farlo, ma che lo Stato gli fornisca i mezzi per realizzare questa scelta. Innanzitutto bisogna partire da una premessa necessaria: lo Stato deve tutelare la salute dell’individuo. In secondo luogo non si deve ignorare che l’avvelenamento di un essere umano trascende la società e che non si può parlare del diritto individuale a suicidarsi. D’altra parte chi fa uso di droga, sia occasionalmente che abitualmente, ad un tratto inizia a perdere neuroni celebrali e la droga che si procura nelle strade di qualsiasi città del mondo contiene una percentuale sempre più elevata di elementi tossici. Il problema che deve affrontare lo Stato è dunque quale atteggiamento deve assumere di fronte ad un avvelenamento individuale che lentamente si trasforma in avvelenamento collettivo. Coloro che affermano che anche il tabacco e l’alcol producono morte e che malgrado ciò il loro uso e consumo è permesso, pretendono che la droga riceva lo stesso trattamento. Costoro mostrano di non sapere che un conto è consumare per vent’anni un prodotto che a lungo andare ha il 35% di possibilità di produrre un cancro polmonare o la cirrosi epatica dopo un certo periodo di tempo, altro è sapere che gli effetti del veleno che si prende per strada sono immediati. Legalizzare il consumo e la distribuzione di un prodotto presuppone autorizzarne la pubblicità. I pubblicitari della droga nella nostra società consumista annunceranno la miglior cocaina, la più pura eroina e, in un angolo della confezione, avvertiranno che “è un prodotto nocivo per la salute”. Ma qualcuno pensa che in questo modo diminuirà il consumo? E’ possibile che il consumo di sigarette sia diminuito a causa di questo tipo di avviso? Immaginiamo i maghi delle catene di pubblicità, quelli che hanno convinto la gente a mangiare hamburguer e a bere Coca Cola in tutto il mondo (e a fumare Marlboro), apparire nelle pubblicità sniffando la cocaina più eccitante, esibendo la siringa più stimolante… I promotori della legalizzazione della droga che affermano che quello che è proibito attrae, si saranno mai chiesti come mai nei negozi di casalinghi non si vende liberamente il cianuro? Diranno che quello che avvelena non è la droga ma il prodotto finale che si trova per strada, frutto del mercato nero, argomento questo che ha qualcosa di valido nel caso della cocaina. Ma a cosa servirebbe legalizzare solo certe droghe (perché non penso che ci sia qualcuno che possa affermare che l’eroina non uccide) quando la proibizione di altre droghe stimolerebbe ancora una volta il mercato nero? Coloro che si chiedono quale sia il bene giuridico che si tutela con la proibizione della droga cercano sinceramente una soluzione ragionevole ma purtroppo ignorano totalmente che il problema della droga è fondamentalmente un problema di salute. A questi bisogna rispondere, andando al sodo, che il bene giuridico che in questo caso lo Stato deve difendere è la salute del cittadino anche se questo sembra essere poco moderno e poco attraente. Una volta chiesi ad un difensore della legalizzazione se era quella la società che desiderava per i nostri figli e lui mi rispose: “io spiegherò ai miei figli cosa fa male e cosa non fa male, quale droga si può controllare e quale è difficile da controllare, e quindi gli raccomanderò di non assumerla”. Molto bene, dissi io, allora la legalizzino pure, e che ogni padre educhi e spieghi a suo figlio come affrontare la droga. Quel giorno capii, più che mai, che mi stava dando ragione. Perché la differenza fre lui e me consiste nel fatto che io preferisco che sia lo Stato a preoccuparsi dell’educazione, della prevenzione e del controllo. Coloro che, come me, si oppongono alla legalizzazione della droga, non credono che il trattamento penale della questione può risolvere il problema, perché sono convinti che la soluzione è evidente. Dipende più da un cambiamento sociale che implichi la trasformazione dell’atteggiamento dei giovani davanti alla situazione che stanno vivendo. Ma non si può cadere nell’errore simplicistico di proteggere la libertà individuale di acquistare gli elementi necessari per suicidarsi. Cerchiamo di immaginare per un momento quale sarebbe il futuro della società se ogni qual volta qualcuno si volesse sparare lo Stato gli fornisse una pistola. Un altro argomento a favore di questa poizione semplicistica è che l’illegalità dell’affare lo rende interessante e che l’unico modo di evitarlo sia decriminalizzarlo. Per non prendermela con questa posizione, mi limiterò a chiedere: ma c’è qualcuno che crede che per sconfiggere il traffico illecito di armi o il traffico illecito di opere d’arte, bisogna decriminalizzare quel tipo di delitti? Dicono poi che poiché in altri Paesi è legalizzato, si dovrebbe legalizzare in tutto il mondo. A mio avviso questo argomento non regge. E possibile che l’albero della criminalità non ci lasci vedere il bosco della società afflitta dalla tossicodipendenza. Il problema è diverso in ogni paese, e l’unico modo di suggerire una universalizzazione della legislazione è distruggendo tutte le culture. Un iraniano, un olandese e un abitante di un’isola dei caraibi non sono la stessa cosa, non si può fare di tutta un’erba un fascio. In Europa c’è un certo permissivismo nei confronti della droga. E in Europa, ci sono delle spiagge nudiste e delle manifestazioni gay. Ma un iraniano non concepisce le cose in quel modo, un centroamericano neanche, e quindi il problema deve essere affrontato senza ignorare il patrimonio né il retroterra culturale di ognuno. Insomma, la facile alternativa della decriminalizzazione della droga non risolve il problema. Lo elude. E coloro che lo eludono non fanno altro che rinviarlo. Io sono convinto che se si decriminalizza o se si legalizza la droga, il numero di consumatori aumenterà, e nell’arco di pocchissimi anni la soluzione sarà ancora molto più costosa.

Fonte: www.emmabonino.it

* * *

Pontifico Consiglio per la Famiglia, Cristianità n. 261-262 (1997).

Liberalizzazione della droga? “La droga non si vince con la droga” *

L’opinione pubblica è stata scossa di recente da alcune proposte, presentate in diversi Paesi, volte a far adottare una legislazione che controllerebbe l’uso della droga, permettendo però un accesso più facile alle cosiddette droghe “leggere”. Il Pontifico Consiglio per la Famiglia è stato interrogato al riguardo da famiglie e numerosi educatori e istituzioni che lavorano con i giovani. Dopo aver consultato esperti di diversi Paesi e responsabili di molte comunità terapeutiche, questo Dicastero presenta le seguenti riflessioni.

1. La tossicodipendenza è un fenomeno che si diffonde sempre più. Essa pone gravi problemi psicologici, sociali, spirituali e morali. Desideriamo, in questa nota, metterci principalmente dal punto di vista dell’individuo e della sua famiglia, perché non dimentichiamo che “al centro della tossicodipendenza si trova l’uomo, soggetto unico e irripetibile, con la sua interiorità e specifica personalità” (1).

2. La tossicodipendenza è passata nello spazio di qualche decennio da una diffusione relativamente ristretta, riservata a una classe sociale agiata e indulgente verso se stessa, a un fenomeno di massa, che tocca innanzitutto i giovani, distruggendo vite, troncando molte promesse, e che nessun Paese finora è riuscito a ridurre e neppure semplicemente ad arginare. “Un gran numero di quanti fanno uso di droga è costituito da giovani, e l’età di approccio al problema si abbassa sempre più” (2). Bambini e adolescenti usano consuetamente la droga perfino nelle scuole, di fronte a educatori impotenti. È il futuro stesso delle nostre società che la droga mette in pericolo. Per questo motivo la nostra preoccupazione va innanzitutto ai giovani — adolescenti e adulti — perché essi sono oggi le prime vittime della droga.

3. Quando vengono presentati argomenti a favore o contro i progetti di legge per la legalizzazione delle droghe “leggere”, bisogna evitare le semplificazioni e le generalizzazioni, ma soprattutto la politicizzazione di una questione che è profondamente umana ed etica. Alcuni sostengono che il ricorso moderato ad alcuni prodotti, classificati tra le “droghe”, non comporterebbe né dipendenza biochimica, né effetti secondari sull’organismo. Altri dicono che sarebbe meglio conoscere e seguire i tossicodipendenti anziché lasciarli nell’illegalità, sia per poter venire in loro aiuto sia per proteggere la società. Si argomenta, in base a ciò, in favore della legalizzazione della droga.

4. La scienza e la tecnologia hanno sempre cercato di trarre profitto dalle sostanze chimiche per favorire la cura delle patologie, per migliorare le condizioni di vita, per incrementare il piacere della convivenza. Gli utilizzatori hanno constatato che alcune di queste sostanze procurerebbero una sensazione piacevole, euforica, ansiolitica, sedativa, stimolante o allucinogena. Tali “droghe” creano al tempo stesso perdite di attenzione e un’alterazione del senso della realtà. Il consumo di tali sostanze favorisce anzitutto l’isolamento e poi la dipendenza con il passaggio a prodotti sempre più forti. In alcuni casi il prodotto crea una dipendenza tale che il fruitore non vive che per procurarselo.

5. Gli effetti variano da una droga all’altra, senza che si possa distinguere chiaramente, sul piano farmacologico, una classe di “droghe leggere” e una classe di “droghe pesanti”. Infatti la maggior parte delle droghe attiva meccanismi intracerebrali comuni. Sono la quantità consumata, il modo di assorbimento e le eventuali associazioni che costituiscono i fattori decisivi nella materia (3). Inoltre nuove droghe arrivano tutti i giorni sul mercato, con nuovi effetti e nuovi problemi. Infine, si dovrebbe ragionevolmente allargare il quadro della tossicodipendenza a molte sostanze (ansiolitiche, sedative, antidepressive, stimolanti) che non sono considerate come “droghe”, compresi il tabacco e l’alcool (4). Infatti, il problema si pone in termini diversi da quelli semplicemente biochimici.

6. Non è la droga che è in questione, ma gli interrogativi umani, psicologici ed esistenziali impliciti in questi comportamenti. Troppo spesso non si vogliono comprendere tali questioni e si dimentica che ciò che fa la tossicodipendenza non è il prodotto, ma la persona che ne proverà il bisogno. I prodotti saranno forse diversi, ma le ragioni di base rimangono le stesse. È per questo motivo che la distinzione tra “droghe pesanti” e “droghe leggere” conduce a un vicolo cieco.

7. Il ricorso alla droga è sintomo di un “malessere” profondo. Come afferma il Pontificio Consiglio per la Famiglia: “La droga non entra nella vita di una persona come un fulmine a ciel sereno, ma come un seme che attecchisce in un terreno da lungo tempo preparato” (5). Dietro a questi fenomeni c’è una richiesta di aiuto da parte dell’individuo, che rimane solo con la propria vita; c’è un desiderio non solo di riconoscimento e di valorizzazione, ma anche di amore. È, pertanto, alla causa del fenomeno che bisogna risalire innanzitutto se si vuole intervenire in modo efficace sulle conseguenze personali e sociali provocate dall’uso della droga.

8. Il problema, in effetti, non è nella droga, ma nella malattia dello spirito che conduce alla droga, come ricorda il Papa Giovanni Paolo II:“Bisogna riconoscere che esiste un nesso fra la patologia letale provocata dall’abuso di droghe e una patologia dello spirito che porta la persona a fuggire da se stessa e a cercare soddisfazioni illusorie in una fuga dalla realtà, al punto di annullare completamente il significato della propria esistenza” (6).

9. Nella tossicodipendenza giovanile, questi problemi umani sono in primo piano. Il giovane tentato dalla droga ha una personalità fragile, immatura, poco strutturata, e ciò è in rapporto diretto con l’educazione che egli non ha ricevuto. La maggior parte degli specialisti nelle scienze umane non smette di dire, da molti anni, che la società abbandona i giovani, che essi non sono attesi e rispettati e che l’ambiente non fornisce tutti gli elementi sociali, culturali e religiosi per permettere lo sviluppo delle loro personalità.

10. Siamo in un mondo in cui il bambino è troppo presto lasciato a se stesso. Si spera di svegliare la sua libertà e di renderlo autonomo mentre, allo stesso tempo, sulla distanza lo si rende fragile, perché non gli si dà la possibilità di appoggiarsi sugli adulti e sulla società per poter maturare. In mancanza di questo appoggio di base, molti giovani arrivano alle soglie dell’adolescenza senza una vera organizzazione e una struttura interiore. Come reazione di fronte a un mondo che sembra vuoto, considerando il loro avvenire limitato, alcuni cercano, malgrado tutto, di sentirsi vivi. Essi cercano punti di appoggio altrove e coltivano diverse relazioni di dipendenza con altri, con diversi prodotti o con comportamenti incontrollabili rischiosi.

11. I genitori di questi giovani sono legittimamente preoccupati e spesso cercano aiuto quando si trovano di fronte a ciò che sembra loro un grave problema che, come minimo, mette in questione la maturazione psichica, etica e spirituale dei propri figli. Un bambino, come un adolescente, non ha il senso dei limiti, specialmente in un mondo in cui si sostiene l’idea che tutto è possibile e che ognuno può fare ciò che vuole. I genitori cercano di insegnare ai propri figli ciò che si può fare e non, ciò che è bene e ciò che è male. Spesso hanno l’impressione che il loro atteggiamento educativo venga indebolito e perfino svalutato dalle idee e dalle immagini che circolano nella società.

12. Di conseguenza, i genitori si sentono spesso perdenti di fronte ai figli, vinti da ciò che purtroppo sembra più forte di loro nell’agoràmediatica. Essi sono inquieti perché non si sentono sostenuti dalla società. Non vogliono che i loro figli si droghino nel momento stesso in cui alcuni si danno da fare per legalizzare la vendita e l’uso di prodotti che favoriscono la tossicodipendenza.

13. Di fronte a questa escalation di discorsi favorevoli alla legalizzazione, occorre porsi i veri interrogativi. Numerosi tentativi sono stati fatti in tal senso e si sono rivelati essere dei fallimenti. Si sa veramente perché bisognerebbe legalizzare la libera circolazione delle droghe? Si vuole davvero ancora, realmente, lottare contro la droga, o si è già gettata la spugna? Si cede alla facilità e alla demagogia, o si cerca seriamente di prevenire? È accettabile creare una sottoclasse di esseri umani viventi a un livello sub-umano, come si vede, purtroppo, nelle città dove la droga è in vendita liberamente? Si è tenuto sufficientemente in conto ciò che gli esperti non cessano di dire da molti anni, che la tossicodipendenza non si gioca sulla droga ma su ciò che conduce un individuo a drogarsi? Si è dimenticato che, per vivere, ognuno deve poter rispondere ad alcuni interrogativi essenziali dell’esistenza? La legalizzazione del prodotto non servirà invece solo a rafforzare questa dimenticanza?

14. Poiché la tossicodipendenza giovanile dipende da una debolezza del nostro sistema educativo, non si vede in che modo la legalizzazione di questi prodotti favorirebbe un miglior controllo di essi da parte dei giovani, e soprattutto li aiuterebbe a comprendere ciò che cercano attraverso queste sostanze.

15. La legalizzazione delle droghe comporta il rischio di effetti opposti a quelli ricercati. Infatti, si ammette facilmente che ciò che è legale è normale, e quindi morale. Attraverso la legalizzazione della droga, non è il prodotto che si ritrova, da questo fatto, liberalizzato, ma sono le ragioni che conducono a consumare tale prodotto che si trovano convalidate. Ora, nessuno lo contesterà, drogarsi è un male. La droga, che sia acquistata illegalmente o distribuita dallo Stato, è sempre distruttrice dell’uomo.

16. D’altronde, a partire dal momento in cui la legge riconoscesse questo comportamento come normale, ci si può domandare come le autorità pubbliche farebbero fronte al dovere di educazione e di cure alle persone per i rischi che questa legalizzazione implicherebbe. Siamo davanti a una contraddizione supplementare del mondo attuale che banalizza un fenomeno e cerca poi di curarne le conseguenze negative.

17. Si devono anche considerare le ricadute sociali di tale legalizzazione. Si esamineranno senza timore lo sviluppo della criminalità, delle malattie legate alla dipendenza, e l’aumento degli incidenti stradali che comporterà il facile accesso alle droghe? Si è pronti ad affidarsi professionalmente alle persone tossicodipendenti? Si deve assicurare loro la sicurezza del lavoro? Inoltre, lo Stato ha realmente i mezzi finanziari e di personale per far fronte all’accrescimento del problema sanitario che comporterebbe inevitabilmente la liberalizzazione della droga?

18. Davanti a queste questioni, lo Stato ha innanzitutto il dovere di vegliare sul bene comune. Questo esige che esso protegga i diritti, la stabilità e l’unità della famiglia. Distruggendo il giovane, è la famiglia che la droga distrugge, quella di oggi e quella del futuro. Ora, se questa cellula vitale e primordiale della società si trova minacciata, è l’insieme della società che soffre. D’altronde, come sottolinea il Pontificio Consiglio per la Famiglia, la tossicodipendenza è, in parte, la ragione dell’indebolimento della famiglia, della rottura dei focolari (7).“L’esperienza di quanti operano con speciale competenza nel mondo della tossicodipendenza [] conferma in modo unanime che il modello”della famiglia fondata sull’“amore autentico: unico, fedele, indissolubile dei coniugi” … “resta il punto di riferimento prioritario su cui insistere in ogni azione di prevenzione, recupero e ripresa della vitalità dell’individuo” (8).

19. Assicurando così il bene comune, lo Stato ha anche per compito di vegliare al benessere dei cittadini. L’aiuto dello Stato ai cittadini deve rispondere al principio dell’equità e della sussidiarietà: cioè deve innanzitutto proteggere, fosse anche contro se stesso, il più debole e povero della società. Non ha dunque il diritto di dimettersi dal suo dovere di tutela di fronte a coloro che ancora non hanno avuto accesso alla maturità e che sono vittime potenziali della droga. Inoltre, se lo Stato adotta o mantiene una posizione coerente e coraggiosa sulla droga, combattendola qualunque ne sia la natura, questo atteggiamento aiuterà contemporaneamente la lotta contro gli abusi dell’alcool e del tabacco.

20. La Chiesa vuole ricordare i risvolti di questo fenomeno. Essa sottolinea il fatto che, nella prospettiva di una legalizzazione della vendita e dell’uso dei prodotti che favoriscono la tossicodipendenza, è il destino delle persone che è in causa. Alcuni avranno la loro vita diminuita, cioè ferita, mentre altri, forse senza cadere nella dipendenza vera e propria, guasteranno i loro anni giovanili senza davvero sviluppare le loro potenzialità. Non si fa esperienza a spese delle persone. Il comportamento che conduce alla tossicodipendenza non ha alcuna possibilità di correggersi se i prodotti che rafforzano tale comportamento stesso sono messi in vendita liberamente.

21. Al contrario, come ha detto il Santo Padre: “la possibilità di recupero e di redenzione dalla pesante schiavitù” della droga con metodi basati sull’accoglienza, la valorizzazione, l’educazione alla libertà, l’amore “è stata concretamente provata [] ed è significativo che questo sia avvenuto con metodi che escludono rigorosamente qualsiasi concessione di droghe, legali o illegali”, che si tratti della droga stessa o di un suo sostituto. E il Papa Giovanni Paolo II aggiungeva, “la droga non si vince con la droga” (9).

22. Diversi atteggiamenti sono possibili, di fronte al problema della droga, e tutti hanno la loro giustificazione. Tuttavia, a una politica di semplice “limitazione” o “riduzione” del danno, ammettendo come un fatto di civiltà che una parte della popolazione si droghi e vada verso la sua perdita, non sarebbe preferibile optare per una politica di vera prevenzione, mirante a costruire (o a ricostruire) una “cultura della vita” in questa “emarginazione” della nostra civiltà dell’efficienza?

*** 

(1) Pontificio Consiglio per la Famiglia, Dalla disperazione alla speranza,I, a, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992, p. 6.

(2) Ibidem.

(3) Cfr. Comité consultatif national d’éthique pour les sciences de la vie et de la santé (Paris), Rapport sur les toxicomanies, in Avis, n. 43, 23-11-1994, p. 13.

(4) La differenza tra tossicomania e alcoolismo è stata sottolineata in questi termini dal Santo Padre Giovanni Paolo II: “Esiste, certo, una netta differenza tra il ricorso alla droga ed il ricorso all’alcool: mentre infatti un uso moderato di questo come bevanda non urta contro divieti morali, ed è da condannare soltanto l’abuso, il drogarsi, al contrario, è sempre illecito, perché comporta una rinuncia ingiustificata ed irrazionale a pensare, volere e agire come persone libere” (Discorso a conclusione della VI Conferenza Internazionale organizzata dal Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari sul tema Contra spem in spem. Droga e alcool contro la vita, del 23-11-1991, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XIV, 2, pp. 1248-1253 [p. 1251]).

(5) Pontificio Consiglio per la Famiglia, doc. cit., p. 7.

(6) Giovanni Paolo II, Messaggio al Dr. Giorgio Giacomelli, Sottosegretario Generale, Direttore Esecutivo del Programma Internazionale delle Nazioni Unite per il Controllo delle Droghe in occasione della Giornata Internazionale contro l’Abuso e il Traffico Illecito delle Droghe (26-6-1996), del 15-6-1996, in L’Osservatore Romano, 16-6-1996.

(7) “Il tossicodipendente viene frequentemente da una famiglia che non sa reagire allo stress perché instabile, incompleta o divisa” (Pontificio Consiglio per la Famiglia, doc. cit.I, b, p. 9).

(8) Ibid., III, a, p. 22.

(9) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’VIII Congresso mondiale delle Comunità terapeutiche, Castel Gandolfo, del 7-9-1984, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VII, 2, pp. 345-352 (pp. 347 e 349).

*Documento trascritto da L’Osservatore Romano, del 22-1-1997 — dove è comparso con il titolo Liberalizzazione della droga? come riflessione pastorale del Pontificio Consiglio per la Famiglia —, con ritocchi allo stile sulla base di un confronto con la versione in francese e nel modo di annotazione. Titolo redazionale. Sullo stesso argomento, cfr.Il punto di vista della Società Italiana di Farmacologia (SIF) sulla proposta di liberalizzazione delle “droghe leggere”, documento del 3-6-1995, in Cristianità, anno XXIII, n. 247-248, novembre-dicembre 1995, pp. 16-20.

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