Quanti sono i romeni in Italia? Dati IDOS 2016


Antonio RICCI, Centro Studi e Ricerche IDOS, traccia un profilo dei romeni in Italia, alla luce dei dati del Dossier Statistico Immigrazione 2016.2016_romeni_in_italia_idos

 

Una comunità in controtendenza

Il numero dei romeni che vivono in Italia aumenta ancora. Nonostante la prolungata crisi economico-occupazionale attraversata dal nostro Paese, i romeni in Italia si confermano all’inizio del 2016 come la prima comunità straniera, con 1.151.395 di presenze.Si tratta di un aumento apparentemente contenuto, pari a circa 20 mila unità rispetto ai 1.131.839 residenti dell’anno precedente. Tuttavia è invece certamente rilevante se si considera che esso è il risultato essenzialmente del saldo, da una parte, dei nuovi arrivi (stimabili a circa 25mila) e dei nati in Italia (15.796 il dato, ultimo disponibile, al 2014) e, dall’altra, dei ritorni in Romania (sono state 13.518 le cancellazioni anagrafiche nel 2014) e delle acquisizioni di cittadinanza italiana (6.442 il dato, ultimo disponibile, al 2014).

Se si considera che nello stesso periodo la presenza straniera in Italia è aumentata di appena 12 mila unità, appare evidente l’apporto in controtendenza offerto da questa comunità, senza il cui contributo si sarebbe assistito piuttosto ad un calo di diverse migliaia di unità del totale della presenza straniera.

Questa comunità di oltre 1 milione di persone è diffusa sull’intero territorio italiano, con una spiccata prevalenza nelle regioni centro-settentrionali (575.908 nel Nord e 362.755 nel Centro). Roma risulta essere indiscutibilmente la capitale dei romeni in Italia dal punto di vista quantitativo, mentre Torino lo è quanto all’incidenza sull’intera presenza straniera. Nella sola provincia di Roma (178.701) risiedono nel 2015 più cittadini romeni di quanti non ve ne siano in tutto il Mezzogiorno (145.993). Nella provincia di Torino, invece, dove i romeni residenti sono poco più di 100mila (102.077), essi rappresentano la metà della popolazione non italiana (46,0%). Seguono poi importanti province del Settentrione, come quella di Milano (47.564) e con poco più di 30.000 in quelle di Verona e Padova (rispettivamente 30.806 e 30.529).

Le donne romene in Italia, che nel corso del 2015 sono divenute 658.658, si confermano maggioritarie rispetto agli uomini (57,2% del totale). Le donne romene si distinguono per una larga partecipazione al mondo del lavoro, tanto che nel 2015 risultavano occupate almeno un giorno nel corso dell’anno negli archivi Inail 418.058 donne (il 54,5% del totale). Una donna straniera occupata ogni 4 è romena (25,6%). Nonostante ciò, mentre per diversi gruppi sono state proprio le donne a guidare la ripresa occupazionale, nel caso della Romania il tasso di occupazione femminile risulta stazionario, mentre quello di disoccupazione cresce. A parziale compensazione di questo trend si pone invece l’evidente protagonismo delle donne romene nell’imprenditoria, settore economico dove negli ultimi anni si è assistito ad un vero boom di imprese romene trainato dal coinvolgimento femminile (passate da un’incidenza del 13,8% del 2008 al 22,2% del 2015).

L’inserimento nel mondo del lavoro concreto e contraddistinto da tanti sacrifici

La comunità straniera con più occupati in Italia si conferma nel 2015 la Romania, da cui proviene oltre un quinto degli stranieri occupati in Italia (21,5% nel 2015, ossia 767.047 persone, secondo gli archivi Inail). I 70.652 romeni registrati tra i nuovi assunti hanno un’incidenza ancora più alta (quasi il 30%). A questa dinamicità corrisponde tuttavia una frammentazione del percorso lavorativo testimoniata dalla frequenza di più assunzioni ripetute nel corso dello stesso anno, intervallate da periodi di disoccupazione o di inserimento nel mercato del lavoro nero.

Il volume complessivo dei redditi dichiarati dai romeni è pari a 5,6 miliardi di euro, cui corrispondono 624 milioni di euro di Irpef versata.

In termini di qualità del lavoro, nel 2015 più della metà degli occupati romeni svolge un lavoro non adeguato al titolo di studio posseduto, come evidenzia la maggiore concentrazione di questa comunità in lavori meno qualificati, contestualmente al possesso di più elevati titoli di studio.

Per loro, i settori prevalenti di inserimento sono i servizi (422.089, pari al 55,0%) e l’industria (163.346, pari al 21,3%), con punte più alte rispettivamente nei comparti dei servizi alla persona e dell’edilizia. In quest’ultimo comparto i romeni rappresentano il 40% degli addetti stranieri. Settore rifugio in tempo di crisi si è rivelata l’agricoltura, con un numero crescente di occupati: 100.506 romeni, pari al 13,1% del totale dei romeni occupati, di cui 19.125 assunti ex novo nel 2015.

I settori prevalenti di inserimento (edilizia, agricoltura e servizi alla persona) sono anche quelli dove più diffusi sono fenomeni distorsivi  del mercato del lavoro come il lavoro nero, il caporalato e  lo sfruttamento della manodopera straniera: la cronaca dei quotidiani italiani registra frequentemente l’emersione di casi che vedono vittime cittadini romeni in ogni angolo della Penisola, dal ragusano al veronese, dalle Langhe al gallurese.

Altro risvolto negativo della situazione occupazionale è anche il primato dei romeni tra i lavoratori infortunati nel corso del 2015, con 15.368 infortuni, di cui 48 mortali.

Il coinvolgimento imprenditoriale dei romeni in Italia è stato particolarmente stimolato dalla loro intraprendenza e anche dall’interesse a conservare il posto di lavoro in tempo di crisi, ma spesso non è escluso un forte desiderio di ascesa professionale. Sono 48.182 i titolari di imprese individuali gestite da persone nate in Romania, pari ad un decimo di tutte le imprese straniere. Il primo settore è l’edilizia (64,4%), seguita da commercio (11,8%) e sevizi imprese (4,6%).

Un radicamento profondo fondato sulla famiglia

La comunità romena non solo cresce, ma consolida il proprio radicamento in Italia intensificando il carattere familiare della propria presenza. Il numero di bambini romeni iscritti come alunni nelle scuole italiane risulta in costante crescita, arrivando con 157.806 alunni a rappresentare un quinto (19,4%) del totale dei bambini stranieri nell’anno scolastico 2015/2016. Anche per quanto riguarda la continuazione degli studi emerge che, tra i 7.090 studenti romeni iscritti nelle università italiane nell’a.a. 2015/2016, i due terzi sono verosimilmente figli di immigrati avendo conseguito il titolo di maturità direttamente in Italia.

Nonostante l’avvio recente dei flussi (solo dopo il 1990), troviamo tra i romeni un numero consistente di giovani di “seconda generazione”. Secondo i dati Istat tra il 2000 e il 2014 sono nati in Italia complessivamente 136.144 bambini con madre romena e padre romeno o straniero Nel 2013 si è raggiunto il numero massimo con 15.796 nuovi nati romeni in Italia, pari a un quinto del totale dei nati da entrambi i genitori stranieri, scesi a 14.912 nell’anno successivo. A questi si aggiungono gli oltre 5 mila figli nati da coppie miste italo-romene (5.278 nel 2014).

I matrimoni misti italo-romeni celebrati nel 2014 sono stati 2.882, di cui 2.678 tra uomini italiani e donne romene; invece le nozze celebrate fra romeni e coniugi non italiani sono state 954, per lo più con entrambi i coniugi romeni.

Inevitabilmente a fronte di un desiderio così forte di radicamento, risulta elevato anche il numero dei romeni che acquisisce la cittadinanza italiana: secondo Eurostat tra il 2008 e il 2014 sono stati 28.320 i romeni divenuti italiani, di cui 6.442 solo nel 2014.

 

L’impatto della migrazione sul Paese di origine

Secondo le Nazioni Unite, tra il 2010-2015, la Romania ha perso 437.000 abitanti, come risultato del saldo tra chi se ne è andato all’estero e chi è arrivato dall’estero (questi ultimi 136mila nel 2014, soprattutto cittadini romeni rimpatriati e solo in 1 caso su 10 nuovi stranieri immigrati). Nel 2015 risultano 3.408.118 i cittadini romeni che vivono al di fuori del paese dove sono nati, pari cioè ad 1 romeno ogni 6 abitanti in patria (17,5%). A sua volta la grande comunità romena in Italia rappresenta un terzo di tutti gli emigrati romeni all’estero (33,8%) e incide per ben il 5,9% rispetto alla popolazione nazionale.

Per effetto dell’emigrazione presente e passata, della diminuzione del tasso di fecondità e della popolazione in età attiva, e di altre variabili le previsioni demografiche Onu stimano un drastico declino della popolazione complessiva, destinata a passare dai 19.511.000 del 2015 ai 15.207.000 del 2050: nel futuro più o meno vicino della Romania si affaccia pertanto un destino simile a quello dell’Italia, che tra gli anni ’70 e ’80 si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione stabile.

Negli ultimi anni la Romania sta conoscendo un andamento economico soddisfacente, come confermato dagli indicatori macroeconomici, anche grazie al contributo diretto e indiretto dei suoi migranti. Questi, infatti, da una parte hanno contribuito alla diminuzione del numero dei disoccupati in loco facilitando a quelli rimasti la ricerca di un posto di lavoro. Dall’altra parte essi hanno favorito lo sviluppo del Paese attraverso quelle che si possono definire rimesse finanziarie e sociali.

Le prime, le rimesse economiche, sono quantificate da Banca d’Italia pari a 848 milioni in partenza dall’Italia per la Romania, pari ad oltre un terzo del totale ricevuto dalla Romania (2,55 miliardi di euro secondo la Banca Mondiale). Se le rimesse inviate in Romania da tutte le parti del mondo incidono per l’1,7% del Pil nazionale, da sole quelle dall’Italia incidono per lo 0,6% del Pil. I dati non tengono conto dei numerosi canali informali esistenti tra due Paesi tanto vicini e quanto facilmente connessi, così come non viene computato quanto transita attraverso gli istituti di moneta elettronica.

L’elevata mobilità e le forme di esistenza transazionali, così come i ritorni fisici (tra 2008 e 2014 le cancellazioni di cittadini romeni dalle anagrafi italiane sono state ben 67.076), favoriscono inoltre il trasferimento di un bagaglio di esperienze e saperi non formali da spendere in modo più o meno inconsapevole e che insieme alle rimesse finanziarie costituiscono un volano di sviluppo importante per la Romania (le cosiddette rimesse sociali).

Conclusioni

Non mancano i problemi tanto nei percorsi di integrazione in Italia quanto in quello di reinserimento per chi decide di tornare in patria. Tuttavia, ad una prima analisi delle evidenze statistiche la comunità romena in Italia, che in questi anni di crisi nonostante le partenze si è consolidata forte di un notevole spirito di resilienza, si conferma come una potenziale risorsa tanto per l’Italia quanto per la Romania secondo la più tradizionale formula del “triple win”.

Oggi, più che mai, sembra importante accompagnare le analisi quantitative delle statistiche disponibili con unasurvey che coinvolga e interpelli i diretti interessati, affinché dal connubio di analisi quantitative e qualitative possano emergere migliori elementi di comprensione del presente da utilizzare per governare i processi futuri e trasformare quella che è una risorsa potenziale in un potente strumento di sviluppo per entrambi i Paesi. Partendo da questa prospettiva il Centro Studi e Ricerche IDOS è disponibile a fornire la propria collaborazione per una nuova ricerca sui romeni in Italia che permetta la comprensione delle caratteristiche intrinseche di questa comunità e che, senza trascurare di affrontare i problemi, ne valorizzi gli aspetti positivi.

Fonte: http://culturaromena.it/

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