Saracie, democratie, mafiocratie


Saracie, democratie, mafiocratie.

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Insieme, al di là della distanza


La condizione dei romeni migranti.

Genitori e figli, insieme, al di là della distanza

 

 

Intervento al Convegno

Left Behind.

La famiglia transnazionale e gli orfani bianchi nella Moldavia Romena.

 Anno europeo 2010 per la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale[1].

 

 

Simona C. Farcas[2] 

 

 

  1. Premessa. I romeni e l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale

 

            Sono fermamente convinta che questo 2010 – Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, rappresenta una importante occasione di riflessione anche sul fenomeno della povertà causata dalla mobilità del lavoro e può contribuire, grazie ad incontri come questo, ad una presa di coscienza pubblica sull’importanza del dialogo interculturale e delle azioni da intraprendere per insieme affrontare la lotta alla povertà, in particolare il fenomeno dei cosiddetti “orfani bianchi”, in Romania, generato – come è stato già detto – dalla emigrazione, o meglio, mobilità internazionale per motivi di lavoro.

Un segnale d’allarme è stato lanciato anche dall’Autoritatea Naţională pentru Protecţia Familiei şi a Drepturilor Copilului (ANPDC), l’organismo per la protezione dell’infanzia, che, nel 2009 ha rilevato 1.077 neonati abbandonati nei reparti maternità degli ospedali, mentre i minori sotto protezione statale sono 70.000.

            Se nel 2006 i romeni in età da lavoro localizzati nell’Europa dei 15, erano circa un milione, dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea, avvenuta il primo gennaio 2007, sono quasi raddoppiati, arrivando nel 2010 a superare i 3 milioni, con i maggiori stanziamenti in Spagna e Italia[3]. A tuttoggi, i genitori romeni che si trovano in difficoltà economiche, preferiscono spostarsi verso Paesi come l’Italia e la Spagna, principalmente, per la grande affinità linguistica e culturale.

 

2. La condizione dei romeni migranti in Italia                            

            Al di là della suddetta premessa e osservazione generale, vengo al compito che mi è stato affidato nello specifico, ossia alcune riflessioni sulla condizione dei romeni migranti in Italia.

Come prima battuta, direi che si tratta di una condizione piuttosto avvantaggiata, se guardiamo il fenomeno dalla prospettiva italiana.

             La diversità, l’incontro tra romeni ed italiani e lo scambio culturale e di esperienze sono validi strumenti di evoluzione e di crescita. Per approffondire questo aspetto, rinvio al prezioso contributo dato dal Rapporto dell’Osservatorio ITRO, sulla percezione reciproca d’immagine tra italiani e romeni di Milano e da unproject work, dal titolo Il valore aggiunto nella cooperazione tra italiani e romeni”[4], realizzato da Unimpresa Romania – Osservatorio ITRO – Fondazione Università IULM di Milano.

I romeni in Italia, da 8.000 residenti nel 1990 sono arrivati a superare il milione nel 2010; nell’arco di 20 anni la comunità romena è diventata la più numerosa e, al contrario di quello che si dice, la meglio integrata nella Penisola italica.

Un notevole contributo all’orientamento nei servizi e all’inserimento lavorativo e alloggiativo, è stato dato ai nuovi arrivati, oltre che da parenti e amici precedentemente stanziati in Italia, soprattutto dalle parrocchie, dalle Caritas Diocesane, ma anche dalle associazioni dei romeni in Italia. Attualmente sul territorio italiano funzionano 136 parrocchie cristiano-ortodosse e 35 parrocchie cattoliche romene, che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del patrimonio spirituale, linguistico e culturale, fondamentale per la conservazione delle proprie radici. Allo stesso modo, anche se in forme diverse, hanno contribuito le associazioni socio-culturali dei e per i romeni, presenti quasi in ogni comunità. Nel 2008, alcune associazioni hanno fondato la Federazione delle Associazioni dei Romeni in Italia, FARI, di cui ho l’onore di essere Presidente del Consiglio Federale, con l’obiettivo di offrire maggiore rappresentatività delle Associazioni presso le Istituzioni, aiutando e favorendo inoltre la costituzione di nuove strutture associazionistiche, per una migliore visibilità e un autentico progresso sociale.

Residenti in Italia, sono – secondo le stime Caritas – circa un milione e 110.000[5]: è romeno il 24,5 per cento degli immigrati nella Penisola. Il fenomeno della mobilità fra Italia e Romania è il più importante, numericamente, all’interno della Unione europea ed è una realtà divenuta oggetto di studio ormai da alcuni decenni.

Una presenza così consistente porta con sé un bagaglio di conseguenze ed effetti rilevanti. Ma ciò che più preoccupa è la percezione negativa diffusa dai media capillarmente a tutti i livelli della società italiana, che l’immigrazione, in genere, sia un problema per l’ordine pubblico, una sorta di invasione non voluta a cui si è costretti.

 Questa percezione, a mio avviso, va rovesciata. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno, e dunque valutiamo in termini positivi la mobilità (non è corretto usare il termine “migrazione” quando ci riferiamo a cittadini dell’UE), cioè, consideriamo i romeni in Europa non un problema, ma una risorsa a cui attingere. Ed è così, in effetti: i dati sulla comunità romena in Italia ci parlano di una comunità onesta, laboriosa, intraprendente, socialmente integrata nelle famiglie e nelle imprese italiane. Solo nel 2008 – per dare qualche dato – sono stati assunti ben 175.000 lavoratori romeni, questo dato rappresenta il 40 per cento dei nuovi contratti fatti agli immigrati. Ma, i miei connazionali sono anche imprenditori: mettono in piedi 9 mila ditte all’anno, per un totale, a maggio del 2009, di 28 mila. Assicurano inoltre un notevole apporto di contributi previdenziali (1 miliardo e 700 milioni di euro l’anno) e pagano circa 1 miliardo di tasse. Per non dire che fra i matrimoni misti, la nazionalità femminile più frequente per uno sposo italiano è quella romena (2.506 casi nel 2008 su un totale di 18mila). Lo ha appena diffuso l’Ismu, istituto milanese di ricerca sull’immigrazione[6]. Una condizione avvantaggiata, è l’integrazione nella pubblica istruzione: sono 105 mila i ragazzi che frequentano le scuole italiane e 50 mila i bimbi romeni nati in Italia a partire dal 2000.

L’interscambio tra Italia e Romania, e mi avvio verso la conclusione, supera gli 11,5 miliardi di euro con un avanzo per l’Italia di oltre 1 miliardo. Si tratta del doppio di quanto l’Italia ha con il Giappone, una volta e mezzo quanto ha con l’India e la metà rispetto a colossi come la Cina e la Russia[7].

            Ci sentiamo dunque di affermare che la mobilità dalla Romania verso l’Italia rappresenta l’elemento che contraddistingue in generale i cosiddetti “emigranti per intraprendenza” dagli “emigranti per disperazione”. I romeni portano con sé non solo i valori e la voglia di lavorare, di scoprire, di creare nuovo benessere, tanto per riprendere un concetto del famoso sociologo Domenico De Masi, ma anche il desiderio di “concretizzare piani irrealizzabili nella terra di origine, venendo a contatto con persone e luoghi inconsueti, capaci di alimentare la creatività con punti di vista differenti”. Un “romeno intraprendente” in Italia è stato, per fare un solo esempio, il Prof. Dr. Giuseppe Costantino Dragan (1917-2008), fondatore della Fondazione Europea Dragàn, che ha una sede proprio qui a Milano, e imprenditore della ButanGas SpA.

 

3. La condizione dei romeni migranti e gli orfani da migrazione

 

Ma, prima di concludere veramente, lasciatemi dire che, oltre l’intraprendenza e il desiderio consapevole di compiere il proprio destino altrove, c’è un’altro motivo che spinge tanti romeni, in particolare i genitori, ad emigrare, lasciando a casa marito/moglie e figli, ed è il bisogno. È la necessità economica ciò che provoca il disagio per le famiglie e sopratutto per l’infanzia, determinando il fenomeno, oggetto dell’incontro di oggi, dei cosiddetti orfani da migrazione. Questa condizione è, a mio avviso, una decisamente svantaggiata non solo per i romeni migranti, ma anche per l’intera società civile.

Da uno studio pubblicato dalla Fondazione Soros Romania[8], emerge che ci sono all’incirca 350.000 bambini in Romania, i cui genitori (uno o entrambi) sono andati a lavorare all’estero; i dati, confermati da UNICEF, vedono un’intera generazione di bambini affidata alle cure di parenti lontani e vicini di casa. Ma appena il 7% dei genitori che vanno all’estero per motivi di lavoro lo dichiara alle autorità competenti, come vorrebbe la legge rumena. In tal modo i figli restano senza tutela legale, sottoposti a rischi, abusi e quant’altro.

Come condizione svantaggiata, inoltre, consistente è in Italia il tributo dei cittadini romeni quanto a incidenti sul lavoro: nel 2008, secondo lo studio della Caritas, ne hanno subiti 21.400, 48 dei quali mortali.

 

4. Genitori e figli, insieme, al di là della distanza

 

Per riprendere il nostro discorso, dobbiamo riconoscere che il contatto tra genitori e figli è insostituibile. Abbiamo verificato tra servizi sociali romeni e italiani, che ciò che determina nel bambino sentimenti di frustrazione, è che egli si sente la causa del suo dolore, poiché il genitore è lontano per contribuire alla sua educazione, scolarizzazione e al suo sostentamento. Questo sentimento comporta, nei figli un atteggiamento di “colpevolizzazione”. Ma l’assenza del genitore è devastante per il bambino, e di questo ci diranno di più i nostri ospiti dalla Romania. Tuttavia, non possiamo dire alle mamme e ai papà: “tornate a casa”. L’Europa è la nostra “casa comune”, e in Italia, i romeni sono una popolazione richiesta per via della latinità e per le ragioni sopra espresse. Il problema qui è come cercare di ri-costruire questo rapporto a distanza.

            Oggi, le nuove tecnologie, la società della comunicazione, le reti digitali, consentono di abbattere le distanze e creare ambienti, sia pure virtuali, dove, tuttavia, le affettività possono circolare sulla base dei bisogni. Oltre a questi, vi sono tutti i rapporti di interscambi a livello di famiglie e di mobilità adolescenziali, che possono dare luogo a forme di riavvicinamento alla famiglia, le quali, se ben articolate, sono oltretutto una opportunità di ampliamento dei propri confini di conoscenza ed esperienza.

            Su questo credo che le forze sociali e i rispettivi governi devono fare un intenso lavoro di affiancamento ai romeni migranti e agli “stranieri” entranti, anche per dare sempre maggiori forme di organizzazione alle mobilità dei popoli, che sono il fenomeno imprescindibile che noi conosciamo del nuovo secolo nell’era della globalizzazione. In particolare, ripeto, le nuove tecnologie, e mi riferisco ai new-media e ai social network, come facebook, twitter, che praticano tutti, dal Presidente Obama allo studente, possono essere la piattaforma di studio di altre forme organizzative di incontri in cui creare “ambienti solidali”, “stanze da gioco e da divago familiare”, in pratica, mi riferisco a un contatto genitori-figli, che non rincari la dose dell’assenza, ma quella della presenza, ludica e divertente, che vedrebbe altrimenti il bambino e l’adolescente, spesso, protagonista solitario davanti al suo computer.

            Non penso affatto a una famiglia virtuale a distanza, penso occorra fare lo sforzo di limitare le occasioni di spersonalizzazione che la rete come insidia ci tende. Ma invece, ipotizzo momenti di contatto accrescitivi di conoscenza, di attività, di svago per superare i sentimenti negativi e di mancanza, e stabilire momenti felici di co-partecipazione.

            Tra gli altri, e concludo veramente, come ha notato proprio questi giorni anche Giorgio Bocca[9], uno dei massimi giornalisti e conoscitori della comunicazione italiani: “Il computer è il gioco preferito dei bambini, la loro droga, la loro quotidiana dipendenza. Mi ricordano gli anni della fanciullezza e del mio infantile bisogno di giocare: la famiglia, nonni e genitori, gli anziani, erano a tavola per terminare in santa pace i pasti, e noi ragazzi già con l’orecchio teso a raccogliere le voci e i colpi del pallone dei nostri amici che giocavano nel cortile. Adesso – continua Bocca – vedo figli e nipoti tesi, come noi allora, sempre per un gioco, ma diverso, tecnologico, il gioco del computer”. Insomma, si tratta di unire l’utile al dilettevole.

            Tutto questo, può essere applicato anche alle necessità oggettive dei figli, dalla scuola alla sanità. Dobbiamo far sì che telefonini, computer, che ormai circolano abbastanza abitualmente, siano utilizzati per far diventare una lontananza una occasione diversa, moderna e di sviluppo. Con una battuta, mi piacerebbe che la Romania non fosse solo un popolo di lavoratori nel mondo, ma anche un Paese che sa mettere i propri sentimenti in rete.


[1]               * Testo dell’intervento svolto al Convengo Left Behind. La famiglia transnazionale e gli orfani bianchi nella Moldavia Romena. Anno europeo 2010 per la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Uffici della Commissione europea, Rappresentanza a Milano, 26 maggio 2010.

[2]              L’Autrice è ideatrice e fondatrice dell’Associazione IRFI onlus, Italia Romania Futuro Insieme (2006) www.irfionlus.org, e co-fondatrice della FARI, Federazione delle Associazioni dei Romeni in Italia (2008) www.faritalia.it. Si è formata a Roma, presso il Collegio Teutonico di S. M. dell’Anima e alla LUMSA Università di Roma dove si è laureata con una tesi sul Pensiero linguistico di Eugenio Coseriu, ha inoltre compiuto studi tecnici e commerciali. Si è occupata di formazione manageriale applicata ai servizi. Svolge attività di consulenza e progettazione a Enti pubblici e associazioni. È attiva nel mondo del volontariato da diversi anni. Si è occupata dell’organizzazione e gestione di programmi culturali, sociali, educativi e informativi per la comunità romena in Italia, tra cui: varie sezioni di Libri in Lingua Romena nelle Biblioteche di Roma (2008); organizzazioni di Tavole Rotonde sul tema Le comunità romene in Italia (vol. Romania. Immigrazione e lavoro in Italia. Statistiche, problemi e prospettive) realizzata dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali (CSS) – Ethnobarometer; ha promosso l’Indagine sull’inserimento lavorativo delle immigrazioni qualificate provenienti dalla Romania realizzata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR); ha organizzato gli incontri tra Italia Lavoro – L’Agenzia Tecnica del Ministero del Lavoro e l’associazionismo dei romeni in Italia, nell’ambito del Programma Mobilità Internazionale del Lavoro (2009).

[3]                 “Dossier Caritas/Migrantes” 2008

[4]               In evidenza le imprese romene in Italia, su http://www.osservatorioitro.net/

[5]               953.000, secondo l’ISTAT, al 1 gennaio 2010

[6]               Vedi anche “L´Italia e il boom dei matrimoni misti” di Corrado Giustiniani , su http://www.adiantum.it/

[7]               Fonte: Unimpresa Romania

[8]               Il mercato del lavoro di Romania ,Monica Şerban Alexandru Toth –Soros 2007)

[9]               “Il computer? Una droga per figli e nipoti, Il Venerdì di Repubblica, nr. 1156, del 14 maggio 2010, p. 13

Eugenio Coseriu, emigrante per intraprendenza*


L’originalità del pensiero linguistico di Eugenio Coseriu, si sa, consiste nell’aver ripercorso sistematicamente tutta la storia del pensiero linguistico europeo sulla convinzione che la linguistica non può esistere che all’interno delle scienze della cultura. Per riuscire in questo, lo studioso romeno ha adottato alcuni principi, fondamentali per ogni “uomo di scienza”1, che lo hanno guidato con successo nella sua attività di ricerca sul linguaggio. Il primo è il principio dell’obiettività, cioè, “dire le cose come sono” (τά ΄όντα ώς έ̀στιν λέγειν, dal Sophista di Platone)2; il secondo, il principio del “sapere originario”, cioè, il “sapere intuitivo” del parlante (adottato già a partire dal 1954 in “Forma e Sostanza”3), questo principio contraddistingue lo studio del linguaggio, il quale ammette di trasporre il sapere intuitivo del parlante sul piano della riflessività, di un sapere fondato e giustificato4; il terzo principio, della “tradizione e novità”5, attraverso cui cerca di vedere sempre la parte positiva di ogni uomo, affermazione o idea; il quarto principio, dell’“antidogmatismo”6, che ha guidato l’attività ermeneutica e critica di Coseriu e gli ha permesso di confrontarsi con Saussure, Hjelmslev, Pagliaro, ed altri, senza assumerli in totalità; il quinto principio, della “responsabilità”, ovvero dell’etica civica, perché il linguaggio è di tutti i parlanti, non solo dei linguisti7.

Ma prima dello studioso con i suoi principi guida, c’è l’uomo Coseriu con i suoi principi, che sono quelli della “morale universale”, sia nella vita privata che nella vita pubblica, e per il linguista romeno ciò significa avere sempre fiducia nell’altro, in ogni uomo, oltre che in te stesso, e cercare di capire ognuno dal proprio punto di vista e sopratutto non rispondere al male ricevuto con il male, in quanto “l’odio non può essere un principio di vita”.8

Eugenio Coseriu può senza dubbio essere considerato un promotore della “scienza del buon vivere”, nel senso indicato da Domenico De Masi; lo studioso di Tübingen rappresenta, in effetti, tutto ciò che contraddistingue un’“emigrante per intraprendenza” da un “emigrante per disperazione”. Più di ogni altro, il linguista romeno ha portato con sé “i valori e la voglia di scoprire” e di dare, di donare.9 Partito dalla sua terra natale “con il piede giusto”, “spinto dalla voglia di scoperta rischio e lotta”, come per un’avventura – che si rivelerà poi entusiasmante – verso un mondo che lo ha lusingato, il viaggio di Coseriu nel mondo delle scienze umane e della conoscenza è più unico che raro. Arrivato in Italia, non ancora ventenne, il nostro non poteva permettersi la nostalgia e la resa, perché il bisogno di “universalità” era troppo forte in lui. Proprio l’Università di Roma gli darà li strumenti per una visione chiara, obiettiva ed universale sull’uomo in generale e sulle attività umane, in particolare. Era partito, come milioni di persone ogni anno, anche oggi, in cerca di altro. Come qualsiasi “emigrante per intraprendenza”, Coseriu, accanto al rancore verso la terra natale, si portò dentro anche un piano di sviluppo che pretese di realizzare in nome della giustizia, del merito e del coraggio.10

Ricordiamo, prima di concludere, l’ultima conferenza di Eugenio Coseriu, una straordinaria lezione sulla sua “filosofia del linguaggio”, tenuta proprio alla nostra Università nel 2002, che ebbi l’opportunità di registrare11. Pochi mesi più tardi, precisamente il 7 settembre 2002, il professore moriva a Tübingen, dopo una difficile malattia.

È ancora vivo in me il ricordo del giorno della conferenza; ero molto emozionata e volevo immortalare quel momento e conservare immagini e parole di Coseriu. Con l’aiuto di mio fratello, ho registrato la conferenza dall’inizio alla fine. Riporto qui di seguito le parole di inizio pronunciate dal linguista romeno, in quell’occasione, sulla sua concezione di filosofia del linguaggio: “una passeggiata nella storia della filosofia del linguaggio”.

Carissimi studenti e studiosi, Vorrei incominciare con una specie di scherzo, pensando a Croce, che nel suo Breviario di Estetica, a proposito dell’arte, dice: “Che cos’è l’arte? L’arte è quella cosa che tutti sanno cos’è…”. Io non posso dire la stessa cosa della filosofia del linguaggio, però potrei dirlo a proposito del linguaggio, nel senso che tutti sanno cos’è. Tutti intuitivamente sappiamo cos’è il linguaggio. Presentando la filosofia del linguaggio parliamo sempre di un dover essere o “sein sollen”, come dice Hegel. […] Prima di tutto, cosa intendiamo per filosofia? La strada migliore è quella intrapresa da John Dewey12: “è un tipo di scienza in cui domandarsi quale sia l’oggetto della domanda, e quale sia lo scopo, la finalità – cosa si aspetta come risposta – della domanda che si fa.”13

Il 29 aprile prossimo uscirà nelle librerie uno dei libri più attesi di Coseriu, in italiano, La Storia della filosofia del linguaggio14, curato dalla professoressa Donatella Di Cesare; il volume è il risultato di una serie di lezioni tenute a partire dal 1968, in cui, “dopo una parte introduttiva volta a legittimare la domanda filosofica sul linguaggio, Coseriu accompagna il lettore in un’esplorazione affascinante, che comincia nella Grecia di Platone per terminare nella Francia di Rousseau”15.

Per molti giovani, e meno giovani, Coseriu potrebbe rappresentare un vero modello da vivere e a cui attingere ancora oggi, tanto più quanto nella società attuale viviamo una crisi, sopratutto, culturale, di identità e dei valori oltre che di mancanza di “guide”.

Una domanda sorge spontanea: un giovane romeno, sarebbe potuto diventare il “gigante di Tübingen”1, ossia uno dei massimi filosofi e teorici del linguaggio del Novecento, se non fosse emigrato? Avrebbe egli potuto esprimersi pienamente e realizzare se stesso, come a noi risulta, se non avesse cambiato Paese?

Coseriu, che era partito per motivi di studi, non solo per l’Italia, che sarebbe diventata per lui come una seconda Patria, ma ha girato diversi altri Paesi e Continenti del mondo, è una risorsa inestinguibile per gli appassionati di linguistica di ogni angolo della terra. La condizione di “emigrato” dello studioso romeno ha certamente influito sulla formazione del suo pensiero e sulle sue teorie sul linguaggio; il suo esempio come studioso e come “maestro di pensiero” ci conferma proprio quanto sostiene uno dei massimi sociologi contemporanei, De Masi, e cioè, che “il lato bello dell’emigrazione consiste nella possibilità di concretizzare piani irrealizzabili nella terra di origine, venendo a contatto con persone e luoghi inconsueti, capaci di alimentare la creatività con punti di vista differenti.1

La straordinaria esperienza di Coseriu “migrante”, non meno priva di difficoltà di tante altre persone, è, a nostro avviso, più che significativa ai fini della crescita personale e della formazione delle giovani e future generazioni, dal momento che è dal confronto delle idee e dal dialogo con l’altro che si produce cultura.

Note

1Cfr. DE MASI, Domenico (2009): “La scienza del buon vivere”, articolo pubblicato su Style Magazine, (Mensile del Corriere della Sera), n° 12, dicembre 2009, pp.19-20.

1Definito così da Borcilă M., in Cuvînt înainte, Coseriu E., Introducere in lingvistică; trad. de Elena Ardeleanu şi Eugenia Bojoga; Ed. a I-a. – Cluj-Napoca: Echinox, 1994; Ed. a 2-a, 1999, p.7; d’ora in poi, IL=1994 (1999).

1LI-1996, p.115**

2Vedi LI-1996, p. 121

3N° 14.

4LI-1996, p. 15 e pp. 115-130. Cfr. anche G.W. Leibniz, Meditationes de cognitione, veritate et ideis, 1684 e Nouveaux Essais sur l’entendement humain, 1693-1703 (1765).

5LI-1996, p. 117 e succ.

6LI-1996, pp. 118-121

7LI-1996, p. 130.

8LI-1996, pp. 115-116

9Vedi D. De Masi, op.cit. nell’Introduzione.

10Ibidem.

11“Che cos’è la Filosofia del linguaggio?”, LUMSA, Roma, 9 aprile 2002.

12 Cfr. LI-2006, p. 125 (N.d.R.)

13Frammento tratto dalla registrazione (archivio personale) della conferenza di Eugenio Coseriu, vedi sopra, nota 11.

14N° E11.

15 Descrizione anticipata dall’editore.

* Frammenti tratti dalla tesi di laurea, dal titolo “Il pensiero linguistico di Eugenio Coseriu”, di Simona C. Farcas (Corso di laurea in lingua e cultura italiana in prospettiva internazionale – Facoltà di Lettere e Filosofia – LUMSA, Roma).

** LI-1996 = Lingvistica Integrală, Interviu cu Eugeniu Coseriu realizat de N. Saramandu, Ed. Fundaţiei Culturale Române, Bucureşti, 1996.

Sei di parte? Ti metto da parte.


Il giornalista, chichessia, romeno italiano o apolide, ha un dovere sacrosanto nei confronti dei lettori (mi riferisco qui, in particolare, ai giornalisti romeni in Italia e a tutti coloro che ogni tanto si occupano della Romania, in generale e della comunità romena in Italia, in particolare): “informare prima di tutto”.Se non lo fa (o non lo sa / vuole fare…), che non si meravigli poi se i lettori non leggeranno più i suoi articoli etc.; può continuare a sbandierare nomi di personaggi illustri con cui collabora o testate importanti per cui scrive, non è questo che fa di lui un vero giornalista, non è per questo che noialtri lo rispetteremo.

“Bisogna inoltre tenere a mente che il giornalista non è il padrone del pubblico, ma il suo servitore, e che deve fare il giornale non per servire la propria ambizione, le proprie passioni, le proprie amicizie, i propri interessi, ma per istruzione e divertimento del pubblico. In questo il pubblico ha il fiuto finissimo : per quanto il giornalista sia abile, i lettori s’accorgono subito se ha sistematicamente un secondo fine, e allora guai a lui! Il pubblico compra il giornale per essere informato di tutto quel che accade: è dunque un dovere di stretta onestà pel giornalista di non ta­cergli nulla. Occultare una notizia perchè danneggia i nostri amici politici, sorvolare sopra un fatto per non giovare al partito avversario, non parlare di Tizio o di Sempronio per non far loro la réclame, mentre Tizio e Sempronio hanno fatto qualcosa di clamoroso, sono piccole disonestà, che indispettiscono il pubblico e che riescono a tutto danno dello spaccio del giornale. Il pubblico perdona più facilmente un articolo appassionato ed ingiusto che certi artificiosi silenzi, certi escamotages di notizie, da cui si sente mi­stificato. « Giuro di dire la verità, tutta la verità », dice il testimone prima di cominciare la sua deposizione. Il giornalista è un testimone; egli deve dare al pubblico non soltanto le notizie del giorno, ma tutte le notizie del giorno, per quanto qualcuna possa increscergli.”

Tratto dall’articolo di Eugenio Torelli Viollier (co-fondatore nel 1876 di quello che è oggi il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera), “La stampa e la politica” (Milano 1881).

“Credinţa, nădejdea şi dragostea; dar cea mai mare dintre toate acestea este dragostea”


Fraţilor, râvniţi la darurile cele mai bune, şi eu vă voi arăta o cale care le întrece pe toate: 13,1 Dacă aş vorbi limbile oamenilor şi ale îngerilor, dacă nu am dragoste, sunt ca o aramă sunătoare sau ca un chimval zăngănitor. 2 De aş avea darul profeţiei, de aş cunoaşte toate tainele şi toată ştiinţa şi de aş avea toată credinţa, aşa încât să mut şi munţii din loc, dacă nu am dragoste, nu sunt nimic. 3 De aş împărţi toată averea mea săracilor şi de mi-aş lăsa trupul să fie ars de viu, dacă nu am dragoste nu-mi foloseşte la nimic. 4 Dragostea este îndelung răbdătoare, dragostea este binevoitoare; dragostea nu pizmuieşte, nu se laudă, nu se umflă de mândrie. 5 Nu se poartă necuviincios, nu caută propriile interese, nu se mânie, nu ţine seama de răul primit, 6 nu se bucură de nedreptate, ci se bucură de adevăr. 7 Toate le iartă, toate le crede, toate le nădăjduieşte, toate le îndură. 8 Dragostea nu va înceta niciodată. Într-o zi, profeţiile vor dispărea, darul limbilor va înceta, cunoaşterea – pe care o avem despre Dumnezeu – se va sfârşi, 9 pentru că cunoaşterea noastră este imperfectă, imperfectă este şi profeţia noastră; 10 dar când va veni ceea ce este desăvârşit, va dispărea ceea ce este imperfect. 11 Când eram copil, vorbeam ca un copil, gândeam ca un copil, judecam ca un copil. Acum, când am devenit un om matur, am părăsit cele copilăreşti. 12 Acum vedem nelămurit, ca într-o oglindă, dar atunci vom vedea faţă în faţă; acum cunosc în mod imperfect, atunci însă voi cunoaşte pe deplin aşa cum sunt şi eu cunoscut pe deplin de Dumnezeu. 13 Acum, aşadar, rămân acestea trei: credinţa, nădejdea şi dragostea; dar cea mai mare dintre toate acestea este dragostea.

din Scrisoarea întâi a sfântului apostol Paul către Corinteni 12,31-13,13

Rumeni in Italia, oggetto di strumentalizzazione politica


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“Come si sente la comunità romena in Italia?”, mi domanda il giornalista di NIGHTLINE in diretta su Sky Tg24 ieri notte, intorno alle 23:00, a proposito dell’arresto di altri due giovani romeni accusati per lo stupro alla Caffarella, il cui DNA, questa volta, corrisponderebbe… Ma che domanda!? “Io, come donna, anzitutto, sono inorridita dal fatto che i presunti veri colpevoli (se sono loro lo deciderà il giudice, non i giornalisti!) siano stati in giro fino a ieri!” Non m’importa da dove vengano, di che nazionalità siano, ma se hanno sbagliato, dovevano già essere in carcere da un mese. E’ dal 2007, dopo la morte di Giovanna Reggiani, che la comunità romena in Italia sta subendo un vero e proprio “linciaggio mediatico” senza interruzione, una campagna anti-rumeni che non fa altro che alimentare fenomeni di odio, di xenofobia e di razzismo a 360°. Lo denuncia anche l’Agenzia del lavoro dell’Onu.

Sono sconvolta e mi vergogno, in quanto essere umano, per quanto sta accadendo attualmente in Italia: tutti questi show giornalistici che fanno da giudici prima dei processi… Stile Franzoni. L’avv. Carlo Taormina, anche lui in studio, non ha preso bene il mio intervento… “lei non deve dire queste cose in televisione!”, mi dice. Il linciaggio da parte sua nei miei confronti è proseguito poi anche fuori dagli studi, testimoni almeno quattro donne, che ringrazio per la loro solidarietà. “Noi siamo con lei, signora”, hanno risposto in coro, mentre l’avv. Taormina, con il dito puntato verso di me, urlava: “le NOSTRE donne, dobbiamo difendere le NOSTRE donne! Voi romeni avete diffuso la criminalità in Italia!”. Alla fine mi sono limitata con il dirgli che evidentemente non è informato, oppure sta strumentalizzando l’opinione pubblica a fini politici.
Penso che, a questo punto, in Italia non siamo più al sicuro. Non tanto come romeni, ma come cittadini europei. Potrebbe capitare a chiunque di essere indagato da persona onesta, ma sbatterlo in prima pagina, mandare le immagini del proprio volto, che non c’entra con il fatto accaduto, ad ogni tg e così rovinarli la vita…e chi si fida più della giustizia degli uomini? Sicurezza? Ma fatemi il piacere! Le indagini non dovrebbero essere pubbliche e le forze dell’ordine non dovrebbero rendere pubblici tanti elementi importanti prima della fine delle indagini.
questione_elettorale1

Cittadini! Difendete subito i vostri diritti!


VII CONGRESSO ITALIANO DEL PARTITO RADICALE NONVIOLENTO, TRANSNAZIONALE E TRANSPARTITO – A CHIANCIANO TERME – PRESSO IL PALAMONTEPASCHI
DALLE 14.45 DEL 27 FEBBRAIO AL 1° MARZO 2009

“Dalla resistenza radicale alla riscossa democratica”. Con questo slogan Emma Bonino ha riassunto, nel corso di una conferenza stampa svoltasi stamane, il tema del settimo congresso italiano del partito radicale transnazionale che si terrà a Chianciano da venerdì a domenica prossimi. Nelle assise del movimento nonviolento che si richiama a Gandhi sarà bandito il tema delle elezioni europee ed amministrative di primavera. I radicali si dedicheranno infatti “all’analisi in solitudine dello stato comatoso – ha spiegato il vicepresidente del Senato – nel quale si è ridotta la nostra democrazia grazie all’aggressività del regime partitocratico e alla fragilità delle istituzioni”.

Sequenze della famosa protesta silenziosa dei Radicali. Dopo mesi di disinformazione totale sui referendum del 1978 (abrogazione della legge reale, del finanziamento pubblico ai partiti e per la legge …

link audio-video:

VII Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito – prima giornata

VII Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito – seconda giornata

VII Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito – terza ed ultima giornata