Diritto al lavoro e dignità del lavoro. Dalla globalizzazione dell’economia al caso italiano


Gli economisti di destra e di sinistra, categorie politiche apparentemente superate dopo la crisi del comunismo reale nel 1989, ma in realtà ancora ben presenti nelle loro articolazioni accademiche e nelle consulenze agli uomini di governo, poco o nulla obiettano ai nuovi miti dell’economia industriale contemporanea: globalizzazione, flessibilità del lavoro (o meglio sarebbe dire flessibilità del “diritto” al lavoro) lavoro part-time (lavoro a tempo parziale) che è una riproposizione del vecchio “caporalato”, o lavoro alla giornata, dove i più strani tipi di “imprenditori” andavano a scegliere sulle piazze dell’Italia Meridionale i lavoratori da sfruttare un giorno, due giorni, per poi dimenticarli come pezzi di una macchina da lavoro non più utile ai loro bisogni.

Questa realtà è sottaciuta, addirittura tollerata anche in paesi come l’Italia dove esiste la legge 300 del 20 Maggio 1970 conosciuta come statuto dei lavoratori. Legge che voleva garantire una dignità del lavoratore e del lavoro oggi fortemente ridimensionata da una nuova economia che, appare nuova, ma che in realtà è vecchia quanto lo sfruttamento dell’uomo più forte su quello più debole.

Arthur Fridolin Utz scrive: “La valutazione del lavoro secondo la sua utilità non è in sé segno della degenerazione morale della società industriale. Tuttavia essa diventa una degenerazione quando trascura il lato spirituale dell’azione, che si trova sullo sfondo” (Utz, Etica Economica, Ed. S. Paolo 1999, p. 115).

Poi aggiunge Utz “Nel caso del capitale questo sfondo non esiste: il capitale esaurisce la sua essenza tutta nell’essere qualcosa di utile, qualunque possa essere il movente dell’investitore.

Il lavoratore al contrario riflette nella sua opera e si percepisce contento della sua capacità: quando elabora qualcosa nella società basata sulla divisione del lavoro, egli si attende anche da parte della società un riconoscimento che non si esaurisce nella paga soltanto”. (Utz op. cit. p. 115).

Questo è il principio cardine di una dignità dell’uomo e del lavoratore che la globalizzazione, la flessibilità e il lavoro part-time negano per il modo in cui sono congegnate: la globalizzazione é la polverizzazione dei sistemi di produzione. Le imprese vengono collocate da capitalisti privi d’ogni scrupolo in Paesi dove il costo del lavoro, i diritti dei lavoratori e il rispetto della persona umana sono sostanzialmente inesistenti (Asia, Nord Africa, Est Europeo).

La flessibilità e il lavoro part-time, caratteristica specifica del cosiddetto mercato del lavoro nelle società informatizzate e post-industriali, negano invece quello che sostiene Utz: il Lavoratore “quando elabora qualcosa nella società basata sulla divisione del lavoro (si attende) anche da parte della società un riconoscimento che non si esaurisce nella paga soltanto”. (Utz op. cit.).

Chi si ribella viene licenziato o non trova lavoro.

Aris Accornero scrive: ” La disoccupazione demoralizza ed è causa di depressione. Quando si prolunga, può far perdere le speranze, fino a minacciare la salute mentale” (Aris Accornero, Il Mondo della produzione, ed. Il Mulino, 1994, p. 192).

Questo è il dramma del cittadino che è senza una stabile occupazione.

L’Italia è una Repubblica – dice la Costituzione all’art. 1 – fondata sul lavoro. La stessa Costituzione Repubblicana sancisce per ogni cittadino due diritti fondamentali: quello alla salute e quello al lavoro. La globalizzazione e la cosiddetta nuova economia stanno mettendo in crisi questi principi costituzionali.

Il pensiero di Arthur F. Utz è un antidoto contro questa “cultura” economica che calpesta il diritto della persona di lavorare per vivere e non viceversa. Sempre Utz scrive: “Il diritto al lavoro, benché non significhi la stessa cosa del diritto al sostentamento, è tuttavia con questo connesso, essendo diritto al sostentamento a opera del proprio lavoro. In primo luogo il diritto al lavoro è diritto all’autoaffermazione nella cooperazione sociale, fondato sull’esigenza dell’integrazione di tutti nella totalità sociale (….). Da questo punto di vista esso è fondato sulla finalità del mondo materiale di servire a tutti gli uomini” (op. cit. p. 114).

In un Paese, come l’Italia, dove, aumentano i profitti degli imprenditori e diminuiscono i posti di lavoro questi concetti sono rivoluzionari.

Arthur F. Utz impone a chi tra gli uomini vuole costruire un mondo più giusto una scelta: parlare e lottare democraticamente perché il nuovo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia smascherato e ricondotto a quello che è; il tradimento di due principi fondamentali del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso e non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Ci vuole una forza politica, che con chiarezza, faccia proprio questo programma. Questo è il vero problema.

Fonte: Oikonomia – Rivista di etica e scienze sociali

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Centenario dell’unità romena, convegno di studi all’Angelicum


Roma. InfoFass 2018, n. 23, numero unico annuale di informazione sulle attività della Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum, Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (PUST), ha voluto comprendere una nota sull’evento a carattere storico che ha celebrato il Centenario dell’unità romena: retrospettive e prospettive, ospitato dalla stessa Università lo scorso 23 marzo 2018.

Perdurante la Grande Guerra, Romania e Moldavia conobbero la loro unificazione, il 27 marzo 1918; mentre la Russia era scossa dalla Rivoluzione bolscevica. La guerra contro gli imperi centrali mossa dalla Romania nel 1916 durava ancora e cessò soltanto con l’armistizio del 1° dicembre 1918, segnando la vittoria della stessa Romania, alleata delle potenze dell’Intesa.

Questo Centenario è stato “celebrato” con un convegno di notevole spessore, ospitato dall’Università San Tommaso d’Aquino in Roma, il 23 marzo 2018; promosso dall’IRFI – Associazione “Italia Romania Futuro Insieme” Onlus, con il Patrocinio dell’Ambasciata di Romania presso la Santa Sede, in collaborazione con la FASS – Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum.

S.E. Liviu – Petru Zăpîrţan. Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede e il Sovrano Ordine di Malta.

Alte le rappresentanze invitate e presenti: Prof. Sr. Helen Alford, O.P. Vice Rettore dell’Angelicum, S.E. il Prof. Liviu–Petru Zăpîrţan Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede, Dott.ssa Veronica Ocneriu Console dell’Ambasciata di Romania in Italia, Don Isidor Iacovici capo della comunità romena in Roma di Rito latino, Prof. Eugenia Bojoga docente di lingua romena al Pontificio Istituto Orientale e UBB Cluj-Napoca; Prof. Inocent-Maria Vladimir Szaniszló, O.P. Prof. Fernando Crociani Baglioni giornalista e storico, quale moderatore del simposio. La Dott.ssa Tatiana Ciobanu guidava una rappresentanza del movimento unionista romeno-moldavo.

Il convegno, titolato “1918-2018: Centenario dell’unità romena: retrospettive e prospettive”, ha affrontato le tematiche storiche, culturali e socio-politiche relative all’unificazione nazionale, incentrate sulla rievocazione di due personaggi, Mons. Anton Durcovici (1888-1951), Vescovo di Iasi e martire, ed Eugenio Coseriu” (1921-2002), fondatore della linguistica testuale, protagonisti di quegli avvenimenti o delle loro dirette conseguenze.

Il Prof. Crociani Baglioni ha illustrato la successione e dinamica degli eventi bellici e dei loro risvolti politici e diplomatici, dalla “attesa” dell’intervento romeno nel 1916 a fianco dell’Intesa, alla conclusione della guerra e al Trattato di Pace con l’Austria-Ungheria e la Germania. La pace comportò l’annessione alla Romania di Transilvania e Bucovina. Si realizzò così la “România Mare” ossia la “grande Romania”, nella completezza con Bessarabia e Dobrugia dei suoi confini naturali, di nazione unita nell’idioma neo-latino storico dei romeni. Tale identità fu esaltata negli studi di Eugenio Coseriu, che nato a Mihăileni in Bessarabia nel 1921, seppe rappresentare la vocazione dei popoli romeni alla unità politica nel concerto delle loro regioni storiche. Come la Prof.ssa Eugenia Bojoga, nella sua lezione su “Il periodo italiano nella biografia intellettuale di Eugenio Coseriu” ha ricordato lo studioso.

Prof.ssa Eugenia Bojoga

Dopo il saluto d’ingresso di Sr. Helen Alford, l’Ambasciatore Zăpîrţan, chiar.mo storico e filosofo, ha ringraziato la Vice Rettore per l’ospitalità concessa. Nella sua conferenza dal titolo “L’unicità della creazione di uno Stato”, S.E. Zăpîrţan, citando Hegel, ha ricordato che “un popolo deve assumersi il proprio ruolo verso la storia universale avendo la consapevolezza della propria identità”. Così è il popolo romeno, con “la sua lingua, la sua spiritualità avendo radici nella cultura latina, greca ed ebraico-cristiana, un tesoro per l’intera cultura europea. […] La storia è anche un processo di scambio tra le nazioni; di opere filosofiche, artistiche, religiose, dello Spirito alto, ma anche dello spirito pratico – continua S.E. Zăpîrţan –. I popoli che sono riusciti a creare una grande storia sono i popoli che hanno strutturato correttamente la loro identità riuscendo ad esprimere il loro contributo alla storia universale, perseguendo e creando bene comune. Il “miracolo” di cui parla G. Brătianu non è la nascita del popolo romeno ma la sua presenza costante sullo spazio carpatico-danubiano-pontico – dice S.E. l’Ambasciatore –, la particolare resistenza ai fattori minaccianti la sua stessa esistenza”. Nonostante la dominazione degli imperi stranieri, “il popolo nelle dieci provincie romene ha vissuto il proprio sistema di valori, sintetizzati dal Prof. Mărgineanu con il concetto di “omenia” – ossia, quel complesso assiologico e attitudinale di amore per l’altro. Un amore radicato nella famiglia, che ha fondato la grande famiglia etnica, trasferita in simboli di unità nazionale. Un’unità intrinseca alla spiritualità, chiamata da L. Blaga “matrice stilistica propria”. Ed è proprio questa spiritualità – conclude S.E. Zăpîrţan – che portò le élite e il popolo romeno ad affermarsi e costituirsi in Stato unitario nel 1918”.

La situazione catastrofica prodottasi con gli esiti della seconda guerra mondiale fu innescata dallo sciagurato Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, con cui si smembrava la Romania rispetto all’assetto unitario conseguito nel 1918. Subiamo ancora le conseguenze di quell’accordo.

Rev. Don Isidor Iacovici e Dott.ssa Veronica Ocneriu

La figura e l’opera del Mons. Durcovici (1888-1951), beatificato, il quale fu alunno dell’Angelicum (1906-1908), è stata illustrata dal Rev. Isidor Iacovici Postulatore della Causa di Canonizzazione del martire. Notevole fu l’apostolato religioso e sociale del prelato per la Romania tra le due guerre mondiali e nel secondo dopoguerra, sotto la tirannia comunista di cui rimase vittima innocente.  Egli si spese nella formazione dei laici, degli intellettuali e dei futuri sacerdoti, da pioniere del pensiero tomista nella Romania cristiana unificata. Insegnando S. Tommaso, Durcovici dichiarò: “Chiunque apra la sua opera animato dall’amore sincero per la verità, la sua sete sarà pienamente appagata”.

È dunque l’impegno per la diffusione e conoscenza della verità che accomuna i due personaggi rievocati nel convegno; pur diversi per formazione ed appartenenti a generazioni successive.

Uno dei principi chiave che guidarono l’attività scientifica di E. Coseriu fu quello dell’obiettività: “dire le cose come sono” (τά ΄όντα ώς έ̀στιν λέγειν, dal Sophista di Platone). La sua instancabile ricerca della verità è oggi esempio non solo per i romeni. Le sue teorie sul linguaggio sono oggetto di studio nelle migliori università del mondo, dal vecchio al nuovo continente. Coseriu partì giovanissimo per l’Italia, che sarebbe diventata per lui come una  seconda Patria, conseguendovi due lauree. La condizione di emigrato fu determinante; universalmente riconosciuto come un “maestro di pensiero”, a conferma – di quanto dice il sociologo De Masi – che “il lato bello dell’emigrazione consiste nella possibilità di concretizzare piani irrealizzabili nella terra di origine, venendo a contatto con persone e luoghi inconsueti, capaci di alimentare la creatività con punti di vista differenti”.

Il convegno veniva moderato dal Prof. Fernando Crociani Baglioni, il quale assegnava, a conclusione dei lavori, gli interventi dell’uditorio composto dai ricercatori e studenti del Progetto „Studio Realtà” della FASS, diretto dalla Prof. Sr. Helen Alford, tra cui Alina Vărzaru, Mioara Moraru, Eduard-Vasile Dascălu, Măndica Neagu, Adriana Jugaru, Oana Iorga, Teodora Băiaș,  Irakli Javakhishvili. E da esponenti delle comunità romena e moldava in Roma.

Simona Cecilia Crociani Baglioni Farcaș

InfoFass

 

 

 

La Rivista InfoFass della Facoltà di Scienze Sociali ha pubblicato la cronaca del Convegno.

 

 

ROMANIA, LA DIOCESI DI IAȘI CELEBRA I 134 ANNI DI STORIA


A nome dell’Associazione IRFI “Italia Romania Futuro Insieme” e mio personale, esprimo il nostro giubilo alla Diocesi di Iaşi, alle LL.EE. Mons. Petru Gherghel Vescovo ordinario e Mons. Aurel Percă Vescovo ausiliare;  a tutto il clero diocesano e regolare; alle persone consacrate e tutti i fedeli cattolici, per il CXXXIV anniversario di fondazione della nostra Diocesi. La mulți ani! 

Papa Leone XIII

Dott.ssa Simona Cecilia Crociani Baglioni Farcaș, Roma, 27 giugno 2018. 

Nel territorio di Romania ci sono sei diocesi romano-cattoliche (Bucureşti, Alba-Iulia, Iaşi, Timişoara, Satu Mare, Oradea), sei greco-cattoliche (Făgăraş şi Alba-Iulia, Maramureş, Cluj-Gherla, Oradea, Lugoj, Bucureşti) e una cattolica di rito armeno. Su una popolazione approssimativamente di 20,2 milioni di romeni il 5,4% sono cattolici, l’86,5% sono ortodossi, il 5,1% protestanti o neoprotestanti.

Mons. Nicolae Iosif Camilli

Situata nell’est della Romania, la Diocesi di Iaşi fu fondata nell’anno 1884. Ha una superficie di 46.378 km2, e una popolazione di 4.359.762 abitanti di cui il 4,6% sono cattolici.

In antichità il territorio venne occupato dalle armate romane (105-106 d.C.) e con l’occupazione romana iniziò la diffusione del cristianesimo. La Romania rimase a lungo nella sfera di influenza bizantina e ancor di più dopo lo scisma del 1054; e ciò favorì la diffusione della confessione ortodossa. Il cattolicesimo si diffuse e resistette grazie all’attività missionaria degli ordini mendicanti (soprattutto di domenicani e francescani). L’attività dei missionari provenienti da Italia, Polonia, Ungheria portò all’istituzione di un Vicariato Apostolico Moldavo tra il 1818 e il 1884.

Mons. Dominic Jaquet

Il 27 giugno 1884, papa Leone XIII istituì la diocesi e vi inviò come primo vescovo Mons. Nicolae Iosif Camilli. Seguirono Dominic Jaquet, Alexandru Theodor Cisar, Mihai Robu e Anton Durcovici proclamato beato nel 2014.

Il 21 febbraio 1978, papa Paolo VI nominò amministratore apostolico di Iaşi  Mons. Petru Gherghel, poi nominato vescovo della diocesi il 14 marzo 1990 da papa Giovanni Paolo II, tutt-ora in cattedra. Il 29 settembre 1999, papa Giovanni Paolo II nominò Mons. Aurel Percă vescovo Ausiliare di Iaşi, con il titolo canonico di vescovo titolare di Mauriana.

Mons. Alexandru Theodor Cisar

Iaşi è residenza episcopale e sede della cattedrale. L’antica cattedrale, intitolata a “Adormirea Maicii Domnului” („Dormizione di Maria”), fu  aperta al culto il 15 agosto 1789, divenuta poi cattedrale fu rinnovata nel 1869.

Il primo seminario della diocesi fu fondato nel 1886 a Iaşi. La nuova cattedrale intitolata a “Sfânta Fecioară Maria, Regină” („Vergine Maria, Regina”) fu edificata dopo la Rivoluzione, tra il 1992 e il 2005, e venne consacrata il primo novembre 2005.

Mons. Mihai Robu

Fonte: http://www.cattedraleconcordia.it/

Vedi sito internet della Epicospia di Iași: http://ercis.ro.

Le biografie dei vescovi di Iași, in lingua romena:

 

 ROMENI E IL RICORDO DI ROMA


di Ioan-Aurel Pop*

Il popolo romeno è il più numeroso popolo del sud-est europeo ma è, al contempo, anche il popolo neolatino più orientale, isolato dal grosso della latinità. Come tanti altri popoli, ha due nomi, uno dato da se stesso (romeno) e l’altro (valacco, con varianti) dato dagli stranieri. Succede la stessa cosa anche con il Paese (le Regioni storiche) dei romeni: ciò che i romeni chiamavano genericamente “Ţara Românească” era per ogni straniero la “Valacchia” (con diverse varianti di scrittura e di pronuncia). La romanità, nel tempo, si è espressa nei romeni mediante la lingua e l’origine ma anche tramite i nomi assunti da questo popolo e dalle sue regioni storiche.

La gente comune non si è mai posto, in passato, il problema della dualità valacco / romeno, poiché ha conosciuto relativamente di recente l’esistenza dell’etnonimo valacco o del nome Valacchia. In altre parole, per il popolo il nome di valacco (con i suoi derivati) non esisteva. Mentre per le élites romene le cose erano da tempo chiare.

Ecco ciò che scriveva, verso la fine del XVII secolo, lo storico e uomo politico Miron Costin: Ed essi [i.e. i nomi del popolo romeno] li ho annotati per la più facile comprensione delle denominazioni del popolo e degli altri principati, della Moldavia / Moldova e della Muntenia e dei romeni della Transilvania / Ardeal. Allo stesso modo per questo popolo, di cui scriviamo, di questi principati, il suo nome corretto e più antico è român, cioèrâmlean, erede di Roma. Questo nome <deriva> dalla loro discendenza da Traiano, e finché vissero <i romeni>, fino al loro allontanamento da questi spazi <aperti> e finché vissero sulle montagne, in Maramureş e lungo l’Olt, sempre hanno mantenuto questo nome e lo conservano ancora oggi, e meglio ancora i munteni dei moldavi, poiché loro dicono anche ora Ţara Rumânească, come pure i români di Transilvania / Ardeal. E gli stranieri e i Paesi circostanti hanno dato loro il nome di vlah, da vloh, come abbiamo già detto, <e> questi nomi di valeos, valascos, olah, voloşin sempre dagli stranieri sono dati, a cominciare dall’Italia, che chiamano Vloh. Poi, più tardi, i turchi, dal nome del Signore che per primo piegò il Paese ai turchi, ci chiamano bogdani[1], e i munteni caravlah, mentre i greci ci dicono bogdanovlah, e i munteni vengo chiamati – vlahos. Mentre questo nome, moldovan, deriva dal fiume Moldova, dopo la seconda fondazione di questa Regione, a opera di Dragoş vodă [2] . E i munteni, ovvero quelli della montagna – sono munteni, o quelli dell’Olt – olteni, sicché i leşii (i.e. polacchi)[3] li chiamano molteani. Sebbene tanto negli scritti storici, e negli idiomi degli stranieri, tanto fra di loro, con il passare del tempo e dei secoli, insieme con le innovazioni <i romeni> hanno e acquisiscono anche altri nomi, soltanto però quello che è il nome antico è fondato e radicato, <cioè> rumân, come si vede. Poiché, anche se ci chiamiamo ora moldoveni, non ci chiediamo: “sai il moldavo?”, bensì “sai il romeno?”, vale a dire râmleneşte (la lingua dei discendenti di Roma, n.d.a.); manca poco rispetto a sţis romaniţe, in lingua latina. Rimane, dunque, il nome antico come un fondamento immutabile, quello che in verità si trova alla radice non cambia nonostante il fatto che sia i lunghi periodi sia gli stranieri aggiungano altri nomi. E così succede anche a queste Regioni, e al nostro Paese, alla Moldavia, e alla Muntenia (Ţara Muntenească): il nome corretto tramandato da generazioni è român, come si chiamano tuttora gli abitanti delle Regioni sotto il Regno d’Ungheria, e così i munteni per il proprio paese, come scrivono e rispondono nel loro idioma: Ţara Rumânească[4].

Miron Costin chiarisce così, in maniera abbastanza limpida, l’esistenza dei nomi generali di romeni e di valacchi, delle altre denominazioni regionali e locali (bogdanimoldovenimunteniolteni), nonché del nome di Ţara Românească. Come si può facilmente notare, l’erudito boiaro moldavo usa alternativamente i nomi di rumân român, che rappresentano per lui la stessa identica cosa. Sa che i romeni hanno numerose denominazioni locali, regionali, secondo le province e i “Paesi” in cui vivono, ma anche una denominazione etnica generale, con una forma principale interna (rumân român) e una esterna (vlah). Per lui, ambedue i nomi generali dei romeni sono indubitabilmente legati a Roma e all’Italia, il cui ricordo si è pertanto perpetuato nei secoli.

Sempre in tale direzione hanno poi scritto Dimitrie Cantemir e gli studiosi della corrente culturale illuministica chiamata Scuola Transilvana (Şcoala Ardeleană). I maggiori studiosi romeni hanno sottolineato questi aspetti sin dal XIX secolo, la loro opera essendo continuata, con una molto seria teorizzazione, nel secolo scorso, tramite le opere di Nicolae Iorga[5], Gheorghe Brătianu[6], Şerban Papacostea[7], Adolf Armbruster[8], Vasile Arvinte[9], Eugen Stănescu[10], Ştefan Ştefănescu[11], Stelian Brezeanu[12] e di altri[13]. In altre parole, è stato dimostrato, in base alle fonti, che i romeni, sin dal Medioevo, ebbero, tendenzialmente, due nomi, uno dato loro dagli stranieri (risultato dell’alterità, del contatto con “l’altro”, con il vicino[14]) e un altro dato da loro stessi, tutti e due portando in sé il ricordo di Roma.

Evidentemente alcuni storici meno familiarizzati con la storia medievale e della prima modernità dei romeni e soprattutto con le loro fonti (difficilmente accessibili, dal momento che sono scritte in tante lingue: slavo ecclesiastico, latino, greco, ungherese, lingue orientali, lingue slave ecc.) possono sembrare perfino sorpresi di tale situazione. La circostanza non è però per nulla fuori del comune, anzi, essa è rintracciabile in molti popoli: gli ungheresi chiamano se stessi magyarok (magiari) e non ungheresi, come li chiamano gli stranieri; i greci sono per se stessi elleni, i polacchi sono chiamati dagli altri anche leahi, leşi o lengyelek, i tedeschi sono anche niemtzi, Allemandstedeschinémetek ecc., ma loro chiamano se stessi Deutschen. Analogamente con gli albanesi, i finlandesi, gli irlandesi, gli olandesi e con tanti altri. Un serbo è (era) per un ungherese rác, un slovacco è (era) tót, un italiano – olasz, un romeno – oláh [15] ecc. Il parallelismo tra romeni e ungheresi è il più eloquente, poiché si tratta di popoli vicini, che portavano nomi doppi sin dagli inizi della loro attestazione come popoli compiutamente costituiti nell’Europa centrale e del sud-est (a partire cioè dal IX secolo)[16].

Quanto ai romeni, le antiche testimonianze, risalenti ai secoli XIII-XIV, mettono chiaramente in rilievo questa dualità. Gli autori stranieri indicano irrefutabilmente che, benché esistesse negli ambienti esteri europei e perfino in quelli extra-europei il nome di vlah, i romeni chiamavano se stessi rumâni, termine derivato dal latino romanus, nel ricordo di Roma, denominazione che hanno conservato durante i secoli. La forma rumân è la più antica, ereditata dal latino in base alle specificità della lingua romena, secondo cui la vocale latina “o” interconsonantica si trasforma nel romeno, in determinate condizioni, in “u”. In tal modo nomen diventa numedolor > dureresonare sunarerogationem > rugăciunerogus > rugcolor > culoare ecc. Di conseguenza, era naturale che romanus desse in romeno rumân. Tardi e gradualmente, sotto l’influsso dell’umanesimo, dell’illuminismo (Şcoala Ardeleană / Scuola Transilvana) e del nazionalismo moderno si è sempre più imposta la forma român, attestata per la prima volta in forma scritta nel XVI secolo.

La latinità risiede senza dubbio nel nome dei romeni, è però interessante sapere se i romeni sono stati coscienti (hanno saputo loro stessi) di questa loro radice. Era difficile credere che, dopo tanti secoli dalla conquista romana della Dacia, i romeni avessero conservato non solo il nome, ma anche il ricordo diretto di Roma. Perciò, per molto tempo si è affermato che la romanità dei romeni è stata scoperta dagli umanisti italiani, dai quali sarebbe stata in seguito ripresa, e quindi diffusa, dai cronisti romeni. In tempi relativamente recenti, solo qualche decennio fa (soprattutto grazie a Şerban Papacostea e ad Adolf Armbruster), si è dimostrato che un certo numero di romeni ebbe nel Medioevo coscienza della propria romanità, cioè a dire la convinzione di provenire da Roma, di discendere dai romani, militari, colonizzatori e persino briganti, arrivati al Danubio e ai Carpazi, in Mesia e in Dacia, in uno con la dominazione imposta da alcuni imperatori del primo secolo dell’era cristiana, poi da Traiano e perpetuata dai suoi seguaci[17]. Allo stesso modo, alcuni polacchi sapevano, sempre in quel periodo, che discendevano dai sarmati (mentre altri sapevano di provenire dagli slavi), certi ungheresi che traevano origine dagli unni, alcuni francesi di essere nati dai troiani di Paride ecc. Qualsiasi comunità umana, di ogni luogo e di ogni tempo, si è interessata e si interessa alle origini, cerca e trova risposte in tal senso, alcune reali, altre immaginarie, le più numerose essendo un connubio tra realtà e immaginazione. Non è stato diversamente nel caso dei romeni, nel senso che molti di loro si sono domandati da dove provenissero, e alcuni hanno trovato (tra le altre possibili) anche la risposta, ingenua e spesso esagerata, che tutti i loro avi erano venuti “da Roma”.

Tale idea può essere ripercorsa a partire dall’imperatore (zar) Ioniţă Caloian (cel Frumos / il Bello), dei bulgari e dei valacchi (romeni), nella sua corrispondenza con papa Innocenzo III, attorno all’anno 1200[18] e fin verso la metà del XVI secolo, quando i monaci ortodossi del monastero di Dealu, vicino a Târgovişte, riferivano al padovano Francesco della Valle e ai suoi accompagnatori la storia dell’insediamento degli abitanti in questa regione[19] da parte dell’imperatore Traiano, dai cui antichi coloni discendevano i romeni, che conservano il nome di romanigli usi e la lingua dei romani[20].

La coscienza della romanità si collegava strettamente con la conservazione del nome di romano (romeno). Il mantenimento del nome rumân român (rumeno / romeno), derivato dal latino romanus, per denominare dall’interno l’unico popolo neolatino del sud-est europeo, è impressionante e ha dato occasione a numerosi commentari nel corso del tempo. Si possono trovare molteplici spiegazioni a questo fatto, tra le quali c’è ovviamente l’isolamento dei daco-romani, dei proto-romeni e poi dei romeni in mezzo a popolazioni e popoli diversi, non romanzi (slavi, turanici, ugro-finnici). Durante tutto questo tempo, i popoli neolatini occidentali erano più numerosi e vicini tra loro, il che ha portato anche al bisogno di differenziarsi, di distinguersi tra di loro o di essere identificati dagli altri[21].

Il termine vlah ha un’origine piuttosto oscura, ma la maggior parte degli specialisti concorda sul fatto che esso derivi dal nome dato dagli antichi germani a una tribù celtica romanizzata – Volcae. Questo nome è stato poi ripreso da slavi, bizantini, neolatini, ungheresi ecc. ed è penetrato nelle lingue di cultura del Medioevo (greco, latino, slavo ecclesiastico) e ulteriormente nelle lingue vernacolari, con il senso di comunità latinofona, parlante una lingua romanza[22]. Poiché gli unici parlanti, più numerosi e più diffusi, di lingua neolatina nel Medioevo nella zona centro- e sud-est europea[23] sono stati i romeni, il termine vlah (con le sue varianti) è arrivato in generale a denominare, a partire dalla fine del I millennio, i romeni. In altre parole, data la non esistenza di un altro gruppo neolatino importante nel basso Danubio (sia a nord che a sud del fiume) e nei Carpazi, gli slavi, gli ungheresi, i greci e gli altri popoli hanno finito per riferirsi ai romeni (considerati giustamente romanzi) come vlahi / valacchi[24]. Il fatto, come dicevamo, non è insolito, è però impressionante, poiché i due etnonimi – român vlah /romeno e valacco – hanno, essenzialmente, lo stesso significato, cioè erede della latinità, della romanità. Se si parte dalla differenza tra populus Romanus lingua latina (cioè dalle distinte denominazioni che si riferiscono al popolo e alla lingua), allora è anche possibile sfumare: mentre il termine român rinvia in primis all’origine etnica romana, alla discendenza dai romani, il termine vlah si riferisce innanzitutto al latino, al suo uso. Altrimenti detto, valacco significa, all’origine, latinofono (parlante latino, la lingua proveniente dall’antica Italia), e rumân significa “da Roma”, collegato allo Stato romano e ai romani. In ambedue i casi, come si può notare, il denominatore comune è Roma e la perpetuazione del suo ricordo, tramite l’origine o (e) tramite la lingua.

Il termine rumân român (rumeno / romeno) è evidentemente molto meno attestato nelle fonti antiche, cosa perfettamente naturale: gli stranieri non avevano necessità di usarlo, dal momento che essi ne avevano un altro, per denominare il rispettivo popolo, mentre l’éliteromena, che aveva quale lingua di cultura lo slavo ecclesiastico, utilizzava anch’essa nello scritto i vocaboli adatti a questa lingua, derivati sempre da vlah valah. Quando si è però passati all’uso della lingua romena, a partire dal XVI secolo, nei testi romeni compare solo il termine con cui si autodenominavano i romeni stessi, cioè rumân român (rumeno / romeno). Tuttavia, il fatto che i romeni usassero nel Medioevo la denominazione di rumân per definire se stessi e che esistesse la dualità vlahrumân sono realtà menzionate in Occidente almeno a partire dal XIV secolo.

Così una descrizione del mondo, probabilmente di origine toscana (in un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana, valorizzata di recente per la storiografia romena), afferma che nel 1314 circa, nella “provincia”[25] chiamata Ungaria, che era reame (regno, struttura politica), vivevano, oltre agli ungheresi, anche i romeni: In quella medesima provincia sono i Rumeni e i Valacchi, e quali sono due grandi gienerazioni e [h] anno reame e sono paghani[26]. Di conseguenza, l’autore italiano sapeva, all’inizio del XIV secolo, che quelli che venivano denominati valacchi dagli occidentali, chiamavano se stessi români (rumeni), che avevano determinate strutture politiche organizzate (reame) e che non erano “cristiani”, più esattamente non erano “veri cristiani” (cattolici). Erano, in altre parole, “scismatici”. Ci sono ancora esempi nell’epoca, spesso in ambito francescano, là dove i fedeli bizantini erano chiamati, oltre che “scismatici”, anche “eretici” o “pagani”, non essendo collocati tra i “cristiani”[27]. L’autore del testo sa in un certo qual modo, vago e mitico, dei due nomi, di cui fa due “rami” o “popolazioni”, similmente al modo in cui appaiono questi nomi nella leggenda dei fratelli Roman e Vlahata, gli eroi eponimi dei romeni. La stessa dualità di etnonimi, questa volta in latino, si osserva in un noto documento di papa Clemente VI, del 1345, in cui i romeni sono chiamati Olachi Romani.[28] Qui, nella redazione papale, appaiono ambedue i nomi (come nell’esempio precedente), vale a dire tanto quello di vlah (olah), dato dagli stranieri, quanto quello di rumân, dato dai romeni stessi.

Allo stesso modo, in un atto emesso dal principe Stefano Báthory il 6 giugno 1574[29], la fede ortodossa transilvana viene chiamata, in modo sorprendente, romana religio, probabilmente secondo la maniera degli autori umanisti di arcaizzare, cioè di denominare i popoli in base ai loro antenati (reali o immaginari) dell’antichità. Così, “la religione romena” è diventata “la religione romana”, in un paese come la Transilvania, in cui, in quel periodo, al posto del termine “ortodosso” si usava frequentemente quello di valah (olah), e invece di “fede ortodossa” si diceva “fede valacca”[30].

Di recente, è stato segnalato e portato in discussione un altro documento, emesso probabilmente dal re Béla III d’Ungheria fra il 1188-1195 (forse nel 1194), confermato da Béla IV e copiato nel 1417, in cui sono lodati i meriti di un certo conte Narad, “uomo nobile di nazione germanica” (vir nobilis natione Theutonicus), che avrebbe dimostrato, tra l’altro, i suoi atti di fede nei confronti del suo sovrano lottando contro la furia o la pazzia dei bulgari e dei romeni (contra furorem Bulgarorum et Rumenorum)[31]. Il confronto ebbe probabilmente luogo in seguito alla fondazione del Regno valacco-bulgaro, dopo la rivolta dei bulgari e dei valacchi contro i bizantini del 1185-1186. L’identificazione di quei Rumeorum o – come si suppone sia stato nell’originale – Rume<n>orum con i ruteni (del nord) o con i romei (gli abitanti dell’Impero bizantino) è, per ragioni molto fondate, esclusa, sicché la sola ipotesi plausibile è che, intorno all’anno 1194, la cancelleria ungherese abbia utilizzato per i romeni il nome che loro stessi si davano e che era conosciuto in determinati ambienti. Questa sarebbe, fino ad ora, la più antica testimonianza del nome român (rumân) sotto la forma Rumei Rumeni, secondo il modo cioè in cui si denominavano i romeni stessi.

Il contesto non è singolare, soprattutto se teniamo conto del fatto che, sempre allora (è il 1199), papa Innocenzo III scriveva a Ioniţă Caloian, re dei valacchi e dei bulgari, della gloria dei suoi antenati romani. Il modo in cui il monarca valacco ringrazia il sommo Pontefice (ci ha ricondotti al ricordo del sangue e della patria nostra da cui discendiamo), nonché quello in cui il papa scrive a Ioniţă (per stirpe e sembianza sei romano [32] , come il tuo popolo e la tua terra, che dal sangue dei romani trae la propria origine) attestano l’esistenza, già intorno al 1200, di una tradizione riguardo alla discendenza dei romeni dai coloni antichi di quelli dall’Italia (annotata da Giovanni Kinnamos, sui valacchi dell’esercito di Leone Vatatzes)[33]. Tale tradizione circa la romanità dei romeni includeva, a quanto pare, anche la conoscenza del doppio nome di questo popolo del sud-est europeo, cioè del nome di valahi, dato da stranieri e del nome di rumâni, dato dai romeni stessi.

Nel Libellus de notitia orbis (un piccolo trattato di geografia), redatto intorno al 1404 dall’arcivescovo Giovanni di Sultania, questi scrive dei romeni a sud del Danubio: Loro hanno una loro lingua ed <è> quasi come il latino e, a quanto si racconta, discendono dai romani, poiché quando un imperatore romano ha preso sotto il suo dominio quelle regioni […], un gruppo di romani, vedendo che il paese è ricco, vi sono rimasti, sposandovisi. […] Perciò essi dicono con orgoglio di essere romani e questo fatto si evidenzia tramite la loro lingua, poiché loro parlano come i romani[34]. Si tratta qui degli stessi abitanti che, due secoli prima, erano presentati al papa di Roma dal summenzionato Ioniţă cel Frumos (il Bello) quali eredi dei romani. Dal testo dell’arcivescovo, del 1404, risulta che esisteva una tradizione locale (a quanto si raccontadicono con orgoglio di essere romani) riguardo all’origine romana dei valacchi. Aveva analogamente detto nel XII secolo Giovanni Kinnamos: quelli di cui si dice che sono da tempi antichi coloni di quelli venuti dall’Italia[35]. Sempre nel XV secolo, come già Giovanni di Sultania, l’umanista italiano Poggio Bracciolini scriveva che al nord del Danubio c’è una colonia, a quanto si dice, lasciata lì dall’<imperatore> Traiano[36]. Anche in questo caso si tratta dell’annotazione di una tradizione locale (a quanto si dice) e non di una ricerca erudita. Nel 1453, un altro umanista italiano, Flavio Biondo, affermava: … i Valacchi della regione del Danubio […] dimostrano tramite la loro parlata la loro origine romana come una cosa onorevole, <origine> che mettono in evidenza e che invocano[37]. Vale a dire che anche Flavio Biondo, senza ricorrere allo studio degli autori antichi, seppe dai romeni stessi che questi discendevano dai romani.

In queste condizioni, l’affermazione di Niccolò di Modrussa (che ha conosciuto direttamente i romeni), dall’opera De bellis Gothorum, redatta prima del 1473, ha un significato particolare: I romeni portano quale argomento per la loro origine il fatto che, sebbene utilizzino tutti <per iscritto> la lingua della Mesia […], tuttavia parlano fin dalle origini una lingua popolare, che è il latino, il cui uso non l’hanno affatto abbandonato[38]. Qui si nota come certi romeni del XV secolo facessero distinzione tra la lingua della cultura scritta e della Chiesa (lo slavo ecclesiastico) e la lingua parlata dal popolo (il latino), invocando quest’ultima lingua giusto come argomento della loro origine romana.

Altre affermazioni di questo genere diventano d’ora in avanti sempre più frequenti: Poiché essi dicono che sono i soldati di una volta dei romani […] (Jan Laski, vescovo di Gnezno, nel 1514); Popolo guerriero, discendente dai valorosi romani, che hanno fatto sì che tremasse il mondo (Iacob Heraclid Despot, nel 1562); Essi dichiarano di discendere da una colonia romana […] e usano ancora una lingua che assomiglia all’antica lingua di Roma (Giovanandrea Gromo, 1564-1565)[39]. Alcuni Principi romeni, prima del 1600, invocavano l’origine romana del popolo di cui facevano parte i loro soldati, per dare loro coraggio nelle battaglie[40]. Così i romeni non dovettero aspettare Grigore Ureche, del XVII secolo, per sapere che discendevano da Roma, poiché una tradizione multisecolare aveva preceduto le ricerche moderne in questa direzione.

Ci sono anche testimonianze che provano che la lingua parlata dai “valacchi” era da essi chiamata “romeno” (“rumeno”) o persino “rumânească”, secondo l’antico aggettivo romanescus-a-um, della tarda età romana. Del resto, molti autori del tardo Medioevo e del Rinascimento collegano non solo il fondo lessicale della lingua romena, ma anche la sua denominazione usata dai romeni (gli aggettivi romana romanesca o l’avverbio rumuneste) all’origine romana dei romeni. Per questi autori, che sapevano che la lingua si chiamava nei suoi propri territori romana romanesca (e non valaha), era chiaro che anche il popolo che la utilizzava avesse una analoga denominazione, derivata dal latino romanus. Alcuni di loro affermano ciò in modo esplicito nei loro scritti.

Offriamo solo alcuni esempi. Il già menzionato Niccolò di Modrussa scriveva (prima del 1473) che i romeni, allorquando si incontrano con degli stranieri con cui cercano di dialogare, chiedono loro se sanno parlare la lingua romana, e non il valacco[41]. Ovvero i romeni denominavano la propria lingua “română / romena”, forma che non poteva essere resa in latino (dove non esiste la vocale â) se non tramite romana. Tranquillus Andronicus, un dalmata di Traù (il quale ha conosciuto direttamente i romeni di Transilvania, Moldavia e Ţara Românească), scriveva nel 1528 a Jan Tarnowski, comandante supremo dell’esercito polacco, che gli abitanti della vecchia Dacia si sono fusi in un solo corpo, che sono chiamati dagli altri valacchi dal nome del generale Flaccus (come aveva scritto, in modo fantasioso, Enea Silvio Piccolomini), ma che loro ora si dicono romani, anche se non hanno nulla di romano tranne la lingua e persino questa è gravemente alterata ed è mescolata con molte lingue barbare [42]Parlando dei romeni di Ţara Românească, il padovano Francesco della Valle (trovatosi al servizio dell’avventuriero Aloisio Gritti) – conoscitore diretto delle realtà a nord del Danubio negli anni 1532-1534 – scriveva: La loro lingua [i.e. dei romeni] è poco diversa dalla nostra lingua italiana; loro si chiamano nella loro lingua romani, dicendo che sono arrivati da tempi antichissimi da Roma, per stabilirsi in questo paese; e quando qualcuno chiede se qualcuno sa parlare la loro lingua valacca, essi dicono in questo modo: sai il romeno (româneşte)[43] Cioè, sai parlare romeno (româna)[44]poiché la loro lingua si è alterata [45]. L’umanista croato-ungherese Antonius Verancius (Verancsics) evocava anche lui, intorno al 1550, il fatto che i valacchi traggono origine dai romani, che hanno nella loro lingua numerose parole … uguali e con lo stesso significato come in latino e nei dialetti degli italiani e che quando chiedono a qualcuno se sa parlare la lingua valacca dicono: “Sai per caso il romeno (româneşte)[46]?”, oppure <quando chiedono > se è valacco, gli domandano: “se è romeno (român)[47]. Come si può notare, queste testimonianze, risalenti al periodo 1200-1600, attestano senza alcun dubbio che quelli che erano chiamati “valacchi” dagli stranieri chiamavano se stessi “romeni” (rumeni), e alla loro lingua dicevano “romena” (rumână o rumânească), conservando, alcuni di loro, nella mente il ricordo di Roma.

La denominazione di Dacia si è probabilmente perduta, a poco a poco, a livello popolare già alla fine dell’epoca antica (com’è successo, ad esempio, anche nel caso della Gallia). Sotto i romani, il nome di Dacia ha avuto un senso più politico che etnico. Questo nome ha ricevuto, quindi, un serio colpo proprio quando il vecchio regno di Decebal è diventato in gran parte l’omonima provincia romana, poiché non si trattava più, di fatto, della vecchia Dacia, ma di una Romània, divisa poi in più Romaniae [48]. Queste, dopo il ritiro e la caduta di Roma, hanno finito per diventare gradualmente delle entità latine, più grandi o più piccole, collocate e a nord e a sud del Danubio e circondate da popolazioni non-latine. La loro latinità è provata allo stesso tempo dal nome proprio, interno, quello di Romaniae e da quello esterno, dato da stranieri, di Valachiae. Le Romanie o le Valacchie sud-danubiane si sono sempre più ridotte e, in parte, disperse in seguito alla migrazione massiccia degli slavi (dopo il 602) e dopo la formazione dei loro stati.

L’ultimo grande sussulto di una siffatta Valacchia, vale a dire di una vita politica organizzata a livello più alto dai romeni a sud del fiume, ma in alleanza con gli slavi, è stato il Regno Valacco-Bulgaro formato alla fine del XII secolo, sotto la dinastia valacca (valacco-bulgara) degli Asăneşti. Al contrario, a nord del Danubio, i nuclei politici romeni si ergevano a misura che decadeva politicamente e demograficamente la romenità balcanica. Qui, tra il Danubio e i Carpazi Meridionali (ovvero le Alpi della Transilvania, come li chiamavano gli occidentali), si è formato, a cavallo del XIII e XIV secolo, tramite l’unificazione di più Valacchi, il prototipo dello stato romeno medievale, vale a dire la Grande Valacchia o Ţara Românească. I romeni hanno sempre nominato questa grande formazione politica propria – composta da romeni e condotta da romeni – Ţara Rumânilor / Românilor, Ţara Rumânească / Românească e probabilmente, qua e là, perfino Rumânie.

Perciò, grazie a questa sinonimia, nell’epoca dell’emancipazione nazionale, quando si presupponeva che ogni nazione dovesse avere uno stato nazionale che riunisse e difendesse tutti i suoi membri, i romeni avevano da tempo predisposto un nome per il loro paese. Non hanno scelto il nome di Dacia (anche se è stato proposto), perché tale nome, come sopra detto, benché molto antico, si era perduto da tempo nella coscienza pubblica, ed hanno preferito il nome di Rumânia România. Non è stato un nome inventato in quel momento, bensì uno conservato nella memoria collettiva, giunto da una passato remoto, un nome che avevano portato in un modo o nell’altro, a un certo momento, tutte le realizzazioni politiche dei romeni. Era anche il nome che ha avuto in maniera ininterrotta sin dal 1300 la “Ţara Românească”, vale a dire il più antico e prestigioso stato medievale romeno, attorno a cui si è poi costituita l’unità politica del popolo di cui portava il nome.

I romeni hanno iniziato la loro storia come “enclave latina alle porte dell’Oriente” oppure come “isola di latinità in un mare slavo” e sono sempre rimasti in un’ampia regione di interferenze e di vari influssi. Questa regione è stata spesso minacciata nella propria stabilità ed esistenza, da occidente e da oriente, da nord e da sud. Le minacce hanno talvolta assunto forme distruttive o dissolventi, pericolose per l’identità dei romeni. I gravi pericoli dal sud e dal nord, così come quelli dall’ovest sono stati più anticamente annichiliti, allontanati, neutralizzati, quando è stato possibile, tramite il contributo dei romeni e dei loro vicini, ma soprattutto grazie all’evoluzione dei rapporti internazionali. Molto più persistenti, più incalzanti, più dolorosi e più gravi sono stati i pericoli provenienti dall’oriente, a partire dalle migrazioni per finire con i carri armati sovietici portatori del comunismo.

Da più di un millennio, i romeni hanno vissuto con l’ossessione della minaccia dell’Oriente. Perciò, dalla loro polivalente eredità identitaria, hanno coltivato piuttosto la propria componente occidentale. Era chiaro già dai secoli XIV e XV che “la luce” aveva cessato di venire dall’Oriente. Mentre quest’Oriente diventava sempre più abietto, la cultura e la civiltà, sul vecchio fondo del classicismo greco-latino e del cristianesimo, fiorivano in Occidente. L’Occidente è diventato così un modello da seguire. Roma – l’Antica Roma – era parte sostanziale di questo modello ed era divenuta il suo simbolo più eclatante. Da questo legame con Roma – reale e immaginario allo stesso tempo – sono nate l’ideologia e la moderna mitologia nazionale romena. Solo che Roma nei secoli XIII-XIV era cattolica, e il legame con essa era mediato da altri stati cattolici, in particolare dal Regno d’Ungheria. Questo legame era fortemente ostacolato dall’ortodossia dei romeni, dalle pressioni per la loro cattolicizzazione, pressioni che non seguivano sempre la via del convincimento. Tali pressioni di cattolicizzazione portavano, in maniera ingannevole, il sigillo di Roma, ma venivano fatte attraverso il prisma della pressione politico-militare ungherese. Nella mente dei romeni (soprattutto di quelli dominati direttamente dall’Ungheria) il cattolicesimo si sovrapponeva al nome di Ungheria, vale a dire al nome di un oppressore, e quest’ombra si proiettava a volte anche su Roma, dove risiedeva il capo della Chiesa d’Occidente[49].

In questo modo, la fede bizantina e il legame, mediante gli slavi del sud, con la “Nuova Roma” (Costantinopoli), ma anche le tendenze di cattolicizzazione per filiera ungherese erano diventate dei seri ostacoli per la coltivazione del ricordo della prima Roma e della latinità. Tuttavia i romeni avevano Roma non solo nella loro natura, ma anche nel loro nome. Ed erano gli unici detentori di tale “privilegio” – palese testimonianza per ideologi non solo della loro latinità, ma anche, assieme ad essa, della loro origine occidentale. Per tale ragione, i legami con l’Occidente sono stati ripresi in età moderna secondo altri principi, e il nome di Romania – una sorta di Roma trasferita vicino al Danubio, dai Carpazi al Mar Nero – è diventato per i romeni un forte marchio identitario, nato e creato allo stesso tempo, costruito sia dalla storia che dall’ideologia, ma potente e perenne.

Certamente, al consolidamento di questa denominazione generale di Romania hanno tenacemente lavorato – com’è avvenuto nella storia di tutti i popoli – gli intellettuali, gli artigiani del nazionalismo moderno e dell’ideologia nazionale.

Nell’epoca moderna hanno predominato due ideologie nella coscienza politica e pubblica romena, una chiamata autoctonista (che metteva l’accento sull’eredità dacica, tracica, orientale o sud-est europea) e una pro-occidentale (che privilegiava la latinità e l’eredità romana, la civiltà europea dei romeni). Quest’ultima si è rafforzata di continuo, si è sviluppata e ha vinto. In Transilvania, sin dal XVIII secolo, sotto l’impulso della corrente illuministica rappresentata dalla Scuola Transilvana (Şcoala Ardeleană), lo studio della storia destinata agli allievi cominciava con la fondazione di Roma, sicché il passato remoto dei romeni si confondeva con quello dei romani. Nel XVII e nel XVIII secolo, le opere erudite hanno approfondito la latinità dei romeni, con nuovi argomenti linguistici, narrativi e documentari, archeologici, storici, numismatici ecc., consolidando la coscienza interna e internazionale riguardante questo tema. A partire dal XIX secolo, quando è iniziata in maniera cosciente e programmatica la sincronizzazione della civiltà romena con quella occidentale, la latinità dei romeni (rinsaldata tramite la francofonia e la francofilia) è sempre stata in primo piano, è sempre stata evocata e invocata. Su questa latinità si è edificata l’essenza dell’identità romena moderna, raccordata ai valori europei.

Dopo le deviazioni d’interpretazione del passato avvenute nei decenni del regime comunista (1948-1989), da più di vent’anni i più seri storici romeni hanno ripreso la presentazione del passato sotto nuovi auspici. Oggi è sempre più evidente per gli storici e per un ampio pubblico che i romeni hanno avuto una storia normale, come tutti i popoli, con cose buone e cattive, che hanno avuto province storiche diverse e dei nomi regionali, che non sono stati puri e immacolati, che non sono sempre stati unitari e uniformi e che non tutti i loro antenati erano venuti da Roma! Si vede – per molti come una novità – che anche i romeni si erano spostati nel Medioevo e non solo, su distanze minori o maggiori, con i loro greggi o con altre faccende, in tutte le direzioni, spronati da diversi motivi, così come avevano fatto tutti i popoli[50]. Lo spostarsi e lo stanziarsi in spazi distanti hanno reso anche i romeni variegati, diversi fra loro. È stato molto difficile, per vari anni dopo il crollo del comunismo, fare la distinzione tra verità e menzogna, tra realtà e propaganda. Nemmeno oggi, dopo più di due decenni, è facile.

Di conseguenza, sia riguardo al nome sia riguardo all’origine dei romeni, le cose non sono, per tantissimi stranieri, chiare. Molti credono ancora che il nome di romeno e la latinità dei romeni sarebbero il risultato della propaganda nazionale e nazionalista, esacerbato sotto il comunismo. Ma questo è solo un cliché, frutto in gran parte della diffidenza e dell’ignoranza. Alla luce delle testimonianze di cui sopra, è evidente la legittimità dell’uso del nome di romeno (e di Ţară Românească) in parallelo con quello di valacco (e di Valacchia), sin dal momento dell’ingresso nella storia di tutti i popoli romanzi, alla fine del I millennio dell’era cristiana. Quindi, i romeni hanno portato sin dall’inizio due nomi principali, ambedue legittimi. È però oggi naturale che, almeno negli ambienti romeni, sia preferito il nome che si danno i romeni stessi. I neolatini orientali dell’Europa erano, già dai secoli IX e X, per loro stessi “români” (rumâni), e per gli altri “vlahi” (con varianti). Tanto più è giustificato l’uso del nome di romeni per i secoli ulteriori del Medioevo. La denominazione di romeno, adoperata da tutti gli storici romeni per definire il proprio popolo a partire dal Medioevo, non ha nulla a che fare con il nazionalismo, benché sia stata spesso usata in spirito nazionalista. Si tratta solo di una realtà con un’esistenza millenaria e che va correttamente rilevata, in accordo con ciò che testimoniano le fonti storiche. Al pari del nome, la coscienza della latinità della lingua e della romanità del popolo è stata una presenza continua, lungo i secoli, nel pensiero di alcuni romeni. Essa è sempre stata accresciuta, argomentata e talvolta pure esagerata in epoca moderna – tramite gli sforzi coscienti delle élites intellettuali e politiche – preparando la piattaforma progetto per l’integrazione dei romeni e della Romania nelle strutture istituzionali e persino in quelle mentali dell’Europa contemporanea.

NOTE

[1] Si tratta qui non del nome del signore, bensì della dinastia (Bogdani o Bogdăneşti) che ha assoggettato il Paese ai turchi.
[2] La prima fondazione era considerata quella da parte dei romani condotti dall’imperatore Traiano.
[3] Il nome medievale dei polacchi in romeno. Loro chiamavano gli abitanti della Moldavia “valacchi” e quelli del Ţara Românească “multani” o “moltani”, e il Paese “Multana” (perché il nome di “Valacchia” o “Paese Valacco” era già da loro dato alla Moldavia).
[4] Costin 1967, pp. 156-157.
[5] Iorga 1924, pp. 35-50.
[6] Brătianu 1998, pp. 60-64.
[7] Papacostea 1965, pp. 15-24.
[8] Armbruster 1993², pp. 17-51.
[9] Arvinte 1983.
[10] Stănescu 1964, pp. 967-1000.
[11] Ştefănescu 1981, pp. 77-84.
[12] Brezeanu 2002, passim.
[13] Pop 1998, pp. 8-13.
[14] Baumann – Gingrich 2004.
[15] Questi nomi tradizionali, olasz e oláh, dati dagli ungheresi agli italiani e, rispettivamente, ai romeni, dimostrano indubitabilmente la percezione dell’affinità tra i due popoli neolatini da parte della coscienza collettiva ungherese. La stessa singolare somiglianza tra i nomi dati agli italiani e ai romeni si ritrova anche nel caso di molti popoli slavi.
[16] Per lo specifico degli ungheresi si veda, di recente: Engel 2001.
[17] È tuttavia evidente che non questa coscienza – elitaria e debole – è stata decisiva per la perpetuazione del nome di Roma nell’etnonimo “romeno”, ma alcune circostanze storiche, parzialmente evocate in questo studio.
[18] Stănescu 1989, pp. 32-33. Papacostea 1999, pp. 242-243.
[19] Holban 1968, pp. 322-323.
[20] Dopo il XVI secolo, con i grandi cronisti moldavi che hanno scritto in romeno, con Dimitrie Cantemir e poi con la Scuola Transilvana, la coscienza della romanità si impone definitivamente nella mentalità romena.
[21] Come si sa, si sono conservati anche in Occidente degli etnonimi provenienti dal latino romanus, ma solo sporadicamente, nel caso di gruppi più piccoli e isolati, circondati da popolazioni germaniche, come ad esempio i romanci o retoromanzi della Svizzera.
[22] Non ha attinenza, nel caso presente, che talvolta, nel Medioevo e in età moderna, il termine vlah ha avuto, qua e là, anche l’accezione di contadino asservito, di pastore (pecoraio), di servo della gleba o di “scismatico” (ortodosso), come si vedrà oltre.
[23] Non prendiamo qui intenzionalmente in considerazione il piccolo popolo dalmata – nel frattempo scomparso – dei Balcani, vicino agli italiani, collocato lontano dai romeni nord-danubiani e senza rilevanza per il nostro argomento. Del resto, al di là dell’appartenenza alla latinità, i romeni sono il popolo più numeroso del sud-est europeo.
[24] Si veda Djuvara 1996, con le opinioni degli specialisti Cicerone Poghirc, Petre Ş. Năsturel, Matei Cazacu, Neagu Djuvara, Max Demeter Peyfuss, Mihaela Bacu e Matilda Caragiu-Marioţeanu, relative alle denominazioni generali di romeni (con varianti) e valacchi (con varianti), al processo di romanizzazione, ai rapporti dei valacchi dei Balcani con i greci e gli slavi, alla diaspora aromena, agli aromeni e ai nazionalismi balcanici, all’assimilazione dei valacchi ecc.
[25] Il termine di provincia si riferisce probabilmente alla divisione del mondo cristiano (cattolico) in “province ecclesiastiche” operata dalla Curia papale.
[26] Turcuş 2000, p. 6.
[27] Papacostea 1998, pp. 13-136.
[28] Armbruster 1993², pp. 49-51.
[29] De Hurmuzaki 1911, pp. 659-660. Il fatto è tanto più sorprendente dal momento che con romana religio si intende di solito la confessione cattolica; nel caso citato il riferimento è però, senza dubbio, alla fede ortodossa dei romeni transilvani.
[30] In numerose testimonianze dell’epoca, incluse le decisioni della Dieta di Transilvania, gli abitanti del paese sono caratterizzati dal punto di vista religioso come “Christiani” (gli ungheresi, i sassoni, i siculi) e “Valacchi”, essendo evidente che un etnonimo (Valachus) era adoperato per definire l’appartenenza a una confessione (l’ortodossia).
[31] Nagy 1891, n. 5, pp. 9-11; Szentpétery 1923, n. 157, p. 50; si veda Simon 2010, pp. 127-136.
[32] Osserviamo che il sommo Pontefice chiama Ioniţă “romano” e non “valacco”, e dice che i romeni stessi si considerano di origine romana.
[33] Stănescu 1989, pp. 32-33.
[34] Papacostea 1999, pp. 241-242.
[35] Ibidem, p. 242.
[36] Ibidem, p. 243.
[37] Ibidem, pp. 243-244.
[38] Ibidem, p. 245.
[39] Ibidem, pp. 246-247.
[40] Pop 1998, pp. 114-115.
[41] Papacostea 1999, p. 245.
[42] Veress 1914, pp. 242-244 (testo integralmente in latino); Holban 1968, p. 247 (brano tradotto in romeno).
[43] Sti Rominesti?
[44] Sai tu romano?
[45] Holban 1968, p. 322.
[46] Scisne… Romane?
[47] Num Romanus sit. Verancsics 1857, pp. 119-151 (testo integralmente in latino); Holban 1968, p. 403 (brano tradotto in romeno).
[48] La ripresa della denominazione di Dacia si è fatta sotto l’impulso dell’umanesimo, dal di fuori della società romena, tramite la maniera degli autori dell’epoca rinascimentale di arcaicizzare le denominazioni dei luoghi del loro tempo. In questo modo, i Principati Romeni (ma anche la Danimarca!) erano chiamate Dacia, la Francia era Gallia, l’Ungheria diventava Pannonia, la Bulgaria e la Serbia – Mesia ecc. Da queste opere umaniste e post-umaniste anche gli autori romeni hanno resuscitato il nome di Dacia. Dobbiamo ricordare il fatto che Johannes Honterus sulla famosa mappa del XVI secolo apponeva il nome di Dacia sui territori di Transilvania, di Ţara Românească e di Moldavia.
[49] Si veda Pop 2001, pp. 78-90; Idem 1995, pp. 275-284.
[50] Si veda Schmidt – Lauber 2007.
Fonte: http://www.bdnonline.numismaticadellostato.it/apriArticolo.html?idArticolo=51
Ioan-Aurel POP, è presidente dell’Accademia Romenaprofessore e rettore dell’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca. Autore e coautore di oltre settanta libri, trattati e manuali e più di cinquecento studi e articoli, tra cui i più recenti sono Cultural Diffusion and Religious Reformation in Sixteenth-Century Transylvania. How the Jesuits Delath with the Orthodox and Catholic Ideas (The Edwin Mellen Press, Lewiston – Queenston – Lampeter, 2014), A Short Illustrated History of the Romanians (Editura Litera, București, 2017). Gli è stato conferito il titolo Doctor Honoris Causa da dieci università della Romania e dell’estero. È membro di alcune accademie e società scientifiche straniere, tra cui l’Accademia europea delle scienze e delle arti di Salisburgo (Austria), l’Accademia nazionale virgiliana di Mantova (Italia), l’Ateneo veneto di Venezia (Italia), l’Accademia europea delle scienze, delle arti e delle lettere di Parigi (Francia). È stato visiting professor presso alcune università degli Stati Uniti, dell’Italia, della Francia, dell’Ungheria e dell’Austria, e direttore dell’Istituto culturale romeno di New York (Usa) e dell’Istituto romeno di cultura e ricerca umanistica di Venezia (Italia). Dal 1993 è direttore del Centro di studi transilvani di Cluj-Napoca dell’Accademia romena.
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Roma, Convegno “1918-2018: Centenario dell’unità romena, retrospettive e prospettive”


Per celebrare il Centenario dell’unità rumena, con il Patrocinio dell’Ambasciata di Romania presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta, l’Associazione IRFI onlus ” Italia-Romania: Futuro Insieme”, organizza, in collaborazione con i ricercatori di “Studio Realtà” della Facoltà di Scienze Sociali – PUST e l’Associazione Dacia, un evento a carattere storico, presso la Pontificia Università San Tommaso D’Aquino in Urbe, largo Angelicum 1, 00184 Roma, Italia.

Il convegno dal titolo “1918-2018: Centenario dell’unità romena, retrospettive e prospettive”, si terrà in Aula 3, venerdì, 23 marzo 2018, alle ore 17:30.

A dare l’avvio, il saluto di benvenuto di Prof. Sr. Helen Alford, O.P. Vice Rettore della Pontificia Università San Tommaso, e di S.E.  il Sig. Liviu – Petru Zăpîrţan Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario di Romania presso la Santa Sede e il Sovrano Ordine di Malta.

A seguire, il Rev. Dott. Don Isidor Iacovici, ricorderà la figura del Beato Anton Durcovici (1888-1951), Vescovo di Iasi e Martire – antico alunno dell’“Angelicum” -, nel 130° della nascita e 70° della sua ordinazione episcopale. In particolare, il suo apporto al pensiero sociale cristiano, nel periodo tra le due guerre mondiali, in Romania.
“Durcovici si preoccupa della formazione dei laici; commenta le prime 26 questioni della Summa Theologiae I, che traduce in rumeno ed approfondisce per quattro anni tendendo corsi per un numeroso pubblico formato da intellettuali, sia cattolici che ortodossi. La pastorale
dell’intelligenza dei laici svolta da mons. Durcovici negli anni 1935-1940 ha un carattere profetico, poiché anticipa di 30 anni lo spirito del Concilio Vaticano II.”  (Prof. Wiliam Dancă) Fu martirizzato in odio alla fede nel 1951, nelle carceri comuniste di Sighetu-Marmației.
Il Rev. Don Isidor Iacovici è il parroco della comunità cattolica romena di rito latino in Roma, Basilica di San Vitale; membro del Consiglio dei Presbiteri della Diocesi di Roma; è altresì il Postulatore della Causa di Canonizzazione del Beato Anton Durcovici.

La Prof.ssa Eugenia Bojoga, docente di Lingua Romena al Pontificio Istituto Orientale e UBB Cluj-Napoca (Romania), terrà la conferenza
Il periodo italiano nella biografia intellettuale di Eugenio Coseriu” (1921-2002), rumeno-moldavo, massimo studioso del linguaggio, tanto
legato all’Italia, amato dai romeni quanto dai moldavi.

Moderatore del convegno, il Prof. Fernando Crociani Baglioni, giornalista e scrittore.

Maggiori informazioni: 320 1161307.

Centenario di Iosif Constantin Dragan. Mecenate e benefattore: aiutò le vittime di guerre e povertà


Il 20 giugno 1917 nasceva a Lugoj in Romania Iosif Constantin Dragan (moriva a Palma di Maiorca, il 21 agosto 2008, all’età di 91 anni).

Dopo essersi laureato in Diritto a Bucarest si trasferì in Italia nel 1940 grazie ad una borsa di studio concessagli dall’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest.

Conseguita la seconda laurea a Roma, in Scienze Politiche, egli intuì le grandi potenzialità del Gas di Petrolio Liquefatto (GPL), prodotto poco conosciuto nel dopoguerra. Si distinse da subito nelle attività imprenditoriali, fondata in Italia la ButanGas Spa, negli anni successivi estese la propria attività in vari paesi dell’Europa.

Quale esponente della diaspora rumena in Occidente, considerati gli eventi che investirono la Romania nel dopoguerra (invasione sovietica, instaurazione del regime comunista, totalitarismo, fuga di molti intellettuali nell’Europa Occidentale e nelle Americhe), cui seguì una condizione di soggezione all’egemonia sovietica e di sottosviluppo, si prodigò anzitutto per l’aiuto materiale e morale che offrì ai suoi connazionali in Italia; nonché per tutte le attività culturali che segnarono il rinsaldare l’amicizia storica tra la Romania, l’Italia e le altre nazioni latine.

Fu antesignano dell’erezione dell’Unione Europea.  Nel 1967 , diede vita alla Fondazione Europea Dragan, un’organizzazione culturale e accademica su scala continentale. Attraverso la quale passarono come docenti di corsi e master, conferenzieri ed animatori di grandi eventi di cultura e d’arte, illustri nomi della politica, statisti, capi di stato e di governo, diplomatici, ministri, scienziati, militari, storici ed operatori dell’informazione. Dando così un forte impulso alla formazione del movimento europeista e di una coscienza europea, sopratutto tra i giovani.

Già prima, nel 1950, il Prof. Dragan avviò le prime iniziative europeistiche, con la pubblicazione del Bulletin européen (il primo numero è del 15 marzo 1950, in lingua francese).  Ha dato inoltre origine a molteplici attività internazionali: università private come l’Università Europea Dragan in Romania, la Golden Age University a Milano;  corsi di specializzazione post-universitari, attività editoriali, un centro di Cibernetica e l’Associazione Europea per gli studi di Bio-Economia, la creazione di riviste specializzate, la collaborazione con l’Associazione Geo-archeologica, la realizzazione del Centro di Ricerche Storiche di Venezia, il Centro Europeo di Studi Traci, il CERMA (Centro Europeo di Ricerche Mediche Applicate), l’organizzazione di cicli di conferenze e simposi internazionali su aree tematiche culturali e scientifiche diverse: storia, scienze politiche, beni culturali, medicina, archeologia, diritto umanitario, cooperazione giuridica internazionale, scienze umane, dialogo tra le religioni, bioeconomia e altre.

Conseguì le massime onorificenze italiane e di numerose nazioni europee. Tra cui la  Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana  e la Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte . Nonché numerose lauree honoris causa e cittadinanze onorarie da università e città romene.

A testimonianza di tanta generosità e meriti umanitari, sia quale mecenate che come benefattore. Dal 1969, come narra  il  Conte Prof. Fernando Crociani Baglioni, allora giovanissimo, militando nella Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità, a capo di un gruppo romano di apostolato missionario, insieme al Colonnello Dott. Gabriele Marrone. I quali si prodigavano nel raccogliere e selezionare per patologie,  da medici e farmacisti, come dai primari ospedali romani,  farmaci e materiali sanitari da destinare alle missioni in Africa e nel Medio Oriente.

Il gruppo di giovani volontari cattolici si avvalsero delle vaste relazioni, pubbliche, private e professionali, nonché delle personali donazioni del Prof.  Iosif Constantin Dragan, per poter trasferire tali e tanti materiali di aiuto sanitario, sopratutto salvavita, a titolo gratuito a destinazione. Furono donati e distribuiti a tonnellate, per anni, a missioni, ospedali, scuole, dispensari, parrocchie. Anche in Palestina, da poco uscita dalla guerra del 1967, tramite i Francescani della Custodia di Terra Santa.

La biblioteca della nostra Associazione Italia Romania Futuro Insieme, ha ricevuto recentemente la donazione di un cospicuo quantitativo di libri e opere scientifiche di grande pregio, dalla Golden Age Dragan University di Milano; emanazione della Fondazione Europea Dragan istituita dallo stesso Prof. Giuseppe Costantino Dragan. Cui va nel centenario della nascita, la gratitudine nostra e di tutti i romeni d’Italia.

Associazione IRFI “Italia Romania Futuro Insieme”

Roma, 20 giugno 2017

 

Il romeno d’Italia, un messaggio di grande attualità per vivere meglio

 

Accademia di Romania in Roma: Mostra “La Cultura Cucuteni, dal simbolismo all’arte”


Ceramica e statuette in argilla scoperte nella Provincia di Botosani – Romania  

Lunedì, 19 giugno 2017, ore 18.30, all’Accademia di Romania, Sala Esposizioni (Piazza José de San Martin, 1 – 00197, Roma),  avrà luogo l’inaugurazione della mostra “La Cultura Cucuteni – dal simbolismo all’arte -“. Presenti il prof. Marco Merlini (Roma) e il dr. Aurel Melniciuc (Botosani). La mostra è visitabile dal 19 al 25 giugno 2017.  Ingresso libero.

La Cultura Cucuteni – dal simbolismo all’Arte. La mostra, intitolata “La Cultura Cucuteni – dal simbolismo all’Arte”, è organizzata dal Museo della provincia di Botosani (Romania), in collaborazione con l’Accademia di Romania a Roma e l’Istituto Culturale Romeno, intende presentare la meravigliosa arte della Cultura Cucuteni, illustrando la ceramica e le statuette in argilla scoperte nella Provincia di Botosani – Romania.

Gli artefatti di questa civiltà sono caratterizzati da una vasta gamma di motivi decorativi che gli artisti di questa cultura hanno usato in diverse combinazioni, impiegando solo tre colori (bianco, nero e rosso) in modo da creare risultati spettacolari, considerata l’epoca nella quale sono stati creati. La mostra “La Cultura Cucuteni – dal simbolismo all’Arte” è strutturata in immagini d’alta fedeltà, realizzate in una maniera artistica da fotografi professionisti che collaborano con National Geographic, e corredata da testi in romeno, italiano e inglese, raggruppati in pannelli tipo “roll-up”. Questa mostra non è destinata a focalizzare l’attenzione su informazioni storico-scientifiche e sui dettagli tecnici, ma sul valore artistico dei manufatti in ceramica e dell arte figurativa della cultura Cucuteni.
L’inaugurazione della mostra avrà luogo il 19 giugno 2017, ore 18.30, nella sala espositiva dell’Accademia di Romania a Roma, con interventi del prof. Marco Merlini (Roma) e del dott. Aurel Melniciuc (Museo di Botosani). La mostra è visitabile dal 19 al 25 giugno 2017 presso l’Accademia di Romania, Piazza José de San Martin, 1 – 00197, Roma. Ingresso libero.

Victor Hugo e gli Stati Uniti d’Europa


Per gli Stati Uniti d’Europa, Victor Hugo*

Giorno verrà in cui Francia, Italia, Inghilterra, Germania o non importa quale altra Nazione del continente, senza perdere le loro qualità peculiari e la loro gloriosa individualità, si fonderanno strettamente in una unità superiore e costituiranno la fraternità europea. Giorno verrà in cui le pallottole e le bombe saranno rimpiazzate dai voti, dovuti al suffragio universale dei popoli. Un Senato sovrano sarà per l’Europa quello che il Parlamento è per l’Inghilterra, la Dieta per la Germania, quello che l’Assemblea Legislativa è per la Francia. L’edificio del futuro si chiamerà un giorno Stati Uniti d’Europa. Giorno verrà in cui si vedranno questi due gruppi immensi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa, uno di fronte all’altro tendersi la mano attraverso i mari” (Victor Hugo)

Ciò che sta accadendo in Serbia(1)  mostra la necessità degli Stati Uniti d’Europa. Che ai popoli disuniti succedano popoli uniti.

Finiamola con gli imperi assassini. Mettiamo la museruola ai fanatismi e ai dispotismi. Spezziamo i gladi servitori delle superstizioni e i dogmi che hanno la sciabola in pugno.
Niente più guerre, massacri, carneficine; libero pensiero, libero commercio, fratellanza.

È dunque così difficile la pace? La Repubblica d’Europa, la Federazione continentale, non vi è altra realtà politica oltre a questa.

Busto di Hugo all’Assemblea nazionale francese con estratto dal suo discorso del 1849. (Foto: internet)

I ragionamenti lo constatano, gli avvenimenti  anche. Su questa realtà, che è una necessità, tutti i filosofi si trovano d’accordo, e oggi i carnefici aggiungono la loro dimostrazione alla dimostrazione dei filosofi. [ … I. Ciò che le atrocità di Serbia mettono fuori dubbio, è che all’Europa occorre una nazionalità europea, un governo uno, un immenso arbitrato fraterno, la democrazia in pace con se stessa, tutte le nazioni sorelle con Parigi come città e capoluogo, vale a dire la libertà con la luce quale capitale. In una parola, gli Stati Uniti d’Europa.
Là è il fine, là è il porto.

* Pubblichiamo un breve scritto del grande scrittore Victor Hugo (1802-1885). Il testo è del 1876 e ha come titolo originale Per la Serbia. Tale scritto, al di là della circostanza storica precisa (vedi nota 1) avrebbe potuto essere citato come testo appropriato per gli eventi accaduti nella ex Jugoslavia una ventina di anni fa, ma conserva tuttora la sua validità sulla necessità della costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

Note:
(1) Nel 1875, la Serbia intervenne in aiuto agli insorti nella sollevazione della Bosnia Erzegovina contro l’Impero Ottomano. La rivolta serba nell’Erzegovina del 1875-1878 fu la più significativa delle rivolte contro il dominio ottomano in questa regione. La sollevazione ebbe origine in seguito ai maltrattamenti della popolazione serbo-ortodossa e cattolica da parte dei governatori ottomani.

Testo: Bulletin européen, 3/2015, 66 n. 778, p. 11.

Roma. Cento anni dopo: Fatima, la grande speranza


Cento anni dopo: Fatima, la grande speranza

Sabato 29 aprile, alle ore 16,00

Auditorio Augustinianum, via Paolo VI, 25 (a fianco al Vaticano) – Roma.

In occasione del Centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima l’Associazione Luci sull’est ha il piacere di invitarvi alla conferenza:
“Cento anni dopo: Fatima la grande speranza”

Interverranno:

S.E. Mons. Giuseppe Verrucchi, arcivescovo emerito di Ravenna-Cervia

Avv. Gianfranco Amato, Presidente Giuristi per la Vita

Dott.ssa Anca-Maria Cernea, Vicepresidente Medici Cattolici di Bucarest

Modera: Julio Loredo

 

Sarà presente la statua pellegrina della Madonna di Fatima.


“Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa” (Benedetto XVI)

La Chiesa Ortodossa di Moldavia, a 25 anni dall’indipendenza


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Chiesa Ortodossa di Chisinau (foto: internet)

Un quadro sul ruolo della Chiesa ortodossa nella Repubblica di Moldova da parte di Vitalie Sprinceana, sociologo e giornalista per Platzforma.md

Il fenomeno religioso in Moldavia sembra essere pieno di contraddizioni: se prima dell’indipendenza il paese era ufficialmente ateo, poco dopo circa il 90% della popolazione si dichiarava di fede ortodossa. Le ultime ricerche rivelano invece una crescente disaffezione verso la Chiesa, eppure quest’ultima è capace di dare vita a poderose manifestazioni (come i cortei anti-LGBT). Il richiamo ai valori religiosi gioca un ruolo importante a livello politico, se prendiamo ad esempio il Partito Socialista. Abbiamo chiesto al giornalista e sociologo Vitalie Sprinceana come si spiegano tali contraddizioni e come si riflettono nella società moldava.

“Inizierei con una proposizione paradossale: affermare che prima dell’indipendenza la Moldavia fosse una nazione atea non significa dire che non fosse una nazione religiosa.

Da una parte infatti l’interpretazione del marxismo compiuta dall’Unione Sovietica aveva caratteristiche strutturali molto simili a quelle di una religione. Basti pensare al modo in cui il potere si autolegittimava e al modo in cui la sua ideologia spiegasse qualsiasi dinamica storica o sociale. Dall’altra parte, la religione vera e propria, intesa come insieme di pratiche e culti condivisi, è riuscita a conservarsi all’interno del corpo sociale anche sotto il periodo del dominio sovietico. In tal senso la ‘resilienza’ della campagna moldava ha giocato un ruolo fondamentale: il rito battesimale veniva praticato clandestinamente durante le ore notturne, a volte attraverso le frequenze di Radio Free Europe era possibile captare delle funzioni ortodosse dalla Francia, etc.

Ecco perché quello che è successo negli anni ’90, con la quasi totalità della popolazione che è tornata a proclamarsi ortodossa, non è così spettacolare come può sembrare a prima vista. Un senso di religiosità molto vivo e diffuso era ancora presente in Moldavia e si è semplicemente canalizzato nell’istituzione ecclesiastica, che in quel momento non era più bandita od ostacolata da parte dello stato. D’altronde, sempre negli anni ’90, si è verificata un’esplosione di spiritualità alternativa (addirittura sulle televisioni nazionali c’era un programma condotto da due sensitivi molto popolari all’epoca): ciò che i sociologi chiamano ‘desiderio di mistero’.

Tuttavia, se le continuità con il passato sono molte è altrettanto vero che con il crollo dell’Unione Sovietica la situazione è mutata, e non di poco. Innanzitutto, bisogna domandarsi se la Chiesa Ortodossa di oggi sia ancora la stessa istituzione che il comunismo ha combattuto negli anni ’50. Ora l’accento è molto più spostato sulla responsabilità e sulla religiosità individuali piuttosto che sul sentimento di collettività com’era un tempo. Gli stessi approcci al culto da parte dei cittadini sono di gran lunga più variegati e maggiormente spostati verso la sfera del privato che in passato. Poi, come accennavo, il fatto di essere stata perseguitata durante l’Unione Sovietica (cosa comunque parzialmente vera, poiché a un certo punto si è arrivati a un compromesso) ha permesso alla Chiesa di godere subito dopo l’indipendenza di forte legittimità e ampio prestigio presso la società.

In quel momento il senso di disorientamento della popolazione ha fatto sì che la Chiesa Ortodossa potesse diventare il punto di riferimento simbolico di molti valori (la solidarietà, la connessione con il passato e i propri antenati, una visione di comunità collettiva non nazionalistica…). In poche parole, la Chiesa è diventata sinonimo di tradizione e questo la rende all’oggi l’istituzione in cui il popolo moldavo ripone ancora la maggiore fiducia, ricavando da essa anche un senso e una promessa di stabilità che non può trovare altrove.

Ecco che allora – a mio modo di vedere – la religione in Moldavia è una sorta di ‘moneta di scambio simbolico’ molto potente, che fornisce legittimità a varie interazioni sociali. Se infatti andiamo ad analizzare più nel profondo, vediamo come questo paese si dichiara e sembra più religioso di altri nella stessa area, ma i numeri di chi frequenta effettivamente le funzioni sono invece simili alle regioni contigue. La religione in Moldavia, insomma, gioca un ruolo più grande della religione stessa.

Proprio per questo credo che non sia così influente a livello politico. Le relazioni con i partiti e con alcuni dei loro esponenti ci sono, chiaramente, ma sono magari dettati dal ‘timore’ piuttosto che dalla volontà di voler far approvare una particolare agenda. La Chiesa Ortodossa ha senz’altro partecipato a tutto il processo di redistribuzione di beni economici post-indipendenza ed è rimasta invischiata in casi di corruzione o illeciti. Per questo deve intrattenere buoni rapporti con il ceto dirigente per evitare episodi che possano minare la sua credibilità.”

Fonte: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Moldavia/Abecedario-moldavo-C-come-CHIESA-ORTODOSSA-175984