Appartenenza culturale e identità dei romeni


“I romeni hanno iniziato la loro storia come “enclave latina alle porte dell’Oriente” oppure come “isola di latinità in un mare slavo” e sono sempre rimasti in un’ampia regione di interferenze e di vari influssi. Questa regione è stata spesso minacciata nella propria stabilità ed esistenza, da occidente e da oriente, da nord e da sud. Le minacce hanno talvolta assunto forme distruttive o dissolventi, pericolose per l’identità dei romeni. I gravi pericoli dal sud e dal nord, così come quelli dall’ovest sono stati più anticamente annichiliti, allontanati, neutralizzati, quando è stato possibile, tramite il contributo dei romeni e dei loro vicini, ma soprattutto grazie all’evoluzione dei rapporti internazionali. Molto più persistenti, più incalzanti, più dolorosi e più gravi sono stati i pericoli provenienti dall’oriente, a partire dalle migrazioni per finire con i carri armati sovietici portatori del comunismo. Da più di un millennio, i romeni hanno vissuto con l’ossessione della minaccia dell’Oriente. Perciò, dalla loro polivalente eredità identitaria, hanno coltivato piuttosto la propria componente occidentale.” (Ioan-Aurel Pop, I romeni e il ricordo di Roma).

In Romania, “la gente per decenni ha vissuto con fatica, che non consiste solo nello sforzo fisico: è anche sofferenza interiore, se si tratta di una fatica imposta, di un disagio inferto. Milioni di persone hanno vissuto facendo la fila in negozi e tirando la cinghia, ma senza rassegnazione, con la coscienza, giorno dopo giorno, che non trovare carne o detersivo non fosse fatalità, ma fosse, piuttosto, come ricevere uno schiaffo, un altro aspetto di quella violenza che impediva di esprimere le proprie idee e la propria fede.

 Si sarebbero potuti rassegnare tutti. Molti l’hanno fatto. Ma molti altri hanno resistito, continuando a obbedire solo alla propria coscienza, rifiutando i compromessi, quelli che avrebbero garantito una vita più facile, un livello sociale più elevato, la sicurezza per la propria famiglia. Sono stati in piedi dentro la fatica, come le betulle dei boschi russi, che si piegano senza spezzarsi

 È questa la gente che, in Polonia come in Cecoslovacchia o in Romania e in Unione Sovietica, ha abbattuto i regimi, cominciando subito ad aggirarsi laboriosa tra le macerie dei muri mettendo insieme le pietre per costruire edifici più degni. Questa gente, con la sua fede, ha mantenuto viva la dimensione umana che  l’ideologia tende a sopprimere,  la dimensione più umile e allo stesso tempo più fiera, che si esprime nel fare la spesa, nel preparare da mangiare, nel vincere il sonno, la sera, per parlare con i bambini e trasmettere loro le proprie idee e non quelle del partito.

Ma come è potuto accadere che il marxismo, che sta all’origine di questi regimi basati sulla paura, abbia potuto affascinare a lungo, in Occidente, generazioni di giovani ?” (Antonio Maria Baggio, Etica ed economia. Verso un paradigma di fraternità. Città Nuova, 2005, p. 63).

“Per capire la potenza, la fascinazione del marxismo dobbiamo tenere presente che il marxismo è la prosecuzione del progetto giacobino, che durante la rivoluzione francese cercò di portare alle estreme conseguenze l’idea di eguaglianza, sacrificando la libertà. […] Il marxismo fu la più forte tra le dottrine illiberali, quella che ha affascinato di più gli spiriti perché si è presentato come il socialismo scientifico;” (Luciano Pellicani, Economia e civiltà, I, p. 6). 

In questa felice sintesi Georges Castellan traccia la storia complessa e travagliata del popolo romeno, che lo storico G.I. Bratianu non esitava a definire “un enigma e un miracolo storico”. A partire dalle origini romane si snodano così le vicende di questo grande popolo che, anche quando è stato costretto a subire quattro secoli di “protettorato” ottomano, oppure, in anni recenti, quando la Romania era un satellite dell’impero sovietico, non ha inteso rinunciare alla propria identità, e persino durante la paranoica dittatura di Ceausescu ha voluto e saputo rimanere ostinatamente europeo. Oggi, i romeni, unico popolo neolatino dell’area balcanica, sono finalmente in Europa. Grazie al lucido saggio di Castellan il tormentato percorso di questi ‘fratelli separati’ ci diviene più familiare.

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Ec(om)enia. Elemente de gândire economică din doctrina socială a Bisericii Catolice


 Petru-Ciprian Bradu, autorul volumului ”Ec(om)enia. Elemente de gândire economică din doctrina socială a Bisericii Catolice”, abordează o identificare a elementelor de gândire economică bazate pe Doctrina Socială a Bisericii Catolice. 

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Ec(om)enia. Elemente de gândire economică din doctrina socială a Bisericii Catolice” de Petru-Ciprian Bradu:  „Această lucrare se concentrează în jurul identificării elementelor de gândire economică din cadrul Doctrinei Sociale a Bisericii Catolice. Volumul se constituie într-o abordare la nivel de epistemologie a științei economice, în contextul gândirii sociale de sorginte catolică. În acest context, elementele de gândire economică exprimate de-a lungul timpului, fie de către economiști creștin-democrați, fie prin mesajele și preocupările social-economice ale Bisericii de la Vatican, au fost puse sub sfera conceptuală a termenului de ecomenie”, scrie prof. univ. dr. Alexandru Taşnadi în prefaţa cărţii.

 

Volumul se concentrează, așadar, pe o epistemologie a științei economice, în spațiul gândirii sociale catolice, adică, în jurul identificării elementelor de gândire economică în cadrul Doctrinei Sociale a Bisericii Catolice.  „În acest context – spune autorul – elementele de gândire economică care s-au exprimat de-a lungul timpului, fie de către economiști creștin – democrați, fie prin mesajele și preocupările social-economice ale Bisericii de la Vatican au fost puse sub sfera conceptuală a termenului de ecomenie.

Preocuparea constantă a liderilor spirituali ai bisericii catolice în legătură cu progresul industrial, tehnologic, al noilor sisteme de organizare socială și al dezvoltării pieței globale începând cu sfârșitul secolului al XIX-lea, a culminat în anul 1991 cu stabilirea Doctrinei Sociale a Bisericii Catolice (DSBC). Această magna charta socială a Bisericii enunță motivații, justificări, drepturi și obligații, prin care Vaticanul poate interveni în sfera social economică, în mod direct – în calitate de stat, instituție de cult internațională – sau indirect, prin credincioșii ei, care aderă la învățăturile acesteia. Sub aspectul dinamicilor sociale și economice, un atare demers dă naștere unei provocări metodologice interdisciplinare, în acest sens, volumul recurgând la abordări ale științelor filosofice – logică, epistemologie, metafizică, hermeneutică, filosofia religioasă – pentru a se realiza o punere în acord a DSBC cu raționamentele gândirii economice.
În urma acestei cercetări, lucrarea aduce în discuție oportunitatea unei gândiri ecomenice în cadrul științei economice; în fapt, este vorba despre o gândire ușor diferită de aceea a unor sisteme economice, care par să transforme subiectul economic în obiect material sau ideologic, eliminând aspecte de individualitate sau de sustenabilitate a resurselor naturale din cadrul calculului economic. În acest sens, o soluție posibilă rezidă în discernământul economic, concretizat printr-o înculturare economică. Pentru că se pune problema aplicabilității unei doctrine, teza prezintă contextul Economiei de Comuniune – o abordare a afacerilor construită pe baza antreprenoriatului clasic și a celui social – care își află rădăcinile în discernământul economic propus de Doctrina
Socială a Bisericii Catolice.
Ec(om)enia. Elemente de gândire economică din doctrina socială a Bisericii Catolice
 Autor: Petru-Ciprian Bradu
Editura: Editura Fundația România de Mâine
Colecția: Probleme economice fundamentale
Anul apariției: 2019
Nr. pagini: 180 pagini
ISBN: 9786062003654

“Gli psicopatici ai vertici dell’economia, dell’industria e della politica rovinano società intere”


La chiave per far carriera? Una dose di sana follia

ROMA – C’ è una… follia sana. Anzi utile: per la carriera, addirittura per la società. Indispensabile per diventare un leader. O per dispiegare il talento creativo. Per avere successo, insomma. Non un handicap ma un jolly. Una pazzia benefica, ossimoro di cui sono stati “malati” Churchill e Byron, per dire, Schumann e Napoleone. Una follia in dose minima, non patologia ma “temperamento”. Spiega il professor Mario Maj, presidente della Società italiana di psichiatria, che «non c’ è il bianco e il nero quando si parla di malattia mentale. I cosiddetti folli non sono alieni in mezzo a una popolazione di sani. Piuttosto, esiste un continuum, una larga varietà di grigi”. E all’ inizio di questo spettro di sfumature, troviamo individui che dalla loro modesta pazzia sono stati evidentemente favoriti. Persone con disturbi affettivi o dell’ umore. “Churchill e Napoleone, per esempio, sono casi eclatanti di temperamento ipertimico, forma innocua di mania. Energici, iperattivi, impulsivi, cercano continuamente la novità e il rischio. Li vediamo ogni giorno: sono manager con grande capacità di lavoro, 16 ore al giorno e appena uno scampolo di sonno, abilità non comune di trascinamento nei loro progetti, istrionici, ottimisti, seduttori adrenalinici. Sono imprenditori, avvocati, commercianti… soprattutto leader politici. Se Churchill non fosse stato un ipertimico, magari l’ Inghilterra non sarebbe andata avanti nella guerra. Hanno una marcia in più, ma a volte scivolano nell’ irritabilità o nell’ invadenza». Prevalentemente maschi, su per giù l’8% della popolazione. Poi ci sono i malati sani di disturbi “bipolari”. Tipica, l’oscillazione emozionale , dell’umore e dell’ energia. Altalena di euforia e apatia. Più frequente nelle donne. Siamo sul 6% della popolazione. E’ la “pazzia buona” degli artisti. Degli anticonformisti creativi. Poeti, musicisti soprattutto. Schumann, Byron. Socialmente utile, anche la forma blanda di disturbo ossessivo compulsivo, nota il professor Maj, che con 600 “script” è voce attendibile. «Meticolosità, precisione, minuzia d’ analisi e di calcolo. Eccellente per amministratori e controllori di conti». Ma esiste un “termostato dell’ umore”? Un meccanismo regolatore di queste alterazioni? “No, non esiste, o se esiste – osserva lo psichiatra – il suo funzionamento deve essere parecchio complesso. Non implica un’ unica area cerebrale o una sola tappa metabolica. La genetica molecolare, oggi, ci dice che non c’ è un unico gene responsabile del disturbo bipolare». Se ne discute da domani, a Napoli, al Congresso europeo di Neuropsicofarmacologia. Una curiosità. Se la malattia mentale (grave) è un handicap nell’ evoluzione della specie (nei comportamenti sociali e riproduttivi) come mai la “selezione naturale” non è riuscita a limitarla? Risponde Maj: Forse proprio per questo spettro di sfumature grigie. Perché ci sono disturbi che diventano chance di sopravvivenza, carte vincenti. Perché sotto la punta dell’ iceberg delle patologie c’ è la vastità dei temperamenti. Delle follie buone. Anche queste ci fanno uomini». MARINA GARBESI, La Repubblica,  

Lo psicopatico è al potere della società: “Gli psicopatici, infatti, non sono soltanto i serial killer o i mafiosi che uccidono i figli dei pentiti senza il minimo turbamento (o magari con piacere). La categoria più diffusa tra gli psicopatici si trova, semmai, tra le persone di potere, dalla politica alla finanza, fino all’industria. ”

“Le alte capacità cognitive, di solito, permettono loro di sapere esattamente come devono comportarsi nelle situazioni sociali e, quindi, sono in grado di fingere di provare emozioni ed empatia in caso di sofferenze o problemi degli altri, facendosi così passare per normali. Quasi tutti gli individui affetti da psicopatia hanno presentato seri problemi comportamentali da bambini – come bullismo e vandalismo – spesso con genitori conniventi che li hanno protetti in modo simbiotico. ”

Gli psicopatici dal colletto bianco usano il fascino, l’inganno e la manipolazione perché amano il potere e amano vincere e questo significa che gran parte di loro riuscirà a posizionarsi in cima alla scala sociale, con danni enormi per intere società.”

Uno studio riportato da La Stampa racconta di quanto le persone psicopatiche occupino più facilmente di altre posizioni di potere. “Avete mai incontrato una persona intelligente, affascinante, attenta, egocentrica, grandiosa, con tendenza alla noia, con continuo bisogno di stimoli, ma che non s’interessa al dolore, alla felicità, alle conquiste dell’umanità come vengono presentate nella scienza, nella letteratura e nell’arte? E che, soprattutto, è privo della capacità di accorgersi che gli altri soffrono o provano emozioni? Se avete incontrato una persona del genere, e vi ha ingannato, manipolato, e avete subito dei danni dall’incontro, ebbene, ci sono buone probabilità che abbiate incontrato uno psicopatico.

«Psicopatia» è un termine molto utilizzato dagli psichiatri per definire il disturbo mentale di persone prive di empatia e che non hanno il minimo scrupolo a utilizzare mezzi distruttivi per affermarsi. La sindrome non è inclusa nel «Dsm-5», il manuale internazionale di riferimento degli psichiatri. Una certa scuola di pensiero vorrebbe, infatti, farla coincidere con il disturbo antisociale di personalità. Questo, però, non include i «corporate psychopaths», gli psicopatici di successo che non compiono necessariamente azioni delittuose. Sono persone cresciute in ambienti favorevoli, che hanno potuto sviluppare una notevole competenza sociale e riescono a perseguire i loro fini manipolativi e distruttivi senza dare l’impressione di essere psicologicamente disturbati.

Gli psicopatici, infatti, non sono soltanto i serial killer o i mafiosi che uccidono i figli dei pentiti senza il minimo turbamento (o magari con piacere). La categoria più diffusa tra gli psicopatici si trova, semmai, tra le persone di potere, dalla politica alla finanza, fino all’industria.

Gli psicopatici sostengono che il mondo è fatto di predatori e prede e hanno un’affettività superficiale, ma sono in grado di disperarsi per il danno recato a una loro proprietà, come un incidente all’automobile o la morte del loro cane. Le alte capacità cognitive, di solito, permettono loro di sapere esattamente come devono comportarsi nelle situazioni sociali e, quindi, sono in grado di fingere di provare emozioni ed empatia in caso di sofferenze o problemi degli altri, facendosi così passare per normali. Quasi tutti gli individui affetti da psicopatia hanno presentato seri problemi comportamentali da bambini – come bullismo e vandalismo – spesso con genitori conniventi che li hanno protetti in modo simbiotico.

Jon Ronson è famoso per aver scritto il libro da cui è stato tratto il film «L’uomo che fissa le capre». Dopo aver partecipato a un corso di Robert Hare, considerato il maggiore specialista sul tema, conosciuto in Italia per aver pubblicato «La psicopatia» da Astrolabio, ha approfondito l’argomento e ha scritto un saggio – «Psicopatici al potere», Codice edizioni – nel quale intervista numerose persone affette proprio da questa sindrome: Emmanuel «Toto» Constant, per esempio, leader del gruppo paramilitare Fraph (il Fronte Rivoluzionario Armato per il Progresso di Haiti), creato per terrorizzare i sostenitori del presidente Jean-Bertrand Aristide, mandato in esilio. I membri del Fraph erano in grado di «asportare» la faccia agli oppositori, senza la minima pietà, o di dar fuoco alle loro case, facendo prima entrare le persone dentro (anche i bambini).

Ma i peggiori, secondo Robert Hare, sono gli psicopatici aziendali: «I serial killer rovinano famiglie – spiega – mentre gli psicopatici ai vertici dell’economia, dell’industria e della politica rovinano società intere». Gli psicopatici dal colletto bianco usano il fascino, l’inganno e la manipolazione perché amano il potere e amano vincere e questo significa che una gran parte di loro riuscirà a posizionarsi in cima alla scala sociale, con danni enormi per intere società. Insomma, Hare ritiene che i maggiori problemi dei sistemi politico-economici derivino proprio dal fatto che al potere ci vanno gli psicopatici, che sono così messi nella condizione di creare danni incalcolabili.

Non è difficile essere in buona parte d’accordo, pensando agli effetti rovinosi di certi personaggi ai vertici di banche, industrie o altri gangli vitali delle nazioni, se non addirittura leader di intere nazioni.

MAURILIO ORBECCHI, La Stampa, 23 Aprile 2014

L’economia è democratica? la crisi, i mercati, il ruolo della politica


 

 

 

Giovedì 18 ottobre 2012

ore 18.15 – 20

Sala A

Con

Andrea Baranes, presidente Fondazione culturale Responsabilità Etica

Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd

Luigi Ferrajoli, Università Roma Tre

Laura Pennacchi, economista

Massimiliano Smeriglio, ass. Politiche del Lavoro della Provincia di Roma

 

Modera: Roberta Carlini, giornalista