Moldavia e Moldova: Che ne pensa l’Accademia della Crusca?


Quesito:

Giancarlo T. da Bologna, Mauro B. da Lisbona, Claudio O. e Luigi F. da Roma, Carlo D. B. da Milano chiedono chiarimenti sul recente affermarsi, in italiano, di Moldova per indicare la Repubblica Moldava, la regione della Romania conosciuta come Moldavia e il fiume solitamente indicato con Moldava: qual è la storia di questi nomi? Perché si registra un tale cambiamento? Quale denominazione è più “corretta”?

Moldavia e Moldova

 

La Repubblica Moldava è uno degli Stati più occidentali, insieme all’Ucraina e ai Paesi baltici, tra quelli divenuti indipendenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Storicamente con Moldavia s’intende la regione storica la cui porzione occidentale è compresa nell’attuale Romania, mentre la parte orientale più estesa (Bessarabia e Transnistria) costituisce uno Stato indipendente stretto tra la Romania (di cui era parte integrante nel periodo tra le due guerre mondiali) e l’Ucraina. Vi si parla romeno, ma lingua ufficiale durante il periodo di appartenenza all’Unione Sovietica fu il russo, poi lo fu il romeno e oggi sono ufficiali entrambe le lingue dopo le proteste della popolazione della Transnistria, in maggioranza russofona. Il romeno di Moldavia viene considerato un dialetto del dominio dacoromanzo, ma è fortemente influenzato, specie sul piano lessicale, dalla lingua russa.

La premessa linguistica è necessaria per comprendere l’attuale competizione tra i coronimi Moldavia e Moldova. Moldavia è il nome classico latino, idronimo prima che nome di un popolo e della terra da esso abitata, comune alle lingue romanze e ad alcune non romanze (francese Moldavie, spagnolo, inglese e polacco Moldavia, catalano Moldàvia, tedesco Moldavien, ungherese Moldávia, ecc.) ed è – come si è detto – il nome usato in russo e dunque per la Repubblica Socialista Sovietica. Moldova è invece la forma tipica del romeno. Riacquistata l’indipendenza ufficialmente il 27 agosto 1991, il governo moldavo ha attribuito allo Stato la dizione Moldova (ufficialmente: Republica Moldova) con spirito evidentemente nazionalistico e antisovietico, chiedendo ai governi degli altri Paesi di usare in ogni contesto questa denominazione della nuova repubblica. Da notare che, nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, Moldova è utilizzato come sostantivo (inglese Republic of M., francese République de M., spagnolo República de M., ecc.).

In Italia per secoli si è usata la sola forma classica. È stato in occasione dell’incontro di calcio a Chişinău, capitale moldava, tra la nazionale locale e quella italiana, il 5 ottobre 1996, che la questione toponomastica è balzata agli onori delle cronache: giornalisti e radiotelecronisti hanno infatti usato chi Moldavia e chi Moldova, parlando anche di calciatori ora moldavi ora moldovi. In data 6 ottobre 1996, per esempio, “la Repubblica” annunciava in un sottotitolo “Battuta la modesta Moldova […]”; la voce è ripetuta 18 volte alle pp. 47-48 (e una volta nell’occhiello di p. 1), e quattro volte figura l’etnico moldovo/-a, in due occasioni riferito al sostantivo Repubblica. Al contrario, lo stesso giorno il “Corriere della Sera” informava in un sottotitolo: “[…] in Moldavia decide tutto la testa dell’attaccante” e ricorreva 12 volte (p. 43) più tre in prima pagina l’aggettivo/etnico moldavo.

Da allora gli allotropi sono stati usati indifferentemente; nessuno impedisce di trasformare la Moldavia in Moldova anche in Italia, fermo restando che tale scelta equivale a chiamare France la Francia, Deutschland la Germania, Sverige la Svezia, Suomi la Finlandia, e così via.

Per quel che riguarda il relativo etnico, moldavo prevale nettamente su moldovo, nella comune esperienza e nel ricorso ai motori di ricerca in rete: moldovo è infatti un neologismo basato sulla forma romena del coronimo, ma in romeno l’aggettivo relativo suona moldovean, plurale moldoveni (cfr. Institutul de Lingvistica “Iorgu Iordan”, DEX, Dictionar explicativ al Limbii Române, Bucureşti, Univers Enciclopedic 1996, s.vv.) così come da Bucureşti si ha bucureşteni, da Timişoara timoşoreni, da Braşov braşoveni, da Ardeal (ossia la Transilvania) ardeleni o da Basarabia basarabeni (trattasi di una suffissazione slava antica, ormai parte integrante della lingua romena). La medesima suffissazione si riscontra nei derivati moldovenesc/-ească, moldovenism, moldovenizare, ecc. La prevalenza della forma con -a- è comune alla maggioranza delle altre lingue: spagnolo e portoghese moldavo, francese e inglese moldave, tedesco moldawisch, croato moldavac, ceco moldavan, polacco mołdawski, svedese moldavisk, ecc.

Potrà aggiungersi che con la medesima coppia allotropica Moldavia/Moldova è chiamato il fiume che nasce dai Carpazi orientali e si getta (indirettamente) nel Mar Nero, mentre il quasi identico e più noto idronimo Moldava è relativo al fiume che attraversa Praga (Vltava in ceco, Moldau in tedesco, in italiano anche Mòldava proparossitono).

In sintesi, la recente concorrenza che Moldova esercita in italiano a Moldavia è favorita, da un lato, dalla facilità con cui anche Moldova si adatta alla fonomorfologia e alla pronuncia italiana, dall’altro lato, dall’insistenza con cui le istituzioni moldave o moldove hanno chiesto che il nome della nuova repubblica fosse quello espresso in romeno. Questa scelta potrebbe tuttavia avere il vantaggio di distinguere il nome dello Stato attuale da quello della regione storica o dalla parte di questa che è compresa nella Romania.

 

Enzo Caffarelli

9 maggio 2017
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La Chiesa Ortodossa di Moldavia, a 25 anni dall’indipendenza


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Chiesa Ortodossa di Chisinau (foto: internet)

Un quadro sul ruolo della Chiesa ortodossa nella Repubblica di Moldova da parte di Vitalie Sprinceana, sociologo e giornalista per Platzforma.md

Il fenomeno religioso in Moldavia sembra essere pieno di contraddizioni: se prima dell’indipendenza il paese era ufficialmente ateo, poco dopo circa il 90% della popolazione si dichiarava di fede ortodossa. Le ultime ricerche rivelano invece una crescente disaffezione verso la Chiesa, eppure quest’ultima è capace di dare vita a poderose manifestazioni (come i cortei anti-LGBT). Il richiamo ai valori religiosi gioca un ruolo importante a livello politico, se prendiamo ad esempio il Partito Socialista. Abbiamo chiesto al giornalista e sociologo Vitalie Sprinceana come si spiegano tali contraddizioni e come si riflettono nella società moldava.

“Inizierei con una proposizione paradossale: affermare che prima dell’indipendenza la Moldavia fosse una nazione atea non significa dire che non fosse una nazione religiosa.

Da una parte infatti l’interpretazione del marxismo compiuta dall’Unione Sovietica aveva caratteristiche strutturali molto simili a quelle di una religione. Basti pensare al modo in cui il potere si autolegittimava e al modo in cui la sua ideologia spiegasse qualsiasi dinamica storica o sociale. Dall’altra parte, la religione vera e propria, intesa come insieme di pratiche e culti condivisi, è riuscita a conservarsi all’interno del corpo sociale anche sotto il periodo del dominio sovietico. In tal senso la ‘resilienza’ della campagna moldava ha giocato un ruolo fondamentale: il rito battesimale veniva praticato clandestinamente durante le ore notturne, a volte attraverso le frequenze di Radio Free Europe era possibile captare delle funzioni ortodosse dalla Francia, etc.

Ecco perché quello che è successo negli anni ’90, con la quasi totalità della popolazione che è tornata a proclamarsi ortodossa, non è così spettacolare come può sembrare a prima vista. Un senso di religiosità molto vivo e diffuso era ancora presente in Moldavia e si è semplicemente canalizzato nell’istituzione ecclesiastica, che in quel momento non era più bandita od ostacolata da parte dello stato. D’altronde, sempre negli anni ’90, si è verificata un’esplosione di spiritualità alternativa (addirittura sulle televisioni nazionali c’era un programma condotto da due sensitivi molto popolari all’epoca): ciò che i sociologi chiamano ‘desiderio di mistero’.

Tuttavia, se le continuità con il passato sono molte è altrettanto vero che con il crollo dell’Unione Sovietica la situazione è mutata, e non di poco. Innanzitutto, bisogna domandarsi se la Chiesa Ortodossa di oggi sia ancora la stessa istituzione che il comunismo ha combattuto negli anni ’50. Ora l’accento è molto più spostato sulla responsabilità e sulla religiosità individuali piuttosto che sul sentimento di collettività com’era un tempo. Gli stessi approcci al culto da parte dei cittadini sono di gran lunga più variegati e maggiormente spostati verso la sfera del privato che in passato. Poi, come accennavo, il fatto di essere stata perseguitata durante l’Unione Sovietica (cosa comunque parzialmente vera, poiché a un certo punto si è arrivati a un compromesso) ha permesso alla Chiesa di godere subito dopo l’indipendenza di forte legittimità e ampio prestigio presso la società.

In quel momento il senso di disorientamento della popolazione ha fatto sì che la Chiesa Ortodossa potesse diventare il punto di riferimento simbolico di molti valori (la solidarietà, la connessione con il passato e i propri antenati, una visione di comunità collettiva non nazionalistica…). In poche parole, la Chiesa è diventata sinonimo di tradizione e questo la rende all’oggi l’istituzione in cui il popolo moldavo ripone ancora la maggiore fiducia, ricavando da essa anche un senso e una promessa di stabilità che non può trovare altrove.

Ecco che allora – a mio modo di vedere – la religione in Moldavia è una sorta di ‘moneta di scambio simbolico’ molto potente, che fornisce legittimità a varie interazioni sociali. Se infatti andiamo ad analizzare più nel profondo, vediamo come questo paese si dichiara e sembra più religioso di altri nella stessa area, ma i numeri di chi frequenta effettivamente le funzioni sono invece simili alle regioni contigue. La religione in Moldavia, insomma, gioca un ruolo più grande della religione stessa.

Proprio per questo credo che non sia così influente a livello politico. Le relazioni con i partiti e con alcuni dei loro esponenti ci sono, chiaramente, ma sono magari dettati dal ‘timore’ piuttosto che dalla volontà di voler far approvare una particolare agenda. La Chiesa Ortodossa ha senz’altro partecipato a tutto il processo di redistribuzione di beni economici post-indipendenza ed è rimasta invischiata in casi di corruzione o illeciti. Per questo deve intrattenere buoni rapporti con il ceto dirigente per evitare episodi che possano minare la sua credibilità.”

Fonte: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Moldavia/Abecedario-moldavo-C-come-CHIESA-ORTODOSSA-175984

28 giugno 1940: L’aggressione sovietica alla Romania con occupazione della Bessarabia


Venerdì, 3 luglio, alle ore 17, a Roma, presso il Centro Studi italo-francesi in piazza Campitelli, si terrà la Commemorazione del 75° anniversario dell’occupazione sovietica della Bessarabia e Bucovina del Nord, regioni storiche romene.

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Intervengono  Prof. Francesco Guida dell’Università Roma Tre, Prof.ssa Eugenia Bojoga dell’Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca, Prof. Mihai Barbulescu, Direttore dell’Accademia di Romania in Roma, la scrittrice Eugenia Bulat, la Dott.ssa Tatiana Ciobanu, dell’Associazione Dacia e numerosi altri cultori e studiosi italiani e della diaspora romena, oltre a giovani studenti romeni e moldavi a Roma.
Saranno esposti, libri, un percorso fotografico sul periodo storico, e una presentazione video.

“L’annessione della Bessarabia alla Romania, riconosciuta dagli Alleati con il trattato di Parigi del 28 ottobre 1920, non lo fu mai invece formalmente dalla Russia. Il protocollo aggiuntivo segreto del patto di non aggressione russotedesco del 23 agosto 1939 conteneva un richiamo dell’URSS ai “suoi interessi” in Bessarabia, per i quali la Germania dichiarò un “completo disinteresse politico”, in cambio del riconoscimento russo dei suoi interessi economici nella Romania ad occidente del Prut. La controversia venne quindi posta esplicitamente per la prima volta da Molotov, nel discorso pronunciato il 29 marzo 1940.

Il 23 giugno, Molotov improvvisamente dichiarò all’ambasciatore di Germania a Mosca che la questione non poteva essere ulteriormente differita. Il 25 la Germania inviò istruzioni all’ambasciatore a Mosca per una riconferma del disinteresse tedesco per la Bessarabia. Berlino insistette soltanto sulla soluzione pacifica della questione con la Romania, impegnandosi di consigliare Bucarest perché le richieste russe venissero accolte. Mosca unì alla richiesta della Bessarabia anche quella della Bucovina, cui Berlino consentì ugualmente, ottenendo soltanto la limitazione delle aspirazioni sovietiche alla parte settentrionale di quella regione. Ottenuto in tal modo il disinteresse tedesco ai sensi degli accordi dell’agosto 1939, il 26 giugno Molotov rimise un ultimatum con termine di 24 ore al ministro di Romania a Mosca. La risposta romena, che chiedeva di negoziare la cessione, fu ritenuta insufficiente da Mosca, che replicò domandando lo sgombero delle due regioni entro 4 giorni. Alle ore 11 del 28 fu rimessa a Mosca l’accettazione romena, mentre nella stessa mattinata le truppe sovietiche varcavano il Dniestr. L’occupazione dei territorî ceduti (circa 50.000 kmq. con 3.650.000 ab.) terminò il 3 luglio. Successivi accordi russo-tedeschi definirono il trasferimento in Germania dei 100.000 Tedeschi di Bessarabia e della Bucovina settentrionale.

L’intervento romeno nella guerra contro la Russia (27 giugno 1941), portò alla rapida rioccupazione delle provincie perdute. Ma la loro reintegrazione fu di breve durata. La resa della Romania e il conseguente armistizio del 23 agosto 1944 ristabilirono i confini del 28 giugno 1940 (art. 4 dell’armistizio). L’art. 1 del trattato di pace tra le Nazioni Unite e la Romania, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, sanzionò l’appartenenza alla Russia della Bessarabia e della Bucovina settentrionale. La Bessarabia fu in gran parte annessa alla repubblica federata di Moldavia. La Bucovina settentrionale e i tre distretti della Bessarabia meridionale di Hotin, Akkerman e Ismail furono invece annessi alla repubblica sovietica di Ucraina.”

Bibl.: G.B. Festari, La Bessarabia, Milano 1940; Nazi Soviet Relations 1939-41, trad. in Relazioni Internazionali, 1948, fasc. 8; G. Gafencu, preliminari della guerra all’Est, Milano 1947. Fonte: Treccani.it

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ROMANIA, IL RITUALE NATALIZIO DEL COLINDAT MASCHILE, PATRIMONIO DELL’UNESCO


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Dal 2013, il rituale natalizio romeno e moldavo del colindat maschile in gruppo, fa parte del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità (UNESCO).

Ogni anno, le festività natalizie, di vigilia e di capodanno, sono motivo di grande gioia e divertimento.  In ogni angolo del paese, hanno luogo una serie di eventi pittoreschi folkloristici carichi di valori e significati profondi per il rapporto dell’uomo con la natura e con il mondo circostante. La Romania ha conservato tradizioni, rituali, canti ed esempi di maschere tipiche notevolmente arcaici. La seconda metà di dicembre, è un momento ricco di costumi tradizionali, diversi da una zona all’altra del paese e di abitudini antiche, ereditate da tempi lontani e praticate ancora oggi, alle quali partecipa l’intera comunità, in particolare i bambini.

A Natale si concentra un numero maggiore di riti e usanze: il via è dato dalla festa di San Nicola (i bambini lustrano le scarpe che vengono riempite da San Nicola di caramelle) la macellazione del maiale, poi gli auguri fatti con l’aratro, andando di casa in casa con diverse forme di “Tanti Auguri, schioccando le fruste e facendo un lungo augurio che parla della successione dei lavori agricoli, l’albero natalizio, lo scambio di doni portati da Babbo Natale, la notte del 24 dicembre o al mattino del giorno di Natale. Durante la notte, al corteo degli urători (auguranti) si affiancano ragazzi mascherati, con vesti molto fantasiose, raffiguranti le più bizzarre creature mitologiche. Essi percorrono i villaggi alla vigilia di Capodanno e il primo dell’Anno, in una specie di rievocazione delle vecchie feste legate al culto della fertilità.

In particolare, la sera del 24 dicembre, la vigilia di Natale, i bambini romeni vanno a colindare: salgono su un carro con le ruote in legno trainato da cavalli e, passando di casa in casa, cantano le melodie natalizie. La gente esce dalle case all’udire i bambini cantare, e dà loro in cambio dolci, soldi e frutta secca. Inoltre è usanza credere che gli animali, la notte di Natale, parlino tra loro; per questo in alcune zone le persone si travestono con maschere rappresentanti orsi, lupi e pecore al fine di riuscire ad avvicinarsi ai veri animali e ascoltare la loro conversazione.

Dal 2013, l’antico rituale natalizio del colindat in gruppo maschile, di Romania e Moldavia, fa parte del patrimonio culturale immateriale dell’umanità (UNESCO). Ecco il comunicato sul sito dell’UNESCO:

Le colindat de groupe d’hommes, rituel de Noël

Inscrit en 2013 (8.COM) sur la Liste représentative du patrimoine culturel immatériel de l’humanité

Chaque année, avant Noël, des groupes de jeunes hommes se rassemblent dans les villages de Roumanie et de la République de Moldavie pour se préparer au rituel du colindat. Le soir de Noël, ils se rendent de maison en maison, exécutant des chants festifs. Après avoir chanté, les membres du groupe se voient offrir des présents rituels et de l’argent par leurs hôtes. Les chants ont un propos épique, adapté aux spécificités de chacune des maisons visitées. Les pratiquants du rituel chantent également des chants spéciaux, de bon augure, à l’intention des jeunes filles célibataires et dansent avec elles, cette pratique étant considérée comme pouvant les aider à se marier l’année suivante. Le colindat s’exécute parfois en costumes, accompagné par des instruments de musique et agrémenté d’une chorégraphie. Les groupes de jeunes hommes (traditionnellement célibataires) sont les principaux détenteurs et praticiens de l’élément ; des hommes expérimentés, habituellement anciens meneurs de groupe, sont responsables de l’entraînement du groupe. Les chansons rituelles sont apprises lors de répétitions quotidiennes à partir du jour de formation du groupe, et ce jusqu’à la veille de Noël. Dans certaines zones, les enfants sont autorisés à assister aux répétitions et apprennent ainsi le répertoire. En plus de véhiculer les vœux pour la saison nouvelle, cet héritage culturel joue un rôle important de préservation de l’identité sociale et de renforcement de la cohésion.

  • Le colindat se transmet de génération en génération de manière non formelle ; il apporte aux pratiquants du rituel dans les villages de Roumanie et de la République de Moldova un sentiment d’identité et de fierté ;
  • L’inscription du colindat sur la Liste représentative contribuerait à assurer la visibilité du patrimoine culturel immatériel et à favoriser le dialogue entre les communautés des deux États ;
  •  Des mesures de sauvegarde sont élaborées par les deux États, comprenant aussi bien des mesures réglementaires que le renforcement des institutions, caractérisées par la participation active des pratiquants dans les communautés ;
  •  La candidature a été préparée en coopération avec les experts, les associations de la société civile et les communautés ; ces dernières ont donné leur consentement libre, préalable et éclairé ;
  •  Le colindat est inclus en Roumanie dans l’Inventaire national du patrimoine culturel immatériel, géré par le Centre national pour la préservation et la promotion de la culture traditionnelle et en République de Moldova, dans l’Inventaire national du patrimoine culturel immatériel, maintenu par le Ministère de la culture.
  • Fonte: www.unesco.org

 

Le popolazioni rurali della Romania avevano, fino a pochi decenni fa, un’economia agricolo-pastorale, con sopravvivenza di antiche tecniche e strumenti (l’aratro ligneo senza ruote con la punta indurita al fuoco, i forni d’argilla, le macine a mano ecc.). I pastori, durante la transumanza, usavano, e in parte usano ancora, particolari capanne (stâne), dove in un apposito ambiente si confezionano i formaggi che, una volta pronti, vengono pressati e conservati entro pelli. Laddove non siano intervenuti i violenti e spesso drammatici mutamenti imposti dal potere politico negli anni 1950-90, l’abitazione rurale è di struttura variabile, secondo il censo: in alcune zone della pianura danubiana si incontrano ancora le antiche dimore di argilla e di terra. Altrove prevale un tipo di abitazione a balconata anteriore, attraverso la quale si accede agli ambienti interni; questi hanno le pareti circondate da panche e adorne di specchi, icone, tappeti.

 Il costume varia da luogo a luogo: caratteristici dell’abbigliamento femminile le bellissime camicie ricamate e il doppio grembiule, di quello maschile gli stretti pantaloni bianchi e il corpetto di pelle di pecora. Nelle leggende, nelle credenze e nella letteratura si notano sovrapposizioni e influssi romani, bizantini, slavi, cristiani ecc. sull’antico patrimonio dei Daci. Diffusi la credenza nel diavolo, al tempo stesso antagonista e collaboratore di Dio, con potere notturno, capacità di incarnarsi in vari animali e di rendere gli uomini ossessi; come anche il timore delle streghe e dei licantropi. Tracce di magia si riscontrano nei riti agresti. Abbastanza ricca e varia la letteratura popolare: colinde, ossia stornelli augurali con parti epico-drammatiche, cantati da giovani uomini nel periodo tra Natale e Capodanno; racconti agiografici o storico-leggendari; liriche; epigrammi mordaci che ragazze e giovanotti si scambiano durante un caratteristico ballo in tondo (hora). La danza è di solito accompagnata dal canto: in alcune zone si usa il flauto, più raramente cornamuse e zampogne.

Per le feste del solstizio d’inverno si intonano le colindat, canti augurali con accompagnamento di strumenti o esclusivamente strumentali su testi leggendari, mentre in primavera e in estate si eseguono la paparuda, un misto di canto e danza per invocare la pioggia, lo scaloian, per propiziare la fertilità dei campi, e il calus, danza rituale per festeggiare il ritorno dell’estate. Danza nazionale è la hora, ballo in tondo forse di origine greco-romana, mentre tra gli strumenti popolari si ricordano vari tipi di scacciapensieri (drimba), il corno bocium, simile all’Alphorn, il muscal (flauto di Pan) e il salterio ţambal.
Le maschere sfilano soprattutto a carnevale o nel ciclo dei “Dodici giorni” (da Natale all’Epifania).
Non solo in Romania, ma anche in Grecia, in Macedonia, in Bulgaria e in Serbia, i partecipanti alle mascherate si coprono con pelli di capra e indossano una maschera o un berretto-maschera con due rami attaccati a guisa di corna e con ornamenti di piume. Essi sono soliti scuotere campanacci e sonagli che portano sulle spalle. In Ungheria, per esempio, hanno luogo forme di manifestazioni drammatiche che fanno perno su personaggi mascherati in modo spaventoso, che si dispongono in parate.
In Romania sopravvive la tradizione delle mascherate rumorose, che si presentano, in alcune zone, dei copricapo diabolici e pelosi provvisti di corna.
In Transilvania sono conosciute delle maschere che rappresentano gli uomini vecchi. Queste maschere sono fatte di tela grezza, sono munite di denti realizzati con dei semi, e vengono completate con barbe costituite con fibra di canapa. Sempre in Transilvania, sono presenti i căluşari o căluţi, una sorta di cavallucci in legno protagonisti della festa di Capodanno. Il cavalluccio è accompagnato da un personaggio che rappresenta un pazzo, da un uomo-donna assieme e da un gruppo di danzatori che inscenano una battaglia rituale.
Un’altra festa, che prevede la partecipazione dei cavallucci di legno, è diffusa anche presso i contadini polacchi. Essa si svolge nel periodo che segue il Natale e si pensa che abbia tratto le proprie origini dalla venerazione slava del “dio-inverno”, Radegast. La festa prende il nome da Tutron, una creatura immaginaria della mitologia polacca. La testa di Tutron è intagliata su un unico pezzo di legno al quale viene assicurata una mandibola mobile. La testa può essere dipinta con colori vivaci e le orecchie sono spesso ornate di conchiglie. Il cavalluccio è il travestimento preferito dai festaioli, che con questa maschera, si recano da una casa all’altra cantando filastrocche di buon augurio e ricevendo leccornie.
In comune con altre popolazioni slave, romeni e bulgari producono maschere che raffigurano animali quali l’orso, la volpe, il lupo, gli uccelli ed altre creature fantastiche. La loro origine è probabilmente da ricercarsi nell’antica Tracia. Queste maschere vengono indossate durante le festività in onore dell’anno nuovo e in occasione delle cerimonie legate ai riti agrari.  Queste celebrazioni coinvolgono numerosi gruppi di uomini vestiti da animali domestici o selvatici. Durante la festa gli uomini mascherati eseguono delle danze con lo scopo di far crescere il grano alto e producono molto rumore per scacciare l’anno vecchio con le sue forze malefiche.
Fonti:
Enciclopedia Treccani

Il gruppo folcloristico “De la bătrâni cetire” ha organizzato nel 2013, a Torino, una parata delle maschere tipica del periodo post natalizio (“paradă a mascaţilor”). Il direttore del gruppo e coreografo M° Clement Doboş,  invita anche quest’anno i romeni d’Italia ad aderire all’iniziativa riproponendola in altre città:  Firenze, Verona, Milano, Roma… Per far conoscere le nostre tradizioni, le usanze e costumi specifici.

Per chi fosse interessato all’iniziativa, ecco i contatti:

Clement Doboş
E-mail: adcpr2013@yahoo.com
Tel: 3774807010

Lavoratori stagionali, al via alle domande


Viterbo – Disponibili sul sito della Prefettura
Lavoratori stagionali, al via alle domande
Viterbo – 24 marzo 2011 – ore 11,00

Riceviamo e pubblichiamo – Si rende noto che, dalle 8 del giorno 22 marzo sino alle 24 del 31 dicembre, i datori di lavoro possono presentare le domande di nulla osta per lavoro stagionale previste dal decreto flussi 2011, utilizzando l’apposito programma disponibile per il download all’indirizzo: http://nullaostalavoro.interno.it/Ministero/download.
Le quote destinate alla provincia di Viterbo sono numero 160.

Si ricorda che sarà possibile, da parte dei datori di lavoro, rivolgersi alle  associazioni firmatarie dei Protocolli d’Intesa con il ministero dell’Interno e con il ministero della Solidarietà Sociale per essere assistiti nel disbrigo delle pratiche.

Infatti, con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri riguardante la programmazione transitoria dei flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari  stagionali nel Territorio dello Stato per l’anno 2011, è prevista l’entrata in Italia di lavoratori extracomunitari stagionali entro la quota massima di 60mila unità, da ripartire tra le regioni e le province autonome con provvedimento del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

La quota riguarda:
a)I lavoratori subordinati stagionali non comunitari di Serbia, Montenegro, Bosnia- Herzegovina, Repubblica ex Yugoslava di Macedonia, Repubblica delle Filipppine, Kosovo, Croazia, India, Ghana, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Ucraina, Gambia, Niger e Nigeria.

b)I lavoratori subordinati stagionali non comunitari dei seguenti Paesi che hanno sottoscritto o stanno per sottoscrivere accordi di cooperazione in materia migratoria: Tunisia, Albania, Marocco, Moldavia ed Egitto.

Il decreto in argomento dispone (articolo 2) che, sempre nell’ambito della quota prevista di numero 60mila ingressi, siano ricompresi anche i lavoratori non comunitari, cittadini dei paesi indicati nelle lettere a) e b) che abbiano fatto ingresso in Italia per prestare lavoro subordinato stagionale per almeno due anni consecutivi e per i quali il datore di lavoro presenti richiesta di nulla osta pluriennale per lavoro stagionale.

Prefettura di Viterbo

Insieme, al di là della distanza


La condizione dei romeni migranti.

Genitori e figli, insieme, al di là della distanza

 

 

Intervento al Convegno

Left Behind.

La famiglia transnazionale e gli orfani bianchi nella Moldavia Romena.

 Anno europeo 2010 per la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale[1].

 

 

Simona C. Farcas[2] 

 

 

  1. Premessa. I romeni e l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale

 

            Sono fermamente convinta che questo 2010 – Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, rappresenta una importante occasione di riflessione anche sul fenomeno della povertà causata dalla mobilità del lavoro e può contribuire, grazie ad incontri come questo, ad una presa di coscienza pubblica sull’importanza del dialogo interculturale e delle azioni da intraprendere per insieme affrontare la lotta alla povertà, in particolare il fenomeno dei cosiddetti “orfani bianchi”, in Romania, generato – come è stato già detto – dalla emigrazione, o meglio, mobilità internazionale per motivi di lavoro.

Un segnale d’allarme è stato lanciato anche dall’Autoritatea Naţională pentru Protecţia Familiei şi a Drepturilor Copilului (ANPDC), l’organismo per la protezione dell’infanzia, che, nel 2009 ha rilevato 1.077 neonati abbandonati nei reparti maternità degli ospedali, mentre i minori sotto protezione statale sono 70.000.

            Se nel 2006 i romeni in età da lavoro localizzati nell’Europa dei 15, erano circa un milione, dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea, avvenuta il primo gennaio 2007, sono quasi raddoppiati, arrivando nel 2010 a superare i 3 milioni, con i maggiori stanziamenti in Spagna e Italia[3]. A tuttoggi, i genitori romeni che si trovano in difficoltà economiche, preferiscono spostarsi verso Paesi come l’Italia e la Spagna, principalmente, per la grande affinità linguistica e culturale.

 

2. La condizione dei romeni migranti in Italia                            

            Al di là della suddetta premessa e osservazione generale, vengo al compito che mi è stato affidato nello specifico, ossia alcune riflessioni sulla condizione dei romeni migranti in Italia.

Come prima battuta, direi che si tratta di una condizione piuttosto avvantaggiata, se guardiamo il fenomeno dalla prospettiva italiana.

             La diversità, l’incontro tra romeni ed italiani e lo scambio culturale e di esperienze sono validi strumenti di evoluzione e di crescita. Per approffondire questo aspetto, rinvio al prezioso contributo dato dal Rapporto dell’Osservatorio ITRO, sulla percezione reciproca d’immagine tra italiani e romeni di Milano e da unproject work, dal titolo Il valore aggiunto nella cooperazione tra italiani e romeni”[4], realizzato da Unimpresa Romania – Osservatorio ITRO – Fondazione Università IULM di Milano.

I romeni in Italia, da 8.000 residenti nel 1990 sono arrivati a superare il milione nel 2010; nell’arco di 20 anni la comunità romena è diventata la più numerosa e, al contrario di quello che si dice, la meglio integrata nella Penisola italica.

Un notevole contributo all’orientamento nei servizi e all’inserimento lavorativo e alloggiativo, è stato dato ai nuovi arrivati, oltre che da parenti e amici precedentemente stanziati in Italia, soprattutto dalle parrocchie, dalle Caritas Diocesane, ma anche dalle associazioni dei romeni in Italia. Attualmente sul territorio italiano funzionano 136 parrocchie cristiano-ortodosse e 35 parrocchie cattoliche romene, che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del patrimonio spirituale, linguistico e culturale, fondamentale per la conservazione delle proprie radici. Allo stesso modo, anche se in forme diverse, hanno contribuito le associazioni socio-culturali dei e per i romeni, presenti quasi in ogni comunità. Nel 2008, alcune associazioni hanno fondato la Federazione delle Associazioni dei Romeni in Italia, FARI, di cui ho l’onore di essere Presidente del Consiglio Federale, con l’obiettivo di offrire maggiore rappresentatività delle Associazioni presso le Istituzioni, aiutando e favorendo inoltre la costituzione di nuove strutture associazionistiche, per una migliore visibilità e un autentico progresso sociale.

Residenti in Italia, sono – secondo le stime Caritas – circa un milione e 110.000[5]: è romeno il 24,5 per cento degli immigrati nella Penisola. Il fenomeno della mobilità fra Italia e Romania è il più importante, numericamente, all’interno della Unione europea ed è una realtà divenuta oggetto di studio ormai da alcuni decenni.

Una presenza così consistente porta con sé un bagaglio di conseguenze ed effetti rilevanti. Ma ciò che più preoccupa è la percezione negativa diffusa dai media capillarmente a tutti i livelli della società italiana, che l’immigrazione, in genere, sia un problema per l’ordine pubblico, una sorta di invasione non voluta a cui si è costretti.

 Questa percezione, a mio avviso, va rovesciata. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno, e dunque valutiamo in termini positivi la mobilità (non è corretto usare il termine “migrazione” quando ci riferiamo a cittadini dell’UE), cioè, consideriamo i romeni in Europa non un problema, ma una risorsa a cui attingere. Ed è così, in effetti: i dati sulla comunità romena in Italia ci parlano di una comunità onesta, laboriosa, intraprendente, socialmente integrata nelle famiglie e nelle imprese italiane. Solo nel 2008 – per dare qualche dato – sono stati assunti ben 175.000 lavoratori romeni, questo dato rappresenta il 40 per cento dei nuovi contratti fatti agli immigrati. Ma, i miei connazionali sono anche imprenditori: mettono in piedi 9 mila ditte all’anno, per un totale, a maggio del 2009, di 28 mila. Assicurano inoltre un notevole apporto di contributi previdenziali (1 miliardo e 700 milioni di euro l’anno) e pagano circa 1 miliardo di tasse. Per non dire che fra i matrimoni misti, la nazionalità femminile più frequente per uno sposo italiano è quella romena (2.506 casi nel 2008 su un totale di 18mila). Lo ha appena diffuso l’Ismu, istituto milanese di ricerca sull’immigrazione[6]. Una condizione avvantaggiata, è l’integrazione nella pubblica istruzione: sono 105 mila i ragazzi che frequentano le scuole italiane e 50 mila i bimbi romeni nati in Italia a partire dal 2000.

L’interscambio tra Italia e Romania, e mi avvio verso la conclusione, supera gli 11,5 miliardi di euro con un avanzo per l’Italia di oltre 1 miliardo. Si tratta del doppio di quanto l’Italia ha con il Giappone, una volta e mezzo quanto ha con l’India e la metà rispetto a colossi come la Cina e la Russia[7].

            Ci sentiamo dunque di affermare che la mobilità dalla Romania verso l’Italia rappresenta l’elemento che contraddistingue in generale i cosiddetti “emigranti per intraprendenza” dagli “emigranti per disperazione”. I romeni portano con sé non solo i valori e la voglia di lavorare, di scoprire, di creare nuovo benessere, tanto per riprendere un concetto del famoso sociologo Domenico De Masi, ma anche il desiderio di “concretizzare piani irrealizzabili nella terra di origine, venendo a contatto con persone e luoghi inconsueti, capaci di alimentare la creatività con punti di vista differenti”. Un “romeno intraprendente” in Italia è stato, per fare un solo esempio, il Prof. Dr. Giuseppe Costantino Dragan (1917-2008), fondatore della Fondazione Europea Dragàn, che ha una sede proprio qui a Milano, e imprenditore della ButanGas SpA.

 

3. La condizione dei romeni migranti e gli orfani da migrazione

 

Ma, prima di concludere veramente, lasciatemi dire che, oltre l’intraprendenza e il desiderio consapevole di compiere il proprio destino altrove, c’è un’altro motivo che spinge tanti romeni, in particolare i genitori, ad emigrare, lasciando a casa marito/moglie e figli, ed è il bisogno. È la necessità economica ciò che provoca il disagio per le famiglie e sopratutto per l’infanzia, determinando il fenomeno, oggetto dell’incontro di oggi, dei cosiddetti orfani da migrazione. Questa condizione è, a mio avviso, una decisamente svantaggiata non solo per i romeni migranti, ma anche per l’intera società civile.

Da uno studio pubblicato dalla Fondazione Soros Romania[8], emerge che ci sono all’incirca 350.000 bambini in Romania, i cui genitori (uno o entrambi) sono andati a lavorare all’estero; i dati, confermati da UNICEF, vedono un’intera generazione di bambini affidata alle cure di parenti lontani e vicini di casa. Ma appena il 7% dei genitori che vanno all’estero per motivi di lavoro lo dichiara alle autorità competenti, come vorrebbe la legge rumena. In tal modo i figli restano senza tutela legale, sottoposti a rischi, abusi e quant’altro.

Come condizione svantaggiata, inoltre, consistente è in Italia il tributo dei cittadini romeni quanto a incidenti sul lavoro: nel 2008, secondo lo studio della Caritas, ne hanno subiti 21.400, 48 dei quali mortali.

 

4. Genitori e figli, insieme, al di là della distanza

 

Per riprendere il nostro discorso, dobbiamo riconoscere che il contatto tra genitori e figli è insostituibile. Abbiamo verificato tra servizi sociali romeni e italiani, che ciò che determina nel bambino sentimenti di frustrazione, è che egli si sente la causa del suo dolore, poiché il genitore è lontano per contribuire alla sua educazione, scolarizzazione e al suo sostentamento. Questo sentimento comporta, nei figli un atteggiamento di “colpevolizzazione”. Ma l’assenza del genitore è devastante per il bambino, e di questo ci diranno di più i nostri ospiti dalla Romania. Tuttavia, non possiamo dire alle mamme e ai papà: “tornate a casa”. L’Europa è la nostra “casa comune”, e in Italia, i romeni sono una popolazione richiesta per via della latinità e per le ragioni sopra espresse. Il problema qui è come cercare di ri-costruire questo rapporto a distanza.

            Oggi, le nuove tecnologie, la società della comunicazione, le reti digitali, consentono di abbattere le distanze e creare ambienti, sia pure virtuali, dove, tuttavia, le affettività possono circolare sulla base dei bisogni. Oltre a questi, vi sono tutti i rapporti di interscambi a livello di famiglie e di mobilità adolescenziali, che possono dare luogo a forme di riavvicinamento alla famiglia, le quali, se ben articolate, sono oltretutto una opportunità di ampliamento dei propri confini di conoscenza ed esperienza.

            Su questo credo che le forze sociali e i rispettivi governi devono fare un intenso lavoro di affiancamento ai romeni migranti e agli “stranieri” entranti, anche per dare sempre maggiori forme di organizzazione alle mobilità dei popoli, che sono il fenomeno imprescindibile che noi conosciamo del nuovo secolo nell’era della globalizzazione. In particolare, ripeto, le nuove tecnologie, e mi riferisco ai new-media e ai social network, come facebook, twitter, che praticano tutti, dal Presidente Obama allo studente, possono essere la piattaforma di studio di altre forme organizzative di incontri in cui creare “ambienti solidali”, “stanze da gioco e da divago familiare”, in pratica, mi riferisco a un contatto genitori-figli, che non rincari la dose dell’assenza, ma quella della presenza, ludica e divertente, che vedrebbe altrimenti il bambino e l’adolescente, spesso, protagonista solitario davanti al suo computer.

            Non penso affatto a una famiglia virtuale a distanza, penso occorra fare lo sforzo di limitare le occasioni di spersonalizzazione che la rete come insidia ci tende. Ma invece, ipotizzo momenti di contatto accrescitivi di conoscenza, di attività, di svago per superare i sentimenti negativi e di mancanza, e stabilire momenti felici di co-partecipazione.

            Tra gli altri, e concludo veramente, come ha notato proprio questi giorni anche Giorgio Bocca[9], uno dei massimi giornalisti e conoscitori della comunicazione italiani: “Il computer è il gioco preferito dei bambini, la loro droga, la loro quotidiana dipendenza. Mi ricordano gli anni della fanciullezza e del mio infantile bisogno di giocare: la famiglia, nonni e genitori, gli anziani, erano a tavola per terminare in santa pace i pasti, e noi ragazzi già con l’orecchio teso a raccogliere le voci e i colpi del pallone dei nostri amici che giocavano nel cortile. Adesso – continua Bocca – vedo figli e nipoti tesi, come noi allora, sempre per un gioco, ma diverso, tecnologico, il gioco del computer”. Insomma, si tratta di unire l’utile al dilettevole.

            Tutto questo, può essere applicato anche alle necessità oggettive dei figli, dalla scuola alla sanità. Dobbiamo far sì che telefonini, computer, che ormai circolano abbastanza abitualmente, siano utilizzati per far diventare una lontananza una occasione diversa, moderna e di sviluppo. Con una battuta, mi piacerebbe che la Romania non fosse solo un popolo di lavoratori nel mondo, ma anche un Paese che sa mettere i propri sentimenti in rete.


[1]               * Testo dell’intervento svolto al Convengo Left Behind. La famiglia transnazionale e gli orfani bianchi nella Moldavia Romena. Anno europeo 2010 per la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Uffici della Commissione europea, Rappresentanza a Milano, 26 maggio 2010.

[2]              L’Autrice è ideatrice e fondatrice dell’Associazione IRFI onlus, Italia Romania Futuro Insieme (2006) www.irfionlus.org, e co-fondatrice della FARI, Federazione delle Associazioni dei Romeni in Italia (2008) www.faritalia.it. Si è formata a Roma, presso il Collegio Teutonico di S. M. dell’Anima e alla LUMSA Università di Roma dove si è laureata con una tesi sul Pensiero linguistico di Eugenio Coseriu, ha inoltre compiuto studi tecnici e commerciali. Si è occupata di formazione manageriale applicata ai servizi. Svolge attività di consulenza e progettazione a Enti pubblici e associazioni. È attiva nel mondo del volontariato da diversi anni. Si è occupata dell’organizzazione e gestione di programmi culturali, sociali, educativi e informativi per la comunità romena in Italia, tra cui: varie sezioni di Libri in Lingua Romena nelle Biblioteche di Roma (2008); organizzazioni di Tavole Rotonde sul tema Le comunità romene in Italia (vol. Romania. Immigrazione e lavoro in Italia. Statistiche, problemi e prospettive) realizzata dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali (CSS) – Ethnobarometer; ha promosso l’Indagine sull’inserimento lavorativo delle immigrazioni qualificate provenienti dalla Romania realizzata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR); ha organizzato gli incontri tra Italia Lavoro – L’Agenzia Tecnica del Ministero del Lavoro e l’associazionismo dei romeni in Italia, nell’ambito del Programma Mobilità Internazionale del Lavoro (2009).

[3]                 “Dossier Caritas/Migrantes” 2008

[4]               In evidenza le imprese romene in Italia, su http://www.osservatorioitro.net/

[5]               953.000, secondo l’ISTAT, al 1 gennaio 2010

[6]               Vedi anche “L´Italia e il boom dei matrimoni misti” di Corrado Giustiniani , su http://www.adiantum.it/

[7]               Fonte: Unimpresa Romania

[8]               Il mercato del lavoro di Romania ,Monica Şerban Alexandru Toth –Soros 2007)

[9]               “Il computer? Una droga per figli e nipoti, Il Venerdì di Repubblica, nr. 1156, del 14 maggio 2010, p. 13

“LEFT BEHIND”, convegno sul tema degli orfani bianchi nella Moldavia rumena


 

locandina: 2010-05-26_Convegnoorfanibianchi_AlberodellaVita

L’Albero della Vita organizza per mercoledì 26 maggio l’incontro “LEFT BEHIND”, un convegno sul tema degli orfani bianchi nella Moldavia rumena.

La Moldavia (o Moldova) è una delle regioni più povere della Romania, dalla quale provengono molti degli emigrati rumeni. Molte famiglie, costrette dalla povertà, partono verso condizioni di lavoro più favorevoli, lasciando a casa i bambini. Questa massiccia emigrazione ha generato nel paese il fenomeno degli “orfani bianchi”.

Il convegno permetterà nella mattinata di approfondire il profilo della famiglia transnazionale, di entrare nel contesto rumeno, e di conoscere la condizione delle famiglie rumene migrate in Italia. Nel pomeriggio verrà presentato l’intervento progettuale avviato da L’Albero della Vita insieme ai suoi partner rumeni a sostegno degli orfani bianchi in Moldavia; inoltre vi saranno alcune testimonianze dirette di famiglie rumene in Italia. Un dibattito conclusivo offrirà l’opportunità di portare alla luce buone pratiche e nuove prospettive di intervento.

Per maggiori dettagli sul programma, vedere il documento allegato.

Il convegno è a numero chiuso. Per partecipare, è necessario iscriversi compilando il modulo allegato e inviandolo a convegno.orfanibianchi@alberodellavita.org
A iscrizione avvenuta sarà inviato un voucher di ingresso personale con il quale presentarsi il giorno dell’evento.

Data: mercoledì 26 maggio 2010
Registrazione partecipanti: 9.15
Orari convegno: 9.45 – 17.30
Luogo: Palazzo delle Stelline – Corso Magenta, 59 Milano – Uffici della Commissione Europea
Per informazioni: 02-92276218 –  convegno.orfanibianchi@alberodellavita.org