Protetto: (Re)Thinking Europe. Chiesa e UE in dialogo, contributo degli studenti dell’Angelicum


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Giubileo dell’Associazione IRFI onlus e chiusura della Porta Santa di San Pietro


Roma, Città del Vaticano – Il 20 novembre si chiude il Giubileo Straordinario della Misericordia: Papa Francesco chiuderà la Porta Santa nella Basilica di San Pietro. Decennale della fondazione di IRFI onlus.

porta-santa-chiusuraPer celebrare il X anniversario della sua fondazione, l’Associazione “Italia Romania Futuro Insieme”, invita: membri, benefattori,  assistiti e fruitori, amici e collaboratori della IRFI onlus, a prendere parte, con Sua Santità Papa Francesco, alla celebrazione di chiusura della Porta Santa a San Pietro e conclusione del Giubileo della Misericordia, che avrà luogo nella Basilica di San Pietro, domenica, 20 novembre 2016, alle ore 10:00, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo.

Il 20 novembre, il Giubileo Straordinario chiuderà solo relativamente all’evento storico dell’Anno Santo, perché la Misericordia va oltre ogni confine, come ci insegna Papa Francesco.

Per ritirare i pass di ingresso, si prega di contattare il cell. 3201161307.

L’appuntamento è fissato alle ore 8:30, ai limiti della piazza San Pietro. Il  nostro gruppo viene distinto da bandiere e bandierine di Romania e Italia. irfi4

2006 – 2016: Associazione “Italia Romania Futuro Insieme”, decennale della fondazione 

Nata a Roma il 3 novembre 2006, quale risultato di un continuo e costante impegno umanitario, sociale, culturale, religioso nel segno dell’ecumenismo, dialogo e solidarietà, della formazione, educazione e ricreazione, nell’ambito della comunità romano-cattolica romena a Roma; l’Associazione IRFI onlus annovera tra i suoi membri giovani, donne e uomini romeni e italiani, ma anche di altre nazionalità.

Numerose sono le attività di volontariato e le iniziative educative, socio-culturali, di orientamento, di assistenza e supporto in favore delle persone bisognose, famiglie, ragazze madri, giovani e bambini, realizzate dall’associazione, in collaborazione con enti, istituzioni, strutture pubbliche e private, associazioni italiane e romene.

Al fine di accantonare pregiudizi e stereotipi, l’impegno della IRFI è stato e continua ad essere quello di promuovere la dignità umana in ogni persona, un’immagine positiva del fenomeno migratorio, dell’idea di una comune Patria Europea e rinforzare la comunicazione fra le comunità locali ed i cittadini comunitari e immigrati. Rivolgere quindi l’attenzione verso chi quotidianamente o saltuariamente si confronta con la realtà delle comunità romene, per favorire uno stile o atteggiamento interculturale come la disponibilità al dialogo, al rispetto reciproco, al bene comune e al cambiamento delle proprie mappe valoriali in una logica di solidarietà, di co-crescita.

Simona Cecilia Crociani Baglioni 

https://futuroinsieme.wordpress.com/

Opere di misericordia corporali

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1) Dare da mangiare agli affamati e 2) dare da bere agli assetati

Queste due prime opere di misericordia corporale sono complementari e si riferiscono all’aiuto che dobbiamo dare in cibo e altri beni a chi più ne ha bisogno, a coloro che non hanno l’indispensabile per poter mangiare ogni giorno.

Gesù, come dice il vangelo di san Luca, raccomanda: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (Lc 3, 11).

3) Ospitare i pellegrini

Anticamente, dare ospitalità ai viaggiatori era una questione di vita o di morte, dati i disagi e i rischi dei viaggi. Oggi non è più così. Ma potrebbe comunque accaderci di ricevere qualcuno in casa nostra, non per semplice ospitalità verso un amico o un familiare, ma per un vero caso di necessità.

4) Vestire gli ignudi

Quest’opera di misericordia tende a venire incontro a una necessità fondamentale: il vestito. Spesso ci viene richiesta la raccolta di indumenti che si fa nelle parrocchie o in altri centri di assistenza. Nel momento di donare i nostri indumenti, è bene pensare che possiamo dare cose per noi superflue o che non ci servono più, ma anche qualcosa che ci è ancora utile.

Nella lettera di Giacomo veniamo incoraggiati a essere generosi: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?» (Gc 2, 15-16).

5) Visitare gli infermi

Si tratta di una vera assistenza ai malati e agli anziani, sia in ciò che riguarda l’aspetto fisico, sia facendo loro compagnia per un po’ di tempo.

L’esempio migliore della Sacra Scrittura è quello della parabola del buon samaritano, che si prese cura del ferito e, non potendo continuare a occuparsene direttamente, lo affidò alle cure di un altro, pagando di tasca propria (cfr. Lc 10, 30-37).

6) Visitare i carcerati

Consiste nel far visita ai carcerati, dando loro non soltanto un aiuto materiale ma un’assistenza spirituale, perché possano migliorare come persone e correggersi, magari imparando a svolgere un lavoro che possa essere loro di aiuto quando sarà terminato il periodo di detenzione…

Invita anche ad adoperarsi per liberare gli innocenti e chi è stato sequestrato. Anticamente i cristiani pagavano per liberare gli schiavi o si offrivano in cambio di prigionieri innocenti.

7) Seppellire i morti

Cristo non aveva un luogo dove posare il capo. Un amico, Giuseppe d’Arimatea, gli cedette la propria tomba. Non soltanto, ma ebbe il coraggio di presentarsi a Pilato e di chiedergli il corpo di Gesù. Partecipò anche Nicodemo, che aiutò a seppellirlo (Gv 19, 38-42).

Seppellire i morti sembra un ordine superfluo, perché, di fatto, tutti vengono seppelliti. Però, per esempio, in tempo di guerra può essere una necessità pressante. Perché è importante dare una degna sepoltura al corpo umano? Perché il corpo umano è stato dimora dello Spirito Santo. Siamo “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6, 19).

Fonte: Cosa sono le opere di misericordia?

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Voci della fede. Riflessioni di tre autori romeni sul Concilio Vaticano II


Un caleidoscopio di riflessioni teologiche, filosofiche e storiche sulla ricezione del Concilio Vaticano II

La vastissima bibliografia sul Concilio Vaticano II si è da poco arricchita di un nuovo titolo, edito dalla Libreria Editrice Vaticana. Curato da Gabriel-Vasile Buboi, Mihail Constantin Banciu e da Bogdan Tătaru-Cazaban, quest’ultimo ambasciatore di Romania presso la Santa Sede, Voci della fede. Riflessioni sul Concilio Vaticano II (pag. 96; € 14,00) raccoglie i testi delle conferenze tenute da illustri studiosi nelle sale del pontificio Collegio “Pio romeno”, vera “accademia romena sul Gianicolo”, che ha quale missione il sostegno della formazione dei giovani sacerdoti della Chiesa greco-cattolica di Romania e che è stato, lungo gli anni, un punto d’incontro tra oriente e occidente.voci-della-fede

Non un libro di storia, né un commento dei documenti del Concilio Vaticano II, quanto un caleidoscopio di riflessioni teologiche, filosofiche, storiche sulla ricezione del Concilio e soprattutto sulle esigenze spirituali del nostro tempo.

Davanti ad un prestigioso uditorio – formato da rappresentanti della Santa Sede, del mondo accademico, religioso e diplomatico (docenti e studenti delle istituzioni di educazione pontificie, sacerdoti, ambasciatori e altri) – quattro eminenti oratori hanno illustrato le svariate sfaccettature delle proiezioni del Concilio Vaticano II nel mondo odierno. Quattro saggi di grande spessore scientifico, che testimoniano dell’impronta profonda lasciata dall’evento che ebbe a svolgersi mezzo secolo addietro.

Gli incontri sono stati promossi dell’Ambasciata di Romania presso la Santa Sede insieme al pontificio Collegio “Pio romeno” in seguito all’indizione dell’Anno della fede da parte di Benedetto XVI con la bolla Porta fidei.

Il pontificio Collegio “Pio romeno” ha rappresentato, sin dalla sua fondazione, negli anni ’30 del secolo scorso, un rilevante punto di riferimento, uno spazio di spiritualità romena nel cuore di Roma, per diventare in seguito, dagli anni ’90, un luogo della memoria e contemporaneamente della rinascita di una Chiesa che ha sofferto il martirio durante il periodo comunista. Grazie alla collaborazione della Congregazione per le Chiese orientali questo luogo di formazione è potuto diventare anche un luogo di incontro, di comunicazione della storia e della ricchezza spirituale dell’oriente cristiano.

Il primo saggio, del cardinale Leonardo Sandri, illustra la parte che le Chiese orientali hanno avuto nella preparazione del grande rinnovamento nella vita della Chiesa Cattolica promosso dal Concilio. Attraverso il Vaticano II è stata riscoperta, a livello universale, la tradizione dell’Oriente cristiano, professata tanto dalle Chiese ortodosse quanto da quelle orientali cattoliche; una tradizione definita dalla liturgia, dalla spiritualità patristica, dal monachesimo e dall’arte dell’icona. Cosicché, il Concilio Vaticano II ha reintegrato ciò che faceva già parte della vita, poco conosciuta, delle Chiese orientali e ha aperto un ponte di comunicazione con tutto l’Oriente cristiano, specialmente con le Chiese ortodosse, come risulta dai decreti Orientalium Ecclesiarum ed Unitatis Redintegratio.

Il secondo intervento, di mons. Jean-Louis Bruguès, archivista e bibliotecario di santa romana Chiesa, propone un tema che, oltre ad essere celebrativo, offre una prospettiva sottile e attuale allo stesso tempo, nel quale si può scoprire l’accoratezza del suo pensiero teologico e filosofico sul modo in cui il grande evento del Concilio costituisce il riferimento fondamentale per il futuro della Chiesa Cattolica e dei suoi rapporti con la società contemporanea.

Mons. Vincenzo Paglia, presidente del pontificio Consiglio della famiglia, nel terzo dei contributi che compongono il volume affronta un tema particolarmente caro a tutte le Chiese, quello della famiglia, che resta il luogo della trasmissione della vita e ugualmente della fede.

Infine, la conferenza di Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, offre una suggestiva accollata da papa Paolo VI a papa Francesco. Quale conoscitore del magistero di Paolo VI Vian offre un ritratto affascinante di quello che fu Giovanni Battista Montini, “intellettuale appassionato e rigoroso”, “testimone della verità cristiana”.

di Giuseppe Merola – Fonte: http://www.farodiroma.it

voci-della-fedeRiflessioni sul Concilio Vaticano II

A cura di Bogdan Tataru-Cazaban, Gabriel-Vasile Buboi e Mihail Constantin Banciu

Data di pubblicazione: 16/06/2016

Pagine: 94

Prezzo: € 14,00

Language: It

Isbn: 978-88-209-9830-1

Brossura

http://www.libreriaeditricevaticana.va

Sabato 17 ottobre 2015 si è tenuta nell’Aula Paolo VI la Commemorazione del 50° Anniversario del Sinodo dei Vescovi, organismo istituito dal Papa Paolo VI il 15 settembre 1965 con il Motu proprio Apostolica Sollicitudo. In maniera particolarmente significativa, la celebrazione è avvenuta proprio duirante lo svolgimento di un’Assise sinodale, la XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Il presente volume raccoglie i documenti che si riferiscono alla Commemorazione del 50° Anniversario, ma anche alcuni testi significativi in relazione al Sinodo dei Vescovi. Nella Prima parte vengono presentati tutti gli interventi tenuti durante la Commemorazione. Si riportano l’Introduzione del cardinale Lorenzo Baldisseri, la Relazione commemorativa del cardinale Cristoph Schönborn e le Testimonianze dai cinque Continenti: per l’Europa, il cardinale nichols; per l’Africa, Sua Eccellenza mons. Madega Lebouakehan; per l’America, il cardinale Ezzati Andrello; per l’Asia, Sua Beatitudine Sako; per l’Oceania il cardinale Mafi. Infine, viene riportato il Discorso che il Santo Padre Francesco ha pronunciato a conclusione e a coronamento della Commemorazione. Nella Seconda parte si trovano alcuni interventi di particolare rilevanza dei Papi che si sono succeduti al governo della Chiesa in questi cinquant’anni di storia: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.

Romania, Festa della Santa Pasqua in Vaticano


L’ambasciatore di Romania presso la Santa Sede, S.E. Bogdan Tătaru-Cazaban, e il Dott. Mihail Constantin Banciu, ministro plenipotenziario, hanno partecipato venerdì, 25 marzo, alla Cappella Papale della Basilica di San Pietro in occasione della Commemorazione della Passione del Signore,  sabato, 26 marzo, alla Veglia pasquale presieduta da Sua Santità Papa Francesco nella Basilica di San Pietro e domenica, 27 marzo, alla Messa solenne per la Festa della Risurrezione del Signore, celebrata nella Piazza San Pietro, e al Messaggio Urbi et Orbi del Sovrano Pontefice.

Fonte: http://vatican.mae.ro/

Cattolici e ortodossi insieme verso l’unità. Costruire una spiritualità del dialogo.


Dr. Dimitrios Keramidas (Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino)

Istituto Francescano di Spiritualità, Pontificia Università Antonianum

PaoloVI_Atenagora

Paolo VI e Atenagora

Venerdì, 22 gennaio 2016

Com’è noto, la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa si sono nuovamente scoperte come chiese sorelle, dopo diversi secoli in cui sui loro rapporti dominava la diffidenza e il sospetto, allorché il papa Paolo VI e il patriarca ecumenico Atenagora – due grandi precursori del risveglio ecumenico delle loro Chiese – si sono fraternamente abbracciati in Terra Santa il 6 gennaio 1964. Qualche mese più tardi, il 7 dicembre 1965, venivano abrogati gli anatemi del 1054 tra Roma e Costantinopoli e si apriva concretamente la prospettiva della riconciliazione tra queste due grandi sedi ecclesiastiche dell’Occidente e dell’Oriente cristiano, che in tal modo dichiaravano la loro determinazione di “deplorare e di cancellare dalla memoria e dal seno della Chiesa le sentenze di scomuniche che vi hanno fatto seguito, ed il cui ricordo è stato fino ai nostri giorni come un ostacolo al riavvicinamento nella carità, e di condannarle all’oblio” (Dichiarazione Comune 1965). Era un periodo in cui da entrambe le parti fiorivano sentimenti di autentica amicizia evangelica e profondo desiderio di unità.

Francesco_Kirill

Francesco e Kirill (Cuba, 12 febbraio 2016)

Eppure, fino alla fine degli anni ’50 l’ecumenismo cattolico-ortodosso veniva praticato in maniera piuttosto riservata, esaltandone il carattere personale. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, i rapporti con le chiese ortodosse competevano alla Congregazione delle Chiese Orientali (prima dell’istituzione del Segretariato per l’unità dei cristiani), mentre dall’altra parte gli ortodossi si mostravano alquanto prudenti di fronte alla prospettiva di avviare un dialogo frontale con Roma. Fu, piuttosto, la visione di una nuova generazione di teologi di intuizione ecumenica (quali il tedesco A. Bea, l’olandese J. Willebrands e l’intelligentsia ortodossa russa della diaspora – G. Florovsky, N. Afanassieff, J. Meyendorff) ed ampie vedute intellettuali (come J. Daniélou, Y. Congar e J.-M. Tillard, teologo greco N. Nissiotis e il Metropolita Meliton del Patriarcato Ecumenico ed al.) che rammentarono l’importanza di un rinnovamento della teologia nelle risorse della tradizione veteroecclesiale, e cioè all’esegesi biblica, all’ecclesiologia eucaristica e alla teologia patristica – ovvero a quel modo di definire e fare propria la fede cristiana non per mezzo di assiomi speculativi, ma secondo i dettami del vivere ecclesiale, in altre parole, secondo un modo di teologare attento alle esigenze spirituali dell’uomo e al disegno salvifico universale di Dio e non più destinato a servire una mentalità caratterizzata dall’antagonismo confessionale. Altrettanto importante fu il mandato diplomatico di Angelo Roncalli in Bulgaria e a Costantinopoli, grazie al quale il futuro papa Giovanni XXIII ebbe modo di conoscere e apprezzare la spiritualità e il carisma particolare dell’Oriente cristiano, nonché l’esperienza pastorale di Atenagora negli Stati Uniti che fece di lui un ecclesiastico orientale nella provenienza, ma universale nel respiro ecclesiastico.

Facendo eco a questi movimenti, il CVII ha incluso tra i suoi propositi il tema dell’unità cristiana ed ha proposto dei principi-guida che hanno cambiato  sostanzialmente l’ottica dei rapporti intercristiani, specie quelli concernenti la Chiesa Ortodossa. Infatti, il Concilio, in un’ottica dialogante ed inclusiva, riconosceva numerosi “elementi di santificazione e di verità” che esistono al di fuori del corpo visibile della Chiesa Cattolica (LG§8). I Padri sinodali hanno, inoltre, parlato della congiunzione della Chiesa Cattolica con i cristiani che “sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con Cristo. Molti fra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione alla vergine Madre di Dio”. Con loro esiste “una certa vera unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro Egli opera con la sua virtù santificante” (LG§15). La comunione tra la Chiesa Cattolica con i non cattolici era accennata anche in UR che integrava la dottrina ecclesiologica conciliare e soprattutto quella sul popolo di Dio: “Coloro infatti che credono in Cristo ed hanno ricevuto validamente il battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica” (UR§3). Il documento proponeva il concetto di elementa ecclesiae, già contenuto in LG. Ebbene, anche la Dichiarazione parlava degli elementi spirituali che “possono trovarsi fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica: la parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità, e altri doni interiori dello Spirito Santo ed elementi visibili”, che appartengono all’unica Chiesa di Cristo (UR§3). Il Concilio ha, altresì, ricordato i tesori delle Chiese d’Oriente, ovvero i “molti elementi nel campo della liturgia, della tradizione spirituale e dell’ordine giuridico” e il fatto che “i dogmi fondamentali della fede cristiana sulla Trinità e sul Verbo di Dio incarnato da Maria vergine, sono stati definiti in Concili ecumenici celebrati in Oriente” (UR§14). Le Chiese d’Oriente, si aggiungeva, “hanno veri sacramenti”, in virtù “della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia” (UR§15). Infine, si ricordava che “per ciò che riguarda le tradizioni teologiche autentiche degli orientali, bisogna riconoscere che esse sono eccellentemente radicate nella sacra Scrittura, sono coltivate ed espresse dalla vita liturgica, sono nutrite dalla viva tradizione apostolica, dagli scritti dei Padri e dagli scrittori ascetici orientali, e tendono a una retta impostazione della vita, anzi alla piena contemplazione della verità cristiana” (UR§16).

Nello stesso periodo il mondo ortodosso incominciava ad affrontare sinodalmente la questione dei rapporti con Roma. Nelle Conferenze Panortodosse degli anni ’60, sebbene non si fosse raggiunti ad un accordo unanime circa l’invio o meno di osservatori ortodossi al CVII (anche se ciascuna chiesa locale era libera di inviare a nome proprio degli osservatori al Concilio), era stato deciso l’avvio del dialogo della Chiesa Ortodossa nel suo insieme con la Chiesa Cattolica nel segno dell’uguaglianza, ovvero “da pari a pari”, mentre il tema del dialogo con gli “eterodossi” fu iscritto nell’ordine del giorno del Sinodo Panortodosso. Ad ogni modo, e nonostante una qualche esitazione e sospetto da parte di alcuni nei confronti di Roma e del movimento ecumenico in generale, l’Ortodossia degli anni ’60 riconosceva l’esistenza di altre realtà ecclesiali e si dichiarava propensa all’idea della collaborazione intercristiana sul piano etico-sociale, pastorale e accademico (il cosiddetto “ecumenismo pratico”), sì da cercare punti di contatto con gli altri cristiani e coltivare l’amicizia e un éthos che promuovesse l’unità della famiglia cristiana.

Ora, il termine “dialogo da pari a pari”, in riferimento al Cattolicesimo, non intendeva essere un eufemismo, bensì riconosceva l’ecclesialità della Chiesa Cattolica (e quindi si poteva parlare del dialogo tra Chiese e non tra una Chiesa ed alcuni cristiani intesi individualmente, il che riporterebbe all’idea del “ritorno”), ricordava che l’ecumenismo è un dovere di tutta l’Ortodossia, sottolineava che i Paesi di tradizione ortodossa non devono essere considerati territori soggetti ad attività proselitistiche e che, in questo dialogo, nessuna Chiesa può rivendicare per sé una posizione “di superiorità” o “esclusività ecclesiologica”, esigendo il “ritorno” degli altri ad essa. Infatti, la Terza Conferenza Panortodossa (1964) ricordava che “la propaganda, il proselitismo, l’assorbimento e l’invito da una Chiesa ad un’altra al «ritorno» sono metodi remoti, inaccettabili e condannati nella coscienza cristiana”.

Un ulteriore interrogativo riguardava la possibilità di procedere ad un dialogo teologico oppure di limitarsi nell’ecumenismo. L’idea di far precedere il dialogo della carità al dialogo teologico era una scelta che aspirava al superamento della mentalità apologetica del secondo millennio. In altre parole, si dovevano creare prima le dovute condizioni oggettive e psicologiche, sia nell’una che nell’altra parte, per giungere alla “purificazione della memoria collettiva” (Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e Dimitrios, 1979) ed aderire poi al vero e proprio dialogo teologico. Purtroppo non si può ignorare che alcune ferite del passato, nonostante i gesti di perdono e riconciliazione, esercitano tuttora un’incisione negativa sull’animo di alcuni gruppi ortodossi, soprattutto in quelli appartenenti alle correnti più conservatrici dell’Ortodossia.

Tutto questo ci permette di fare una considerazione più generale. Il dialogo teologico coesiste con il dialogo della carità, perché l’assenza del primo significherebbe la perdita dello sfondo spirituale dell’approccio intercristiano, il che trasformerebbe l’ecumenismo in una specie di “buonismo ecclesiastico”, privandolo dalla dimensione carismatica che deriva dalla parentela spirituale che esiste tra coloro che credono in Cristo. Da parte sua, il dialogo della carità rinnova costantemente l’animo e lo spirito dei pastori e dei fedeli, rende effettivi i risultati del dialogo della verità ed ispira le Chiese a continuare le opere in favore dell’unità 1 .

Il dialogo della carità fu portato avanti negli anni ’60 e ’70 con gesti umili ma significativi e di carattere più o meno permanente al fine di saldare la riconciliazione ecclesiastica e fu promosso in diversi modi: restituzione di reliquie alle Chiese d’Oriente, incontri di preghiera, scambio di doni, lettere formali e invio di delegazioni ufficiali in occasione delle feste patronali di Roma e Costantinopoli, iniziative di carattere accademico (simposi, borse di studio) ecc. Commentava l’allora Metropolita di Filadelfia e attuale patriarca ecumenico Bartolomeo: “Se il dialogo fosse iniziato a partire dalle grandi divergenze che esistono tra le chiese, il suo progresso sarebbe stato problematico, in quanto ci saremmo trovati fin dall’inizio di fronte a difficoltà che, dal punto di vista psicologico, sarebbe stato difficile risolvere”.

Il dialogo della verità, annunciato solennemente dal papa Giovanni Paolo II e il Patriarca ecumenico Dimitrios a Fanar nel 1979, non aveva certamente l’intento di decretare trattati di unità, ma di tracciare un percorso comune verso. Infatti, i documenti del dialogo teologico non costituiscono delle “confessioni di fede”, né hanno un valore magistrale o normativo. Essi sono semplicemente dei documenti di lavoro, che rispecchiano dei punti di convergenza, che possono essere valutati e commentati dalle due Chiese in modo da aiutare i vertici e la base ecclesiale a comprendere meglio l’identità ecclesiastica dell’altro.

Il dialogo teologico ha come ultimo scopo il ristabilimento della piena comunione tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa nella fede e nella comune celebrazione dell’eucaristia “secondo l’esperienza comune e la tradizione della Chiesa primitiva”. Ne consegue che il dialogo teologico esprime l’impegno ufficiale delle due Chiese a ripristinare la piena unità, così com’essa era vissuta nel contesto della cristianità indivisa. In altre parole, la comunione sacramentale presuppone una precisa esperienza d’unità, o meglio, un modo di vivere l’unità secondo dei criteri tangibili: la fede apostolica, la tradizione patristica, i concili ecclesiastici. Il dialogo deve, quindi:

1. Discernere ciò che unisce le Chiese, avvenire in uno spirito positivo e in una modalità nuova, al di là dell’esempio della teologia apologetica (l’esempio dei vecchi “contra errores graecorum” latini e quello delle “Confessioni di Fede” ortodosse).

2. Non ignorare i problemi esistenti, ma valutare le diverse formulazioni teologiche alla luce delle elaborazioni ecclesiologiche sviluppate dopo lo scisma, distinguendo quelle pratiche o dottrine che sono compatibili alla comunione eucaristica dai problemi che rendono impossibile la condivisione dello stesso calice.

Ora, ci si chiede con quali presupposti teologici gli ortodossi sono entrati al dialogo teologico con il Cattolicesimo e come hanno risposto alla domanda su che cosa c’è al di fuori degli orizzonti canonici dell’Ortodossia. La terza Conferenza Panortodossa Presinodale (1986) ha ribadito la convinzione ortodossa di essere l’“Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa”, riconoscendo, al tempo stesso, l’esistenza “reale” delle altre chiese e confessioni cristiane. Inoltre, la Conferenza dichiarava che il movimento ecumenico non è estraneo alla natura e la missione dell’Ortodossia, nella misura in cui si cerca di risolvere questioni ecclesiologiche (grazia, sacerdozio, sacramenti, successione apostolica). Pertanto, la Chiesa Ortodossa non dev’essere considerata “parte” dell’unica Chiesa (per cui non può accettare nessun compromesso o “parità” dottrinale), ma partecipe a pieno titolo a “tutta la verità” sulla Trinità, così com’essa è vissuta nella tradizione apostolicopatristica-conciliare. L’ecumenismo, così, inserisce la fede apostolica in nuovi contesti storici e risponde a nuovi interrogativi esistenziali. In tal senso l’Ortodossia testimonia la fede diacronica della Chiesa apostolica, essendo un fattore vivo della Chiesa di Cristo.

Questi principi teorici hanno reso possibile un cambio di prospettiva nei confronti di Roma: dall’epoca in cui teologi e ecclesiastici si esprimevano in toni di esclusività confessionale, esaltando la propria purezza dogmatica, si è passati ad un’era in cui si voleva scoprire – senza condannare – le realtà ecclesiali extra muros. La CMI fece propri questi interrogativi e si è interessata, fin dall’inizio, allo studio di questioni ecclesiologiche per evidenziare ciò che fondamentalmente è la Chiesa, cioè sacramento di unità, comunione e santità. In questo spirito, la prima fase del dialogo cattolico-ortodosso si è concentrata su: “Il mistero della Chiesa e dell’Eucaristia alla luce del Mistero della SS. Trinità” (Monaco 1982); “Fede, sacramenti e unità della Chiesa” (Bari 1987) e “Il sacramento dell’ordine nella struttura sacramentale della Chiesa, in particolare l’importanza della successione apostolica per la santificazione e l’unità del popolo di Dio” (Valamo 1988).

La CMI ha esaminato il sacramento dell’eucaristia e il mistero della Chiesa non in sé, bensì nella prospettiva dell’unità ecclesiastica. I documenti di questa prima fase del dialogo teologico volevano evidenziare che la Chiesa “esiste nella storia in quanto Chiesa locale” (1982) e rivela se stessa ogniqualvolta è in assemblea. È l’eucaristia che apre l’orizzonte escatologico e la dimensione comunionale dell’evento ecclesiale. Sicché il vescovo esercita la propria funzione in seno all’eucaristia e in comunione con i vescovi delle altre chiese locali.

Se, pertanto, la successione apostolica è di ordine sacramentale, essa è espressa visibilmente nello spazio (la comunione tra chiese locali) e nel tempo (la continuazione della fede apostolica). Le chiese cattolica e ortodossa riconoscono, quindi, l’autorevolezza della fede apostolica fondata sulle Scritture, sulla vita ecclesiale e sui decreti dei concili ecumenici che hanno pronunciato infallibilmente la vera fede. È evidente che con questi riferimenti si desiderava sottolineare un’ecclesiologia fondata sull’eucaristia e sulla natura sacramentale della Chiesa. In tal modo persino i vecchi punti di divergenza potevano ora essere reinterpretati alla luce della loro sintonia (o no) con la fede degli Apostoli e con l’attinenza alla vita eucaristica. In fondo, dal momento in cui si intendeva l’unità come un obiettivo di ordine sacramentale (dettato dall’“ecclesiologia della comunione”) e non amministrativo-gerarchico, i problemi sviluppati dopo lo scisma si inseriscono in “spiritualità dell’unità”.

La seconda fase del dialogo cattolico-ortodosso si è interessata del tema spinoso delle Chiese greco-cattoliche (o uniate) ed ha dimostrato quanto possa danneggiare la spiritualità del dialogo la persistenza di antichi impulsi polemici politico-religiosi. Nelle sessioni di Freising (1990) e Balamand (1993) è stato respinto il proselitismo, l’ecclesiologia della conversione e “del ritorno” quali modelli di unità. Tuttavia, l’insistenza di alcuni ortodossi affinché il tema dell’Uniatismo fosse discusso urgentemente e con la massima priorità, l’atteggiamento ambiguo da parte della Chiesa Cattolica e la mancanza di un trattamento complessivo della questione, ha lasciato allo spirito conflittuale locale il compito della riconciliazione fra greco-cattolici ed ortodossi, trascinando così il dialogo bilaterale ad un’impasse che ha arrestato lo spirito positivo degli anni ’80.

Nella terza fase del dialogo (2005-oggi) si è tornati ad occuparsi dello studio delle conseguenze canoniche ed ecclesiologiche della natura sacramentale della Chiesa, nella cornice delle discussioni sull’eucaristia. Il documento di Ravenna (2007) ha suggerito che primato e sinodalità, in quanto forme di governo della Chiesa, coesistono e interagiscono a vicenda, ai tre livelli della vita ecclesiale: locale, regionale e universale. Così, la sinodalità è percepita alla luce del primato, mentre il primato è organicamente e funzionalmente inserito nella sinodalità 2 .

Attualmente, il dialogo ufficiale si focalizza sull’esercizio del primato del vescovo di Roma nell’ambito della Chiesa universale del primo millennio e si è in attesa di accertare se esistano margini di accordo tra ortodossi e cattolici su questo punto critico. Nel frattempo, risultano essere degni di nota le recenti affermazioni di papa Francesco di inquadrare l’esercizio del primato in una linea più sinodale3 . Contemporaneamente l’Ortodossia si sta preparando per il Sinodo Panortodosso che, salvo imprevisti, si terrà nel 2016. Si auspica che il Sinodo possa offrire una rinnovata testimonianza di unità e di dialogo con i fratelli delle altre Chiese e Confessioni cristiane 4 .

Alla luce di quanto detto possiamo ora concludere con una breve valutazione sulla base dei punti evidenziati.

Un primo aspetto positivo del dialogo è il fatto stesso che le due Chiese abbiano accolto formalmente – e, si spera, irreversibilmente – l’impegno di costruire insieme un percorso che le riconduca alla desiderata unità. Grazie a questo itinerario si è potuto verificare che non sono pochi i luoghi teologici su cui sono possibili accordi: eucaristia, battesimo, sacerdozio, successione apostolica, sintonia con la fede apostolica, valore normativo dei concili ecumenici, condanna dell’ecclesiologia della conversione e del ritorno ecc. Poiché poi il dialogo cerca di approfondire i punti di convergenza e mettere luce su quelli di divergenza, i documenti ufficiali sono, in qualche modo, legati l’uno all’altro e non devono essere esaminati isolatamente dal clima ecumenico più generale, in quanto devono favorire la recezione del dialogo sistematico nella vita ecclesiale, in modo da in-formare trasversalmente il pleroma ecclesiale. Purtroppo spesso la dinamica del dialogo rimane pressoché staccata dalla vita ecclesiale, malgrado il notevole e faticoso impegno di ecclesiastici, teologi e attivisti dell’ecumenismo di eliminare vecchi pregiudizi, evitare nuove fratture e costruire un nuovo modo di pensare, agire e vivere cristiano che riavvicini la cristianità occidentale e quella orientale nella comune fede apostolica. In tal senso, anche interventi unilaterali, dell’una e dell’altra parte, che respingono la necessità del dialogo non aiutano, a nostro avviso, la logica dell’unità.

Una spiritualità dell’unità significa che:

1. Al dialogo si entra non per accentuare trionfalmente la superiorità della propria fede a quella altrui, ma per assistere umilmente all’opera d’unità condotta dallo Spirito Santo.

Per poterlo fare bisogna:

1.1.Cercare la via del perdono, della costruzione di spazi di accoglienza (il termine greco per la penitenza è: συν-χώρεσις), che rilevino lo spirito relazionale dell’evento ecclesiale (l’ipostasi trinitaria di Dio indica la priorità della dimensione comunionale della Chiesa rispetto a quella istituzionale). Come commenta Mons. Y. Spiteris: “L’ideologia non può essere teologia e molto meno annunzio di salvezza”!

1.2. È opportuno trovare elementi capaci a consolidare l’unità cristiana fondati sull’ecclesiologia e non su fattori extra-ecclesiastici. L’originalità del Cristianesimo deriva dalla Pentecoste, che diffonde a tutti gli effetti del Regno di Dio, e non dall’identificazione con l’uno o l’altro potere temporale.

2. In fondo, l’ecumenismo nasce da un impulso missionario: la chiesa “esce” nel (e non dal) mondo per annunziare la verità del Vangelo e la speranza della riconciliazione che essa già vive al suo interno. La missione ha, quindi, l’obiettivo di portare a compimento il “non ancora” (appunto, lo scandalo delle divisioni) con il “già” della partecipazione (eucaristica) di tutti alla vita trinitaria, che raduna il genere umano intorno alla visione della luce del Regno.

In quest’ottica è motivo di speranza che il papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo, nella Dichiarazione comune da loro firmata a Gerusalemme nel 2014, abbiano indicato la spiritualità della professione dell’unica fede, della preghiera, del rinnovamento della vita interiore, del dialogo fraterno che deve ispirare i rapporti delle due Chiese per discernere insieme le tracce del Vangelo di Cristo, la via della penitenza e la pericoresi agapica delle rispettive esperienze spirituali.

  1. In questo spirito la Dichiarazione comune di Paolo VI e Atenagora (Roma 1967) ribadiva che il dialogo della carità era alla base di tutte le relazioni tra le due Chiese, in quanto si fondava sulla completa fedeltà al Signore Gesù Cristo e sul rispetto reciproco delle tradizioni ecclesiali: “Il Papa e il Patriarca danno la loro benedizione e sostegno pastorale a tutti gli sforzi a favore della collaborazione tra studiosi cattolici e ortodossi sul campo degli studi storici, dello studio nelle tradizioni delle Chiese, la patristica, la liturgia e l’annuncio del Vangelo che corrisponda contemporaneamente al messaggio autentico del Signore e i bisogni e le speranze del mondo di oggi”.
  2. Secondo il documento la comunione ecclesiale a livello locale si effettua “laddove vi è una comunità radunata dall’Eucaristia, presieduta, direttamente o attraverso i suoi presbiteri, da un vescovo legittimamente ordinato nella successione apostolica, il quale insegna la fede ricevuta dagli Apostoli, in comunione con gli altri vescovi e con le loro Chiese” (§18). A livello regionale e “poiché la Chiesa rivela la sua cattolicità nella synaxis della Chiesa locale”, “tale cattolicità deve effettivamente manifestarsi in comunione con le altre Chiese che professano la stessa fede apostolica e condividono la stessa struttura ecclesiale fondamentale” (§22) nel riconoscimento del primo tra i vescovi locali. Infine, a livello universale esiste un pròtos che presiede del concilio ecumenico di cui “una Chiesa locale non può modificare il Credo” sebbene si debba sempre “dare risposte adeguate a nuovi problemi, risposte basate sulle Scritture, in accordo e continuità essenziale con le precedenti espressioni dei dogmi” (§33), poiché “le decisioni dei Concili ecumenici restano normative” e “vincolanti per tutte le Chiese e per tutti i fedeli, per tutti i tempi e tutti i luoghi” (§35).
  3. Cf. Evangelii Gaudium: “Nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità” [§246]; “Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione” [§16]; “Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente»” [§32]
  4. Cf. il documento della quinta Conferenza Panortodossa Presinodale su: “I rapporti dell’Ortodossia con il resto del mondo cristiano” che sarà sottoposto, ad referendum, al Sinodo.

 

 

 

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Fonte: https://www.academia.edu/20581059/Cattolici_e_ortodossi_insieme_verso_l_unit%C3%A0._Costruire_una_spiritualit%C3%A0_del_dialogo

http://www.ortodossia.it/

FAMIGLIA. IL NODO D’ORO


Papa Francesco conclude le riflessioni sulla famiglia e invita a superare i luoghi comuni sulla donna. 

La famiglia è la «comunità umana fondamentale e insostituibile»: lo ha ribadito Papa Francesco — all’udienza generale di mercoledì mattina, 16 settembre, in piazza San Pietro — concludendo le riflessioni sul tema del matrimonio e della vita familiare, alla vigilia di due importanti appuntamenti a esso dedicati: l’Incontro mondiale a Philadelphia e il Sinodo dei vescovi in Vaticano. Entrambi gli avvenimenti — ha spiegato — «hanno un respiro che corrisponde alla portata universale» della famiglia. E questo assume particolare rilevanza — ha denunciato il Papa — nell’attuale passaggio di civiltà «segnato dagli effetti di una società amministrata dalla tecnocrazia economica» che subordina «l’etica alla logica del profitto», disponendo «di mezzi ingenti e di appoggio mediatico enorme». Da qui l’auspicio di «una nuova alleanza dell’uomo e della donna», ritenuta «non solo necessaria», ma «anche strategica per l’emancipazione dei popoli dalla colonizzazione del denaro». Un’alleanza, ha detto, che «deve ritornare a orientare la politica, l’economia e la convivenza civile». Del resto «essa decide l’abitabilità della terra, la trasmissione del sentimento della vita, i legami della memoria e della speranza». E «di questa alleanza, la comunità coniugale-famigliare dell’uomo e della donna è la grammatica generativa, il “nodo d’oro”».

Abbraccio cosmico L'amor che move il sole e l'altre stelle, risposta alla tragedia dell'11 settembre, arazzo, Vaticano, Sala Paolo VI, 2001/02 cm 400/245.

“Abbraccio cosmico” L’amor che move il sole e l’altre stelle, risposta alla tragedia dell’11 settembre, arazzo, Vaticano, Sala Paolo VI, 2001/02 cm 400/245. (Artista: Camilian Demetrescu)

In proposito il Pontefice ha rimarcato come la famiglia attinga la fede «dalla sapienza della creazione di Dio», che ha affidato a marito e moglie «non la cura di un’intimità fine a sé stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere “domestico” il mondo. Proprio la famiglia — ha commentato — è all’inizio, alla base di questa cultura mondiale che ci salva; ci salva da tanti attacchi, tante distruzioni, tante colonizzazioni, come quella del denaro o delle ideologie che minacciano il mondo. La famiglia è la base per difendersi».

In un successivo passaggio Francesco ha anche messo in guardia contro quei diffusi «luoghi comuni, a volte persino offensivi, sulla donna tentatrice che ispira al male». Invece, ha proseguito, «c’è spazio per una teologia della donna che sia all’altezza di questa benedizione di Dio per lei e per la generazione».

Al termine dell’udienza il Papa ha quindi chiesto ai presenti di accompagnarlo con la preghiera in occasione del viaggio apostolico a Cuba e negli Stati Uniti d’America, che inizia sabato prossimo. «Una missione a cui mi accingo con grande speranza», ha detto nel salutare il popolo cubano e quello statunitense.

In precedenza, nell’auletta della Aula Paolo VI, il Pontefice aveva incontrato i ministri dell’Ambiente dell’Unione europea. In vista «degli importanti avvenimenti internazionali dei prossimi mesi», ovvero l’adozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile alla fine di questo mese e la successiva Conferenza sul clima a Parigi, ha chiesto loro di ispirarsi a tre principi fondamentali: «solidarietà, giustizia e partecipazione».

La catechesi del Papa 

Il discorso ai ministri dell’Ambiente dell’Unione europea 

Fonte: http://www.osservatoreromano.va/it/news/il-nodo-doro

ROMANIA. LA FAMIGLIA, SFIDA COMUNE


Cattolici e Ortodossi uniti per la famiglia. A Bucarest si è svolto un incontro tra vescovi europei.
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I matrimoni misti tra cattolici e ortodossi, l’economia globalizzata che non ha cura né attenzione per i poveri né per i giovani, spesso obbligati a cercare lavoro in altre regioni del mondo, la preparazione al matrimonio seguita in una logica pastorale di accoglienza, e la pastorale della famiglia, fatta di vicinanza e di contatti personali. Di queste, e di altre sfide pastorali, hanno parlato i presidenti delle Conferenze episcopali del Sud-Est Europa nel corso del dialogo-confronto sul tema della famiglia che si è tenuto a Bucarest dal 17 al 21 aprile. L’incontro, realizzato nell’ambito delle attività del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE),haripresounatradizionedurataperoltrediecianni,fino al 2012.

“La somiglianza delle sfide pastorali e della situazione della chiesa cattolica in questi paesi – scrivono i vescovi nella nota conclusiva – è la ragione di questi incontri. Due sono gli scopi: rafforzare i rapporti di comunione ecclesiale condividendo le sfide pastorali comuni e approfondire alcune questioni riguardo al tema della famiglia in vista del prossimo Sinodo ordinario dei vescovi (ottobre 2015) e alla luce del Sinodo straordinario del 2014”.
A proposito dei matrimoni misti, i vescovi parlano di “sfide e problemi a causa delle diversità nel modo di concepire il matrimonio e la sua sacra mentalità” evidenziando il bisogno di “accompagnare le coppie in un cammino di fede, perché le differenze non conducano a un relativismo e un’indifferenza religiosa”. Quanto alle migrazioni, “grande sfida per la famiglia”, esigono una “speciale attenzione da parte della Chiesa: si spera una più stretta collaborazione pastorale tra i paesi di origine e quelli di arrivo” e “le comunità cattoliche dei paesi che accolgono gli emigrati – auspicano i vescovi – dovrebbero garantire una preparazione e poi un accompagnamento delle coppie giovani che vengono a sposarsi nei loro paesi di origine”.
La preparazione al matrimonio deve tenere conto delle “sfide poste da una cultura digitale che, permettendo l’accesso a una vasta informazione, non sempre è integrata in una personalità matura capace di prendere decisioni definitive e assumere la responsabilità di una famiglia”. “Motivo di speranza” è invece “la presenza di gruppi di famiglie e di quei movimenti che hanno un carisma speciale dedicato alla famiglia e che costituiscono una risorsa fondamentale della pastorale della famiglia”, scrivono i vescovi ricordando le parole di Papa Francesco nel Messaggio della III Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi: “La famiglia cristiana si fonda, cresce e si sviluppa con l’Eucaristia domenicale, quando con tutta la Chiesa, la famiglia si siede alla mensa del Signore. Egli si dona a tutti noi, pellegrini nella storia verso la meta dell’incontro ultimo quando ‘Cristo sarà tutto in tutti’ (Col 3,11)”.
Fonte: Pontificium Consilium Pro Familia, Newsletter Numero 25 – maggio 2015.

CONCERTO IN AULA PAOLO VI PER LE OPERE DI CARITÀ DI PAPA FRANCESCO


Giovedì 14 maggio alle ore 18,00.

manifesto_concerto_14_maggioSolennità dell’Ascensione del Signore, il Coro della Diocesi di Roma, che da trent’anni presta il suo servizio alla Diocesi e al suo Vescovo, il Papa, offre una serata di meditazione in musica in Aula Paolo VI per sostenere le Opere di Carità di Papa Francesco, evento patrocinato dall’Elemosineria Apostolica, dal Pontificio Consiglio della Cultura, dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione e dalla Fondazione San Matteo in memoria del Card. Van Thuân, e che unisce l’aspetto culturale all’aspetto benefico. In quest’occasione a tutti i presenti sarà data la possibilità di contribuire con offerte volontarie che saranno interamente devolute all’Elemosineria Apostolica e consegnate nelle mani di S.E.R. Mons. Krajewski.

Guidati dal M° Daniel Oren, uno dei più grandi Direttori presenti sul panorama internazionale, l’Orchestra Filarmonica Salernitana e lo stesso Coro della Diocesi di Roma eseguiranno musiche di Mons. Marco Frisina: arie tratte da l’opera musicale “La Divina Commedia” per celebrare i 750 anni dalla nascita del Sommo Poeta, ricordato anche dal Beato Paolo VI nella Lettera Apostolica “Altissimi cantus” pubblicata nel 1965 il giorno prima della chiusura del Concilio Vaticano II, e brani dedicati al Tempo Pasquale, alla speranza e alla gioia.

Protagonisti assoluti di questo evento saranno, i più bisognosi. Saranno loro gli ospiti più illustri della serata, chiamati attraverso Associazioni di carità e di volontariato che operano in loro aiuto e collaborano alla realizzazione dell’evento: la Caritas Diocesana di Roma, il Gran Priorato di Roma e la Delegazione di Roma del Sovrano Militare Ordine di Malta, il Circolo San Pietro, la Comunità di San’Egidio e il Centro Astalli, che assiste e porterà migranti e rifugiati. Questi occuperanno in Aula i posti d’onore e, accanto a loro, seguendo gli insegnamenti del Santo Padre, saranno invitate famiglie, anziani e giovani di tutte le Parrocchie Romane, in particolare coloro che nelle periferie della nostra città vivono situazioni di disagio materiale e spirituale con l’augurio che per loro, come per tutti quelli che parteciperanno, questa serata rappresenti un seme di fiducia e di speranza per il futuro.

Per la partecipazione al concerto è obbligatorio munirsi dei biglietti di invito gratuiti, i quali dovranno essere esibiti alle Guardie Svizzere Pontificie presso l’ingresso dell’Aula Paolo VI, Cancello del Petriano, sito in piazza del Santo Uffizio, (in fondo al colonnato di sinistra).
L’Accesso all’Aula sarà consentito dalle ore 16:00.

Compila il modulo in fondo alla pagina, cliccando qui.

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CONCERTO IN AULA PAOLO VI  PER LE OPERE DI CARITÀ DI PAPA FRANCESCO

I PARTE

Arie da La Divina Commedia. L’Opera

Prologo

Ouverture. Lotta in cielo
La selva oscura Notte

Inferno

Paolo e Francesca Aria di Francesca
Ulisse Aria di Ulisse

Purgatorio

Pia de’ Tolomei Ricordati di me.
L’ora che volge il disio Era gia l’ora…
Addio di Virgilio Aria di Virgilio

Paradiso

Processione del Grifone Hosanna Filio David 
Verso il Paradiso L’amore di colui che tutto move.
Vergine Madre. Finale Preghiera alla Vergine
L’Amor che move il sole e l’altre stelle.
II PARTE

Brani di musica sacra

Ascende
Iubilate Deo
Alleluia Salmo 150
Haec dies
Pacem in terris
Regina coeli
Il canto del mare

 

BIGLIETTI GRATUITI

Per la partecipazione al concerto è obbligatoria la prenotazione dei biglietti di invito gratuiti, compilando il modulo online.
I biglietti si potranno ritirare esclusivamente da lunedi 11 maggio a mercoledì 13 maggio dalle 09:30 alle 19:00 orario continuato e giovedi 14 maggio dalle ore 09:00 alle ore 13.30 presso la Sala Rossa sita al piano terra del Vicariato di Roma.

Tel: 0692938760
Email: biglietti@corodiocesidiroma.com

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VARIAZIONI

Eventuali variazioni possono essere richieste via email all’indirizzobiglietti@corodiocesidiroma.com specificando il numero di prenotazione ricevuto

Papa Francesco: Il vero cristiano non ha paura di sporcarsi le mani con i peccatori


Il vero cristiano non ha paura di sporcarsi le mani con i peccatori, di rischiare anche la sua fama, perché ha il cuore di Dio che vuole che nessuno si perda: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta. Il servizio di Sergio Centofanti per la Radio Vaticana: Al centro dell’omelia di Papa Francesco, le due parabole della pecora smarrita e della moneta perduta. I farisei e gli scribi si scandalizzano perché Gesù “accoglie i peccatori e mangia con loro”. “Era un vero scandalo a quel tempo, per questa gente” osserva il Papa, che esclama:

Papa Francesco

Papa Francesco

“Immaginiamo se a quel tempo ci fossero stati i giornali!”. “Ma Gesù è venuto “per questo: per andare a cercare quelli che si erano allontanati dal Signore”. Queste due parabole – spiega – “ci fanno vedere come è il cuore di Dio. Dio non si ferma, Dio non va fino ad un certo punto, Dio va fino in fondo, al limite, sempre va al limite; non si ferma a metà cammino della salvezza, come se dicesse: ‘Ho fatto tutto, il problema è loro’ . Lui va sempre, esce, scende in campo”.

I farisei e gli scribi, invece, si fermano “a metà cammino. A loro importava che il bilancio dei profitti e delle perdite fosse più o meno favorevole e con questo andavano tranquilli. ‘Sì, è vero, ho perso tre monete, ho perso dieci pecore, ma ho guadagnato tanto’. Questo non entra nella mente di Dio, Dio non è un affarista, Dio è Padre e va a salvare fino alla fine, fino al limite”. E “l’amore di Dio è questo”. Ma “è triste – afferma – il pastore a metà cammino”:

“E’ triste il pastore che apre la porta della Chiesa e rimane lì ad aspettare. E’ triste il cristiano che non sente dentro, nel suo cuore, il bisogno, la necessità di andare a raccontare agli altri che il Signore è buono. Ma quanta perversione c’è nel cuore di quelli che si credono giusti, come questi scribi, questi farisei. Eh, loro non vogliono sporcarsi le mani con i peccatori. Ricordiamo quello, cosa pensavano: ‘Eh, se questo fosse profeta, saprebbe che questa è una peccatrice’. Il disprezzo. Usavano la gente, poi la disprezzavano”.

“Essere un pastore a metà cammino – afferma Papa Francesco – è una sconfitta”. “Un pastore deve avere il cuore di Dio, andare fino al limite” perché non vuole che nessuno si perda:

“Il vero pastore, il vero cristiano ha questo zelo dentro: nessuno si perda. E per questo non ha paura di sporcarsi le mani. Non ha paura. Va dove deve andare. Rischia la sua vita, rischia la sua fama, rischia di perdere la sua comodità, il suo status, anche perdere nella carriera ecclesiastica pure, ma è buon pastore. Anche i cristiani devono essere così. E’ tanto facile condannare gli altri, come facevano questi – i pubblicani, i peccatori – è tanto facile, ma non è cristiano, eh? Non è da figli di Dio. Il Figlio di Dio va al limite, dà la vita, come l’ha data Gesù, per gli altri. Non può essere tranquillo, custodendo se stesso: la sua comodità, la sua fama, la sua tranquillità. Ricordatevi questo: pastori a metà cammino no, mai! Cristiani a metà cammino, mai! E’ quello che ha fatto Gesù”.

“Il buon pastore, il buon cristiano – conclude il Papa – esce, sempre è in uscita: è in uscita da se stesso, è in uscita verso Dio, nella preghiera, nell’adorazione; è in uscita verso gli altri per portare il messaggio di salvezza”. E il buon pastore e il buon cristiano conoscono cosa sia la tenerezza:

“Questi scribi, farisei non ne sapevano, non sapevano cosa fosse caricare sulle spalle la pecora, con quella tenerezza, e riportarla con le altre al suo posto. Questa gente non sa cosa sia la gioia. Il cristiano e il pastore a metà cammino forse sa di divertimento, di tranquillità, di certa pace, ma gioia, quella gioia che c’è nel Paradiso, quella gioia che viene da Dio, quella gioia che viene proprio dal cuore di padre che va a salvare! ‘Ho sentito i lamenti degli israeliti e scendo in campo’. Questo è tanto bello, non avere paura che si sparli di noi per andare a trovare i fratelli e le sorelle che sono lontani dal Signore. Chiediamo questa grazia per ognuno di noi e per la nostra Madre, la Santa Chiesa”.

Fonte: Radio Vaticana

Papa Francesco presiede la Messa al Verano sabato 1° novembre. Celebrazioni con i vescovi ausiliari negli altri cimiteri


Nella solennità di Tutti i Santi, sabato 1° novembre alle 16, Papa Francesco celebrerà la Messa all’ingresso monumentale del cimitero in Campo Verano, seguita da una preghiera per i defunti e dalla benedizione delle tombe. Concelebreranno il cardinale vicario Agostino Vallini, l’arcivescovo Filippo Iannone, vicegerente della diocesi di Roma, il vescovo ausiliare per il settore Centro monsignor Matteo Zuppi, il vescovo vicario del Capitolo Lateranense monsignor Luca Brandolini e il parroco di San Lorenzo Fuori le Mura, padre Armando Ambrosi. In occasione della commemorazione dei defunti, sono previste anche celebrazioni negli altri cimiteri romani che saranno presiedute dai vescovi ausiliari Guerino Di Tora e Paolino Schiavon

 papaFrancesco

Sabato 1° novembre 2014, solennità di Tutti i Santi, alle ore 16, Papa Francesco celebrerà la Messa all’ingresso monumentale del Cimitero in Campo Verano. Al termine, ci sarà un momento di preghiera per i defunti, con la benedizione delle tombe. A concelebrare con il Santo Padre ci saranno il cardinale vicario Agostino Vallini, l’arcivescovo Filippo Iannone, vicegerente della diocesi di Roma, il vescovo ausiliare per il settore Centro monsignor Matteo Zuppi, il vescovo vicario del Capitolo Lateranense monsignor Luca Brandolini e il parroco di San Lorenzo Fuori le Mura, padre Armando Ambrosi. «I sacerdoti che vogliono partecipare – spiegano dall’Ufficio liturgico del Vicariato di Roma – avranno un settore riservato e dovranno indossare l’abito talare o religioso e la cotta (i parroci anche la stola di colore bianco) e trovarsi all’ingresso del cimitero entro le ore 15.30. Tutti i fedeli sono invitati a partecipare». Non è richiesta la presentazione di alcun biglietto.

In occasione della commemorazione dei defunti, sono previste anche celebrazioni negli altri cimiteri romani che saranno presiedute dai vescovi ausiliari: monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliare per il settore Nord della diocesi di Roma, celebrerà la liturgia al cimitero di Prima Porta, sempre sabato 1° novembre, alle ore 16; monsignor Paolino Schiavon, vescovo ausiliare per il settore Sud, celebrerà la Messa nel cimitero di Ostia, sempre lo stesso giorno, il 1° novembre, alle ore 15.30, e al Laurentino il giorno successivo (domenica 2 novembre), ancora alle 15.30.