Appartenenza culturale e identità dei romeni


“I romeni hanno iniziato la loro storia come “enclave latina alle porte dell’Oriente” oppure come “isola di latinità in un mare slavo” e sono sempre rimasti in un’ampia regione di interferenze e di vari influssi. Questa regione è stata spesso minacciata nella propria stabilità ed esistenza, da occidente e da oriente, da nord e da sud. Le minacce hanno talvolta assunto forme distruttive o dissolventi, pericolose per l’identità dei romeni. I gravi pericoli dal sud e dal nord, così come quelli dall’ovest sono stati più anticamente annichiliti, allontanati, neutralizzati, quando è stato possibile, tramite il contributo dei romeni e dei loro vicini, ma soprattutto grazie all’evoluzione dei rapporti internazionali. Molto più persistenti, più incalzanti, più dolorosi e più gravi sono stati i pericoli provenienti dall’oriente, a partire dalle migrazioni per finire con i carri armati sovietici portatori del comunismo. Da più di un millennio, i romeni hanno vissuto con l’ossessione della minaccia dell’Oriente. Perciò, dalla loro polivalente eredità identitaria, hanno coltivato piuttosto la propria componente occidentale.” (Ioan-Aurel Pop, I romeni e il ricordo di Roma).

In Romania, “la gente per decenni ha vissuto con fatica, che non consiste solo nello sforzo fisico: è anche sofferenza interiore, se si tratta di una fatica imposta, di un disagio inferto. Milioni di persone hanno vissuto facendo la fila in negozi e tirando la cinghia, ma senza rassegnazione, con la coscienza, giorno dopo giorno, che non trovare carne o detersivo non fosse fatalità, ma fosse, piuttosto, come ricevere uno schiaffo, un altro aspetto di quella violenza che impediva di esprimere le proprie idee e la propria fede.

 Si sarebbero potuti rassegnare tutti. Molti l’hanno fatto. Ma molti altri hanno resistito, continuando a obbedire solo alla propria coscienza, rifiutando i compromessi, quelli che avrebbero garantito una vita più facile, un livello sociale più elevato, la sicurezza per la propria famiglia. Sono stati in piedi dentro la fatica, come le betulle dei boschi russi, che si piegano senza spezzarsi

 È questa la gente che, in Polonia come in Cecoslovacchia o in Romania e in Unione Sovietica, ha abbattuto i regimi, cominciando subito ad aggirarsi laboriosa tra le macerie dei muri mettendo insieme le pietre per costruire edifici più degni. Questa gente, con la sua fede, ha mantenuto viva la dimensione umana che  l’ideologia tende a sopprimere,  la dimensione più umile e allo stesso tempo più fiera, che si esprime nel fare la spesa, nel preparare da mangiare, nel vincere il sonno, la sera, per parlare con i bambini e trasmettere loro le proprie idee e non quelle del partito.

Ma come è potuto accadere che il marxismo, che sta all’origine di questi regimi basati sulla paura, abbia potuto affascinare a lungo, in Occidente, generazioni di giovani ?” (Antonio Maria Baggio, Etica ed economia. Verso un paradigma di fraternità. Città Nuova, 2005, p. 63).

“Per capire la potenza, la fascinazione del marxismo dobbiamo tenere presente che il marxismo è la prosecuzione del progetto giacobino, che durante la rivoluzione francese cercò di portare alle estreme conseguenze l’idea di eguaglianza, sacrificando la libertà. […] Il marxismo fu la più forte tra le dottrine illiberali, quella che ha affascinato di più gli spiriti perché si è presentato come il socialismo scientifico;” (Luciano Pellicani, Economia e civiltà, I, p. 6). 

In questa felice sintesi Georges Castellan traccia la storia complessa e travagliata del popolo romeno, che lo storico G.I. Bratianu non esitava a definire “un enigma e un miracolo storico”. A partire dalle origini romane si snodano così le vicende di questo grande popolo che, anche quando è stato costretto a subire quattro secoli di “protettorato” ottomano, oppure, in anni recenti, quando la Romania era un satellite dell’impero sovietico, non ha inteso rinunciare alla propria identità, e persino durante la paranoica dittatura di Ceausescu ha voluto e saputo rimanere ostinatamente europeo. Oggi, i romeni, unico popolo neolatino dell’area balcanica, sono finalmente in Europa. Grazie al lucido saggio di Castellan il tormentato percorso di questi ‘fratelli separati’ ci diviene più familiare.

Bibliotecă românească în Italia / Biblioteca in lingua romena

 ROMENI E IL RICORDO DI ROMA


di Ioan-Aurel Pop*

Il popolo romeno è il più numeroso popolo del sud-est europeo ma è, al contempo, anche il popolo neolatino più orientale, isolato dal grosso della latinità. Come tanti altri popoli, ha due nomi, uno dato da se stesso (romeno) e l’altro (valacco, con varianti) dato dagli stranieri. Succede la stessa cosa anche con il Paese (le Regioni storiche) dei romeni: ciò che i romeni chiamavano genericamente “Ţara Românească” era per ogni straniero la “Valacchia” (con diverse varianti di scrittura e di pronuncia). La romanità, nel tempo, si è espressa nei romeni mediante la lingua e l’origine ma anche tramite i nomi assunti da questo popolo e dalle sue regioni storiche.

La gente comune non si è mai posto, in passato, il problema della dualità valacco / romeno, poiché ha conosciuto relativamente di recente l’esistenza dell’etnonimo valacco o del nome Valacchia. In altre parole, per il popolo il nome di valacco (con i suoi derivati) non esisteva. Mentre per le élites romene le cose erano da tempo chiare.

Ecco ciò che scriveva, verso la fine del XVII secolo, lo storico e uomo politico Miron Costin: Ed essi [i.e. i nomi del popolo romeno] li ho annotati per la più facile comprensione delle denominazioni del popolo e degli altri principati, della Moldavia / Moldova e della Muntenia e dei romeni della Transilvania / Ardeal. Allo stesso modo per questo popolo, di cui scriviamo, di questi principati, il suo nome corretto e più antico è român, cioèrâmlean, erede di Roma. Questo nome <deriva> dalla loro discendenza da Traiano, e finché vissero <i romeni>, fino al loro allontanamento da questi spazi <aperti> e finché vissero sulle montagne, in Maramureş e lungo l’Olt, sempre hanno mantenuto questo nome e lo conservano ancora oggi, e meglio ancora i munteni dei moldavi, poiché loro dicono anche ora Ţara Rumânească, come pure i români di Transilvania / Ardeal. E gli stranieri e i Paesi circostanti hanno dato loro il nome di vlah, da vloh, come abbiamo già detto, <e> questi nomi di valeos, valascos, olah, voloşin sempre dagli stranieri sono dati, a cominciare dall’Italia, che chiamano Vloh. Poi, più tardi, i turchi, dal nome del Signore che per primo piegò il Paese ai turchi, ci chiamano bogdani[1], e i munteni caravlah, mentre i greci ci dicono bogdanovlah, e i munteni vengo chiamati – vlahos. Mentre questo nome, moldovan, deriva dal fiume Moldova, dopo la seconda fondazione di questa Regione, a opera di Dragoş vodă [2] . E i munteni, ovvero quelli della montagna – sono munteni, o quelli dell’Olt – olteni, sicché i leşii (i.e. polacchi)[3] li chiamano molteani. Sebbene tanto negli scritti storici, e negli idiomi degli stranieri, tanto fra di loro, con il passare del tempo e dei secoli, insieme con le innovazioni <i romeni> hanno e acquisiscono anche altri nomi, soltanto però quello che è il nome antico è fondato e radicato, <cioè> rumân, come si vede. Poiché, anche se ci chiamiamo ora moldoveni, non ci chiediamo: “sai il moldavo?”, bensì “sai il romeno?”, vale a dire râmleneşte (la lingua dei discendenti di Roma, n.d.a.); manca poco rispetto a sţis romaniţe, in lingua latina. Rimane, dunque, il nome antico come un fondamento immutabile, quello che in verità si trova alla radice non cambia nonostante il fatto che sia i lunghi periodi sia gli stranieri aggiungano altri nomi. E così succede anche a queste Regioni, e al nostro Paese, alla Moldavia, e alla Muntenia (Ţara Muntenească): il nome corretto tramandato da generazioni è român, come si chiamano tuttora gli abitanti delle Regioni sotto il Regno d’Ungheria, e così i munteni per il proprio paese, come scrivono e rispondono nel loro idioma: Ţara Rumânească[4].

Miron Costin chiarisce così, in maniera abbastanza limpida, l’esistenza dei nomi generali di romeni e di valacchi, delle altre denominazioni regionali e locali (bogdanimoldovenimunteniolteni), nonché del nome di Ţara Românească. Come si può facilmente notare, l’erudito boiaro moldavo usa alternativamente i nomi di rumân român, che rappresentano per lui la stessa identica cosa. Sa che i romeni hanno numerose denominazioni locali, regionali, secondo le province e i “Paesi” in cui vivono, ma anche una denominazione etnica generale, con una forma principale interna (rumân român) e una esterna (vlah). Per lui, ambedue i nomi generali dei romeni sono indubitabilmente legati a Roma e all’Italia, il cui ricordo si è pertanto perpetuato nei secoli.

Sempre in tale direzione hanno poi scritto Dimitrie Cantemir e gli studiosi della corrente culturale illuministica chiamata Scuola Transilvana (Şcoala Ardeleană). I maggiori studiosi romeni hanno sottolineato questi aspetti sin dal XIX secolo, la loro opera essendo continuata, con una molto seria teorizzazione, nel secolo scorso, tramite le opere di Nicolae Iorga[5], Gheorghe Brătianu[6], Şerban Papacostea[7], Adolf Armbruster[8], Vasile Arvinte[9], Eugen Stănescu[10], Ştefan Ştefănescu[11], Stelian Brezeanu[12] e di altri[13]. In altre parole, è stato dimostrato, in base alle fonti, che i romeni, sin dal Medioevo, ebbero, tendenzialmente, due nomi, uno dato loro dagli stranieri (risultato dell’alterità, del contatto con “l’altro”, con il vicino[14]) e un altro dato da loro stessi, tutti e due portando in sé il ricordo di Roma.

Evidentemente alcuni storici meno familiarizzati con la storia medievale e della prima modernità dei romeni e soprattutto con le loro fonti (difficilmente accessibili, dal momento che sono scritte in tante lingue: slavo ecclesiastico, latino, greco, ungherese, lingue orientali, lingue slave ecc.) possono sembrare perfino sorpresi di tale situazione. La circostanza non è però per nulla fuori del comune, anzi, essa è rintracciabile in molti popoli: gli ungheresi chiamano se stessi magyarok (magiari) e non ungheresi, come li chiamano gli stranieri; i greci sono per se stessi elleni, i polacchi sono chiamati dagli altri anche leahi, leşi o lengyelek, i tedeschi sono anche niemtzi, Allemandstedeschinémetek ecc., ma loro chiamano se stessi Deutschen. Analogamente con gli albanesi, i finlandesi, gli irlandesi, gli olandesi e con tanti altri. Un serbo è (era) per un ungherese rác, un slovacco è (era) tót, un italiano – olasz, un romeno – oláh [15] ecc. Il parallelismo tra romeni e ungheresi è il più eloquente, poiché si tratta di popoli vicini, che portavano nomi doppi sin dagli inizi della loro attestazione come popoli compiutamente costituiti nell’Europa centrale e del sud-est (a partire cioè dal IX secolo)[16].

Quanto ai romeni, le antiche testimonianze, risalenti ai secoli XIII-XIV, mettono chiaramente in rilievo questa dualità. Gli autori stranieri indicano irrefutabilmente che, benché esistesse negli ambienti esteri europei e perfino in quelli extra-europei il nome di vlah, i romeni chiamavano se stessi rumâni, termine derivato dal latino romanus, nel ricordo di Roma, denominazione che hanno conservato durante i secoli. La forma rumân è la più antica, ereditata dal latino in base alle specificità della lingua romena, secondo cui la vocale latina “o” interconsonantica si trasforma nel romeno, in determinate condizioni, in “u”. In tal modo nomen diventa numedolor > dureresonare sunarerogationem > rugăciunerogus > rugcolor > culoare ecc. Di conseguenza, era naturale che romanus desse in romeno rumân. Tardi e gradualmente, sotto l’influsso dell’umanesimo, dell’illuminismo (Şcoala Ardeleană / Scuola Transilvana) e del nazionalismo moderno si è sempre più imposta la forma român, attestata per la prima volta in forma scritta nel XVI secolo.

La latinità risiede senza dubbio nel nome dei romeni, è però interessante sapere se i romeni sono stati coscienti (hanno saputo loro stessi) di questa loro radice. Era difficile credere che, dopo tanti secoli dalla conquista romana della Dacia, i romeni avessero conservato non solo il nome, ma anche il ricordo diretto di Roma. Perciò, per molto tempo si è affermato che la romanità dei romeni è stata scoperta dagli umanisti italiani, dai quali sarebbe stata in seguito ripresa, e quindi diffusa, dai cronisti romeni. In tempi relativamente recenti, solo qualche decennio fa (soprattutto grazie a Şerban Papacostea e ad Adolf Armbruster), si è dimostrato che un certo numero di romeni ebbe nel Medioevo coscienza della propria romanità, cioè a dire la convinzione di provenire da Roma, di discendere dai romani, militari, colonizzatori e persino briganti, arrivati al Danubio e ai Carpazi, in Mesia e in Dacia, in uno con la dominazione imposta da alcuni imperatori del primo secolo dell’era cristiana, poi da Traiano e perpetuata dai suoi seguaci[17]. Allo stesso modo, alcuni polacchi sapevano, sempre in quel periodo, che discendevano dai sarmati (mentre altri sapevano di provenire dagli slavi), certi ungheresi che traevano origine dagli unni, alcuni francesi di essere nati dai troiani di Paride ecc. Qualsiasi comunità umana, di ogni luogo e di ogni tempo, si è interessata e si interessa alle origini, cerca e trova risposte in tal senso, alcune reali, altre immaginarie, le più numerose essendo un connubio tra realtà e immaginazione. Non è stato diversamente nel caso dei romeni, nel senso che molti di loro si sono domandati da dove provenissero, e alcuni hanno trovato (tra le altre possibili) anche la risposta, ingenua e spesso esagerata, che tutti i loro avi erano venuti “da Roma”.

Tale idea può essere ripercorsa a partire dall’imperatore (zar) Ioniţă Caloian (cel Frumos / il Bello), dei bulgari e dei valacchi (romeni), nella sua corrispondenza con papa Innocenzo III, attorno all’anno 1200[18] e fin verso la metà del XVI secolo, quando i monaci ortodossi del monastero di Dealu, vicino a Târgovişte, riferivano al padovano Francesco della Valle e ai suoi accompagnatori la storia dell’insediamento degli abitanti in questa regione[19] da parte dell’imperatore Traiano, dai cui antichi coloni discendevano i romeni, che conservano il nome di romanigli usi e la lingua dei romani[20].

La coscienza della romanità si collegava strettamente con la conservazione del nome di romano (romeno). Il mantenimento del nome rumân român (rumeno / romeno), derivato dal latino romanus, per denominare dall’interno l’unico popolo neolatino del sud-est europeo, è impressionante e ha dato occasione a numerosi commentari nel corso del tempo. Si possono trovare molteplici spiegazioni a questo fatto, tra le quali c’è ovviamente l’isolamento dei daco-romani, dei proto-romeni e poi dei romeni in mezzo a popolazioni e popoli diversi, non romanzi (slavi, turanici, ugro-finnici). Durante tutto questo tempo, i popoli neolatini occidentali erano più numerosi e vicini tra loro, il che ha portato anche al bisogno di differenziarsi, di distinguersi tra di loro o di essere identificati dagli altri[21].

Il termine vlah ha un’origine piuttosto oscura, ma la maggior parte degli specialisti concorda sul fatto che esso derivi dal nome dato dagli antichi germani a una tribù celtica romanizzata – Volcae. Questo nome è stato poi ripreso da slavi, bizantini, neolatini, ungheresi ecc. ed è penetrato nelle lingue di cultura del Medioevo (greco, latino, slavo ecclesiastico) e ulteriormente nelle lingue vernacolari, con il senso di comunità latinofona, parlante una lingua romanza[22]. Poiché gli unici parlanti, più numerosi e più diffusi, di lingua neolatina nel Medioevo nella zona centro- e sud-est europea[23] sono stati i romeni, il termine vlah (con le sue varianti) è arrivato in generale a denominare, a partire dalla fine del I millennio, i romeni. In altre parole, data la non esistenza di un altro gruppo neolatino importante nel basso Danubio (sia a nord che a sud del fiume) e nei Carpazi, gli slavi, gli ungheresi, i greci e gli altri popoli hanno finito per riferirsi ai romeni (considerati giustamente romanzi) come vlahi / valacchi[24]. Il fatto, come dicevamo, non è insolito, è però impressionante, poiché i due etnonimi – român vlah /romeno e valacco – hanno, essenzialmente, lo stesso significato, cioè erede della latinità, della romanità. Se si parte dalla differenza tra populus Romanus lingua latina (cioè dalle distinte denominazioni che si riferiscono al popolo e alla lingua), allora è anche possibile sfumare: mentre il termine român rinvia in primis all’origine etnica romana, alla discendenza dai romani, il termine vlah si riferisce innanzitutto al latino, al suo uso. Altrimenti detto, valacco significa, all’origine, latinofono (parlante latino, la lingua proveniente dall’antica Italia), e rumân significa “da Roma”, collegato allo Stato romano e ai romani. In ambedue i casi, come si può notare, il denominatore comune è Roma e la perpetuazione del suo ricordo, tramite l’origine o (e) tramite la lingua.

Il termine rumân român (rumeno / romeno) è evidentemente molto meno attestato nelle fonti antiche, cosa perfettamente naturale: gli stranieri non avevano necessità di usarlo, dal momento che essi ne avevano un altro, per denominare il rispettivo popolo, mentre l’éliteromena, che aveva quale lingua di cultura lo slavo ecclesiastico, utilizzava anch’essa nello scritto i vocaboli adatti a questa lingua, derivati sempre da vlah valah. Quando si è però passati all’uso della lingua romena, a partire dal XVI secolo, nei testi romeni compare solo il termine con cui si autodenominavano i romeni stessi, cioè rumân român (rumeno / romeno). Tuttavia, il fatto che i romeni usassero nel Medioevo la denominazione di rumân per definire se stessi e che esistesse la dualità vlahrumân sono realtà menzionate in Occidente almeno a partire dal XIV secolo.

Così una descrizione del mondo, probabilmente di origine toscana (in un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana, valorizzata di recente per la storiografia romena), afferma che nel 1314 circa, nella “provincia”[25] chiamata Ungaria, che era reame (regno, struttura politica), vivevano, oltre agli ungheresi, anche i romeni: In quella medesima provincia sono i Rumeni e i Valacchi, e quali sono due grandi gienerazioni e [h] anno reame e sono paghani[26]. Di conseguenza, l’autore italiano sapeva, all’inizio del XIV secolo, che quelli che venivano denominati valacchi dagli occidentali, chiamavano se stessi români (rumeni), che avevano determinate strutture politiche organizzate (reame) e che non erano “cristiani”, più esattamente non erano “veri cristiani” (cattolici). Erano, in altre parole, “scismatici”. Ci sono ancora esempi nell’epoca, spesso in ambito francescano, là dove i fedeli bizantini erano chiamati, oltre che “scismatici”, anche “eretici” o “pagani”, non essendo collocati tra i “cristiani”[27]. L’autore del testo sa in un certo qual modo, vago e mitico, dei due nomi, di cui fa due “rami” o “popolazioni”, similmente al modo in cui appaiono questi nomi nella leggenda dei fratelli Roman e Vlahata, gli eroi eponimi dei romeni. La stessa dualità di etnonimi, questa volta in latino, si osserva in un noto documento di papa Clemente VI, del 1345, in cui i romeni sono chiamati Olachi Romani.[28] Qui, nella redazione papale, appaiono ambedue i nomi (come nell’esempio precedente), vale a dire tanto quello di vlah (olah), dato dagli stranieri, quanto quello di rumân, dato dai romeni stessi.

Allo stesso modo, in un atto emesso dal principe Stefano Báthory il 6 giugno 1574[29], la fede ortodossa transilvana viene chiamata, in modo sorprendente, romana religio, probabilmente secondo la maniera degli autori umanisti di arcaizzare, cioè di denominare i popoli in base ai loro antenati (reali o immaginari) dell’antichità. Così, “la religione romena” è diventata “la religione romana”, in un paese come la Transilvania, in cui, in quel periodo, al posto del termine “ortodosso” si usava frequentemente quello di valah (olah), e invece di “fede ortodossa” si diceva “fede valacca”[30].

Di recente, è stato segnalato e portato in discussione un altro documento, emesso probabilmente dal re Béla III d’Ungheria fra il 1188-1195 (forse nel 1194), confermato da Béla IV e copiato nel 1417, in cui sono lodati i meriti di un certo conte Narad, “uomo nobile di nazione germanica” (vir nobilis natione Theutonicus), che avrebbe dimostrato, tra l’altro, i suoi atti di fede nei confronti del suo sovrano lottando contro la furia o la pazzia dei bulgari e dei romeni (contra furorem Bulgarorum et Rumenorum)[31]. Il confronto ebbe probabilmente luogo in seguito alla fondazione del Regno valacco-bulgaro, dopo la rivolta dei bulgari e dei valacchi contro i bizantini del 1185-1186. L’identificazione di quei Rumeorum o – come si suppone sia stato nell’originale – Rume<n>orum con i ruteni (del nord) o con i romei (gli abitanti dell’Impero bizantino) è, per ragioni molto fondate, esclusa, sicché la sola ipotesi plausibile è che, intorno all’anno 1194, la cancelleria ungherese abbia utilizzato per i romeni il nome che loro stessi si davano e che era conosciuto in determinati ambienti. Questa sarebbe, fino ad ora, la più antica testimonianza del nome român (rumân) sotto la forma Rumei Rumeni, secondo il modo cioè in cui si denominavano i romeni stessi.

Il contesto non è singolare, soprattutto se teniamo conto del fatto che, sempre allora (è il 1199), papa Innocenzo III scriveva a Ioniţă Caloian, re dei valacchi e dei bulgari, della gloria dei suoi antenati romani. Il modo in cui il monarca valacco ringrazia il sommo Pontefice (ci ha ricondotti al ricordo del sangue e della patria nostra da cui discendiamo), nonché quello in cui il papa scrive a Ioniţă (per stirpe e sembianza sei romano [32] , come il tuo popolo e la tua terra, che dal sangue dei romani trae la propria origine) attestano l’esistenza, già intorno al 1200, di una tradizione riguardo alla discendenza dei romeni dai coloni antichi di quelli dall’Italia (annotata da Giovanni Kinnamos, sui valacchi dell’esercito di Leone Vatatzes)[33]. Tale tradizione circa la romanità dei romeni includeva, a quanto pare, anche la conoscenza del doppio nome di questo popolo del sud-est europeo, cioè del nome di valahi, dato da stranieri e del nome di rumâni, dato dai romeni stessi.

Nel Libellus de notitia orbis (un piccolo trattato di geografia), redatto intorno al 1404 dall’arcivescovo Giovanni di Sultania, questi scrive dei romeni a sud del Danubio: Loro hanno una loro lingua ed <è> quasi come il latino e, a quanto si racconta, discendono dai romani, poiché quando un imperatore romano ha preso sotto il suo dominio quelle regioni […], un gruppo di romani, vedendo che il paese è ricco, vi sono rimasti, sposandovisi. […] Perciò essi dicono con orgoglio di essere romani e questo fatto si evidenzia tramite la loro lingua, poiché loro parlano come i romani[34]. Si tratta qui degli stessi abitanti che, due secoli prima, erano presentati al papa di Roma dal summenzionato Ioniţă cel Frumos (il Bello) quali eredi dei romani. Dal testo dell’arcivescovo, del 1404, risulta che esisteva una tradizione locale (a quanto si raccontadicono con orgoglio di essere romani) riguardo all’origine romana dei valacchi. Aveva analogamente detto nel XII secolo Giovanni Kinnamos: quelli di cui si dice che sono da tempi antichi coloni di quelli venuti dall’Italia[35]. Sempre nel XV secolo, come già Giovanni di Sultania, l’umanista italiano Poggio Bracciolini scriveva che al nord del Danubio c’è una colonia, a quanto si dice, lasciata lì dall’<imperatore> Traiano[36]. Anche in questo caso si tratta dell’annotazione di una tradizione locale (a quanto si dice) e non di una ricerca erudita. Nel 1453, un altro umanista italiano, Flavio Biondo, affermava: … i Valacchi della regione del Danubio […] dimostrano tramite la loro parlata la loro origine romana come una cosa onorevole, <origine> che mettono in evidenza e che invocano[37]. Vale a dire che anche Flavio Biondo, senza ricorrere allo studio degli autori antichi, seppe dai romeni stessi che questi discendevano dai romani.

In queste condizioni, l’affermazione di Niccolò di Modrussa (che ha conosciuto direttamente i romeni), dall’opera De bellis Gothorum, redatta prima del 1473, ha un significato particolare: I romeni portano quale argomento per la loro origine il fatto che, sebbene utilizzino tutti <per iscritto> la lingua della Mesia […], tuttavia parlano fin dalle origini una lingua popolare, che è il latino, il cui uso non l’hanno affatto abbandonato[38]. Qui si nota come certi romeni del XV secolo facessero distinzione tra la lingua della cultura scritta e della Chiesa (lo slavo ecclesiastico) e la lingua parlata dal popolo (il latino), invocando quest’ultima lingua giusto come argomento della loro origine romana.

Altre affermazioni di questo genere diventano d’ora in avanti sempre più frequenti: Poiché essi dicono che sono i soldati di una volta dei romani […] (Jan Laski, vescovo di Gnezno, nel 1514); Popolo guerriero, discendente dai valorosi romani, che hanno fatto sì che tremasse il mondo (Iacob Heraclid Despot, nel 1562); Essi dichiarano di discendere da una colonia romana […] e usano ancora una lingua che assomiglia all’antica lingua di Roma (Giovanandrea Gromo, 1564-1565)[39]. Alcuni Principi romeni, prima del 1600, invocavano l’origine romana del popolo di cui facevano parte i loro soldati, per dare loro coraggio nelle battaglie[40]. Così i romeni non dovettero aspettare Grigore Ureche, del XVII secolo, per sapere che discendevano da Roma, poiché una tradizione multisecolare aveva preceduto le ricerche moderne in questa direzione.

Ci sono anche testimonianze che provano che la lingua parlata dai “valacchi” era da essi chiamata “romeno” (“rumeno”) o persino “rumânească”, secondo l’antico aggettivo romanescus-a-um, della tarda età romana. Del resto, molti autori del tardo Medioevo e del Rinascimento collegano non solo il fondo lessicale della lingua romena, ma anche la sua denominazione usata dai romeni (gli aggettivi romana romanesca o l’avverbio rumuneste) all’origine romana dei romeni. Per questi autori, che sapevano che la lingua si chiamava nei suoi propri territori romana romanesca (e non valaha), era chiaro che anche il popolo che la utilizzava avesse una analoga denominazione, derivata dal latino romanus. Alcuni di loro affermano ciò in modo esplicito nei loro scritti.

Offriamo solo alcuni esempi. Il già menzionato Niccolò di Modrussa scriveva (prima del 1473) che i romeni, allorquando si incontrano con degli stranieri con cui cercano di dialogare, chiedono loro se sanno parlare la lingua romana, e non il valacco[41]. Ovvero i romeni denominavano la propria lingua “română / romena”, forma che non poteva essere resa in latino (dove non esiste la vocale â) se non tramite romana. Tranquillus Andronicus, un dalmata di Traù (il quale ha conosciuto direttamente i romeni di Transilvania, Moldavia e Ţara Românească), scriveva nel 1528 a Jan Tarnowski, comandante supremo dell’esercito polacco, che gli abitanti della vecchia Dacia si sono fusi in un solo corpo, che sono chiamati dagli altri valacchi dal nome del generale Flaccus (come aveva scritto, in modo fantasioso, Enea Silvio Piccolomini), ma che loro ora si dicono romani, anche se non hanno nulla di romano tranne la lingua e persino questa è gravemente alterata ed è mescolata con molte lingue barbare [42]Parlando dei romeni di Ţara Românească, il padovano Francesco della Valle (trovatosi al servizio dell’avventuriero Aloisio Gritti) – conoscitore diretto delle realtà a nord del Danubio negli anni 1532-1534 – scriveva: La loro lingua [i.e. dei romeni] è poco diversa dalla nostra lingua italiana; loro si chiamano nella loro lingua romani, dicendo che sono arrivati da tempi antichissimi da Roma, per stabilirsi in questo paese; e quando qualcuno chiede se qualcuno sa parlare la loro lingua valacca, essi dicono in questo modo: sai il romeno (româneşte)[43] Cioè, sai parlare romeno (româna)[44]poiché la loro lingua si è alterata [45]. L’umanista croato-ungherese Antonius Verancius (Verancsics) evocava anche lui, intorno al 1550, il fatto che i valacchi traggono origine dai romani, che hanno nella loro lingua numerose parole … uguali e con lo stesso significato come in latino e nei dialetti degli italiani e che quando chiedono a qualcuno se sa parlare la lingua valacca dicono: “Sai per caso il romeno (româneşte)[46]?”, oppure <quando chiedono > se è valacco, gli domandano: “se è romeno (român)[47]. Come si può notare, queste testimonianze, risalenti al periodo 1200-1600, attestano senza alcun dubbio che quelli che erano chiamati “valacchi” dagli stranieri chiamavano se stessi “romeni” (rumeni), e alla loro lingua dicevano “romena” (rumână o rumânească), conservando, alcuni di loro, nella mente il ricordo di Roma.

La denominazione di Dacia si è probabilmente perduta, a poco a poco, a livello popolare già alla fine dell’epoca antica (com’è successo, ad esempio, anche nel caso della Gallia). Sotto i romani, il nome di Dacia ha avuto un senso più politico che etnico. Questo nome ha ricevuto, quindi, un serio colpo proprio quando il vecchio regno di Decebal è diventato in gran parte l’omonima provincia romana, poiché non si trattava più, di fatto, della vecchia Dacia, ma di una Romània, divisa poi in più Romaniae [48]. Queste, dopo il ritiro e la caduta di Roma, hanno finito per diventare gradualmente delle entità latine, più grandi o più piccole, collocate e a nord e a sud del Danubio e circondate da popolazioni non-latine. La loro latinità è provata allo stesso tempo dal nome proprio, interno, quello di Romaniae e da quello esterno, dato da stranieri, di Valachiae. Le Romanie o le Valacchie sud-danubiane si sono sempre più ridotte e, in parte, disperse in seguito alla migrazione massiccia degli slavi (dopo il 602) e dopo la formazione dei loro stati.

L’ultimo grande sussulto di una siffatta Valacchia, vale a dire di una vita politica organizzata a livello più alto dai romeni a sud del fiume, ma in alleanza con gli slavi, è stato il Regno Valacco-Bulgaro formato alla fine del XII secolo, sotto la dinastia valacca (valacco-bulgara) degli Asăneşti. Al contrario, a nord del Danubio, i nuclei politici romeni si ergevano a misura che decadeva politicamente e demograficamente la romenità balcanica. Qui, tra il Danubio e i Carpazi Meridionali (ovvero le Alpi della Transilvania, come li chiamavano gli occidentali), si è formato, a cavallo del XIII e XIV secolo, tramite l’unificazione di più Valacchi, il prototipo dello stato romeno medievale, vale a dire la Grande Valacchia o Ţara Românească. I romeni hanno sempre nominato questa grande formazione politica propria – composta da romeni e condotta da romeni – Ţara Rumânilor / Românilor, Ţara Rumânească / Românească e probabilmente, qua e là, perfino Rumânie.

Perciò, grazie a questa sinonimia, nell’epoca dell’emancipazione nazionale, quando si presupponeva che ogni nazione dovesse avere uno stato nazionale che riunisse e difendesse tutti i suoi membri, i romeni avevano da tempo predisposto un nome per il loro paese. Non hanno scelto il nome di Dacia (anche se è stato proposto), perché tale nome, come sopra detto, benché molto antico, si era perduto da tempo nella coscienza pubblica, ed hanno preferito il nome di Rumânia România. Non è stato un nome inventato in quel momento, bensì uno conservato nella memoria collettiva, giunto da una passato remoto, un nome che avevano portato in un modo o nell’altro, a un certo momento, tutte le realizzazioni politiche dei romeni. Era anche il nome che ha avuto in maniera ininterrotta sin dal 1300 la “Ţara Românească”, vale a dire il più antico e prestigioso stato medievale romeno, attorno a cui si è poi costituita l’unità politica del popolo di cui portava il nome.

I romeni hanno iniziato la loro storia come “enclave latina alle porte dell’Oriente” oppure come “isola di latinità in un mare slavo” e sono sempre rimasti in un’ampia regione di interferenze e di vari influssi. Questa regione è stata spesso minacciata nella propria stabilità ed esistenza, da occidente e da oriente, da nord e da sud. Le minacce hanno talvolta assunto forme distruttive o dissolventi, pericolose per l’identità dei romeni. I gravi pericoli dal sud e dal nord, così come quelli dall’ovest sono stati più anticamente annichiliti, allontanati, neutralizzati, quando è stato possibile, tramite il contributo dei romeni e dei loro vicini, ma soprattutto grazie all’evoluzione dei rapporti internazionali. Molto più persistenti, più incalzanti, più dolorosi e più gravi sono stati i pericoli provenienti dall’oriente, a partire dalle migrazioni per finire con i carri armati sovietici portatori del comunismo.

Da più di un millennio, i romeni hanno vissuto con l’ossessione della minaccia dell’Oriente. Perciò, dalla loro polivalente eredità identitaria, hanno coltivato piuttosto la propria componente occidentale. Era chiaro già dai secoli XIV e XV che “la luce” aveva cessato di venire dall’Oriente. Mentre quest’Oriente diventava sempre più abietto, la cultura e la civiltà, sul vecchio fondo del classicismo greco-latino e del cristianesimo, fiorivano in Occidente. L’Occidente è diventato così un modello da seguire. Roma – l’Antica Roma – era parte sostanziale di questo modello ed era divenuta il suo simbolo più eclatante. Da questo legame con Roma – reale e immaginario allo stesso tempo – sono nate l’ideologia e la moderna mitologia nazionale romena. Solo che Roma nei secoli XIII-XIV era cattolica, e il legame con essa era mediato da altri stati cattolici, in particolare dal Regno d’Ungheria. Questo legame era fortemente ostacolato dall’ortodossia dei romeni, dalle pressioni per la loro cattolicizzazione, pressioni che non seguivano sempre la via del convincimento. Tali pressioni di cattolicizzazione portavano, in maniera ingannevole, il sigillo di Roma, ma venivano fatte attraverso il prisma della pressione politico-militare ungherese. Nella mente dei romeni (soprattutto di quelli dominati direttamente dall’Ungheria) il cattolicesimo si sovrapponeva al nome di Ungheria, vale a dire al nome di un oppressore, e quest’ombra si proiettava a volte anche su Roma, dove risiedeva il capo della Chiesa d’Occidente[49].

In questo modo, la fede bizantina e il legame, mediante gli slavi del sud, con la “Nuova Roma” (Costantinopoli), ma anche le tendenze di cattolicizzazione per filiera ungherese erano diventate dei seri ostacoli per la coltivazione del ricordo della prima Roma e della latinità. Tuttavia i romeni avevano Roma non solo nella loro natura, ma anche nel loro nome. Ed erano gli unici detentori di tale “privilegio” – palese testimonianza per ideologi non solo della loro latinità, ma anche, assieme ad essa, della loro origine occidentale. Per tale ragione, i legami con l’Occidente sono stati ripresi in età moderna secondo altri principi, e il nome di Romania – una sorta di Roma trasferita vicino al Danubio, dai Carpazi al Mar Nero – è diventato per i romeni un forte marchio identitario, nato e creato allo stesso tempo, costruito sia dalla storia che dall’ideologia, ma potente e perenne.

Certamente, al consolidamento di questa denominazione generale di Romania hanno tenacemente lavorato – com’è avvenuto nella storia di tutti i popoli – gli intellettuali, gli artigiani del nazionalismo moderno e dell’ideologia nazionale.

Nell’epoca moderna hanno predominato due ideologie nella coscienza politica e pubblica romena, una chiamata autoctonista (che metteva l’accento sull’eredità dacica, tracica, orientale o sud-est europea) e una pro-occidentale (che privilegiava la latinità e l’eredità romana, la civiltà europea dei romeni). Quest’ultima si è rafforzata di continuo, si è sviluppata e ha vinto. In Transilvania, sin dal XVIII secolo, sotto l’impulso della corrente illuministica rappresentata dalla Scuola Transilvana (Şcoala Ardeleană), lo studio della storia destinata agli allievi cominciava con la fondazione di Roma, sicché il passato remoto dei romeni si confondeva con quello dei romani. Nel XVII e nel XVIII secolo, le opere erudite hanno approfondito la latinità dei romeni, con nuovi argomenti linguistici, narrativi e documentari, archeologici, storici, numismatici ecc., consolidando la coscienza interna e internazionale riguardante questo tema. A partire dal XIX secolo, quando è iniziata in maniera cosciente e programmatica la sincronizzazione della civiltà romena con quella occidentale, la latinità dei romeni (rinsaldata tramite la francofonia e la francofilia) è sempre stata in primo piano, è sempre stata evocata e invocata. Su questa latinità si è edificata l’essenza dell’identità romena moderna, raccordata ai valori europei.

Dopo le deviazioni d’interpretazione del passato avvenute nei decenni del regime comunista (1948-1989), da più di vent’anni i più seri storici romeni hanno ripreso la presentazione del passato sotto nuovi auspici. Oggi è sempre più evidente per gli storici e per un ampio pubblico che i romeni hanno avuto una storia normale, come tutti i popoli, con cose buone e cattive, che hanno avuto province storiche diverse e dei nomi regionali, che non sono stati puri e immacolati, che non sono sempre stati unitari e uniformi e che non tutti i loro antenati erano venuti da Roma! Si vede – per molti come una novità – che anche i romeni si erano spostati nel Medioevo e non solo, su distanze minori o maggiori, con i loro greggi o con altre faccende, in tutte le direzioni, spronati da diversi motivi, così come avevano fatto tutti i popoli[50]. Lo spostarsi e lo stanziarsi in spazi distanti hanno reso anche i romeni variegati, diversi fra loro. È stato molto difficile, per vari anni dopo il crollo del comunismo, fare la distinzione tra verità e menzogna, tra realtà e propaganda. Nemmeno oggi, dopo più di due decenni, è facile.

Di conseguenza, sia riguardo al nome sia riguardo all’origine dei romeni, le cose non sono, per tantissimi stranieri, chiare. Molti credono ancora che il nome di romeno e la latinità dei romeni sarebbero il risultato della propaganda nazionale e nazionalista, esacerbato sotto il comunismo. Ma questo è solo un cliché, frutto in gran parte della diffidenza e dell’ignoranza. Alla luce delle testimonianze di cui sopra, è evidente la legittimità dell’uso del nome di romeno (e di Ţară Românească) in parallelo con quello di valacco (e di Valacchia), sin dal momento dell’ingresso nella storia di tutti i popoli romanzi, alla fine del I millennio dell’era cristiana. Quindi, i romeni hanno portato sin dall’inizio due nomi principali, ambedue legittimi. È però oggi naturale che, almeno negli ambienti romeni, sia preferito il nome che si danno i romeni stessi. I neolatini orientali dell’Europa erano, già dai secoli IX e X, per loro stessi “români” (rumâni), e per gli altri “vlahi” (con varianti). Tanto più è giustificato l’uso del nome di romeni per i secoli ulteriori del Medioevo. La denominazione di romeno, adoperata da tutti gli storici romeni per definire il proprio popolo a partire dal Medioevo, non ha nulla a che fare con il nazionalismo, benché sia stata spesso usata in spirito nazionalista. Si tratta solo di una realtà con un’esistenza millenaria e che va correttamente rilevata, in accordo con ciò che testimoniano le fonti storiche. Al pari del nome, la coscienza della latinità della lingua e della romanità del popolo è stata una presenza continua, lungo i secoli, nel pensiero di alcuni romeni. Essa è sempre stata accresciuta, argomentata e talvolta pure esagerata in epoca moderna – tramite gli sforzi coscienti delle élites intellettuali e politiche – preparando la piattaforma progetto per l’integrazione dei romeni e della Romania nelle strutture istituzionali e persino in quelle mentali dell’Europa contemporanea.

NOTE

[1] Si tratta qui non del nome del signore, bensì della dinastia (Bogdani o Bogdăneşti) che ha assoggettato il Paese ai turchi.
[2] La prima fondazione era considerata quella da parte dei romani condotti dall’imperatore Traiano.
[3] Il nome medievale dei polacchi in romeno. Loro chiamavano gli abitanti della Moldavia “valacchi” e quelli del Ţara Românească “multani” o “moltani”, e il Paese “Multana” (perché il nome di “Valacchia” o “Paese Valacco” era già da loro dato alla Moldavia).
[4] Costin 1967, pp. 156-157.
[5] Iorga 1924, pp. 35-50.
[6] Brătianu 1998, pp. 60-64.
[7] Papacostea 1965, pp. 15-24.
[8] Armbruster 1993², pp. 17-51.
[9] Arvinte 1983.
[10] Stănescu 1964, pp. 967-1000.
[11] Ştefănescu 1981, pp. 77-84.
[12] Brezeanu 2002, passim.
[13] Pop 1998, pp. 8-13.
[14] Baumann – Gingrich 2004.
[15] Questi nomi tradizionali, olasz e oláh, dati dagli ungheresi agli italiani e, rispettivamente, ai romeni, dimostrano indubitabilmente la percezione dell’affinità tra i due popoli neolatini da parte della coscienza collettiva ungherese. La stessa singolare somiglianza tra i nomi dati agli italiani e ai romeni si ritrova anche nel caso di molti popoli slavi.
[16] Per lo specifico degli ungheresi si veda, di recente: Engel 2001.
[17] È tuttavia evidente che non questa coscienza – elitaria e debole – è stata decisiva per la perpetuazione del nome di Roma nell’etnonimo “romeno”, ma alcune circostanze storiche, parzialmente evocate in questo studio.
[18] Stănescu 1989, pp. 32-33. Papacostea 1999, pp. 242-243.
[19] Holban 1968, pp. 322-323.
[20] Dopo il XVI secolo, con i grandi cronisti moldavi che hanno scritto in romeno, con Dimitrie Cantemir e poi con la Scuola Transilvana, la coscienza della romanità si impone definitivamente nella mentalità romena.
[21] Come si sa, si sono conservati anche in Occidente degli etnonimi provenienti dal latino romanus, ma solo sporadicamente, nel caso di gruppi più piccoli e isolati, circondati da popolazioni germaniche, come ad esempio i romanci o retoromanzi della Svizzera.
[22] Non ha attinenza, nel caso presente, che talvolta, nel Medioevo e in età moderna, il termine vlah ha avuto, qua e là, anche l’accezione di contadino asservito, di pastore (pecoraio), di servo della gleba o di “scismatico” (ortodosso), come si vedrà oltre.
[23] Non prendiamo qui intenzionalmente in considerazione il piccolo popolo dalmata – nel frattempo scomparso – dei Balcani, vicino agli italiani, collocato lontano dai romeni nord-danubiani e senza rilevanza per il nostro argomento. Del resto, al di là dell’appartenenza alla latinità, i romeni sono il popolo più numeroso del sud-est europeo.
[24] Si veda Djuvara 1996, con le opinioni degli specialisti Cicerone Poghirc, Petre Ş. Năsturel, Matei Cazacu, Neagu Djuvara, Max Demeter Peyfuss, Mihaela Bacu e Matilda Caragiu-Marioţeanu, relative alle denominazioni generali di romeni (con varianti) e valacchi (con varianti), al processo di romanizzazione, ai rapporti dei valacchi dei Balcani con i greci e gli slavi, alla diaspora aromena, agli aromeni e ai nazionalismi balcanici, all’assimilazione dei valacchi ecc.
[25] Il termine di provincia si riferisce probabilmente alla divisione del mondo cristiano (cattolico) in “province ecclesiastiche” operata dalla Curia papale.
[26] Turcuş 2000, p. 6.
[27] Papacostea 1998, pp. 13-136.
[28] Armbruster 1993², pp. 49-51.
[29] De Hurmuzaki 1911, pp. 659-660. Il fatto è tanto più sorprendente dal momento che con romana religio si intende di solito la confessione cattolica; nel caso citato il riferimento è però, senza dubbio, alla fede ortodossa dei romeni transilvani.
[30] In numerose testimonianze dell’epoca, incluse le decisioni della Dieta di Transilvania, gli abitanti del paese sono caratterizzati dal punto di vista religioso come “Christiani” (gli ungheresi, i sassoni, i siculi) e “Valacchi”, essendo evidente che un etnonimo (Valachus) era adoperato per definire l’appartenenza a una confessione (l’ortodossia).
[31] Nagy 1891, n. 5, pp. 9-11; Szentpétery 1923, n. 157, p. 50; si veda Simon 2010, pp. 127-136.
[32] Osserviamo che il sommo Pontefice chiama Ioniţă “romano” e non “valacco”, e dice che i romeni stessi si considerano di origine romana.
[33] Stănescu 1989, pp. 32-33.
[34] Papacostea 1999, pp. 241-242.
[35] Ibidem, p. 242.
[36] Ibidem, p. 243.
[37] Ibidem, pp. 243-244.
[38] Ibidem, p. 245.
[39] Ibidem, pp. 246-247.
[40] Pop 1998, pp. 114-115.
[41] Papacostea 1999, p. 245.
[42] Veress 1914, pp. 242-244 (testo integralmente in latino); Holban 1968, p. 247 (brano tradotto in romeno).
[43] Sti Rominesti?
[44] Sai tu romano?
[45] Holban 1968, p. 322.
[46] Scisne… Romane?
[47] Num Romanus sit. Verancsics 1857, pp. 119-151 (testo integralmente in latino); Holban 1968, p. 403 (brano tradotto in romeno).
[48] La ripresa della denominazione di Dacia si è fatta sotto l’impulso dell’umanesimo, dal di fuori della società romena, tramite la maniera degli autori dell’epoca rinascimentale di arcaicizzare le denominazioni dei luoghi del loro tempo. In questo modo, i Principati Romeni (ma anche la Danimarca!) erano chiamate Dacia, la Francia era Gallia, l’Ungheria diventava Pannonia, la Bulgaria e la Serbia – Mesia ecc. Da queste opere umaniste e post-umaniste anche gli autori romeni hanno resuscitato il nome di Dacia. Dobbiamo ricordare il fatto che Johannes Honterus sulla famosa mappa del XVI secolo apponeva il nome di Dacia sui territori di Transilvania, di Ţara Românească e di Moldavia.
[49] Si veda Pop 2001, pp. 78-90; Idem 1995, pp. 275-284.
[50] Si veda Schmidt – Lauber 2007.
Fonte: http://www.bdnonline.numismaticadellostato.it/apriArticolo.html?idArticolo=51
Ioan-Aurel POP, è presidente dell’Accademia Romenaprofessore e rettore dell’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca. Autore e coautore di oltre settanta libri, trattati e manuali e più di cinquecento studi e articoli, tra cui i più recenti sono Cultural Diffusion and Religious Reformation in Sixteenth-Century Transylvania. How the Jesuits Delath with the Orthodox and Catholic Ideas (The Edwin Mellen Press, Lewiston – Queenston – Lampeter, 2014), A Short Illustrated History of the Romanians (Editura Litera, București, 2017). Gli è stato conferito il titolo Doctor Honoris Causa da dieci università della Romania e dell’estero. È membro di alcune accademie e società scientifiche straniere, tra cui l’Accademia europea delle scienze e delle arti di Salisburgo (Austria), l’Accademia nazionale virgiliana di Mantova (Italia), l’Ateneo veneto di Venezia (Italia), l’Accademia europea delle scienze, delle arti e delle lettere di Parigi (Francia). È stato visiting professor presso alcune università degli Stati Uniti, dell’Italia, della Francia, dell’Ungheria e dell’Austria, e direttore dell’Istituto culturale romeno di New York (Usa) e dell’Istituto romeno di cultura e ricerca umanistica di Venezia (Italia). Dal 1993 è direttore del Centro di studi transilvani di Cluj-Napoca dell’Accademia romena.
Vedi anche

VENEZIA, FESTIVAL ITALO-ROMENO DI POESIA


Sabato, 20 giugno 2015, ore 18,00: „Festival del pensiero in/verso”: lettura di poesia italo-romena  all’Istituto Romeno di Venezia, nell’ambito di Venice Art Night.

Sâmbătă, 20 iunie 2015, orele 18,00: „Festival del pensiero in/verso”: lectură de poezie italo-română la Institutul Român de la Veneţia, în cadrul Venice Art Night.

afis festival pensiero web

 

Sabato, 20 giugno 2015, dalle ore 18,00, nell’aula “Marian Papahagi” dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia, avrà luogo la seconda edizione della serata di poesia intitolata “Festival del pensiero in/verso”, evento incluso nell’ambito delle manifestazioni Venice Art Night. Invitati all’evento sono i poeti: Lorenzo Viscidi (Bluer), Natasha Bondarenko, Alessandro Cabianca, Maddalena Capalbi, Gianfranco Chinellato, Ştefan Damian, Daniela Muti, Loredana Pra Baldi, Enzo Santese e Sergio Maria Serraiotto.

Durante i giorni più lunghi dell’anno, dal tramonto del sole e fino a mezzanotte, “l’arte ritorna per liberare Venezia”, per meglio dire le arti, proprio perché le calli e i campi saranno occupati dalla letteratura, dal cinema dalla musica ecc.; sarà una notte di “contaminazione” culturale. Tra le istituzioni culturali che resteranno aperte fino a mezzanotte si annoverano musei, gallerie, fondazioni, spazi pubblici e provati, librerie, che lasceranno le porte aperte per essere visitate.

L’Istituto Romeno di Venezia ha iniziato la partecipazione agli eventi di Venice Art Night Venezia già dal 2013, quando ha organizzato una serata musicale intitolata “Musica e balli dei tempi dei dogi”. Il programma di quest’anno, intitolato il “Festival del pensiero in/verso”, è costituito da una serata di poesia coordinata dal professore, poeta, scrittore e critico d’arte Enzo Santese. Sarà un incontro tra poeti romeni e italiani che ha il fine di presentare gli aspetti più rappresentativi della loro creazione poetica.

Nell’ambito della serata di poesia sarà presentata anche la traduzione in romeno del più recente volume di versi di Alessandro Cabianca, intitolato Influssi/Influenţe, Casa Editrice Studia, Cluj‒Napoca 2015, nella traduzione dello scrittore e poeta Ştefan Damian.

L’Evento è organizzato dall’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia ed il Comune di Venezia.

Per ulteriori dettagli:

Alexandru Damian, coordinatore arti visive

Tel. +39.041.524.2309

ISTITUTO ROMENO DI CULTURA E RICERCA UMANISTICA

Palazzo Correr ‒ Cannaregio 2214 (Campo Santa Fosca)

30121 Venezia, ITALIA


 

„Festival del pensiero in/verso”: lectură de poezie italo-română la Institutul Român de la Veneţia, în cadrul Venice Art Night.

 

Sâmbătă, 20 iunie 2015, începând cuorele 18,00, în sala Marian Papahagi a Institutului Român de Cultură şi Cercetare Umanistică de la Veneţia, va avea loc cea de-a doua ediţie a seratei de poezie intitulată „Festival del pensiero in/verso”, eveniment inclus în programul de manifestări Venice Art Night. Invitaţi la eveniment sunt poeţii Lorenzo Viscidi (Bluer), Natasha Bondarenko, Alessandro Cabianca, Maddalena Capalbi, Gianfranco Chinellato, Ştefan Damian, Daniela Muti, Loredana Pra Baldi, Enzo Santese și Sergio Maria Serraiotto.

În zilele cele mai lungi ale anului, de la apusul soarelui până în miez de noapte, „arta se întoarce pentru a elibera noaptea la Veneția, mai bine spus artele, mai ales că străzile și piațetele vor fi ocupate de muzică, cinema, literatură, poezie etc., va fi o noapte de „contaminare” culturală. Printre instituțiile de cultură ce vor rămâne deschise până în miez de noapte se numără muzee, galerii, fundații, spații publice și private, librării, care îşi vor deschide porțile și vor îngădui vizitarea acestora liberă, pentru cei care doresc să le descopere patrimoniul cultural-artistic.

Institutul  Român de la Veneţia s-a alăturat evenimentelor Venice Art Night Veneţia încă din anul 2013, când a organizat o seară muzicală cu titlul Muzică şi dansuri din timpul dogilor”. „Festivalul gândului invers/în vers” („Festival del pensiero in/verso”), a fost demarat începând cu anul 2014 și se constituie într-o serată de poezie coordonată de profesorul, poetul, scriitorul şi criticul de artă Enzo Santese, constând într-o întâlnire a poeţilor din România și Italia menită să prezinte aspecte dintre cele mai reprezentative din propria creaţie poetică.

În cadrul seratei de poezie va fi prezentată și traducerea în limba română a volumului de versuri aparţinând poetului Alessandro Cabianca, intitulat Influssi/Influenţe, apărut la Editura Studia, Cluj‒Napoca 2015, în traducerea scriitorului și poetului Ştefan Damian.

Evenimentul este organizat de Institutul Român de Cultură şi Cercetare Umanistică de la Veneţia în colaborare cu Universitatea Ca’ Foscari din Veneţia şi Primăria Veneţiei.

Pentru detalii suplimentare:

Alexandru Damian, coordonator proiecte

Tel. +39.041.524.2309

INSTITUTUL ROMÂN DE CULTURĂ ŞI CERCETARE UMANISTICĂ

Palazzo Correr ‒ Cannaregio 2214 (Campo Santa Fosca)

30121 Veneția, ITALIA

Shoah, Regina Elena di Romania, madre del re Michele I, salvò ebrei dalla deportazione


Regina Mama Elena si printul Mihai

Regina Madre Elena e i principe Michele 

27 gennaio 2013. Giorno della Memoria. In questa giornata non si può dimenticare e non ricordare la figura di Elena di Grecia e Danimarca, Principessa di Parma e Regina di Romania. Terzogenita del Re Costantino I di Grecia e di Sofia di Prussia. Il 10 Marzo 1921 sposò Carlo futuro Re di Romania; da questa unione nacque Michele I attuale capo della casa reale romena.

 Regina Elena fu reggente al trono romeno dal 1927 al 1930 e successivamente sempre accanto al figlio Michele quando quest’ultimo ascese al trono e fino al 31 Dicembre 1947 quando, dopo una umiliante perquisizione, la famiglia reale fu costretta a lasciare il suolo romeno per l’esilio.

Un episodio che dimostra la particolare umanità di questa donna è anche legato alla storia italiana e alla tragica sorte di Mafalda di Savoia. Infatti, nel settembre del 1943, alla firma dell’armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III ripararono al Sud, ma Mafalda , partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III di Bulgaria era in fin di vita , non venne messa al corrente dei pericoli che poteva incorrere una volta rientrata in Italia. Durante il viaggio di ritorno verso l’Italia, la Regina Elena di Romania fece fermare appositamente il convoglio reale (a Sinaia) per offrire protezione a Mafalda di Savoia cercando di farla desistere dal rientrare in Italia. Mafalda decide di non accettare l’offerta e volle proseguire per la penisola e per il suo triste destino.

Non di meno fu il suo atteggiamento nei confronti della comunità ebraica romena, negli anni difficili  del regime di Antonescu; la regina madre Elena si adoperò per la salvezza di migliaia di ebrei, in particolar modo assieme a Traian Popovici, sindaco di Cernăuți (oggi Chernivtsi in Ucraina), la deportazione della locale comunità ebraica e protesse anche coloro che erano stati deportati dal regime nella Trasnistria.

Per questo comportamento nel 1993 , undici anni dopo la morte, la Regina Madre di Romania, Elena di Grecia è stata insignita del titolo di “Giusta fra i popoli “ dallo Stato di Israele e il suo nome figura nel monumentale Yad Vashem di Gerusalemme assieme agli altri 60 Romeni che si adoperarono per salvare gli ebrei negli anni bui dell’odio antisemita. ( vedi articolo completo di  Marco Baratto su infooggi.it ).

Regina Elena di Romania

Regina Elena di Romania

 La storia dell’Olocausto in Romania – Deportazione in Transnistria

 […]

Gli ebrei stimati dalle autorità in Bucovina e Bessarabia ammontavano a circa 185.000. Di questi 10.000 vennero uccisi nei pogrom, 7.000 morirono nei campi di transito per la fame, il tifo e i maltrattamenti, altri 10.000 vennero eliminati quando già erano stati trasferiti dall’altra parte del Dniester. Al 1° settembre 1941 ne rimanevano 156.000.
Le operazioni di deportazioni concordate con i tedeschi comportarono lo spostamento forzato di 118.847 ebrei che riuscirono ad attraversare vivi il Dniester mentre altri 17.577 morirono durante la traversata. Secondo i calcoli delle autorità romene rimanevano in Bucovina e Bessarabia al 20 maggio 1942 19.576 ebrei.
 […]
A Cernauti si ingaggiò una lotta per salvare il maggior numero di ebrei. Il protagonista di questo tentativo di salvataggio fu il sindaco della città Traian Popovici che, insieme alla regina madre Elena cercò di fermare le deportazioni da Cernauti. I disperati tentativi di Popovici riuscirono a impedire – per una parte solo momentaneamente – la partenza di 20.000 persone.
Nel mezzo delle deportazioni Wilhelm Filderman, capo della Comunità ebraica romena scrisse una disperata lettera ad Antonescu per implorare la cessazione delle deportazioni. Gli giunse soltanto una lunga risposta sprezzante. Leggi tutto l’articolo: La storia dell’Olocausto in Romania – Deportazione in Transnistria (OLOKAUSTOS).
Il libro

“A seguito delle deportazioni e delle uccisioni che li accompagnarono, la Regina Madre di Romania, la Regina Elena, fece ripetuti sforzi per far sì che gli ebrei fossero riportati indietro dagli estremi pericoli dei campi di lavoro e di concentramento nei quali erano stati internati. […] Quando apprese dell’invocazione di aiuto da parte dei deportati, immediatamente mandò loro del cibo – mentre più di un terzo dei deportati moriva di fame. Nell’ottobre del 1942, quando ancora un altro gruppo di ebrei era in procinto di essere deportato, uno di loro, il famoso filologo romeno Barbu Lazareanu, chiese a un ben noto medico, Victor Gomoiu, di aiutarlo. Il medico conosceva la Regina Elena e si rivolse a lei. Si racconta che la regina disse a suo figlio Mihai, che era succeduto a suo padre come re, che avrebbe lasciato il Paese se questa nuova deportazione avesse avuto luogo. Mihai assicurò il rilascio degli ebrei.” (pag. 238). (Informazioni fornite da Pearl Fichman, lettera all’autore, 19 marzo 2001.) Tratto dal  Libro I giusti. Gli eroi sconosciuti dell’olocausto, di Martin Gilbert, Citta Nuova, 2007, pp. 236-238.

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ROMA, CASE POPOLARI ANCHE PER COMUNITARI ED EXTRACOMUNITARI. APERTA LA PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE.


Info tel. 06.0606

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AVVISO PUBBLICO BANDO CASA

Si comunica che con Determinazione Dirigenziale del 31/12/2012 è stato indetto il Bando generale di concorso, ai sensi dell’art. 1 del Regolamento Regionale del Lazio n. 2 del 30 settembre 2000, per l’assegnazione in locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica di proprietà o comunque nella disponibilità di Roma Capitale.

 Avviso Pubblico Bando (PDF)

La domanda di partecipazione al Bando, con allegata fotocopia del documento di identità del richiedente, può essere presentata dal giorno successivo all’indizione del pubblico concorso e deve essere inviata a Roma Capitale – Dipartimento Politiche Abitative, U.O. Interventi di sostegno abitativo – Quadrato della Concordia, 4 – 00144 Roma, esclusivamente a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento.

La suddetta domanda, a pena di inammissibilità, deve essere redatta su apposito modello fornito da Roma Capitale e distribuito presso gli U.R.P. municipali e presso il Dipartimento Politiche Abitative oppure scaricato dal seguente link:

– Modello Domanda Bando Casa

Fonte: comune.roma.it  

ChiamaRoma 06.0606

 

Omul european în faţa lui Cristos


Săptămâna trecută, la Facultatea de teologie Romano-Catolică din Bucureşti, a avut loc o conferinţă intitulată, general,„Rațiunile credinței », la care au vorbit profesorii Daniel Barbu – cu un eseu despre „Secularizare, separare, subsidiaritate: transformările proiectului european » – şi Pr. Prof. dr. Wilhelm Dancă – susţinând o prezentare despre „Omul european în fața lui Cristos ». Aceste conferinţe ne dau ocazia să reflecăm din nou asupra relaţiei dintre Europa şi creştinism, dar în nişte termeni noi, faţă de aceia pe care îi foloseam până acum.

Transformările proiectului european

Conferinţa profesorului Daniel Barbu a plecat de la o afirmaţie, şi nu de la o întrebare: da, nu numai Europa, ci şi Uniunea Europeană are rădăcini catolice foarte clare, ce se pot sesiza dacă facem un excurs în biografiile celor trei lideri ai creaţiei europene – Robert Schuman, Alcide de Gasperi şi Konrad Adenauer; toţi trei au fost catolici practicanţi şi s-au lăsat influenţaţi de gândirea socială a papei Leon al XIII-lea, mai ales de cea propusă în enciclica Rerum Novarum. Datorită educaţiei catolice îşi formaseră o părere optimistă despre natura umană şi despre posibilitatea de a găsi nişte oameni virtuoşi care să fie capabili să guverneze acest proiect comun numit mai târziu UE.

Profesorul Daniel Barbu a insistat pe deosebirile dintre modul de a gândi politicul al fondatorilor UE şi cel al fondatorilor SUA. Gândirea catolică consideră că persoana umană este orientată către bine şi atrasă în mod natural de el (cel mai probabil, datorat preluării de către Sf. Toma a elementelor din Etica Nicomahică aristotelică), în consecinţă, ea propune o guvernare făcută de către cei virtuoşi (probabil o altă preluare a lui Aristotel), şi nu una de tip democratic. În opoziţie, gândirea protestantă a părinţilor fondatori ai SUA vede omul ca pe o fiinţă căzută, o fiinţă marcată profund de păcatul original şi pentru care binele nu (mai) este în firescul său. Ca urmare a acestei concepţii despre ce este omul, proiectul politic propune un regim democrat, un regim care evită cumularea puterii, datorită credinţei că nu se vor găsi prea uşor oameni suficient de virtuoşi pentru a lucra în favoarea binelui comun. Aşadar, gândirea protestantă construieşte un sistem care să evite răul, deoarece crede că omul este înclinat către corupţie, în timp ce gândirea catolică propune un sistem care caută binele, pentru că priveşte persoana umană ca fiind în esenţa sa bună. Din această diferenţă de concepţie reies şi diferenţele între sistemele politice american şi european.

Pe lângă elementele care ţin de genealogia proiectului european, profesorul Barbu subliniază şi câteva aspectele formale de asemănare între Uniunea Europeană şi Biserica Catolică. Ambele au părinţi spirituali pe care şi-i proclamă ca atare ca părinţi spirituali. Ambele au un Magisteriu, care produce documente despre ce este filosofia oficial acceptată. Ambele au o anumită tradiţie pe care îşi propun să o promoveze. Plecând de la conferinţa aceasta, putem să ne întrebăm câteva lucruri: nu cumva Uniunea Europeană face concurenţă Bisericii Catolice? Încercând să reglementeze viaţa şi gândirea cetăţeanului în cât mai multe dintre aspectele ei, nu cumva UE, de la un simplu proiect economic, a crescut acum într-unul politic şi vrea să se extindă şi ca unul cultural, care propune o gândire unitară asupra mai multor fenomene?

Catolicismul a fost, de-a lungul istoriei, foarte critic cu multe proiecte politice, cu comunismul, cu nazismul, cu liberalismul, cu democraţia, cu republica, dar nu şi cu proiectul european, care a fost întâmpinat cu entuziasm. Poate nu ar fi cazul să ne grăbim să îl îmbrăcăm pe Iisus cu un steag UE, având „rezeve de tip eshatologic”, după experesia lui J.B. Metz faţă de orice formă de guvernare politică. Acest lucru nu înseamnă, evident, să refuzăm proiectul european, mai ales că pentru noi, românii, UE reprezintă un factor de civilizaţie, pe care nu putem să îl fentăm aşa uşor cum facem cu proprii compatrioţii. Dar, pentru că suntem cetăţeni cu drepturi şi responsabilităţi depline în UE, ar fi de dorit ca fiecare dintre noi să ne preocupăm nu doar de politica locală, de care oricum ne-am plictisit, ci şi de a răspunde la o întrebare esenţială: care ar fi cel mai bun mod de a ne guverna împreună, ca europeni? Filosofia politică clasică are două maniere de a trata problema guvernării: prima este influenţată de modul antic de a gândi politicul, ce se întrebă cum arată cetatea ideală, care este cea mai bună formă de guvernământ şi care ar fi virtuţile omului politic şi ale cetăţeanului. Cea de-a doua formă se întreabă cum putem evita răul? Cum putem gândi un sistem în care răul să fie cât mai greu de făcut? Care este cel mai puţin rău sistem posibil? Acest tip de a pune problema s-a dezvoltat foarte mult după experienţa totalitarismelor. Primul mod de-a pune problema pune accentul pe construcţie, cel de-al doilea pune accentul pe critică. La limită, nici un regim nu este posibil fără ambele elemente, dar contează foarte mult proporţia fiecăruia în distilarea unui regim politic.

Omul european în faţa lui Cristos

Profesorul Wilhelm Dancă, tocmai parcă pentru a veni să ilustreze teza profesorului Barbu despre optimismul catolic, a dat un exemplu despre cum putem veni în întâmpinarea lumii moderne, deschişi fiind şi afirmând identitatea catolică cu tărie, delimitând foarte clar punctele nenegociabile din doctrina catolică şi păstrându-ne, în rest, deschiderea către alte culturi şi interpretări. Părintele Dancă a vorbit şi despre nevoia unei noi evanghelizări, o evanghelizare pentru cei care nu cunosc creştinismul, una pentru cei ce îl cunosc, dar nu îl aplică, pentru că nu îi convinge, şi o evanghelizare intensivă, dacă vreţi, pentru cei ce trăiesc viaţa în biserică.

În timp ce îl ascultam pe părintele Dancă mă gândeam că Franţa sau Italia se confruntau deja cu o astfel de problemă a decreştinării undeva prin anii ‘40. De fapt, războiul a oferit ocazia observării acestui fenomen şi apoi a dat naştere unor încercări de evanghelizare. Consider că această comparaţie cu Franţa anilor ‘40 se poate susţine, nu doar datorită faptului că România este în urma a orice, cu aproximativ 50 de ani, de unde şi o întârziere a fenomenului secularizării, ci şi datorită faptului că România, până de curând, nu a fost obligată să facă faţă în mod direct curentelor de gândire mai noi, care bântuie Europa de ceva vreme. Venind la urmă, am putea învăţa ceva din experienţa franceză (din această experienţă ar putea avea de învăţat şi ortodocşii, nu doar catolicii, vorba aceea, Cine are urechi de auzit…). Văzând o societate decreştinată (aici o parte consistentă din vină o poartă Revoluţia Franceză, şi ceea ce i-a urmat), Biserica catolică din Franţa a conştientizat că este de datoria ei să facă ceva. Primii lipsiţi de educaţie creştină erau muncitorii francezi, prinşi, de altfel, foarte uşor în mrejele Partidului Comunist Francez.

Pentru a lega orice formă de conversaţie cu necredincioşii, trebuia plecat de la un punct comun; punctul comun pe care l-au ales francezii a fost solidaritatea dintre muncitori, dublată de spiritul de sacrificiu ce li se cere în faţa greutăţilor vieţii. Mai departe, catolicii au încercat să le arate că, de fapt, aceste atitudini sunt fundamental creştine. Însă Bisericii Catolice i-a fost frică de propriu său imperialism şi s-a oprit din evanghelizare, încercând doar să fie împreună cu acei oameni şi să le arate că nu îi condamnă pentru faptul de a gândi diferit. Astfel, proiectul francez de evanghelizare de după cel de-al Doilea Război Mondial a fost înlocuit uşor-uşor de un proiect de trai în comun, în condiţiile în care vecinii împărtăşesc viziuni diferite despre sensul omului şi existenţa sau nonexistenţa lui Dumnezeu. Numărul de valori nenegociabile a scăzut văzând cu ochii şi, în loc ca societatea să fie adaptată la creştinism, creştinismul s-a adaptat la societatea în care trăia, împrumutându-i valorile. Într-un fel, pentru occident ca întreg, bătălia este pierdută, şi singurul lucru pe care putem să îl facem este să veghem, astfel încât noi să nu devenim la rândul nostru victimele iubirii de fraţi, adică să nu ne convertim, din iubire de relativişti, la relativism.

În final, s-ar putea ca rădăcinile şi modelul creştin al Europei să se întoarcă împotriva ei, ca orice încercare de a implementa creştinismul în plan politic sau ca orice încercare de secularizare. 

Preluat de la Ana Petrache

VATICANO, BENEDETTO XVI NEI RITRATTI DEL CELEBRE ARTISTA ROMENO STEFAN POPA POPA’S


Ştefan Popa Popa’s, ritratto di Giovanni Paolo II

Ştefan Popa Popa’s, ritratto di Giovanni Paolo II

Pubblicato l’album “Papi, Santi… Illustri”  del mondo cattolico realizzati da Ştefan Popa Popa’s: 265 immagini dei papi accanto a manoscritti celebri. Romeno, cattolico romano, ritrattista di fama internazionale,  Ştefan Popa Popa’s è un prestigioso artista contemporaneo di grande esuberanza culturale.

Il Prof.  Giorgio Cegna, direttore di Uniglobus University e Gran Cancelliere della Confederazione Internazionale dei Cavalieri Crociati, lo descrive così: “Popami ha colpito perché è una persona che raccoglie tutti i lati positivi che un artista dovrebbe possedere: desiderio di cercare, consapevolezza che deve ancora trovare, modestia ed un grande cuore. Popa si entusiasma quando un’idea nuova lo scuote, quand o una proposta lo carica… quello è il momento in cui diventa generoso, si sacrifica e si dà totalmente, graffiando i suoi fogli, facendo ritratti, donandoli ai fruitori».
Citeste si:

ISBN: 8890590351 ISBN 13: 9788890590351

ISBN: 8890590351
ISBN 13: 9788890590351

Albumul Papei Benedict al XVl-lea, realizat de Ştefan Popa Popa’s

www.popa-popas.ro

http://www.bookiseala.ro/

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50&Più Caf: Declaraţia de venit, Certificatul CUD Formularul 730 sau Formularul Unic,ISEE/ISEEU,F24 IMU


Pe lângă asistenţa fiscală, 50&Più Caaf  (Centro Autorizzato di Assistenza Fiscale – “CENTRU AUTORIZAT PENTRU ASISTENTA FISCALA”),  50&Più (“50&Plus“) oferă, de asemenea,  asistenţă in reglementarea raportului de muncă şi servicii pentru  menajere sau îngrijitoare (“COLF” & “BADANTI”).

Vă re-amintim că există deja de doi ani o convenţie vis-à-vis de asistenţa fiscală, special pentru românii din Italia, semnată la nivel national între Caaf 50&Più (“50&Plus“) si FARI – Federaţia Asociaţiilor Românilor din Italia. Este deajuns ca românii care se adresează unuia dintre Centrele Caaf 50&Più (“50&Plus“) prezente pe tot teritoriul Italiei (caută aici Caaf-ul cel mai apropriat), să se prezinte ca fiind “români care aderă la Federaţia Asociaţiilor Românilor din Italia, pentru a beneficia de reducerile prevăzute  datorită convenţiei.

Numar Verde gratuit: 800-92.99.22

Sunati gratis la: 800-92.99.22

“Potrivit legii italiene, oricine încasează un venit în Italia, din muncă subordonată sau autonomă, este obligat, în fiecare an, să depună declaraţia de venituri, prin intermediul căreia se declară statului cât s-a câştigat în anul de referinţă. În proporţie cu venitul câştigat există apoi obligaţia de a plăti taxele în funcţie de procentele fixate tot de lege.
Pentru lucrătorii subordonaţi, taxele sunt plătite, în fiecare lună, de către angajator prin intermediul reţinerilor pe statul de plată. Din acest motiv este important ca la începutul oricărui raport de muncă lucrătorul să declare dacă are dreptul sau nu la deducerile prevăzute de lege la plata taxelor.
De exemplu, trebuie să declare dacă are soţ sau copii în întreţinere, dacă are sau a avut alte venituri.

Certificatul CUD 

Angajatul subordonat, cu un contract pe perioadă determinată sau nedeterminată, trebuie să primească de la angajator în fiecare an, în jurul lunii martie, “Certificatul Unic al veniturilor obţinute din munca subordonată”, aşa-numitul “CUD“, un document care atestă sumele vărsate lucrătorului pe timpul anului şi cele plătite statului pentru contribuţii.
CUD-ul trebuie predat de către angajator până în ziua de 28 februarie a anului succesiv celui în care au fost plătite salariile care trebuie să fie certificate. Dacă raportul de muncă a încetat, prin demisie sau concediere, angajatorul are obligaţia de a-l preda, la cererea angajatului, în 12 zile. În CUD sunt trecute toate salariile plătite pe timpul anului, reţinerile efectuate de către angajator şi eventualele deduceri efectuate în relaţie cu situaţia personală a lucrătorului.

Pe lângă aceasta, în CUD sunt indicate contribuţiile de protecţie socială şi asistenţiale vărsate sau datorate lucrătorului. Este important de ştiut că dacă lucrătorul nu a avut alte câştiguri, în afara salariilor încasate de la angajator, nu este obligat să prezinte declaraţia de venituri. Acest lucru este valabil numai dacă a avut un singur angajator fiindcă, în cazul a mai mulţi angajatori, declaraţia de venituri trebuie depusă.

Dacă lucrătorul nu este obligat din motivele indicate mai sus să prezinte declaraţia de venituri poate oricum decide să o facă pentru a avea şi alte deduceri la taxele ce trebuiesc vărsate, de exemplu pentru că pe parcursul anului a avut cheltuieli pentru îngrijiri medicale, pentru lucrări de reconstrucţie, pentru dobânzi la împrumut.
În aceste cazuri se va putea adresa unui CAF abilitat sau unui consultant care îl va asista la completarea declaraţiei, Formularul 730 sau  Formularul Unic. Reţineţi că termenele pentru prezentare, în funcţie de tipul de Formular care se alege, dar în mod general, pentru anul 2012 sunt din aprilie până în iulie.”

(Sursa: Avv. Mascia Salvatore, Gazeta Romaneasca, Italia)

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DOCUMENTE NECESARE

•  Document de identitate valabil

• Cod fiscal / card de sănătate  a soţului / soţiei aflat în întreţinerea Dvs;

• Hotărârea de separare a soţilor / divorţ cu copii în întreţinere;

•  730/2011 sau  ultima declaraţie făcută precedent;

• detalii complete ale angajatorului, în cazul în care în 2011 era diferit de cel actual, Numarul de  TVA al acestuia, CF, adresa, telefon / fax / e-mail;

• Cardul de inscriere sindicala daca este casul.

Legat de veniturile primite în 2011

• Mod CUD 2012 venituri din muncă, din pensii, fondul de  construcţii, etc …;

• Mod CUD INPS pentru 2012 venituri pentru, mobilitate,  şomaj, etc …;

• Mod CUD INAIL 2012, pentru venituri dintr-un accident;

• plăţi efectuate sau incasate  în urma separării / divorţ (încasări, hotărâri judecătoreşti);

• dovezii privind veniturile din strainantate:  fişele de salariu lunar, pensiile obţinute în străinătate;

• venituri incasate ca urmare a unui  faliment; pentru burse de studiu;

• certificate de venituri din proprietate (de exemplu: acţiuni);

• certificatele de venituri ocazionale din munca autonoma, drepturi de autor, joint-venture sau alte venituri.

Privind certificatele de DEPOZIT

• Avansuri plătite  ca si impozit  în 2011,  cu modelul F24;

• comunicatele din partea companiei cu privire la lipsa de echilibru 730 (de exemplu, împrumuturi nerambursate sau datorii care nu sunt reţinute);

• Mod. F24 compensat dacă există surplusuri.

Ceea ce priveşte clădirile si terenurile

• cadastrale, orice clădire pentru care se plateste  ICI;

• acte de cumpărare şi de vânzare de proprietari, achiziţionate / vândute în 20010• declaraţie de succesiune,  proprietati  moştenite;

• contractul de chirie pentru casa (în cazul în care în conformitate cu articolul 2 alineatul 3 din Legea 431/98 convenţionale şi art.5 alin 2) o declaraţie de plata F23 si plata ICI;

• documente privind  achiziţionarea / renovare a casei principale:

• O copie a acordului de imprumut bancar, cheltuieli  notariale cheltuieli cu practica pentru cumparea casei.

• Copie dupa actul  de proprietate, costurile relative la tranzacţie (cheltuieli de brokeraj, factura notar pentru actul de cumpărare);

• Documente de ordin administrativ pentru  autorizarea de a construi sau renova, data de începere şi finalizare pentru aceste munci, facturi si chitante pentru cheltuieli facute: lucrări de infrastructură, onorarii profesionale, materiale cumpărate …etc;

• Dovada bancara cu privirea platii de dobinzi pasive;

• Ipoteca fiscala, comisioane de evaluare sau orice sancţiune plătita pentru inchiderea anticipata a împrumutului;

Deducerile de 36-41% pentru renovare proprietăţi:

• Pentru costuri de restructurare a proprietati: facturi fiscale sau chitanţe, încasările de la primirea transferului bancar din scrisoarea recomandată trimisă la Centrul Operaţional din Pescara pentru autorizarea de începere a construcţiei;

• Cheltuielile de restructurare pentru condominiu: declaraţia administratorului sau orice document care prezintă costurile, tabelul de milesimi condominiale;

• Pentru achiziţionarea de garj sau box: în plus faţă de declaratile anterioare, dovada costurilor de construcţie;

• Pentru achiziţionarea de clădiri renovate: actul de cumpărare care arată dreptul de deducere.

• Deducerea de 55% pentru modernizarea eficienţei energetice a clădirilor: transfer bancar sau factură care să ateste costul, şi certificat  energetic de  calificare primit de la Enea.

Referitoare la taxele plătite  în 2011

• Plata chiriei pentru locuinta principala: Legea 431/98 de locatie (de asemenea, 4 4) cu chitanţe de plată;

• taxele de chirie platite de studenti  care studiaza departe de casa;

• taxele de închiriere subvenţionate pentru  locuintele sau reşedinţele în scop de munca: Legea  chiriei 431/98 (. Art. 2, alin 3 şi art 4, alineatele 2 şi 3);

• cheltuielile cu privire la activităţile sportive ale copiilor cu vârste cuprinse între 5 şi 18 ani: plati efectuate prin intermediul bancii, factura sau chitantele doveditoare;

• achiziţionarea şi instalarea de motoare cu eficienţă ridicată pentru energia electrică şi variatoare de caldura: factura si dovada trimiteri practici catre ENEA;

• Abonamente la transportul public;

• Cheltuieli medicale:  facturi, chitanţe, bonuri, chitante pentru prescrierea de medicamente;

• costurile pentru  achiziţionarea de vehicule, cheltuieli medicale si asistenta pentru persoane cu handicap: facturi şi chitanţe care sa dovedesc cheltuielile, dovada de handicapat;

• cheltuielile pentru educaţie, cheltuielile de îngrijire a copiilor, cheltuielile de înmormântare, cheltuielile veterinare: facturi, chitanţe de plată;

•Cheltuieli pe  asigurari de viata, accident: certificat de plată a primei;

• donaţii pentru societăţile ONG-urilor, ONG-uri, ajutor reciproc, cluburi de amatori de sport, partide politice: chitanţe;

• contribuţii de asigurări sociale obligatorii, opţionale, CSSN (Contributul la Sistemul de Sanatate National, present pe contractul de asigurare) pentru  RCAuto, muncitorii domestici şi îngrijitori: dovada de plăţi, delegaţi F24, Buletinul C / C PO;

• varsaminte periodice pentru  soţul separat / divorţat: codul fiscal al soţului / soţiei, dovada plăţii, Hotărârea Curţii;

• cheltuielile pentru non-auto-suficienta: recipisa eliberată de persoana care asistă, certificat medical care să ateste starea de non-auto-suficienţă;

• dovada platilor dobânzilor bancare pasive: a se vedea secţiunea “de terenuri şi clădiri”;

AVERTISMENTE

• De la 01/01/2008, achiziţionarea de medicamente sau contra prescripţie trebuie să fie documentate de recipisa fiscala pe care sunt cuprinse deja informaţii cu privire la natura, cantitatea şi calitatea medicamentelor cumpărate sau Codul AIC şi codul fiscal.

Sfat: Daca aveti cumparata o casa in Italia prin imprumut bancar, atunci declaratia de venit este foarte utila pentru ca va poate aduce inapoi circa o rata lunara (mai mult sau mai putin); tehnic, statul va va restitui l’IRPEF di 19%, platit pentru interesele pasive ce compun rata Dvs lunar; dar nu pentru mai mult de 4000 euro anual de interese pasive, si numai pentru casa principala, de residenta.

(Sursa: rumeniinitalia.it)

Declaraţia de venit in Italia

 

Formularul Unic pentru menajere sau îngrijitoare (“COLF” & “BADANTI”)

Peste 8.000 de euro, se depune declaraţia de venituri

Dacă venitul lucrătorului domestic, fie menajeră sau îngrijitoare (“colf”, “badante”) este peste 8.000 de euro într-un an, este nevoie de declaraţia de venituri.

Contribuţiile plătite de angajator nu cuprind, însă, partea pe care fiecare persoană este obligată să o plătească cu titlul de taxe şi impozite pentru a putea beneficia de serviciile pe care le oferă statul prin intermediul oficiilor sale publice (şcoli, spitale, primării etc.)

Potrivit legii italiene, oricine primeşte un venit în Italia, de la munca subordonată la cea autonomă, este obligat, în fiecare an, să depună declaraţia de venituri, prin intermediul căreia declară statului cât a câştigat în anul de referinţă.

Această declaraţie se numeşte formular “UNIC” şi trebuie prezentată din mai până în septembrie.

Deduceri

Este posibil să se beneficieze de deduceri, adică de reduceri ale taxelor:

– dacă există membri ai familiei în întreţinere, cum sunt soţul sau fiii minori;

– pentru achiziţionarea de medicamente sau pentru plata consultaţiilor medicale;

– pentru cheltuielile de închiriere a locuinţei;

– pentru ratele împrumuturilor;

– pentru cheltuieli de renovare.

Legea fiscală prevede însă cazuri în care nu este obligatorie prezentarea acestei declaraţii de venit dacă venitul câştigat pe timpul anului nu depăşeşte o valoare stabilită anual de lege. Acest lucru este valabil şi pentru menajere şi îngrijitoare fie acestea extracomunitare sau comunitare.

Atenţie: cei care, deşi sunt obligaţi, nu prezintă statului declaraţia de venituri, în caz de verificare din partea Agenţiei Fiscale, vor primi o amendă. Dacă veniturile nedeclarate sunt mai mari de o anumită valoare stabilită de lege (circa 60.000 de euro), se comite o infracţiune penală.

Cum funcţionează

Unei menajere/îngrijitoare care lucrează 365 de zile pe an, îi revine potrivit legii o “reducere” fixă egală cu impozitul datorat până la un venit impozabil de 8.000 de euro.

Aceasta înseamnă că dacă adunând toate salariile lunare nu a câştigat mai mult de 8.000 de euro, potrivit legii nu va fi obligată să depună declaraţia de venituri. In acest caz, statului nu i se datorează nimic şi astfel nu trebuie prezentată nicio declaraţie.

Dacă veniturile totale din muncă subordonată depăşesc limita menţionată anterior, va fi necesar să se prezinte declaraţia de venituri şi să se verifice dacă se are dreptul la reducerile prevăzute de lege.

Declaraţia

In perioada cuprinsă între mai şi iunie este recomandabil să vă adresaţi la un CAF, centru de asistenţă fiscală, care este obligat să presteze asistenţă gratuită pentru prezentarea declaraţiei de venituri.

Este posibil şi să vă adresaţi unui contabil autorizat care se va ocupa de prezentarea declaraţiei de venituri.

In orice caz va trebui să se prezinte următoarea documentaţie:

1) Formularul CUD (certificare eliberată de angajator până în martie 2012 care atestă venitul perceput în anul 2011).

Contractul Colectiv Naţional de muncă domestică prevede că “Angajatorul, la cererea lucrătorului, este obligat să elibereze o declaraţie din care să rezulte valoarea totală a sumelor plătite pe timpul anului”. Angajatorul este obligat, aşadar, atunci când solicită lucrătoarea, să facă această declaraţie în care să fie specificată retribuţia anuală plătită.

2) Codul fiscal al lucrătoarei, a eventualului soţ sau fiu în întreţinere.

Pentru lucrătoarele extracomunitare este necesar să fie în posesia statutului de familie dacă fiii sunt rezidenţi în Italia, sau a unui document echivalent eliberat de ţara de origine, tradus în limba italiană şi legalizat drept conform cu originalul de către consulatul italian prezent în ţara de origine.

3) Eventuale cheltuieli medicale susţinute în 2011 (consultaţii de specialitate, achiziţionarea de medicamente etc.).

4) Eventuale cheltuieli susţinute pentru plata chiriei locuinţei în care se trăieşte.

Atenţie: aceste cheltuieli pot să fie eventual deduse din impozitele de plătit numai dacă contractul de locaţie al casei a fost înregistrat în mod regulamentar la Agenţia Fiscală.

Operatorul de la CAF, examinând întreaga documentaţie, va fi în măsură să stabilească dacă menajera este obligată să prezinte declaraţia şi să plătească taxele (IRPEF) proporţional cu venitul câştigat pe timpul anului.

(Sursa: gazetaromaneasca.com)

Numar Verde gratuit: 800-92.99.22

Numar Verde gratuit: 800-92.99.22

N.B.:

Incepand din luna ianuarie 2012, INPS-ul nu mai trimite angajatorilor menajerelor si îngrijitoarelor formularele MAV pentru virarea contributiilor trimestrale. CAAF 50&Più va sta la dispozitie pentru emiterea in mod gratuit a formularului MAV: este deajuns sa contactati – incepand cu ultima saptamana a trimestrului si pana la termenul ultim al virarii contributiilor trimestrale –  numarul verde  800.92.99.22, sau prin email la collaboratorifamiliari@50epiu.it sau prin fax la numarul: 06/62204241, specificand, Oggetto: “generazione bollettivo MAV”.

Citeste articolul complet in italianahttp://www.50epiu.it/Home/Notizie/tabid/63/ID/211/Colf-e-Badanti-SCADENZA-contributi.aspx

Gallicano Țară Românească. Mario Galli, un blog per la comunità romena di Gallicano nel Lazio


 Mario Galli è un giovane romano di 28 anni. E’ sposato. E’  laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, con specializzazione in lingua romena. Da sempre si dice affascinato dalla Romania e dal suo popolo. Che per dimostrarlo ha creato un blog, “Gallicano românească”. Trovare lavoro, casa, informazioni utili… per la comunità romena di Gallicano nel Lazio: http://gallicanoromaneasca.blogspot.it/ .

Mario Galli

Mario Galli

“Gallicano è la terra dei miei antenati, della mia famiglia. Le mie radici affondano nel terreno delle tradizioni e della cultura di questo paese. Mi capita spesso di parlarne e per questo ho voluto creare questo blog, per raccogliere quanto di dispersivo vi possa essere su Internet, in una trattazione organica.

La storia della mia famiglia si intreccia inesorabilmente con quella di Gallicano: dall’affrancazione delle terre dai Pallavicini, all’Università Agraria, dagli innesti dei vigneti che delineano il paesaggio, fino ai giorni nostri.”

 

Vedi anche: http://promuovigallicano.wordpress.com/

Mario può essere raggiunto via email al seguente indirizzo di posta elettronica: mariogalli1983@gmail.com .

ROMA CAPITALE, “IL PANE A CHI SERVE”: PARTE IL PROGETTO NEI MUNICIPI IV E XI


Roma, 26 marzo – Prende il via Il pane a chi serve, progetto promosso delle Acli romane con l’Unione Panificatori di Confcommercio Roma e con Roma Capitale. Idea di fondo: recuperare il pane invenduto e distribuirlo a chi ne ha bisogno. Il progetto parte in via sperimentale in due Municipi: IV (Monte Sacro, Val Melaina, Castel Giubileo, Casal Boccone) e XI (Garbatella, San Paolo, Ostiense, parte dell’Appio Latino).

 Hanno immediatamente aderito 14 forni, 7 per ciascuno dei due Municipi. E le associazioni di solidarietà che avranno e distribuiranno il pane raccolto sono 19 (12 nel IV Municipio, 7 nell’XI). Secondo le previsioni Acli, si conta di raccogliere ogni settimana circa mille chili di pane. Obiettivo di lungo termine, estendere il progetto a tutta Roma e raccogliere oltre 9 mila chili di pane a settimana.

The SPQR coat of arms of Rome.

Con Il pane a chi serve, ha detto il sindaco Gianni Alemanno “Roma si dimostra ancora una volta solidale e vicina a chi si trova in difficoltà”.

Fonte: http://www.comune.roma.it

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PROGETTO ‘IL PANE A CHI SERVE’: ECCO COME RIDURRE GLI SPRECHI